La torre

Torre-p. anterioreTorre-p.posteriore

La “Torre” può rappresentare l’immagine della propria egoità, della propria struttura difensiva. Il lavoro in argilla che doveva essere ispirato alla corrispondente carta dei Tarocchi è stato, per me, un’esperienza ricchissima di significati, soprattutto perché è legato al lavoro psicologico che svolgiamo nei gruppi “Darsi Pace”.


 

Mentre modellavo la creta, avevo la nettissima impressione di compiere dei gesti simbolici, quasi rituali.

Già nella scelta del blocco d’argilla sentivo di essere guidato da qualcosa di più grande di me, sapevo che avrei dovuto usare quella quantità di creta, né più né meno.

Era infatti il bagaglio di talenti, eredità più o meno gradite, che mi era stato concesso di utilizzare nella mia vita e che dovevo far fruttare al meglio.

Così, dopo aver formato il “cubo”, forma di partenza, dalla quale, ognuno di noi partecipanti al corso poteva scegliere il tragitto personale, ho cominciato a rimuovere il “superfluo”, a togliere, cioè, dai lati tutto quel materiale che ritenevo zavorra, che impediva all’immagine vera della mia persona di configurarsi, di venir fuori.

Da ragazzo avevo visto, in Umbria, una torre in rovina a pianta pentagonale, che mi aveva lasciato una forte impressione, così avevo in mente proprio quella forma da prendere a modello, intuendo che il pentagono potesse avere un forte connotato simbolico.

Immagine

Al pentalfa (stella a cinque punte con pentagono centrale) si attribuiva il potere magico di annientare le forze malvagie e mantenere l’uomo in buona salute. Pitagora lo considerava simbolo dell’armonia e della fratellanza e vedeva nel pentagono centrale il fulcro dell’armonia universale


Così alle geometrie corrispondenti ai segni di fuoco, terra, aria e acqua (rispettivamente il triangolo, quadrato, cerchio e pentagono).

Ero anche consapevole che, solo eliminando il materiale superfluo dai lati, la torre sarebbe apparsa troppo piccola, così avvertivo la necessità di utilizzare proprio lo scarto per formare la base, la roccia e i piani inferiori, sui quali si sarebbe potuta erigere la mia torre.

Era esattamente quello che avevo sperimentato nella mia vita, per cui tutto ciò che ritenevo superato, non veniva del tutto abbandonato, ma diventava il punto d’appoggio su cui poteva crescere la mia persona.

Particolarmente commovente è stato, per me, una volta raggiunta la giusta altezza della torre, la formazione della merlatura, il coronamento della struttura.

Anche i merli, infatti, li ho realizzati utilizzando materiale di scarto, inoltre ho cominciato a servirmi della fede, l’anello che, inizialmente, per lavorare meglio, avevo sfilato dal dito.

Era come se, con il matrimonio, avessi cominciato ad abbellire quella “costruzione” impenetrabile, severa, distaccata e fondamentalmente ostile.

Con la fede, infatti, ho sagomato le finestre/feritoie, primi tentativi di comunicazione vera col mondo.

Nel tentativo di difendermi dal mondo, visto come avverso, destabilizzante, mi ero realmente costruito una barriera animica dove poteva accedere solo ciò che mi era simile, o che ritenevo simile, omogeneo.

Non ero pronto alle contaminazioni.

Mentre continuavo il lavoro sulla torre sapevo già che avrei, però, dovuto occuparmi del portone, situato sul lato posteriore della struttura (rispetto alla pianta pentagonale, sulla base).

Inizialmente avevo pensato ad un ponte levatoio, poi, scartando l’idea, ho cominciato a scavare l’argilla, sempre con la fede. Mentre scavavo ho sentito l’esigenza di allargare quell’apertura più che potevo, per creare anche uno spazio interno alla torre, una grande sala vuota, ed ho immaginato la sala dei cavalieri della tavola rotonda o del santo Graal.

Per far ciò ho anche smesso di usare l’anello, per continuare solo con le dita, con le mie forze.

Al termine questa apertura ha assunto la forma di una grande vagina che si apriva nello spazio posteriore della torre e che si contrapponeva totalmente alla fisionomia ostile e chiusa della parte anteriore.

La torre, così, assumeva una doppia natura, la parte corrispondente al vertice del pentagono, rappresentava la difesa, la diffidenza, arroccata sulle rocce di un possibile promontorio o bastione scogliero, mentre la parte posteriore, collegata senza soluzione di continuità ad un’ampia strada, invitava all’accoglienza, alla comunicazione, allo scambio.

Perfino le pareti esterne della torre che, anteriormente erano ben dritte, rigide, avvicinandosi al lato posteriore, venivano incurvate e addolcite dall’enorme cavità dell’entrata.

“O tutto o niente!”, è stato il commento di Elisabetta Di Carlo alla visione dell’opera terminata, ed in effetti, è l’immagine della mia interiorità, che mi ha caratterizzato fino ad ora, e con cui dovrò sempre confrontarmi per crescere ancora.

Commenti

  1. caro Alessandro,
    ho letto ieri "per caso" tutto questo e l’ho veramente gustato… .
    Sai cercando di giocare un po’ con te, mi vien da proporti "la mia visione" del LA COSA.
    Una faccenda un tantinello presuntuosa, me lo concedo poichè anch’io sono da "tutto o niente", e ci sto lavorando sulla sua possibile evoluzione, sul mio di cambiamento.

    Guardando la tua torre, senza averne letta la storia, subito mi si è aperto il cuore al sorriso.
    Vedevo quanto fosse MERAVIGLIOSAMENTE ADATTA quella "calzatura".

    Sì, perchè a me pareva essere "una scarpa" da calzare al piede di un eroe d’altri tempi, prima che s’accingesse alla battaglia, prima della mischia: di un Achille appunto.

    Una calzatura in cui il plantare voluttuoso si adattasse perfettamente comodo alla sua pianta, per donargli stabilità nella presa a terra, per radicarlo e, nel contempo, solidamente protettiva del suo punto debole, quello ormai noto e risaputo, il suo tallone appunto… .

    Per me, se questo anno e più lo hai trascorso, lietamente giocherellando con la fede del tuo dito, lì tra i merli della torre potresti aver ormai asportato più o meno, tutto il superfluo ed essere a buon punto: pronto ad attraversare il guado.
    Tifo per te.

    Mi piacciono gli eroi, quando restan vivi e fan ritorno.

    Spero tu stia sorridendo in compagnia.
    Buona domenica
    letta

  2. alessandro dice:

    Che sorpresa, Rosella, leggere un commento a uno scritto di più di un anno fa.
    In effetti mi hai fatto sorridere (l’immagine della scarpa è molto carina), ma anche riflettere, era tempo, infatti, che non leggevo il mio scritto e vi ho ritrovato nuovi spunti di studio.

    Quante immagini mi susciti con il tuo commento

    Il tallone da proteggere sta dietro, io invece, tendo a credere di essere più vulnerabile davanti. Ecco quindi il bisogno di corazzare la parte che, per prima, viene in contatto col mondo.

    Poi c’è l’immagine dell’eroe, mito con il quale mi sono confrontato per tutta la mia vita, avendo avuto, appunto, un padre “eroe” di guerra.

    Quella del marito che, descritto così (“…lietamente giocherellando con la fede del tuo dito”), appare un po’ farfallone.

    Grazie per gli stimoli.

    Comunque, nello scritto non viene spiegato sufficientemente bene il contesto. Erano gli inizi del sito Darsi Pace e ci era stato chiesto di contribuire con qualsiasi cosa potesse avere un’attinenza con un percorso di crescita personale.
    Così ho utilizzato questo testo che era il frutto di una riflessione su un lavoro in argilla che ho realizzato durante un corso intensivo di arte figurativa.
    Sono ben 12 anni che, ogni 15 giorni, frequento un corso, principalmente, di acquerello. Ma non è il solito corso di pittura.
    È un luogo dove, seguendo le sollecitazioni della nostra conduttrice, psicologa junghiana, che affronta, da diverse angolature, il tema della individuazione psicologica, attraverso, i vari miti, classici e moderni, dobbiamo esprimere con i colori e, a volte, con la creta ciò che viene suscitato in noi da quelle immagini.
    Abbiamo così affrontato l’Odissea, la Divina Commedia, le saghe nordiche e tanto altro, ma anche, ed è questo il caso, i Tarocchi con il loro significato simbolico profondo.

    Grazie ancora per il tifo
    Un abbraccio
    Alessandro
    letta

  3. Alessandro,
    penso che tu sia molto … non trovo il termine adatto "fortunato" (ma non è corretto, è una fortuna che ti sei dato. Che hai deciso tu) nell’aver intrapreso un simile percorso.
    Bene, io ho fatto solo tre giorni di qualcosa di analogo e mi sono serviti per individuare ed iniziare a separarmi ( musicalmente e con i colori) dal mio nucleo depressivo, non male.
    Una sola precisazione, nel mio "giocare lieto con la fede", vi era lietitudine e non farfalloneria, proprio per la delicatezza con cui tu hai "smerlato la torre".
    Questo ci tenevo proprio a dirtelo.
    Ciao, buona serata
    ed al prossimo post.
    letta

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