Esperienza della “Forza”

 

La forza

La forza potrebbe intendersi come manifestazione di pienezza di vita, ma io intendo anche la perfezione estrinsecazione di pienezza di vita, e così la gioia, la beatitudine, la libertà… Sono tutte forme, distinte, che a mio parere possono esprimere l’energia vitale pienamente manifesta. Nella forza, tutto ciò si esprime forse più nell’elemento della volontà, quindi meno cosciente, nella libido, o nell’energia che mi riesce di esprimere in un passaggio vibrante e appassionato di un’esecuzione al pianoforte.


Ed è infatti a questi ricordi che si orienta, ora, la mia mente nel riferirsi ad un episodio in cui ho sperimentato in me la forza.
Vivere la forza, allora, implica un abbandono alle forze vitali.
Per un carattere simile al mio, un tempo, da bambino, il ricorso alla forza nascondeva il sentimento di una debolezza psichica e intellettuale nei rapporti coi miei simili e, di conseguenza, mi affidavo ai muscoli, all’intelligenza muscolare, al senso dell’equilibrio fisico, all’astuzia, alla prontezza dei riflessi, nell’imitazione dell’immagine che mi ero costruito di mio padre.
È così che riuscivo a competere con i miei pari e molte volte ho gioito nelle dimostrazioni della mia forza fisica, del rispetto che la mia potenza suscitava nei coetanei.
Crescendo ho vissuto la disillusione, scoprendo che la forza, nella competizione, è sempre relativa ad un avversario, e che c’è sempre qualcuno più forte di te.
È stato un percorso lungo e doloroso fino al riconoscimento che la vera forza, in quanto abbandono alla potenza creatrice della vita, non risiede nel conflitto, nella competizione, ma nella fedeltà al divino, nella costanza della mia fede alla forza creatrice, e da questo, nella disponibilità ad una apertura a tutto ciò che mi viene incontro, al nuovo.
Il coraggio di non indietreggiare di fronte alla possibilità di un allentamento delle mie strutture difensive.
Il coraggio di scendere là dove si annidano i miei attaccamenti a una identità costruita, le mie identificazioni nevrotiche.
In quei momenti, quando sono riuscito a spezzare le catene delle mie maschere e ho accettato di confrontarmi umilmente con le mie ombre, avverto un calore caratteristico, un’energia capace di liquefare le corazze interiori… letteralmente, calore misto ad acqua, che sprizza dai pori sotto forma di sudore e dagli occhi come lacrime.
Al termine di queste esperienze non sono più quello che ero prima, come se una piccola parte di me si fosse trasformata, purificata, determinando la liberazione di nuove energie.
Ecco, per me l’esperienza della forza si caratterizza sempre più come capacità di diventare canale di vita.

 

Commenti

  1. Marco Guzzi dice:

    E\’ proprio così: la vera forza viene dallo scioglimento di quegli ostacoli interiori che bloccano il fluire della nostra vitalità, della nostra espansione creativa, del nostro amore.
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  2. Mariapia Porta dice:

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  3. fabrizio dice:

    Caro Alessandro,
    grazie per quello che hai scritto, veramente.
    E una cosa off topic: complimenti, davvero complimenti, per i bellissimi tuoi due video su You Tube, con la 111 di Beethoven, per me – ma credo non solo per me – la Sonata delle Sonate, e uno dei Vertici assoluti della musica di tutti i tempi.
    Là dove la forma musicale diventa pura anima, e forza vitale. Come in quell\’eterno trillo nel secondo movimento – quante battute sono ? non mi ricordo più, una infinità… – Vita, in definitiva, cioè espressione pura della forza primigenia creatrice e creativa.
    Mi ha profondamente impressionato ascoltarti, e per questo ti ringrazio.
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  5. Andrea Vitolo dice:

    [url]http://www.youtube.com/watch?v=k06AUjIlzPU[/url]
    ;););)

    Ho aggiunto un link nel post al video.

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  6. alessandro dice:

    un grazie di cuore a tutti per i bei commenti sull’articolo e a Fabrizio, in particolare, per il suo commento sui video. Anche per me, e non è un caso che il mio primo video caricato su youtube, sia proprio quello della 111.
    Questa Sonata rappresenta una particolare tappa del mio percorso di artista e di uomo.

    Quell’esecuzione, inoltre, anche se non è impeccabile sul piano della resa, dall’inizio alla fine, ha un grande significato per me.
    Stavo suonando esattamente 4 anni dopo, lo stesso giorno, nello stesso Teatro dove era morto, suonando, uno dei miei più cari maestri, Fausto Zadra.
    Il concerto avrebbe dovuto svolgersi in aprile, ma per l’enorme affluenza di persone alla morte di Giovanni Paolo II, tutti i quartieri intorno al Vaticano erano impraticabili e il concerto era stato spostato, guarda "caso", proprio al 17 maggio.

    Dal video forse non si nota, ma, proprio dopo quel trillo ascendente (di cui forse Fabrizio parlava, quello che porta al punto culminante dell’Arietta, un punto di una potenza spirituale elevatissima, le due mani sono agli estremi della tastiera, come a rappresentare due abissi che si confrontano e che pongono all’uomo una domanda finale), e in seguito al passo successivo, consolatorio, di estrema dolcezza, che prepara il ritorno del tema originario, insomma, ero così commosso, che ho faticato a mantenere la lucidità.
    Avrei potuto rovinare tutto, ma l’esperienza, quella di cui parlo anche nel mio scritto, mi ha permesso di ritrovare la presenza di spirito.
    Al termine sono dovuti passare diversi minuti prima di riprendermi da quello stato.

    A Maria Paola vorrei dire che quello che scrivo riguarda le mie esperienze quotidiane. Ogni giorno mi capita di dovere sperimentare conflitti piccoli o grandi, e mi accorgo di come sia sempre presente in me quel fardello di emozioni, sentimenti, attaccamenti, che contribuiscono a dare un colore particolare alla mia persona e con cui mi devo sempre confrontare. Tuttavia nel fondo della mia anima, sento che riuscendo a rasserenare (stavo per dire portare al silenzio, ma penso sia più corretto rasserenare) queste parti di me, la mia vita acquista un nuovo senso e quindi nuova forza e dinamismo.

    L’acquarello che ho utilizzato a corredo del testo, è un esercizio che ogni anno facciamo al gruppo artistico che seguo. Si tratta di collocare sul foglio una massa nera, a cui ognuno da la forma che desidera, che poi viene trasformata dal successivo uso del rosso e del giallo. Naturalmente la massa nera rappresenta la nostra ombra e il rosso e il giallo, il lavoro di auto consapevolezza che riesce a smuovere e trasformare le nostre parti bloccate.
    Il risultato, soprattutto nel confronto immediato con i lavori degli altri, è di grande aiuto nell’individualizzazione, attraverso l’oggettivazione, della nostra modalità di essere e agire nel mondo.
    Un caro saluto a tutti
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  7. alessandro dice:

    scusa Mariapia, ho scritto erroneamente Maria Paola.
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  8. Fabrizio Falconi dice:

    Sì, Alessandro, parlavo proprio di quello ! E mi colpisce molto percepire nelle parole che tu scrivi, le stesse cose identiche, che provo io, ogni qual volta ascolto la 111. Davvero, la musica è un linguaggio (forse l’unico veramente) Universale !
    Davvero particolare anche la circostanza che scrivi, della ricorrenza di Zadra. Un caso di serendipity, si direbbe. Al "caso", in queste occasioni, mi riesce molto difficile credere.
    Ciao, e di nuovo complimenti.
    Fabrizio
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  9. letta

  10. alessandro dice:

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