Cosa tra le cose

buber

Ci capita a volte di sentirci come una cosa tra le cose. Succede a tutti. Ci capita di pensare che sono gli “altri” a decidere di noi e della nostra storia. Questi “altri”, visti di volta in volta come nemici, avversari, persecutori, competitori, appartengono al grande “altro” che è il mondo fatto di eventi esterni, di elementi “oggettivi” in cui ci perdiamo, dimenticando chi realmente siamo: esseri viventi “nel cui modo d’essere ne va dell’essere del mondo”, come scriveva Heidegger in Essere e Tempo.


 

Ora se c’è una cosa che unifica le diverse forme del costume, l’alta e bassa cultura, la rappresentazione stessa che la nostra società dà di sé è la “lagna”. Il nostro è un mondo lagnoso. Tutti si lagnano, chi del proprio lavoro, chi delle proprie relazioni, chi dei propri affetti. In politica come in fabbrica, negli affari come nella vita privata, la lagna regna sovrana. E alimenta il fantasma di un mondo totale, tra le cui maglie strette non c’è spazio per la responsabilità individuale. In questo mondo noi alternativamente ci nascondiamo, ci immedesimiamo, ci travestiamo, ci smarriamo. Quanto più poi il nostro io si irrigidisce, barricandosi in difesa, tanto più anche il mondo si consolida, divenendo quell’ “essenza irrigidita” di cui parlava Hegel.

 

Quando svolgo corsi di formazione per operatori sociali, o sanitari, penso che il mio compito sia anzitutto aiutare le persone a rientrare in contatto con se stesse, recuperando una realistica percezione di sé e della propria autonomia. A questa auto-nomia do appunto spesso il nome di “Responsabilità”. Noi siamo responsabili del mondo, anzi…io sono responsabile, di me e del mondo, io e nessun altro al posto mio. Non è un proclama opprimente, è un grido liberatorio! È il grido esultante di un Io che si riscopre libero, non più sottoposto “ai dominatori di questo mondo”. E che dunque risponde in prima persona alla domanda: “Dove sei?”…

 

RITORNO A SE STESSI

Rabbi Shneur Zalman, il Rav della Russia, era stato calunniato presso le autorità da uno dei capi dei mitnagghedim, che condannavano la sua dottrina e la sua condotta, ed era stato incarcerato a Pietroburgo. Un giorno, mentre attendeva di comparire davanti al tribunale, il comandante delle guardie entrò nella sua cella. Di fronte al volto fiero e immobile del Rav che, assorto, non lo aveva notato subito, quest’uomo si fece pensieroso e intuì la qualità umana del prigioniero. Si mise a conversare con lui e non esitò ad affrontare le questioni più varie che si era sempre posto leggendo la Scrittura. Alla fine chiese: "Come bisogna interpretare che Dio Onnisciente dica ad Adamo: «Dove sei?». "Credete voi – rispose il Rav – che la Scrittura è eterna e che abbraccia tutti i tempi, tutte le generazioni e tutti gli individui?". "Sì, lo credo", disse. "Ebbene – riprese lo zaddik – in ogni tempo Dio interpella ogni uomo: ‘Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?’. Dio dice per esempio: ‘Ecco, sono già quarantasei anni che sei in vita. Dove ti trovi?’".

All’udire il numero esatto dei suoi anni, il comandante si controllò a stento, posò la mano sulla spalla del Rav ed esclamò: "Bravo!"; ma il cuore gli tremava.

Qual è il senso di questa storia?

A prima vista ci ricorda quei racconti talmudici in cui un romano o un altro pagano consulta un saggio ebreo a proposito di un passo della Bibbia per mettere in luce una pretesa contraddizione nell’insegnamento di Israele, e riceve una risposta che dimostra l’assenza di contraddizione o che confuta la critica in altro modo, con l’aggiunta a volte di un ammonimento a carattere personale.

Ma non tardiamo a notare una differenza significativa tra i racconti del Talmud e questo chassidico, anche se questa differenza appare all’inizio più importante di quanto sia in realtà. La risposta infatti viene data su un piano diverso da quello in cui è stata formulata la domanda.

Il comandante cerca di smascherare una pretesa contraddizione nelle credenze ebraiche: nel Dio in cui credono, gli ebrei vedono l’Essere onnisciente, ma la Bibbia gli attribuisce domande analoghe a quelle che farebbe chiunque ignori una cosa e voglia apprenderla. Dio cerca Adamo che si è nascosto, fa risuonare la sua voce nel giardino e chiede dov’è; ciò significa che non lo sa, che è possibile nascondersi da lui: dunque Dio non è l’onnisciente.

Ma, invece di spiegare il passo biblico e risolvere l’apparente contraddizione, il Rabbi se ne serve solo come punto di partenza, utilizzandone il contenuto per rivolgere al comandante un rimprovero per la vita da lui condotta fino a quel momento, per la sua mancanza di serietà, la sua superficialità e l’assenza di senso di responsabilità nella sua anima. La domanda oggettiva – che, in fondo, per quanto qui sia posta senza secondi fini, non è però una domanda autentica bensì una semplice forma di controversia – riceve una risposta personale; anzi, invece di una risposta, ne risulta un ammonimento a carattere personale. Di queste repliche talmudiche non è rimasto apparentemente altro che l’ammonimento che a volte le accompagnava.

Ciò nonostante, esaminiamo il racconto più da vicino. Il comandante chiede chiarimenti sul brano del racconto biblico che riguarda il peccato di Adamo. La risposta del Rabbi mira a questo, a dirgli: "Adamo sei tu. E a te che Dio si rivolge chiedendoti: ‘Dove sei?’". Apparentemente non gli ha fornito nessun chiarimento sul significato del brano biblico in quanto tale. Ma in realtà la risposta illumina sia la situazione di Adamo nel momento in cui Dio lo interpella, sia la situazione di ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo. Infatti, non appena si renderà conto che la domanda biblica è indirizzata a lui personalmente, il comandante prenderà necessariamente coscienza della portata dell’interrogativo posto da Dio: "Dove sei?", sia esso rivolto ad Adamo o a chiunque altro. Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell’uomo una reazione suscitabile per l’appunto solo attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l’uomo e che l’uomo da essa si lasci colpire al cuore.

Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento. Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento "davanti al volto di Dio", l’uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento in nascondimento, diventa sempre più problematica. E una situazione caratterizzabile con estrema precisione: l’uomo non può sfuggire all’occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso. Anche d
entro di sé conserva certo qualcosa che lo cerca, ma a questo qualcosa rende sempre più, difficile il trovarlo. Ed è proprio in questa situazione che lo coglie la domanda di Dio: vuole turbare l’uomo, distruggere il suo congegno di nascondimento, fargli vedere dove lo ha condotto una strada sbagliata, far nascere in lui un ardente desiderio di venirne fuori.

A questo punto tutto dipende dal fatto che l’uomo si ponga o no la domanda. Indubbiamente, quando questa domanda giungerà all’orecchio, a chiunque "il cuore tremerà", proprio come al comandante del racconto. Ma il congegno gli permette ugualmente di restare padrone anche di questa emozione del cuore. La voce infatti non giunge durante una tempesta che mette in pericolo la vita dell’uomo; è "la voce di un silenzio simile a un soffio", ed è facile soffocarla. Finché questo avviene, la vita dell’uomo non può diventare cammino. Per quanto ampio sia il successo e il godimento di un uomo, per quanto vasto sia il suo potere e colossale la sua opera, la sua vita resta priva di un cammino finché egli non affronta la voce. Adamo affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: "Mi sono nascosto". Qui inizia il cammino dell’uomo.

(Martin Buber, Il Cammino dell’Uomo, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose)

Commenti

  1. alessandra dice:

    "Il nostro è un mondo lagnoso"
    Nella lettura del testo non ho trovato quella che è, secondo me, la "lagna" per eccellenza del nostro mondo: "la mancanza di tempo".
    Siamo sempre superimpegnati, divisi tra lavoro, affetti, attività extra e tutto ciò che comporta gestire tali realtà.
    Indaffarati, trafelati, proiettati alla prossima attività non riusciamo a vivere pienamente neanche quella presente che ci accingiamo a fare…sempre in aspettativa verso qualcosa d’altro.
    Viviamo una "non vita": piena , colma di una miriade di attività, di nozioni, di messaggi che ci danno sempre continuamente il miraggio di dover raggiungere un nuovo obiettivo, che siamo certi ci faccia vivere meglio….
    Gestiamo , organiziamo, disponiamo della nostra vita come "padroni" della vita, in realtà, non abbiamo che insoddisfazione e frustrazione….
    letta

  2. a Finazzi non sapevo come dire che apprezzo la sua obiettività nell’intervento del blog accattoli, e condivido in pieno, mi fa piacere trovare altre persone che non siano idolatre, ma amino la Chiesa perchè è di Cristo e non di un uomo (chiamato da Cristo) o di un gruppo di uomini, ma è di Cristo, e allo stesso tempo di tutto il Popolo di Dio (corpo mistico di Cristo)
    ciao
    letta

  3. Caro Matteo, ti ringrazio delle tue belle parole. Se ci terrai ancora compagnia in questo blog, scoprirai una comunità di persone di tutti i generi e le estrazioni, credenti e non credenti, accomunati da un’unica convinzione, se così la si può chiamare, che taglia "la testa al toro" di tante discussioni sul blog di Accattoli: ogni cambiamento, ogni riforma vera, anche in campo cristiano e cattolico, nasce da un gesto di cura di sé. Non si può difendere la Chiesa e avere un cuore lacerato e in guerra. Non si può soprattutto perché questa contraddizione (davvero farisaica) ci avvelena. Qualunque siano le idee che professiamo, che siamo "progressisti", o "conservatori", ciò che davvero conta è alimentare in noi spazi di pace vera, aprire porte e boccaporti all’azione dello Spirito, lasciare emergere la figura di un "uomo nuovo" e tacitare il più possibile ciò che in noi è ineluttabilmente vecchio e morto, e che con incredibile arroganza pretende di parlare mettendo le vesti dell’inacidito conservatore cristiano cattolico, o del rivoluzionario cristiano ma mortalmente arrabbiato. E questo, come cerco di esprimere in questo post, è soprattutto compito "mio". Mio e di nessun altro.
    Un caro saluto!
    letta

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