Prima meditazione – Fluidifichiamo la nostra mente

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Il lavoro trasformativo autentico implica, ogni volta che lo si intraprende (e quindi ogni giorno o più volte al giorno), una fase preparatoria, e cioè una preventiva fluidificazione della sostanza della nostra anima, che è invece ordinariamente contratta e indurita, in quanto solo ciò che venga reso almeno in parte malleabile può poi essere riplasmato. Inoltre la penetrazione entro le dimensioni più profonde del nostro essere non può che essere graduale ed in un certo senso preparata.


Quante volte, al contrario, ci sentiamo estraniati durante una conferenza, o anche durante una celebrazione liturgica. Veniamo infatti violentemente gettati entro un linguaggio complesso o un evento così particolare senza alcuna preparazione, per cui il più delle volte dobbiamo compiere un paradossale atto interno di scissione da noi stessi, per continuare a seguire un discorso finalizzato magari alla nostra più integrale unificazione. Tutto ciò dipende da un secolare processo di intellettualizzazione della dimensione spirituale, ed in genere del sapere e di tutte le forme della sua trasmissione, in base alla quale si ritiene che qualunque cosa possa essere subito appresa se ne comprendiamo il concetto. Questo processo di astrazione mentale e di disincarnazione della conoscenza è compiuto ormai, è cioè del tutto esaurito, e non possiede più alcun radicamento nel cuore vivente dell’uomo, né alcuna possibilità di ulteriore sviluppo; eppure facciamo ancora molta fatica a liberarci dalle sue illusioni, e dalle sue infantili presunzioni. In realtà, affinché le parole possano agire veramente su chi ci ascolta, senza scivolare via come una sterile pioggia su un’anima impermeabile, la sostanza indurita della sua anima dev’essere prima lavorata almeno un po’, ammollata, in un certo senso dev’essere prima liquidata. La liquidazione della nostra mente egoica, e delle sue strutture psichiche irrigidite, è in realtà l’atto prioritario e continuo di ogni processo trasformativo, in quanto pone fine ogni volta all’apparente perentorietà di questo mondo.

 

  • Chiudiamo adesso gli occhi. Dolcemente. Docilmente. Possiamo sempre utilizzare per le nostre meditazioni una musica rasserenante, che non ci distragga però, ma favorisca e anzi intensifichi la nostra quiete interiore. Curiamo lo spazio ed il tempo del nostro lavoro. Custodiamolo con cura e amorevolezza. Assumiamo dunque una posizione seduta comoda e rilassata.. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Cerchiamo solo di poggiare bene, preferibilmente sul bordo anteriore della nostra sedia, in modo che il bacino costituisca una base solida che permetta al nostro tronco di aprirsi e al nostro torace di respirare in libertà. Ma tutto ciò senza rigidezze e senza prodezze. Lasciamo che sia il nostro respiro naturale a plasmare una posizione adeguata, lasciamoci plasmare con flessibilità, adattiamoci ai segnali che ci invierà il nostro corpo. Abituiamoci ad ascoltarli. E concediamoci per tre o quattro minuti di essere semplicemente qui dove ci troviamo, in questo momento, senza fretta, senza attese, senza aver nulla da fare se non lasciarci respirare, così come viene, e rilassarci.
  • Godiamo del venire e dell’andare del nostro respiro. Godiamo della sua spontaneità. Il respiro, come la vita, viene da solo, non dobbiamo produrlo noi, né forzarlo, né modificarlo in base alle nostre pretese. Gustiamo questo fluire spontaneo della vita dentro di noi, e dilatiamo così piano piano lo spazio interiore, sempre più fluido, morbido, pacificato, prepariamo il terreno su cui potranno prodursi tutte le miracolose trasformazioni del nostro essere.
  • (Se lavoriamo in coppia o in gruppo proviamo a darci le mani. Sentiamo il nostro essere noi stessi e al contempo il nostro essere in relazione con gli altri. Nessuno di noi è speciale o diverso. Proviamo a dircelo : io non sono diverso dagli altri ; ognuno di noi è un viandante in cerca della verità e della pace. Noi siamo qui per aiutarci, e la circolarità della relazione dà energia e forza al nostro impegno.)
  • Incominciamo adesso ad osservare, nel clima più pacificato della nostra mente, tutti i moti interiori che insorgeranno. Lasciamoli tranquillamente emergere, senza giudicarli. Permettiamoci di sentire quello che sentiamo, senza censurarlo subito. Può essere utile, almeno all’inizio, dirci interiormente in modo esplicito: adesso sto pensando questo, adesso sto sentendo, percependo etc. questa determinata cosa, e la lascio andare.
  • Emergeranno forse dubbi, fastidi, immagini di persone, paure, critiche o altro. Qualsiasi cosa venga fuori, noi la accogliamo con simpatia, senza però lasciarcene trascinare. Osserviamo, sorridiamo, accogliamo, ma poi lasciamo andare.
  • Ora possiamo provare a scendere ancora più in profondità, e ci aiuteremo sorridendo interiormente ad ogni inspiro, e abbandonandoci dolcemente ad ogni espiro. Il ritmo diverrà a poco a poco sempre più quieto e costante : sorrido inspirando/ mi abbandono espirando. Quando emergeranno in noi altri pensieri o emozioni, distrazioni comunque di qualsiasi tipo, noi proseguiremo nell’esercizio di prima, sorridendo però, e cioè accogliendo con simpatia il disturbo, riconoscendolo bene, e poi abbandonandolo. Impariamo così a riconoscere ciò che si anima dentro di noi, ma a non identificarci subito con esso, a non afferrarci ad ogni oggetto interiore, a non trattenere niente. Questo esercizio approfondirà la fluidificazione della sostanza della nostra anima. Sperimenteremo infatti come possano dissolversi facilmente i nostri pensieri, se impariamo a non donare loro la forza della nostra identificazione, a non farli cioè subito nostri. Sentiremo così che dentro di noi tutto può scorrere più dolcemente se io decido di non afferrarmi a niente. E impareremo a gustare il senso di profonda libertà e al contempo di pace che questo lasciar fluire espande dentro di noi.
  • A queste nuove profondità proviamo a percepire l’onda emotiva della vita che ci attraversa proprio ora. Sentiamola nel suo complesso come una sorta di corrente che trascorre dentro di noi. Essa è probabilmente ancora indistinta, raccoglie molte emozioni magari contraddittorie. Non fissiamola in un sentimento preciso, non diamole alcun nome, non tratteniamola come se fosse qualcosa di solo nostro. Lasciamo invece che questa onda emotiva, questo torrente misterioso fluisca attraverso di noi : inspirando ricevo l’acqua della vita ed espirando la cedo, la lascio andare, e scorrere (se lavoro con altri questo ricevere e poi cedere all’altro può acquistare un senso ancora più concreto attraverso il contatto delle mani).
  • L’onda della vita fluisce attraverso di noi, adesso, e io sono presente e sperimento in questo essere presente un intimo sollievo: sorrido/mi abbandono: questo è un momento meraviglioso.
  • Osserviamo adesso le nostre eventuali resistenze : vogliamo forse controllare troppo la situazione? Insorgono in noi sentimenti di superiorità o dubbi o pensieri scettici o critici o denigratori? In che modo cioè in questo momento stiamo tentando di separarci dall’onda presente della vita? Abbiamo poi forse difficoltà a riceverla ? o abbiamo più paura di cederla ? e di che cosa abbiamo veramente paura quando dobbiamo ricevere e quando dobbiamo lasciare andare? Riusciamo ad individuare una qualche specifica paura che ci impedisca adesso di abbandonarci più pienamente al gioco del dare e del ricevere? Avvertiamo forse contrazioni nel corpo? e dove sono eventualmente localizzate? Osserviamo
    ogni cosa con calma e con serenità, e poi lasciamo andare. Interroghiamoci con estrema dolcezza, e ogni resistenza o paura che riconosceremo accogliamola sempre con il nostro sorriso interiore, e impariamo a cedere ancora un po’ proprio lì dove resistiamo di più.
  • Più ci rilasceremo in questo modo, rinunciando a trattenere e a controllare il gioco, e più si dilaterà in noi uno spazio fluido di maggiore quiete, in cui anche le nostre paure o le nostre negatività potranno sciogliersi più facilmente.
  • Continuiamo a tornare sempre daccapo e lungo tutto il nostro esercizio alla consapevolezza del ritmo fisico del nostro respiro, associandovi l’attitudine interiore del sorrido/ mi abbandono, finché l’onda di tutte le energie della vita, sempre più fluidificata, non avrà incominciato a donarci un senso crescente di pacificazione e di gioia. Allora potremo sentire di essere entrati un po’ di più nello spazio della nostra trasformazione e quindi di esserci aperti a quelle dimensioni in cui per davvero si sciolgono gli antichi icebergs del nostro dolore e scorrono le acque della vita nuova.

    Commenti

    1. Le tecniche antistress e meditative possono combattere l’ipertensione, l’ischemia del miocardio, il dolore cronico, la malattia infiammatoria intestinale, le infezioni, le dipendenze da droga e da cibo. Lo rivela una recente review sistematica del gruppo di scienziati guidati da Edmund Ernst che ha dimostrato come in persone con depressione ricorrente e ansia cronica, l’affiancamento della meditazione alla normale psicoterapia e psicofarmacologia favorisce il recupero nei due terzi dei pazienti, una percentuale non raggiungibile con il solo trattamento psicologico. Anche in Italia si cominciano ad avere studi di questo genere. Lo dimostra una ricerca, presentata al recente Congresso della Societa’ italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI) , che ha preso in esame oltre 70 partecipanti ai corsi di ‘Meditazione a indirizzo Pnei’. I partecipanti ai corsi sono stati studiati con il Symptom rating test, uno strumento scientifico che consente la valutazione del cambiamento sintomatologico ed è stato rilevato un forte abbattimento della sintomatologia dopo 30 ore di insegnamento teorico-pratico.

      letta

    2. marcoguzzi dice:

      Grazie, carissima, di queste informazioni.
      Potresti inserire un link per approfondirle?

      Come sai, nei nostri gruppi affianchiamo alle pratiche meditative e agli esercizi di autoconoscimento psicologico anche riflessioni filosofiche e culturali.
      Vedrai che ben presto scopriranno che allenare la mente a pensare in profondità è un altro strumento di cura dell’anima e di energizzazione del corpo.
      D’altronde i primi filosofi, come Epicuro o Pitagora, sapevano benissimo di essere anche medici…

      Un abbraccio.
      letta

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