Archivi per settembre 2008

Paura, un iceberg esplosivo

 

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A Fiumicino un uomo di 78 anni accoltella una donna di 33 anni a causa di una lite per un posto auto. A Roma tre studenti insultano e picchiano un anziano per impedirgli di passare vicino a loro. A Milano un ragazzo di colore di 19 anni ucciso a sprangate per aver rubato un pacco di biscotti. Questi solo alcuni degli ultimi episodi di una cronaca quotidiana che scivolano ormai nella comune indifferenza.


Cosa sta succedendo? Il nostro non è più il Bel Paese?
Due killer, violenza e indifferenza, si aggirano indisturbati nelle nostre città.
Chi è il mandante? Quale l’emozione di fondo che le genera?

Una ricerca condotta dal Censis su un campione di 5000 persone di 10 megalopoli del mondo dà Roma come la città con il “più alto tasso di inquietudine esistenziale”.

Roma risulta la città più impaurita, più de Il Cairo, più di S. Paolo.

In effetti la paura appare oggi l’emozione dominante a tutti i livelli, colora i nostri discorsi e indirizza le nostre scelte. E’ come un virus letale, contagiosissimo, che sta attaccando un po’ tutti. Ma cosa genera tanta paura?

Occorre fare una diagnosi e trovare rapidamente una cura adeguata alla gravità della malattia, pena la sopravvivenza della stessa umanità.

Viviamo un tempo di rapidissime trasformazioni che suscita in noi smarrimento, senso di impotenza e perdita di controllo. Non abbiamo più una identità certa, punti di riferimento sicuri.

Ci sembra di essere come allo stato liquido, di vivere come su delle sabbie mobili, come sospesi su una lastra sottilissima di ghiaccio che può spaccarsi da un momento all’altro e farci precipitare in un abisso oscuro e pericoloso. Ci sentiamo fragilissimi, totalmente indifesi.

Tutto questo crea un’ansia libera e una paura generalizzata che cumulata nell’aria fa alzare la temperatura emotiva dell’ambiente che raggiunge così livelli esplosivi, ed esplode appunto nei fatti di violenza che la cronaca quotidianamente registra.

Quando la paura domina il sentire collettivo, infatti, viene meno la necessaria mediazione del pensiero e la paura viene agita immediatamente scaricando su un mostro/nemico esterno tutta la violenza di un’emozione divenuta incontenibile.

Oggi il passaggio all’atto sta diventando la modalità comune di agire; i pensieri, colorati dalle nostre emozioni vengono, sempre più frequentemente, agiti immediatamente senza essere pensati, divenendo sempre più spesso esplosivi.

I gruppi ‘Darsi Pace’ nascono come laboratori di ricerca, tentativo di dare senso al travaglio esistenziale della nostra epoca e accompagnare/assistere nel faticoso parto della nuova umanità che preme per nascere in ognuno di noi.

Nell’esperienza del gruppo la paura, ascoltata in una mente divenuta silenziosa attraverso la pratica meditativa, diventa non più un’emozione angosciante da cui liberarmi immediatamente esplodendo/attaccando, ma l’emozione risanante che mi riporta a casa, alla verità di me stessa, al ‘volto originale’ che ci accomuna tutti.

Quando riesco ad accogliere con un sorriso la mia paura mi rendo conto che ho una paura ma non sono la mia paura, che il mio Io è più ampio della mia paura e può contenerla e dialogare con essa.

Riesco a sentire la voce che dentro mi ripete continuamente “non temere”.

Riesco ad accogliere come un dono la mia paura e sentire cosa vuol rivelarmi di me, dove mi vuole condurre.

Posso riprendere contatto con il mio Vero Sé, e la mia bambina ferita, arroccata nelle sue difese, può sciogliere le lacrime congelate, l’iceberg di emozioni esplosive, ed aprirsi a relazioni di pace.

E questo ricominciando ogni giorno nella fedeltà alla pratica meditativa e al lavoro interiore, per costruire un mondo di pace.

 

 

Hanno Buddenbrook

Hanno

«Questo è il giorno del Signore», disse così piano che tanto più forte suonò la voce del padre che lo interrompeva: «una recita si comincia con un inchino, figlio mio! E poi a voce più alta. Per favore, da capo! “Canto domenicale del pastore”… ».

Era una crudeltà, e il senatore sapeva bene che così toglieva al bambino l’ultimo residuo di sicurezza e di volontà di continuare. Ma il bambino non se lo doveva lasciar togliere! Non doveva farsi mettere in imbarazzo!doveva acquistare fermezza e virilità… «“Canto domenicale del pastore”!…» ripeté inesorabile e incoraggiante…


Ma per Hanno era finita. La testa reclinata sul petto, si teneva spasmodicamente aggrappato al broccato delle portiere con la manina destra, pallida, venata sul polso, che spuntava dalla stretta manica blu scuro alla marinara, ornata da un’ancora ricamata. «Sono solo nei vasti campi», riuscì ancora a dire, e poi fu la fine. […]

«Oh, bel divertimento!», fece il senatore, duro e irritato, e si alzò. «Perché piangi? Ci sarebbe da piangere al pensiero che neanche in un giorno come questo sei capace di trovare l’energia per darmi una gioia. Sei forse una femminuccia? Che sarà di te se vai avanti così? Hai forse l’intenzione di scioglierti sempre in lacrime quando dovrai parlare alla gente? …»

(Thomas Mann, I Buddenbrook, Parte VIII)

Hanno Buddenbrook è l’ultimo discendente dei Buddenbrook, fiorente famiglia della borghesia mercantile tedesca, di cui il romanzo racconta attraverso tre generazioni la progressiva decadenza. La de-composizione. Hanno ne incarna l’epilogo ultimo, attraverso la sua inettitudine, che tanto più poeticamente risalta in quanto diviene icona di un’intera epoca che tramonta, schiacciata dal peso dei suoi riti, dei suoi mascheramenti, dei suoi valori opprimenti. Del resto il cortilegio di falsi valori si era già ridotta nel senatore Thomas Buddenbrook, padre di Hanno, a fragilissima scorza esterna, a maschera esteriore sotto cui si celava una ben più cupa disperazione, un pessimismo che non sapendo confessarsi a sé stesso, infieriva – come nel dialogo riportato – con incredibile crudeltà sul figlio. In Hanno poi esplode, rovesciandosi in morbosa ipersensibilità, autocommiserazione, totale inadeguatezza alla vita. E Hanno ne muore, sotto forma di disfacimento fisico prodotto dal tifo: «Così si manifesta il tifo: la vita chiama con voce inconfondibilmente incoraggiante nei lontani sogni febbrili del malato ardente e smarrito. […]. Ma se sussulta di paura e di avversione sentendo la voce della vita, se quel ricordo, quel gaio e provocante suono, gli farà scuotere la testa e tendere la mano dietro di sé per respingerlo e lo farà fuggire sulla via che si è aperta…no, allora e chiaro, egli morirà.».

Leggo e mi chiedo: che malattia è mai questa, che polarizza in noi le figure di Thomas e Hanno, di padre e figlio, di aguzzino e vittima di noi stessi? Cominciamo con l’accogliere la suggestione di Thomas Mann: questa è una malattia ereditaria, che si tramanda di generazione in generazione, come le maledizioni bibliche, fino a quando, sempre più virulenta, provoca la morte. Con questa malattia, insomma, non si scherza. Perciò la qualità di questa disperazione va capita a fondo, se vogliamo individuare la formula retro virale. Come Hanno, noi siamo “fragilissimi”: oscilliamo tra un nevratile equilibrio esterno difensivo e un’interiorità che lascia spazi sempre più ampi alla malinconia e alla depressione. Siamo, per così dire, una generazione di efficientissimi depressi, dediti di giorno a competere e sgomitare in nome della performance e dell’autoefficacia, in un mondo sempre più esigente e giudicante, e di notte a coltivare incubi di regresso verso il grembo delle nostre madri. Adulti irrigiditi e bellicosi in difesa di bambini rattrappiti nel terrore. Le ricette che vanno per la maggiore acuiscono, ahinoi, il male: non servono devozioni, fondamentalismi antichi e nuovi, brandelli di identità e certezze più o meno novecentesche a cavarci da questi impicci. Nel brano letto, non è forse una preghiera “cristiana” lo strumento di tortura in mano all’aguzzino?

Occorre forse stare in questa crisi. Essere, se possibile, più critici di ogni critica, più scettici di ogni scepsi, più atei di ogni ateismo. Scendere nel luogo stesso dell’assenza di Dio (e della sottrazione dell’Io) che è questa nostra intimità ferita. E in questo risalimento all’origine superare in regressione la psicanalisi, verso contenuti ancora più arcaici dei nostri dolorosi traumi. Lì troveremo il luogo (benedetto) della nostra integrità. Questa è la radice del nostro lavoro. E di ogni cura e (quindi) di ogni spiritualità.

 

La pazienza della crescita

A volte è difficile vedere un’evoluzione nella mia storia personale, una fioritura inscritta nel mio destino.
Anche nella storia dell’uomo sulla terra non sempre è evidente un processo di crescita, o, per lo meno, questo movimento evolutivo è molto lento e misterioso.


C’è la catena del sangue delle generazioni che grava e opprime, c’è tutto l’odio e la violenza del mondo. Di fronte alla realtà penosa e snervante dei miei fallimenti, e anche delle catastrofi storiche e collettive, di fronte alla fatica di mantenere viva la speranza che tutto alla fine andrà per il meglio, imparo a riscoprire il mio essere creatura, a vivere nel raggio di un’alleanza che mi salva.
Rinuncio all’io autonomo e alienato per affidarmi ad uno spirito materno, di consolazione, che accolga la mia fragilità e risani la ferita originaria che mi ha sfigurato, tessendo le fibre carnali di una nuova identità.

 

La fioritura è lenta, e molti mesi
scava la grandine sui tralci
i nervi consumati dal veleno.

Tu non guardare le mille cadute,
la piena del sangue dei padri
rimosso dalle fonti e dalle chiuse
e straripato a valle; tu non guardare
il toro che s’immola, e la platea
d’odio sugli spalti, guarda l’accenno
del primo volo, guarda la faccia
immersa nel lago, o Madre!
rimargina la piaga che m’ha inciso
il petto e putrefatto
il tempio, sanami il lembo
e dalla fibra tua
tessimi un velo
d’acque, a carnagione.

Marco Guzzi, Il Giorno, 1988

Foto di Sara Deledda

Roma 25-29 Marzo – Corso intensivo – la Ri-generazione

Critica e trasformazione delle immagini
di Dio, dell’Uomo, e della Società

Roma – 25-29 Marzo 2009

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Obiettivi e finalità dell’incontro

In questi decenni si stanno modificando tutte le nostre concezioni intorno a Dio e all’essenza dell’Uomo. Risulta perciò determinante comprendere che ad ogni immagine di Dio che ci facciamo, compresa quella ateistica, corrisponde una forma di umanità che sviluppiamo in noi, ed anche una modalità di relazione sociale.
Il corso si prefigge di mostrarci quali immagini, anche inconsce, di Dio ci blocchino nel nostro processo di liberazione e ci mantengano in uno stato di paura e di soggezione.
La nuova umanità, che a fatica sta emergendo sul pianeta terra, fiorisce e si rafforza soltanto se ci affidiamo all’amore incondizionato di un Dio che è in noi.


Metodologia

Nel seminario seguiremo la metodologia integrata utilizzata nei corsi regolari che si svolgono presso l’Università Salesiana di Roma.
Questo metodo è illustrato nei due manuali: M. Guzzi, Darsi pace – Un manuale di liberazione interiore, Ed. Paoline 2004, e Per donarsi – Un manuale di guarigione profonda, Ed. Paoline 2007.
La base teorica del lavoro è invece raccolta nel volume di M. Guzzi, La nuova umanità – Un progetto politico e spirituale, Ed. Paoline 2005.

Programma del seminario

Mercoledì 25 marzo 2009

18 Arrivo e sistemazione
18.30 Meditazione introduttiva
20.45 Presentazione del seminario:
Come è Dio così sono io

Giovedì 26 marzo 2009

9.15 Teologie inconsce e forme distorte dell’io
Meditazione guidata, insegnamenti ed
esercizi di autoconoscimento
16 Lavori di gruppo
17 Condivisione in assemblea
20.45 Incontro di fine giornata

Venerdì 27 marzo 2009

9.15 Il Dio persecutore e il Dio assente
Meditazione guidata, insegnamenti ed
esercizi di autoconoscimento
16 Lavori di gruppo
17 Condivisione
20.45 Meditazione poetica:
L’esperienza poetica come dialogo tra l’uomo e Dio

Sabato 28 marzo 2009

9.15 L’amore incondizionato come cuore della nuova umanità
Meditazione guidata, insegnamenti ed
esercizi di autoconoscimento
16 Lavori di gruppo
17 Condivisione

Domenica 29 marzo 2009

9.15 L’io ri-generato sovverte il mondo della paura
Meditazione guidata, insegnamenti ed
Esercizi di autoconoscimento


Avvertenze

E’ possibile partecipare al Seminario secondo due modalità: come residenti e come pendolari.

Quota residenti: Euro 150 più 40 di iscrizione.
Quota pendolari: Euro 40 di iscrizione più 30 per uso casa.
Costo singolo pranzo: Euro 15.

Per effettuare l’iscrizione è sufficiente telefonare, inviare un fax o una mail
Presso la sede del corso.

Sede:
Centro di Spiritualità “Mater Ecclesiae”
Via Pineta Sacchetti – Roma
Tel. 06.3017936
\n mater.eccl@tiscalinet.it

Il Centro “Mater Ecclesiae” si raggiunge dalla Stazione Termini con Metropolitana linea “A” in direzione Battistini, fino a Valle Aurelia., quindi con treno urbano FS per Viterbo o Cesano o Bracciano, scendendo alla fermata Gemelli.


10-13 luglio – Eupilio (CO) – Corso Intensivo: Verso una vita illimitata – Preparare la mente all’azione

Preparare la mente all’azione

Eupilio (Co) 10-13 luglio 2009

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Obiettivi e finalità

Il corso si propone di approfondire il significato del lavoro interiore come liberazione per l’azione nel mondo.

Viviamo in una fase storica in cui i moti profondi dell’anima e la rappresentazione dominante del mondo sembrano irrimediabilmente scissi e separati tra loro.

Solo un profondo lavoro interiore, nutrito di autoconoscimento e di pratiche meditative, potrà donarci la forza necessaria per dare un nuovo orientamento non solo alla nostra esistenza, ma alla stessa storia del mondo.

In tal senso risulta urgente una comprensione nuova e una comparazione tra i metodi meditativi di origine orientale e la preghiera cristiana.

 

Sede: Casa di Riti spirituali dei PP. Barnabiti – Eupilio (Co)
Tel. 031.655602


Prima meditazione – Fluidifichiamo la nostra mente

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Il lavoro trasformativo autentico implica, ogni volta che lo si intraprende (e quindi ogni giorno o più volte al giorno), una fase preparatoria, e cioè una preventiva fluidificazione della sostanza della nostra anima, che è invece ordinariamente contratta e indurita, in quanto solo ciò che venga reso almeno in parte malleabile può poi essere riplasmato. Inoltre la penetrazione entro le dimensioni più profonde del nostro essere non può che essere graduale ed in un certo senso preparata.


Quante volte, al contrario, ci sentiamo estraniati durante una conferenza, o anche durante una celebrazione liturgica. Veniamo infatti violentemente gettati entro un linguaggio complesso o un evento così particolare senza alcuna preparazione, per cui il più delle volte dobbiamo compiere un paradossale atto interno di scissione da noi stessi, per continuare a seguire un discorso finalizzato magari alla nostra più integrale unificazione. Tutto ciò dipende da un secolare processo di intellettualizzazione della dimensione spirituale, ed in genere del sapere e di tutte le forme della sua trasmissione, in base alla quale si ritiene che qualunque cosa possa essere subito appresa se ne comprendiamo il concetto. Questo processo di astrazione mentale e di disincarnazione della conoscenza è compiuto ormai, è cioè del tutto esaurito, e non possiede più alcun radicamento nel cuore vivente dell’uomo, né alcuna possibilità di ulteriore sviluppo; eppure facciamo ancora molta fatica a liberarci dalle sue illusioni, e dalle sue infantili presunzioni. In realtà, affinché le parole possano agire veramente su chi ci ascolta, senza scivolare via come una sterile pioggia su un’anima impermeabile, la sostanza indurita della sua anima dev’essere prima lavorata almeno un po’, ammollata, in un certo senso dev’essere prima liquidata. La liquidazione della nostra mente egoica, e delle sue strutture psichiche irrigidite, è in realtà l’atto prioritario e continuo di ogni processo trasformativo, in quanto pone fine ogni volta all’apparente perentorietà di questo mondo.

 

  • Chiudiamo adesso gli occhi. Dolcemente. Docilmente. Possiamo sempre utilizzare per le nostre meditazioni una musica rasserenante, che non ci distragga però, ma favorisca e anzi intensifichi la nostra quiete interiore. Curiamo lo spazio ed il tempo del nostro lavoro. Custodiamolo con cura e amorevolezza. Assumiamo dunque una posizione seduta comoda e rilassata.. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Cerchiamo solo di poggiare bene, preferibilmente sul bordo anteriore della nostra sedia, in modo che il bacino costituisca una base solida che permetta al nostro tronco di aprirsi e al nostro torace di respirare in libertà. Ma tutto ciò senza rigidezze e senza prodezze. Lasciamo che sia il nostro respiro naturale a plasmare una posizione adeguata, lasciamoci plasmare con flessibilità, adattiamoci ai segnali che ci invierà il nostro corpo. Abituiamoci ad ascoltarli. E concediamoci per tre o quattro minuti di essere semplicemente qui dove ci troviamo, in questo momento, senza fretta, senza attese, senza aver nulla da fare se non lasciarci respirare, così come viene, e rilassarci.
  • Godiamo del venire e dell’andare del nostro respiro. Godiamo della sua spontaneità. Il respiro, come la vita, viene da solo, non dobbiamo produrlo noi, né forzarlo, né modificarlo in base alle nostre pretese. Gustiamo questo fluire spontaneo della vita dentro di noi, e dilatiamo così piano piano lo spazio interiore, sempre più fluido, morbido, pacificato, prepariamo il terreno su cui potranno prodursi tutte le miracolose trasformazioni del nostro essere.
  • (Se lavoriamo in coppia o in gruppo proviamo a darci le mani. Sentiamo il nostro essere noi stessi e al contempo il nostro essere in relazione con gli altri. Nessuno di noi è speciale o diverso. Proviamo a dircelo : io non sono diverso dagli altri ; ognuno di noi è un viandante in cerca della verità e della pace. Noi siamo qui per aiutarci, e la circolarità della relazione dà energia e forza al nostro impegno.)
  • Incominciamo adesso ad osservare, nel clima più pacificato della nostra mente, tutti i moti interiori che insorgeranno. Lasciamoli tranquillamente emergere, senza giudicarli. Permettiamoci di sentire quello che sentiamo, senza censurarlo subito. Può essere utile, almeno all’inizio, dirci interiormente in modo esplicito: adesso sto pensando questo, adesso sto sentendo, percependo etc. questa determinata cosa, e la lascio andare.
  • Emergeranno forse dubbi, fastidi, immagini di persone, paure, critiche o altro. Qualsiasi cosa venga fuori, noi la accogliamo con simpatia, senza però lasciarcene trascinare. Osserviamo, sorridiamo, accogliamo, ma poi lasciamo andare.
  • Ora possiamo provare a scendere ancora più in profondità, e ci aiuteremo sorridendo interiormente ad ogni inspiro, e abbandonandoci dolcemente ad ogni espiro. Il ritmo diverrà a poco a poco sempre più quieto e costante : sorrido inspirando/ mi abbandono espirando. Quando emergeranno in noi altri pensieri o emozioni, distrazioni comunque di qualsiasi tipo, noi proseguiremo nell’esercizio di prima, sorridendo però, e cioè accogliendo con simpatia il disturbo, riconoscendolo bene, e poi abbandonandolo. Impariamo così a riconoscere ciò che si anima dentro di noi, ma a non identificarci subito con esso, a non afferrarci ad ogni oggetto interiore, a non trattenere niente. Questo esercizio approfondirà la fluidificazione della sostanza della nostra anima. Sperimenteremo infatti come possano dissolversi facilmente i nostri pensieri, se impariamo a non donare loro la forza della nostra identificazione, a non farli cioè subito nostri. Sentiremo così che dentro di noi tutto può scorrere più dolcemente se io decido di non afferrarmi a niente. E impareremo a gustare il senso di profonda libertà e al contempo di pace che questo lasciar fluire espande dentro di noi.
  • A queste nuove profondità proviamo a percepire l’onda emotiva della vita che ci attraversa proprio ora. Sentiamola nel suo complesso come una sorta di corrente che trascorre dentro di noi. Essa è probabilmente ancora indistinta, raccoglie molte emozioni magari contraddittorie. Non fissiamola in un sentimento preciso, non diamole alcun nome, non tratteniamola come se fosse qualcosa di solo nostro. Lasciamo invece che questa onda emotiva, questo torrente misterioso fluisca attraverso di noi : inspirando ricevo l’acqua della vita ed espirando la cedo, la lascio andare, e scorrere (se lavoro con altri questo ricevere e poi cedere all’altro può acquistare un senso ancora più concreto attraverso il contatto delle mani).
  • L’onda della vita fluisce attraverso di noi, adesso, e io sono presente e sperimento in questo essere presente un intimo sollievo: sorrido/mi abbandono: questo è un momento meraviglioso.
  • Osserviamo adesso le nostre eventuali resistenze : vogliamo forse controllare troppo la situazione? Insorgono in noi sentimenti di superiorità o dubbi o pensieri scettici o critici o denigratori? In che modo cioè in questo momento stiamo tentando di separarci dall’onda presente della vita? Abbiamo poi forse difficoltà a riceverla ? o abbiamo più paura di cederla ? e di che cosa abbiamo veramente paura quando dobbiamo ricevere e quando dobbiamo lasciare andare? Riusciamo ad individuare una qualche specifica paura che ci impedisca adesso di abbandonarci più pienamente al gioco del dare e del ricevere? Avvertiamo forse contrazioni nel corpo? e dove sono eventualmente localizzate? Osserviamo
    ogni cosa con calma e con serenità, e poi lasciamo andare. Interroghiamoci con estrema dolcezza, e ogni resistenza o paura che riconosceremo accogliamola sempre con il nostro sorriso interiore, e impariamo a cedere ancora un po’ proprio lì dove resistiamo di più.
  • Più ci rilasceremo in questo modo, rinunciando a trattenere e a controllare il gioco, e più si dilaterà in noi uno spazio fluido di maggiore quiete, in cui anche le nostre paure o le nostre negatività potranno sciogliersi più facilmente.
  • Continuiamo a tornare sempre daccapo e lungo tutto il nostro esercizio alla consapevolezza del ritmo fisico del nostro respiro, associandovi l’attitudine interiore del sorrido/ mi abbandono, finché l’onda di tutte le energie della vita, sempre più fluidificata, non avrà incominciato a donarci un senso crescente di pacificazione e di gioia. Allora potremo sentire di essere entrati un po’ di più nello spazio della nostra trasformazione e quindi di esserci aperti a quelle dimensioni in cui per davvero si sciolgono gli antichi icebergs del nostro dolore e scorrono le acque della vita nuova.

    Il forte vento della trasformazione

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    Formare alla trans-formazione nel tempo dell’emersione della nuova umanità

    1. Prima di entrare nel merito della ricerca che stiamo portando avanti nei nostri gruppi di trasformazione personale, e delle motivazioni che la hanno avviata, credo sia necessario comprendere lo scenario storico in cui si inscrive la nostra sperimentazione. Non possiamo, in altri termini, intuire il significato autentico dell’attuale crisi generale di ogni tipo di itinerario formativo (dalla famiglia alla scuola fino alla catechesi di ogni livello), e la conseguente necessità di profonde innovazioni, se non approfondiamo la comprensione del passaggio storico-antropologico che stiamo vivendo.


    Questa transizione epocale infatti sta mettendo in fibrillazione i contenuti storici di tutte le nostre identità su tutto il pianeta: essere maschi o femmine, laici o cristiani, buddisti o musulmani, di sinistra o di destra, italiani, europei o planetari, medici, preti, poeti, suore o casalinghe. Per cui non possediamo più modelli del tutto predeterminati da riprodurre negli itinerari formativi, e la pedagogia è sollecitata a cambiare completamente senso: da riproduzione di modelli stabilizzati del passato a maturazione di identità capaci di mutamento, e cioè di ri-generare quei modelli. Siamo cioè provocati a sviluppare una formazione alla trans-formazione. E quanto questo sia prossimo ad una formazione autenticamente cristiana è evidente, se pensiamo che l’identità cristiana è per sua natura un esodo da sé, un pellegrinaggio, un dono che ci si rivela di giorno in giorno, una continua trans-figurazione appunto, e quindi tutto il contrario di un qualche possesso statico di sé e della (propria) verità. Anche se nella nostra storia cristiana bimillenaria non abbiamo certo dato sempre testimonianza di questa umiltà iniziatica, che sa che la vita, e quindi l’identità, la guadagniamo solo se sappiamo perderla ogni giorno nel continuo mutamento, nella faticosa e sempre più profonda meta-noia…
    L’attuale mutazione antropologica verso una umanità intrinsecamente nomadica, viatica, "liquida", e trans-formativa, manifesta perciò, tra tanti aspetti evidentemente caotici e distruttivi, anche caratteri profondamente spirituali, e provoca il cristianesimo storico a rivedere le proprie prassi formative alla luce di quel fermento iniziatico/metamorfico, di quella smobilitazione degli assetti mentali arcaici, che emerge direttamente dalla storia del pianeta. Così la tradizione cristiana è chiamata a riconiugarsi con le dinamiche di mutamento (tipicamente moderne) da cui si era divorziata, e che pure le appartengono, mentre la spinta tutta moderna alla trasformazione ritrova la sua giusta direzione, la sua più autentica tradizione, il grembo da cui ha sempre tratto le sue energie migliori. Tradizione cristiana e mutamento/modernità scoprono così, provocandosi e purificandosi a vicenda, di essere nel profondo la stessa cosa, la stessa storia, come ha precisato anche Benedetto XVI nel suo discorso a Subiaco, poco prima della sua elezione al pontificato: "l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di stato. (…) Il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato questa profonda corrispondenza tra cristianesimo ed illuminismo, cercando di arrivare ad una vera conciliazione tra Chiesa e modernità, che è il grande patrimonio da tutelare da entrambe le parti. Con tutto ciò, bisogna che tutte e due le parti riflettano su se stesse e siano pronte a correggersi."

     

    2. Il nostro tempo è attraversato dunque da un anelito crescente alla trasformazione, anche se in parte questo fortissimo desiderio viene rimosso, compresso dentro di sé, o soddisfatto in forma alienante nei tanti mutamenti superficiali di vita, di appartamento, di canale televisivo, o di partner, oppure nelle sempre più paranoiche migrazioni turistiche di massa. In ogni caso il cambiamento sembra essere divenuto l’unica modalità possibile per sopravvivere, sia come individui che come realtà storiche o istituzionali. Questa centralità del dinamismo e della metamorfosi connota in realtà l’intera storia moderna, a partire dalla rivoluzione copernicana, e assume velocità crescente, fino ai vortici del XX secolo. Anche la Chiesa cattolica, durante il Concilio Vaticano II, prese atto, per la prima volta in modo positivo, di questa emersione di un’esperienza mutevole di ogni tipo di ordine (da quello cosmico a quello mentale o politico): "il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine, a una concezione più dinamica ed evolutiva".(Gaudium et Spes n.5g) Ma siamo ancora molto lontani dal comprendere appieno il senso di svolta antropologica, e cioè di reale e drammatico passaggio da una figura di umanità ad un’altra, dell’intero e ambiguissimo ciclo della modernità, che nei nostri anni viene a compiersi e potrebbe così rivelare tutta la potenza rivoluzionaria e la direzione evolutiva che lo attraversano, nella misura in cui però saprà autointerpretarsi come un’epoca decisiva della storia della nascita della nuova umanità inaugurata da Cristo. Qui naturalmente non mi posso soffermare sui molteplici aspetti di questa soglia di fine/inizio, su cui d’altronde si sono concentrate tutte le ricerche più avanzate del XX secolo . Ciò che potremmo dire in estrema sintesi è questo: la figura di umanità, centrata sull’ego unilateralmente razionalistico, su quel modello di io che autofondandosi pretende di dominare la realtà (e quindi gli altri), a partire da una sua conoscenza oggettivante, e cioè l’io per sua natura separativo e quindi bellico, che trova la sua maturazione proprio nei secoli della modernità, scopre i propri limiti e tracolla al culmine del proprio trionfo storico-planetario.

    Questo rovesciamento dell’ego proprio all’apice della sua potenza tecnica si manifesta con evidenza estrema nei mutamenti definitivi che hanno sconvolto il fenomeno della guerra: dopo the great new fact, come lo definì Churcill, e cioè dopo l’esplosione atomica di Hiroshima, che portò la potenza distruttiva umana fino a mettere a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza, la guerra, come fondazione egoica di tutte le civiltà finora conosciute, è divenuta semplicemente impossibile, fredda appunto, perdendo progressivamente ogni legittimazione morale, oltre ad ogni aura retorica. La fine della guerra come fondamento coesivo delle civiltà è un evento antropologico del tutto nuovo sulla terra che segnala appunto un transito antropologico-culturale.

    3. L’io cristiano-occidentale durante il XX secolo ha vissuto la propria trionfale saison en enfer, e, se non comprendiamo di essere ancora dentro questo moto di cata-strophè rigenerativa, rischiamo di sbagliare completamente diagnosi e terapie anche nella ideazione di itinerari formativi idonei a favorire l’emersione di quella nuova umanità che preme in ognuno di noi e nel grembo turbolento della storia. In ogni ambito della ricerca umana in realtà l’io ego-centrato ha vissuto il proprio mercoledì delle ceneri: dal pensiero anti-oggettivante e quindi trans-egoico di Heidegger alla relativizzazione dell’autocoscienza egoica da parte della psicoanalisi di Freud e di Jung, dalla crisi del progetto di oggettivazione scientifica della realtà in Heisenberg fino a Io è un altro di Rimbaud e alla pittura trans-rappresentativa e post-egoica di Kandinskij o di Klee. Quella modalità monologante di essere umani ponendosi al centro del discorso (e quindi della rappresentazione del mondo) si manifesta come sterile ormai, e capace di produrre solo effetti insostenibili. Durante il 900 l’io ego-centrato infatti si rivela come un principio generatore di insostenibilità, sia a livello di vita personale che a livello del processo di unificazione planetaria in atto. Anzi dovremo imparare a leggere l’intero XX secolo come l’Apocalissi dell’Egoità appunto come principio genetico di ciò che in realtà non si può più sostenere, di un mondo non più umanamente abitabile.

    4. Il crescente bisogno di trans-formazione che riscontriamo in vario modo nella nostra umanità contemporanea va perciò quali
    ficato, e letto in un duplice registro: da una parte come segnale di un malessere sempre più insostenibile (vogliamo cambiare perché stiamo sempre peggio), ma dall’altra anche come segno di una nuova possibilità di essere umani che oscuramente intuiamo crescere e premere dentro di noi (vogliamo cambiare perché percepiamo sia pure vagamente una vita più piena, più umana, che preme in noi per esprimersi). E queste due motivazioni vanno a loro volta comprese come segni di una svolta antropologica, tutta da capire tra l’altro, che comunque ci spinge a trans-figurare i lineamenti della nostra umanità, dando nuova attualità e pregnanza storica ed esistenziale al mistero trans-figurativo della divino-umanità di Gesù Cristo.

    Integrare e convertire le formazioni culturale, psicologica, e spirituale

    1. Questo fu il quadro teorico entro il quale sono nati i nostri gruppi. Ma, a livello personale, il cuore di tutto questo lavoro è più che altro un anelito fortissimo a trans-formarmi, un’esigenza oscura e incoercibile di mutazione liberante, e di visione nuova della realtà, che è cresciuta fin dall’inizio della mia esperienza umana e poetica e dei miei sforzi di interpretazione teorica di quella esperienza. E’ questo anelito a rinascere nuovo che ho poi ritrovato nelle mie sorelle e nei miei fratelli contemporanei, così come in tutti gli autori che ho amato, e in tutte le ricerche che mi convincevano, in quanto veramente pregne di futuro. Ed è questo medesimo fuoco rigenerativo radicale che ho riconosciuto anche come il cuore stesso della buona notizia di Cristo: Sì, stai rinascendo, l’umanità sta partorendo a fatica una figura più libera di se stessa, una figurazione divino-umana, affrancata per sempre dalla paura, dall’odio, e dalla morte. Io sono cristiano essenzialmente per questo: in quanto il Cristo Gesù dei Vangeli mi spiega l’anelito che è iscritto nella mia carne, parla la lingua che parlo anch’io dalle fibre più sensibili del mio cuore, mi aiuta cioè a comprendere che cosa sto vivendo, quale fuoco mi infiamma e mi guida, e che cosa sta succedendo sul pianeta terra in questo tempo così entusiasmante e faticoso. Essere cristiani oggi mi pare significhi proprio riconiugarsi fino in fondo con la storia concreta personale e planetaria, per comprenderne da dentro il senso evolutivo e salvifico, il senso natalizio, e così testimoniarlo in modo credibile, laico, senza alcuna retorica o prepotenza sacrale.

    2. Per molti anni avevo cantato poeticamente e descritto in tanti libri, seminari, conferenze, e trasmissioni radiofoniche, i passaggi di quella trasformazione che sentivo urgere in me e nella storia collettiva; ma sempre più spesso le persone mi dicevano: sì, è molto bello quello che dici, lo sentiamo vero, sentiamo che ci riguarda profondamente, ma che cosa dobbiamo fare? Come possiamo favorire questo processo interiore? Come possiamo collaborare alla nostra nascita come uomini e donne trans-egoici? E allora, in seguito ad una profonda crisi personale che mi riportò ancora più radicalmente nella mia povertà, osai gettarmi nell’avventura, e avviai la sperimentazione dei nostri gruppi, per condividere umilmente una liberazione di cui io per primo ho assoluto bisogno.
    La prima esigenza metodologica che emerse fu quella di tentare costantemente una semplicità di 2° grado. Mi sembra cioè determinante distillare moltissimi elementi conoscitivi che ci arrivano dalla filosofia, dalla spiritualità, dall’arte, dalle psicologie, e dalla scienza contemporanee, ma è altresì importante poterne trasmettere solo l’essenza, l’estratto appunto, solo ciò che è davvero funzionale alla trasformazione, evitando ogni specialismo, ogni linguaggio tecnico, ogni perdita di tempo cioè, e parimenti ogni superficialità o pressappochismo. Questo è uno sforzo primario dei nostri gruppi: la parola che ci aiuta nella trans-formazione è sempre e solo quella che incarna, porta con sé fisicamente anche se poveramente tutta la potenza di ciò di cui pretende di parlare: è solo il Nascente in noi, potremmo dire, che è poi l’erede universale di tutta la storia della terra, che può aiutarci a nascere parlando nella semplicità di 2° grado che viene a volte balbettando dal nostro cuore indifeso, dopo che tutti i discorsi troppo filati del nostro ego siano stati interrotti e messi a tacere. Il meth-odos perciò, e cioè (in base al senso etimologico della parola) il modo per restare sempre sulla via (della trans-formazione), è il continuo ritorno all’ascolto del cuore nella sua sorgività libera, nella sua vulnerabilità, e quindi nella sua più autentica poeticità, come fonte cioè di una parola inedita e rara, di una parola più grande di me che però si incarna proprio nel mio povero italiano rendendolo capace di irradiare la luce e la sapienza del Nascente. E’ questa cordialità profetica che alimenta d’altronde le relazioni fraterne in cui la nostra nuova umanità vuole esprimersi e proliferare.

    3. L’elemento più specifico dei nostri gruppi consiste però nel tentare di integrare tre livelli formativi che normalmente sono scissi tra di loro: quello culturale, quello psicologico, e quello spirituale. E’ proprio lo sforzo della loro integrazione che mi sembra favorisca il processo di trans-formazione e di nascita che stiamo attraversando. Va poi detto che la loro integrazione implica e determina una loro profondissima conversione. Ad esempio la formazione culturale, come abbiamo già detto, viene convertita affinché si purifichi di tutto ciò che non è funzionale al processo trans-figurativo in atto; e questo avviene chiedendoci reiteratamente: che cosa non appartiene alla nostra umanità nascente (e quindi in definitiva alla verità messianica del Vangelo) nelle forme dominanti della nostra cultura? Nella nostra letteratura e filosofia e teologia e catechesi e politica e comunicazione di massa e giornalismo e arte? Che cosa non è affatto nascente, ma in realtà è morente, e cioè appartiene alla vecchia umanità bellica in stato terminale, nelle stesse forme del nostro cristianesimo storico, nei vari divorzi tra le chiese, nelle pretese di egemonia o di possesso di verità assolute, nei nostri linguaggi teologici e liturgici, nelle nostre università pontificie, nei nostri corsi di formazione, nelle nostre prassi ecclesiali quotidiane, e così via? La formazione culturale implica cioè un continuo discernimento, una critica spirituale, una specie di giudizio universale su tutto il patrimonio culturale della terra che arriva fino al punto natale in cui ci troviamo.
    Anche la formazione psicologica alla trans-formazione richiede una profonda conversione, sia nel senso personale, e cioè attraverso l’indagine continua su ciò che in me resiste e si oppone al mutamento; ma anche nel senso di una rigorosa valutazione di quali pratiche psicoterapeutiche siano realmente funzionali al transito antropologico in atto, e quali invece siano addirittura ritardanti o ostruenti. Ed infine la stessa formazione spirituale è chiamata a convertirsi, e anch’essa sui due livelli: da una parte ogni persona in trans-figurazione deve trovare una inedita centralità contemplativa nella propria esistenza, e cioè deve porre al centro del proprio dinamismo trasformativo il mistero sempre più sperimentato della propria ri-generazione in atto; e dall’altra siamo chiamati a valutare anche qui quali pratiche spirituali, quali forme di preghiera, di meditazione, e di contemplazione ci aiutino realmente a entrare nel mistero della nascita dall’alto (Gv 3,3), e quali invece appartengano ad epoche psicologico-cul
    turali ormai superate. E’ chiaro d’altronde, come si diceva, che è proprio il difficile processo di integrazione tra i tre livelli che ci aiuta a compiere le giuste conversioni. E’, ad esempio, una assimilazione corretta dei fermenti culturali evolutivi del XX secolo che ci consente di vedere con lucidità ciò che nelle attuali forme catechistiche (ma anche liturgiche) non corrisponde più alla maturazione spirituale dell’umanità contemporanea. E viceversa una conoscenza approfondita della sapienza spirituale, sia cristiana che yogica o zen, ci può facilmente mostrare sia gli eccessi narcisistici e falsamente spiritualistici di tanta cultura novecentesca, sia i limiti e le miopie di molte teorizzazioni e pratiche psicologiche.

    4. Vorrei soffermarmi adesso un momento proprio sull’integrazione tra pratiche spirituali e lavoro psicologico. Nei nostri gruppi tentiamo di favorire il processo di liberazione interiore operando su due poli fondamentali. Da una parte tentiamo di approfondire l’esperienza della pacificazione interiore e dell’ascolto del cuore, e quindi di quel fondo libero del nostro essere che ci si rivela come dimensione dello Spirito, in cui la nostra nuova umanità fiorisce ri-figurandosi ad immagine dell’Uomo-Dio (2Cor 3,18), e questo mediante varie meditazioni guidate e letture della Parola di Dio, che si aprano al dialogo personale con il Signore. Mentre dall’altra lavoriamo per individuare sempre meglio la genesi familiare delle nostre distorsioni egoiche e quindi le aree semiconsce o inconsce in cui queste distorsioni continuano ad operare. Ora questi due poli operativi collaborano splendidamente al processo rigenerativo, in quanto più ci imbeviamo dello Spirito dell’Amore, godendo dei suoi stati di quiete e di illuminazione, e più siamo in grado di riconoscere con chiarezza le nostre distorsioni più occulte; e parimenti più dipaniamo l’intreccio delle nostre paure, dei nostri mascheramenti, e delle nostre forzature, e più Luce Divina può emergere dalle profondità del nostro essere operando i miracoli della nostra guarigione. Il lavoro psicologico serve cioè ad approfondire il processo di conversione/confessione fino ad aree psichiche che raramente venivano toccate, svolgendo così il ruolo di funzione purificativa (di tutte le sue frequenti distorsioni egoiche) dell’esperienza di fede. Mentre la fede cristiana rivela il senso messianico-epocale dell’emersione delle stesse ricerche psicologiche del XX secolo, dando loro così una precisa direzione. Questa integrazione tra pratiche spirituali e lavoro psicologico mi sembra perciò uno dei fenomeni centrali del transito antropologico-culturale in atto, per cui sempre più chiaramente rivelano e riveleranno la loro inadeguatezza sia le formazioni spirituali prive di sapienza psicologica, che spesso servono solo a rinforzare le personalità egoiche terminali sotto forma di rinserramento difensivo di stampo fondamentalistico; sia i trattamenti psicoterapeutici che ignorino o credano di poter mettere tra parentesi la direzione e il senso finale dei travagli delle donne e degli uomini che oggi vivono e patiscono la loro transizione trans-egoica. Dobbiamo comunque dire che questo lavoro di integrazione sarà lungo e complesso, opererà profonde trasformazioni, e coinciderà in definitiva con la gestazione della nuova cultura dell’umanità nascente, di questa figura di umanità che proprio trans-figurandosi impara a costruire con tutti i fratelli e le sorelle terrestri relazioni di pace.


    Il primo passaggio: dall’io ego-centrato all’io in conversione

    1. Se dunque ci troviamo nel mezzo di un passaggio di figura antropologica, da una umanità tendenzialmente ego-centrata ad una trans-egoica e quindi post-bellica, ognuno di noi avrà dentro di sé una specifica configurazione ego-centrata in fase terminale da riconoscere sempre più profondamente per lasciarla appunto trans-figurare. Ognuno di noi possiede cioè, e in un certo senso è un personalissimo io ego-centrato che deve trans-formare la propria forma mentis rinnovandola nello Spirito della nuova umanità nascente (Rm 12,2): "Se tutta la realtà antropo-cosmica (umana e mondiale al contempo) sta passando di figura : dall’Ordine dell’Ego al Regno di Dio, ognuno di noi, in quanto immagine-miniatura-cellula di questa trans-figurazione, avrà ancora dentro di sé una figura specifica di egoità terminale, una propria maschera egoica ben precisa anche se complessa, un io ego-centrato contratto, disperato e pieno di paura, che si è andato formando e consolidando attraverso le specifiche prove, gli specifici traumi, subiti preminentemente (ma non solo) negli anni della propria infanzia. La transizione epocale diventa a quel livello il mio problema psichico personale, la mia peculiarissima scissione interiore, la mia concretissima nevrosi. La cognizione del passaggio antropologico in atto non mi esime cioè dal lavoro personalizzato sui miei problemi specifici, ma anzi mi spinge ad impegnarmi in esso con tutto me stesso, illuminandolo di nuova luce. Posso sentirmi cioè rinforzato e confortato nel mio lavoro psicologico-spirituale, se sono consapevole del fatto di partecipare ad un grandioso processo universale di liberazione che ha in Dio la sua guida presente e incarnata. Io sono però comunque chiamato a riconoscere in me e a smobilitare progressivamente (con l’aiuto dello Spirito trans-figurante) la mia specifica figurazione egoico-nichilistica terminale che continua a resistere alla trasformazione e ad irrigidirsi nelle proprie menzogne."(Darsi Pace pag. 83)

    2. Ora descriveremo in estrema sintesi i passaggi fondamentali di questa trans-formazione degli stati del nostro io, tenendo presente che nel processo concreto della nostra meta-noia noi oscilliamo continuamente tra questi diversi stati, ricadendo spesso nelle nostre tenebre egoiche, ma sempre protendendoci verso lo stato della nostra più piena realizzazione, in cui il nostro io vive la propria figliolanza da Dio, e cioè la vita eterna che in Cristo gli viene donata. Non sussiste perciò una linearità cronologica, quanto piuttosto una pendolarità tra stati opposti, in quanto, come abbiamo già detto, è proprio la forza degli stati più spirituali e unificati che ci consente di approfondire il processo del nostro autoconoscimento psicologico fin dentro gli abissi dei nostri inferi.
    Il primo movimento di questo processo consiste dunque nel riconoscere che noi ci troviamo innanzi tutto e per lo più in uno stato distorto e fallace, in uno stato di cattività (prigionia/cattiveria), che appunto definiamo io ego-centrato (cfr. la figura in DP35), e che Heidegger descrive così, attualizzando antiche conoscenze spirituali: "L’Esserci è, innanzi tutto, sempre de-caduto da se stesso come autentico poter-essere, e deietto nel ‘mondo’. Lo stato di deiezione presso il ‘mondo’ equivale all’immedesimazione nell’essere-assieme dominato dalla chiacchiera, dalla curiosità e dall’equivoco." "Innanzi tutto ‘io’ non ‘sono’ io nel senso del me-stesso che mi è proprio, ma sono gli altri nella maniera del Si. E’ a partire dal Si e in quanto Si che io, innanzi tutto, sono dato a me stesso. Innanzi tutto l’Esserci è il Si, e per lo più rimane tale. Se l’Esserci scopre autenticamente il mondo e vi si inserisce, se apre se stesso al suo essere autentico, esso realizza sempre questa scoperta del ‘mondo’ e questa apertura dell’Esserci sotto forma di rimozione dei velamenti e degli oscuramenti e come chiarificazione delle contraffazioni con cui l’Esserci si rende prigioniero di se stesso."
    Riconoscendomi in uno stato di alienazione di partenza io compio dunque ogni volta il primo passo della mia trans-formazione, ed entro così in con
    versione.
    Nello stato dell’io in conversione noi rivolgiamo la nostra attenzione alle strutture psichiche stratificate che danno consistenza alla nostra egoità. Non ci proiettiamo più solo verso gli oggetti esterni, cercando fuori di noi e negli altri le cause delle nostre sventure, ma iniziamo piuttosto ad analizzare come siamo veramente fatti, al di là delle illusioni, e degli autoinganni del nostro ego.
    Qui siamo chiamati ad utilizzare anche alcuni strumenti psicoanalitici, ed alcuni esercizi autoconoscitivi molto semplici ma anche molto efficaci, per comprendere come e quando e perché nella nostra vita personale abbiamo finito (almeno in parte) per alienarci, per difenderci dalla vita e dagli altri, proprio in quel determinato modo. Questo lavoro tende a rispondere a domande del tipo: Perché ho dato vita ad una determinata struttura egoica di autodifesa sotto forma, ad esempio, di accondiscendenza forzosa o di ribellione alle autorità o di competenza e leadership o di falso distacco e di superiorità "spirituali"? Quali ferite ho subito? Quali bisogni primari non sono stati soddisfatti nella mia primissima infanzia costringendomi a cercare compensazioni narcisistiche di vario genere? Quali ingiunzioni a non essere un bambino, a non essere me stesso, a non esprimere i miei sentimenti, o semplicemente a non esistere mi furono comunicate, spesso neppure verbalmente? Quali invasioni della mia identità o quali rifiuti della mia persona mi hanno deformato? E quali strategie di sopravvivenza ho incarnato forzando e violentando i tempi della mia crescita?
    Questa ricerca dura probabilmente per tutta la vita, ma certamente per alcuni anni svolge un ruolo fondamentale, e richiede un lavoro personale molto serio, sostenuto dalle condivisioni di gruppo e anche da incontri personali con chi ci sappia accompagnare e facilitare la via lungo il processo autoconoscitivo.

    3. L’io in conversione, studiando la genesi e quindi le configurazioni della propria specifica egoità alienata, finisce a volte per riconoscere le proprie più sottili e pericolose distorsioni proprio negli ambiti esistenziali in cui magari credeva di esprimere il meglio di sé. Comprende, per esempio, quanto ego e quanto infantilismo ci siano spesso proprio nelle nostre aspirazioni culturali e spirituali, quanta difesa di immagini di perfezione ci sia nei nostri bisogni spiritualistici, quanta spaventosa incapacità di amare, di toccare, di abbracciare corpi reali, quanto terrore cioè ci sia nelle nostre astruserie intellettuali, e così via. Comprendiamo così anche perché tante volte le nostre migliori intenzioni non ricevano l’accoglienza che ci aspetteremmo, come mai tante persone, ad esempio, cui vorremmo "fare del bene", fuggano invece da noi o ci si rivoltino contro. Comprendiamo cioè che ogni volta e nella misura in cui operiamo inconsapevolmente sulla base di una struttura forzata del nostro essere, lasciamo sempre trasparire quella parte di noi compressa e violenta che l’ego porta (e nutre) inevitabilmente dentro di sé: "Ad ognuna di queste costruzioni/costrizioni/contrazioni egoiche del nostro essere corrisponde un’energia repressa (di portata pari alla coazione) che si ribella in noi alla finzione sovraimposta e ci tormenta a vari livelli, accusandoci costantemente della nostra ipocrisia e facendoci sentire sempre inadeguati e insoddisfatti."(DP 124) L’io in conversione comprende cioè che ogni mascheramento egoico produce un’ombra di odio, paura, confusione, risentimento, e rabbia, che va a sua volta riconosciuta dentro di sé, accolta, e trasformata. Jekill cioè, l’ego moralistico, razionalistico, scientistico, o comunque unilaterale e forzato genera sempre il proprio Hyde, lo scimmione nascosto e cioè "inconscio", che, se non saprà riconoscere convertendosi, alla fine lo distruggerà. Parabola profetica di molta parte del 900 in cui l’Ego cristiano-occidentale ha incominciato ad incontrare le ombre mostruose cui aveva dato vita, nella sua arrogante pretesa di essere portatore della ragione universale e quindi dell’unica civiltà compiuta.

    Dall’io in conversione all’io in relazione: l’atto di fede

    1. Ogni volta che riconosciamo un qualche nuovo elemento della intricatissima distorsione del nostro essere, noi sperimentiamo anche di essere altro da lui: lo identifichiamo cioè dentro di noi disidentificandocene. E’ il principio stesso della confessione, che qui viene portata fino a riconoscere i fondamenti genetici del nostro ego, e quindi le occultatissime (e perciò inconsce) radici della nostra separazione/peccato originario, per come però ha operato e opera nella nostra specifica storia personale. In questo progressivo distacco da parti di noi stessi noi sperimentiamo il mistero della nostra libertà, sentiamo fisicamente il sollievo di essere un io che non è del tutto determinato dalle ferite dell’amore che abbiamo subito e dalle distorsioni che ne sono seguite. Questo io libero può rimanere del tutto indeterminato nella sua libertà, può rimanere addirittura all’oscuro della propria reale consistenza di soggetto trans-egoico, lasciandosi assorbire in uno stato di assolutezza indifferenziata e pacificante; oppure può entrare in relazione con il Principio vivente della propria Ri-Generazione, per ricevere lo Spirito della propria nuova figura di umanità. Ma per entrare in questo stato successivo del nostro io in trans-figurazione, e cioè appunto nell’io in relazione, dobbiamo sapere ed essere convinti che l’io della nostra umanità è in via di rigenerazione, grazie al fatto che Dio stesso lo ha assunto in sé e riempito di sé, facendone un canale perfetto della propria volontà in Cristo Gesù.
    Questo passaggio dall’io in conversione all’io in relazione implica cioè una seconda conversione, e una adesione consapevole all’annuncio cristiano, altrimenti si resta soltanto negli atrii e nei preamboli preparatori della nuova nascita. Questo passaggio deliberato, che è un vero e proprio atto di fede, si rende manifesto sia a livello del lavoro psicologico quotidiano, personale o di gruppo, allorché, riconosciute le nostre piaghe, le offriamo al grande Terapeuta interiore, al Cristo vivente che le può radicalmente curare; sia a livello di pratica meditativa, allorché dagli stati di pacificazione e di acquietamento mentale ci rivolgiamo come soggetti liberi e consapevoli al Signore della nostra rigenerazione, entrando così deliberatamente nel mistero della Nuova Umanità in gestazione, e cioè nel mistero della Nuova Alleanza.

    2. Per cui è solo a livello dell’esperienza dell’io in relazione che inizia propriamente la (mia) nuova storia. Questo passaggio è illuminato e riassunto nell’icona dell’Annunciazione: lo Spirito della Nuova Umanità si fa carne umana nell’io (corpo-cuore) immacolato, e quindi non più scisso/alienato/ferito, di Maria. Ognuno di noi vive questo Nuovo Inizio ogni volta che entra realmente in relazione col Principio che lo ri-comincia adesso, nell’ora sempre attuale della salvezza (2Cor 6,2).
    La natura cristologia, e cioè messianica, del passaggio dall’io in conversione all’io in relazione apre questioni davvero molto complesse e difficili, che sono costantemente affrontate nei nostri gruppi. Qui mi limiterò a due note brevissime.
    a) Rapporto tra esperienze spirituali e adesione di fede ad una precisa rivelazione storico-religiosa.
    Proprio il passaggio consapevole e deliberato dall’io in conversione all’io in relazione ci mostra con chiarezza che noi facciamo esperienza interiore solo di ciò in cui crediamo: sussiste cioè una precedenza sostanziale della Rivelazione storico-religiosa, delle sue Scritture, e quindi del loro ascolto credente, rispetto a qualsiasi
    esperienza spirituale di tipo interiore: "Il nocciolo della questione potrebbe riassumersi così : ogni esperienza spirituale che facciamo si fonda sempre su un atto di fede, che può anche rimanere implicito e in parte addirittura inconsapevole, ma che comunque sta alla base degli atti e delle parole, delle meditazioni o dei silenzi che praticheremo. E ogni atto di fede è sempre radicato entro l’orizzonte storico di una precisa rivelazione religiosa. E questo vale anche per le esperienze mistiche più sublimi che solo superficialmente sembrano evadere dai contesti storico-religiosi in cui si manifestano, come precisa il teologo Henry de Lubac : "l’esperienza mistica (…) è il frutto della fede. Non si tratta d’un tentativo di evasione attraverso l’interiorità : si tratta del cristianesimo stesso." E la medesima cosa ci viene confermata dal grande maestro hindu dell’8° secolo Sankara : "Sraddha è la fede che aderisce, per un atto deliberato di comprensione mentale alla verità qual è esposta nelle sacre Scritture e dal guru ; essa rappresenta il mezzo tramite cui la realtà ultima viene percepita." Prima di ogni "esperienza" o "pratica" c’è cioè l’adesione mentale e volontaria ad una tradizione storica precisa : non c’è esperienza spirituale "pura", né fede senza rivelazione concreta, come dice lo Swami hindu contemporaneo Siddhesvarananda : "Perciò la Fede scaturisce dall’audizione, cioè dalla Sruti. La Brhadaranyaka Upanishad sostiene che dapprima bisogna intendere la verità, quindi occorre riflettere sulla verità stessa e infine realizzarla." Parole cui fanno eco quelle del cardinale de Lubac : "la mistica cristiana sarà essenzialmente una intelligenza della Sacra Scrittura (…) l’intelligenza mistica o spirituale della Scrittura e la vita mistica o spirituale sono al fondo la stessa cosa." E questo va ribadito con forza proprio oggi : non sussiste nessun ambito esperienziale, nessuno psichismo o tecnica, che trascenda l’orizzonte spirituale aperto dalle specifiche rivelazioni storiche, in cui ciascuno di noi si muove, parla e comprende, che ne sia consapevole o meno. Ogni esperienza psico-spirituale non fa che confermare e approfondire, e cioè ci fa sperimentare intimamente, solo la verità di ciò cui abbiamo aderito per fede."(DP 168-9)
    b) Rapporto tra itinerari psicoterapeutici o itinerari spirituali di liberazione dall’io e iniziazione cristiana alla Nuova Umanità.
    Se l’io in relazione è lo stato dell’anima che inizia a concepire dentro di sé la propria Nuova Umanità divinizzata, aderendo con fede ai misteri dell’Incarnazione, è chiaro che tutte le pratiche che non entrino in questo stato non possano che considerarsi preparatorie rispetto all’adesione consapevole a ciò che sta accadendo sul pianeta terra e quindi in ciascuno di noi. Se poi queste vie preparatorie vengono assolutizzate rischiano addirittura di ostacolare il processo di rigenerazione dell’io che è in corso, allontanando la persona dai reali compiti che in questa fase della sua evoluzione sarebbero possibili e forse necessari. Ed è proprio questo il pericolo che vediamo crescere in tanti psicologismi e spiritualismi contemporanei che sembrano spesso alienare le persone dalla concretezza esistenziale dei loro destini, e proiettarli in limbi dottrinari (e linguistici) profondamente autoreferenziali, basti pensare a tante riviste psicoanalitiche e a tante pubblicazioni new age, ma anche a tanta letteratura e saggistica filosofica, in cui sembra veramente che la storia concreta e drammatica, personale e planetaria, sia sempre un po’ filtrata da profondissime e davvero inconsce difese rispetto alle urgenze di mutamento specifico che il tempo messianico impone. Dobbiamo cioè ribadire con forza la specificità epocale del mutamento in atto, e cioè qualificare messianicamente l’esigenza contemporanea alla trans-formazione, altrimenti rischiamo di rimanere su livelli generici di analisi e quindi sbagliare la direzione del mutamento e delle terapie trans-formative (e formative) che oggi sono necessarie. E’ altresì chiaro che per entrare nell’io in relazione non è sufficiente credere (egoica-mente) di credere nel Cristo Gesù e nel processo in atto di divinizzazione/rivelazione dell’io umano, ma è necessario riattualizzare ogni volta il dinamismo iniziatico concretissimo di mutazione della forma mentis del nostro io, descritto molto bene, per esempio, nella Lettera agli Efesini: "Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera."(Ef 4,20-24)


    La natura messianica e missionaria del Nuovo Io

    1. Il passaggio all’io in relazione va dunque vissuto e rivissuto giorno dopo giorno, va sperimentato e risperimentato infinite volte nelle meditazioni guidate o personali, e nei lavori psicologici sulle nostre ferite ed entro gli abissi delle nostre angosce. Ogni volta siamo chiamati a sperimentare sempre più profondamente l’abbandono supremo al Signore della nostra vita, l’implorazione di aiuto, l’assoluta insufficienza delle nostre forze, lo sganciamento da ogni residua pretesa di autosalvezza o di autonomia egoica. Si entra nell’io in relazione cioè attraverso la reiterata esperienza di una sorta di morte, che diventa la soglia misterica di un processo di nascita ri-generante (DP 147-150). In questo morire poi noi non ci abbandoniamo ad un Dio/Signore generico, ma appunto al Signore Gesù, al Principio Vivente della nostra trans-figurazione messianica, entrando in relazione con il quale veniamo proprio in questo tempo con-figurati a sua immagine.
    L’io in relazione è perciò completamente finalizzato alla concezione e alla gravidanza e alla conformazione progressiva del nostro Io Vero, del nostro Io (ri-generato) in Cristo, del nostro Io cioè non più principio di separazione (come l’io ego-centrato), ma principio libero di collaborazione con Dio, di pro-creazione: "Lo stato mariano è tutto proteso perciò allo stato successivo, e cioè all’io cristico, al Figlio divino che vuole nascere in noi per salvarci, per manifestare la nostra autentica e divina identità ora dopo ora, nel tessuto concretissimo dei nostri giorni terreni e più feriali. Tutta la storia del pianeta è finalizzata a questa Nascita che, avvenuta duemila anni fa, continua ad accadere in ogni anima mariana, e solo a questo fine natalizio è orientato tutto il nostro lavoro su questa terra : "perché Dio si è fatto uomo ? io rispondo : Perché Dio nasca nell’anima e l’anima a sua volta in Dio. Per questo è stata scritta tutta la Scrittura, per questo Dio ha creato l’intero mondo : affinché Dio nasca nell’anima e l’anima a sua volta in Dio."(Meister Eckhardt) (DP 162)
    Sia l’io in conversione che l’io in relazione sono cioè stati intermedi della trans-formazione finalizzati sempre all’emersione dei tratti, dei lineamenti della nostra nuova umanità, del nostro io sempre più pienamente rivelato in Cristo. I tre stati dell’iniziazione cristiana possono perciò richiamare l’icona tradizionale della Deisis (DP 176), in cui il Precursore Giovanni Battista (l’io in conversione) e Maria, la Madre di Dio (l’io in relazione), intercedono, si pongono cioè appunto come passaggi intermedi, sempre per altro da riattraversare, affinché ognuno venga progressivamente rigenerato nel Princip
    io divino del proprio Io, in Cristo (DP 174-178).

    2. Nel lavoro concreto dei nostri gruppi questo reiterato attraversamento degli stati della nostra trans-figurazione significa lasciar fiorire progressivamente le potenzialità personali attraverso la smobilitazione delle strutture psichiche di ostruzione e di resistenza, e l’attingimento continuo della potenza dello Spirito che ci perfeziona come personalità messianiche, e cioè come persone sempre più radicalmente inscritte attivamente nel piano operativo della salvezza. Il lavoro iniziatico ci rivela così giorno dopo giorno la nostra reale vocazione, chi siamo in quanto chiamati a compiere la nostra specifica missione messianica. L’io vero manifesta così alcuni caratteri fondamentali : innanzitutto ci rivela una sorta di umanità radicale, la natura del Genere Umano nella sua radicalità originaria, nella sua semplicità, al di sotto e al di là di tutte le differenziazioni create dalle umanità belliche precedenti. Ed in tal modo mette in crisi e alla fine dissolve le configurazioni storiche (religiose e culturali), per quel tanto che sono frutto della distorsione egoica e delle sue pretese belliche. Il Nuovo Io inoltre è per sua natura un essere trans-figurante (DP 32), la cui identità sta appunto nell’aprirsi alla propria trasformazione in una dilatazione progressiva delle relazioni personali e culturali. Questo Io poi ci si rivela essenzialmente come un essere che ama e che crea: che ama creando e che crea per amore, come il Padre Eterno, di cui è appunto un’immagine sempre più perfetta. E’ cioè un Io essenzialmente produttivo, operativo, ed in tal senso tecnico: la sua azione è cioè sempre ri-creativa ed efficace, in quanto messianica. Il nostro Nuovo Io per sua natura ridà ordine, interviene nel disordine del mondo o per guarire o per portare la giustizia lì dove è calpestata. L’azione messianica della nostra Nuova Umanità è cioè sempre o terapeutica o liberatrice rispetto agli ordini omicidi del Morente. Di tutti questi aspetti Gesù è stato d’altronde il primo testimone. Tutti noi attendiamo l’emersione sempre più netta e decisa di questa nuova umanità, e tutti noi siamo chiamati a favorirne la nascita con gli strumenti sempre più efficaci di itinerari trans-formativi adeguati alla grandezza e alla novità dei tempi.