Cerchi la vita interiore? Ti ci portano le Apostole.


Non le riconoscerete né dal velo né dall’abito religioso, perché vestono come qualsiasi ragazza della loro età. Le riconoscerete dal loro restare.


Perché al termine della messa sono quelle che restano, le ultime ad andarsene: un quarto d’ora con gli occhi chiusi sul palmo delle mani, a ringraziare per l’eucaristia ricevuta, come fanno gli amici più intimi quando gli altri ospiti della festa se ne sono andati e loro rimangono lì, due chiacchiere ancora col padrone di casa. Ho conosciuto Simona e Antonella nella chiesa di San Pio X, dove tenevano un corso di mistica e psicologia. Sono due suore: le Apostole della Vita Interiore il loro Ordine. È la vita interiore, la loro e insieme quella di chi ha voglia di mettersi un po’ in gioco, la terra di missione di queste sorelle.  Sono pronte all’ascolto di chiunque, pronte a condividere  lo spazio dell’anima, con una prospettiva cristiana, certo, ma senza preclusioni. Insomma, un filo sottile, per molti versi, lega la loro esperienza ai ricercatori di Darsi Pace. A loro abbiamo dedicato questo documentario disponibile su youtube.

Commenti

  1. letta

  2. Marco Guzzi dice:

    Molto bello questo documento.
    Mi sembra fondamentale recuperare il senso di una vita interiore, di un lavoro interiore, in specie in un contesto sociale sempre più complesso e pericolosamente teso verso la frammentazione mentale.
    Mi chiedo fino a che punto le forme tradizionali della preghiera, le lodi o i vespri, o la lectio divina, possano essere oggi sufficienti a raggiungere un ascolto profondo.
    Mi chiedo poi quali strumenti psicologici siano opportuni in un accompagnamento spirituale.
    Grazie, Massimo, dell’ottimo contributo.
    letta

  3. Antonella G. dice:

    Caro Marco,
    grazie per il tuo commento e soprattutto per i due quesiti che poni alla nostra attenzione, dalla portata immensa!
    Non mi sento certo in grado di esaurirne le risposte, anzi: sono certa che le tue domande sottintendono già da parte tua un patrimonio ricchissimo e validissimo di esperienza e di sapienza, che mi piacerebbe potessi tu condividere.
    Capisco quando (ti) chiedi come le Ore liturgiche tradizionali possano da sole risultare sufficienti al raggiungimento di un ascolto profondo… Perché in effetti esse non sono primariamente finalizzate a questo. Sono piuttosto una sorta di fonte e di culmine: la celebrazione pubblica ed ufficiale di tutta la Chiesa cattolica (=universale) della medesima lode, adorazione ed intercessione, la stessa che il Figlio rivolge incessantemente al Padre nello Spirito Santo.
    Pregare le lodi, i vespri, ecc… è quindi prendere parte con fede ad una preghiera viva, che ci precede e ci supera, oggettivamente perfetta, al di là delle proprie disposizioni e capacità personali.
    Anche se queste ultime sono indispensabili per permettere di fare proprio l’immenso patrimonio di grazia racchiusa nella Liturgia.
    Tali sono l’educazione e il compito affidati ad altre forme di ascesi e di preghiera quotidiana personale, meditativa, contemplativa, silenziosa (forse dal video non emergono sufficientemente…).
    Qui, a mio avviso si inserisce la tua giusta preoccupazione di garantire strumenti e percorsi – anche psicologici – per approdare ad un ascolto profondo, ad una capacità di accoglienza e di dono, ad un’autentica esperienza spirituale, ad una relazione di reciprocità e d’amore con Dio.
    Antonella AVI

    letta

  4. gabriella dice:

    Caro Massimo avevo sentito da te e Maria dell’esistenza delle "apostole", Simona e Antonella; ma solo con l’osservazione dei loro volti e con l’ascolto del video ho capito chi sono veramente. Sai ho pensato che fino a poco tempo fa io, donna estremamente pratica, che mi sono sempre identificata con Marta e non con Maria (le due sorelle che accolgono Gesù nella loro casa), avrei ritenuto quasi inutile un aiuto solo spirituale delle persone e non pratico. Oggi, dopo il percorso dei nostri gruppi, sento mie le parole che dicono le "apostole" : ricevere spiritualmente per poter dare anche agli altri.
    Grazie di questo contributo, ti abbraccio.
    letta

  5. Marco Guzzi dice:

    Carissima Antonella, grazie delle tue parole.
    La mia perplessità nasce da molte esperienze e incontri.
    Spesso le preghiere comuni sono quasi le uniche praticate e, nella pastorale comune, ben poco, o quasi nulla, è detto o insegnato sulla preghiera come esperienza profonda e personale.
    L’impressione che spesso si ha è di un profluvio di parole e di immagini che passano sull’anima come gocce di acqua su un impermeabile.

    In fondo: troppe parole.

    Io credo che anche qui molte cose andranno modificate.
    Dovremmo incominciare a chiederci con grande semplicità: ma questa forma di preghiera ti aiuta veramente? ne esci per davvero più illuminata/o?
    Non siamo in un tempo di grande sperimentazione?
    E la preghiera non è anch’essa una forma storica, che quindi può mutare, sia pure custodendo lo spirito, l’essenziale che la anima e la ispira?

    Può veramente sussistere una preghiera "oggettiva"? e cosa significa? una preghiera forse che sussiste e ha valore a prescindere da chi la pronuncia? ma non è questa una prospettiva astratta e pericolosamente disincarnatoria? la preghiera non è sempre e solo relazione tra persone, e quindi nulla di "oggettivo"?

    Carissima, non faccio di certo a te queste domande, ma innanzitutto a me e a quanti vorranno continuare le nostre riflessioni.
    E’ d’altronde proprio partendo da questi interrogativi che portiamo avanti la nostra ricerca quotidiana.

    Grazie della vostra presenza e tanti affettuosi auguri

    letta

  6. Antonella G. dice:

    Marco carissimo,
    ti ringrazio perché con i tuoi interventi mi offri la preziosa opportunità di riflettere e di approfondire temi vitali come quello della preghiera.

    Certo preferirei avere davanti ai miei occhi l’intelocutore, per percepirlo, più che leggerlo. Ma anche così è già un grande tesoro!

    Mi associo alle tue perplessità, che faccio mie, là dove evidenzi la carenza diffusa di un insegnamento e di un accompagnamento nel cammino di preghiera "come esperienza profonda e personale".

    Se nella mia Comunità non avessi trovato altre forme di preghiera oltre a quella liturgica e comune – cosa peraltro improbabile – sono certa che non vi sarei entrata. Quello che mi ha affascinato, infatti, è stata la possibilità di dedicare alla meditazione, ma soprattutto all’adorazione silenziosa, almeno un paio d’ore al giorno: non ne potrei più fare a meno.
    E’ lì che respiro, nell’intimità sponsale, il Signore.

    Quanto alla celebrazione delle Ore liturgiche, ti confesso che ho imparato solo negli anni a riscoprirne il valore, al di là dei miei gusti personali, proprio per quell’"oggettività" di cui ti parlavo più sopra.
    Non mi riferisco affatto alla forma o alla struttura di quel tipo di preghiera (sono d’accordo con te quando parli di realtà storica, quindi suscettibile di cambiamento e di auspicate modifiche; concordo pure che sia assurda l’idea di una preghiera astratta che prescinda dall’uomo che prega!), ma vado proprio a quell’essenziale che la anima e la ispira, anzi di più, che la "spira", cioè lo Spirito di Cristo.

    C’è una preghiera sussistente, viva, grandiosa, attuale e perenne, che è quella non astratta, ma reale, del Figlio verso il Padre.
    Un fluire di Spirito Santo che, dopo la morte e risurrezione di Gesù, è ormai sempre disponibile e attingibile, e nel quale mi posso misticamente inserire attraverso l’azione liturgica.
    E’un dono particolare e gratuito di Cristo fatto alla Chiesa, sua sposa.

    E’ questa l’oggettività di cui parlo, un’oggettività non delle forme e neppure dei concetti, ma del realismo della persona:
    "L’oggettività dell’altro, di Dio o di un altro uomo, significa proprio la sua relazionalità libera, che io non posso mai possedere".
    (M. I. Rupnik).

    Così che se anche se entro in questa preghiera con tanta fatica, talvolta sentendone tutto il peso e l’aridità, non so perchè, ma non ne esco mai come prima, bensì come corroborata.
    C’è sempre un incontro, direi una comunione, la misteriosa partecipazione ad un qualcosa che è capace di trasformarmi al di là delle mie poverissime capacità, per il semplice fatto che, così come sono, comunque ci sono.

    Non so… Alcuni momenti mi accorgo che proprio a motivo della non addomesticabilità di questa preghiera, nella semplice adesione ed accoglienza per fede, vengo interiormente condotta ed illuminata su qualcosa di grande e di fondamentale per grantire e vivere la relazione stessa (qualsiasi relazione): il riconoscimento e il rispetto dell’alterità.
    Che nel caso di Dio – il Dio che in Gesù si è fatto carne – è trascendenza.

    Un caro saluto,
    Antonella

    "La fede come una radicale affermazione dell’Altro, di Dio, vuol dire aderire con tutto se stessi all’oggettività di Dio" (id.).

    letta

  7. Marco Guzzi dice:

    Grazie di queste precisazioni, carissima.
    E vediamo se riusciamo a coinvolgere qualcun altro nella nostra riflessione.
    letta

  8. Domenico Parlavecchio dice:

    Devo dire che il linguaggio dei commenti mi risulta un pò pesante. Non l’ho mai nascosto. Infatti capisco poco … mi sembra molto "intellettuale". Con questo non voglio dire nulla, solo che mi piacerebbe (forse anche ad altri) capire meglio. Parlare per esperienza.
    Mi rendo conto che si presta di più il fianco ci si espone un pò di più ma ci avvicineremmo anche di più.
    E mi sembra che è quello che fanno le Apostole

    Con suor Lauretta abbiamo avuto modo di confrontarci sul tema.
    letta

  9. Paola Balestreri dice:

    Provo ad espormi, come chiede Domenico.
    Forse l’oggettività di cui parla Antonella, quella del realismo della persona, è anche quella del nostro tempo biografico, storico.
    Penso a quando mi capita di recitare il Rosario con le suore missionarie della Consolata che abitano nel nostro quartiere: alcune ormai ‘in pensione’, altre, più giovani, magari di passaggio, magari del terzo mondo. In chiesa anche qualche persona anziana e fuori il traffico e il caos della nostra babele quotidiana.
    Tanti ricordi si affastellano nella mente: il mazzo di santini che ogni sera mia nonna sfogliava, i canti e le preghiere all’oratorio delle figlie di Maria Ausiliatrice quando ero piccola, la fila in sagrestia in attesa di parlare con Padre Gabriele e di ricevere la sua benedizione. Sentimentalismi? nostalgie di un mondo che finisce? Anche.
    Paura per un futuro che sento difficile e pieno di incertezze?
    E allora scendo più giù e sfoglio gli strati e i livelli esistenziali, alla ricerca di un filo, di quel centro di gravità, che superi l’impermanenza di tutte le cose e che mi riporti al presente, alla Presenza.
    Nell’offerta di tutta la vita, di tutte le mie varie vite, di tutte le vite di tutti, nella richiesta di senso, arrivo a sintonizzarmi con quella "preghiera sussistente, viva, grandiosa, attuale e perenne, che è quella non astratta, ma reale, del Figlio verso il Padre".
    Nello sgranare sulle dita i misteri della vita dell’Uomo Vero, mi intercetta finalmente "un fluire di Spirito Santo che, dopo la morte e risurrezione di Gesù, è ormai sempre disponibile e attingibile".
    E’ vero, capita anche a me, che pure fatico ad essere assidua come vorrei nella preghiera, quello che scrive Antonella: "anche se entro in questa preghiera con tanta fatica, talvolta sentendone tutto il peso e l’aridità (che forse è la forza di gravità che ci rende così fragili nella fede), non so perchè, ma non ne esco mai come prima, bensì come corroborata. C’è sempre un incontro, la misteriosa partecipazione ad un qualcosa che è capace di trasformarmi al di là delle mie poverissime capacità, per il semplice fatto che, così come sono, comunque ci sono".
    Grazie!
    paola

    letta

  10. Antonella G. dice:

    Amci cari, vi ringrazio.

    Potrebbe sembrare impossibile (per una Apostola dell’era virtuale!), ma è la prima volta che mi capita di intervenire in un forum.

    Grazie al commento schietto di Domenco, ho potuto accorgermi di averlo fatto in modo un po’ inesperto ed ingombrante, quasi fosse uno scambio privato di mail (sono abituata solo a quelle…), senza tener conto della presenza e della sensibilità degli altri lettori.
    E senza affatto conoscerne le regole di convivenza e il "galateo"!
    Scusatemi tanto!

    Tra una riga e l’altra speravo si potesse cogliere anche una mia esperienza, ma il linguaggio utilizzato forse l’ha un po’ ibernata…
    Se così fosse, metteteci tanto calore nel leggere e si scioglierà!

    Infine, grazie anche a te, Paola, perché nelle tue parole sento vibrare i tuoi sentimenti e vedo prendere forma i tuoi ricordi.
    E’ un dono averli condivisi con noi.

    Antonella

    letta

  11. Domenico Parlavecchio dice:

    Cara Antonella,
    magari vi vengo a trovare. Mi farebbe piacere parlare con voi … e forse con mia figlia che è in vena di domande ultimamente .. 😉
    .. come ho raccontato nell’ultimo post …
    [url]http://www.darsipace.altervista.org/index.php?option=com_myblog&show=Io-Mia-Figlia-In-Rete-BEAUTIFUL-.html&Itemid=1[/url]

    letta

  12. Antonella G. dice:

    Nell’attesa, caro Domenico,
    che ne dici se veniamo a trovarti noi nel tuo post it?
    Ci accogli? Sì!

    Ci vediamo di là allora!

    Antonella

    Se e quando vuoi, puoi sempre contattarci qui:

    apovitin@libero.it (mail)

    http://www.apostolevitainteriore.it

    letta

  13. Antonella G. dice:

    Nell’attesa, caro Domenico,
    che ne dici se veniamo a trovarti noi… nel tuo post it?
    Sì?
    Ci vediamo di là!

    Antonella

    Se e quando vuoi, puoi trovarci qui:

    apovitin@libero.it (mail)

    http://www.apostolevitainteriore.it

    http://www.apostolevitainteriore.it/formazione.index.htm
    letta

  14. Cara Antonella, è un po’ che desideravo scriverti, ma la frenesia delle giornate che vivo non me lo ha mai consentito. Premetto che darò un dispiacere a Domenico, perché ciò che ho in animo di scrivere rientra per l’appunto nella categoria stilistica e tematica, un pizzico concettuale con qualche spruzzata di teologia, che a lui non piace…conserverò tuttavia uno stile il più possibile chiaro e comprensibile (x Domenico: non è una signorile concessione, è un impegno etico che ci siamo presi e a cui non voglio derogare, perché ci credo sul serio ?).
    Anzitutto: che bello scoprire di voi! È proprio vero che ci sono più cose in cielo e in terra (e in Roma) che nella mia filosofia. La visione, lo confesso, un po’ depressa che ho (oggi in modo del tutto particolare…) tende spesso a omettere che, oltre ad apparati, gerarchie, cerimoniali e protocolli, la Chiesa è anche monasteri di spiritualità, donne e uomini del tutto “moderni” che pregano e incarnano qui e ora il messaggio della salvezza per l’umanità. Deo gratias!
    Ma veniamo al punto che più mi ha stimolato nella discussione tra te e Marco: la questione di una “liturgia” oggettiva. Provo a riassumere. Il nucleo, diciamo così, oggettivabile del nostro credo è la vita dialogica della comunità trinitaria, in cui siamo immessi per il Figlio mediante il dono dello Spirito. Tutto ciò si esprime nel simbolo liturgico, la cosiddetta “lex orandi” della Chiesa, in cui si esprime misticamente “qui e ora” la partecipazione della Chiesa al mistero di vita e di amore divino. Questa partecipazione è per noi veicolo di grazia e salvezza, esistenzialmente sperimentabile anche al di là, come tu sottolinei, delle proprie disposizioni personali. E sin qui credo che siamo tutti d’accordo.
    Dove iniziano per me i dubbi e le perplessità (e, qualche tempo fa, anche degli autentici crampi mentali)? Sostanzialmente tu utilizzi due categorie, riferendoti alla stessa realtà: “oggettivo” e “alterità”. Se ho capito bene ciò che scrivi, per te l’ambito dell’oggettivo è ciò che eccede la sfera del soggetto, cioè l’ipseità e il suo mondo totale, come direbbe Levinas o, col linguaggio di Marco, l’ambito dell’ego-centratura non in relazione. Le parole cambiano, ma il concetto mi pare rimane il medesimo, perché questa accezione del trascendente come l’altro dall’Io (e tuttavia misteriosamente in relazione, originariamente accessibile e aperto all’Io) è senza dubbio una delle acquisizioni più rilevanti della modernità.
    letta

  15. Qui però rischiamo di confonderci (da Babele in poi, purtroppo noi uomini non possiamo fare altro che sederci pazientemente e contrattare i nostri significati…una gran fatica, ma cammin facendo finisce che ci si conosce meglio e si impara a volersi bene): l’oggettivazione è infatti quella operazione mediante la quale l’io, per quel tanto che può, si appropria dell’alterità dell’altro, nella forma del linguaggio, del discorso, del segno, del simbolo. Nella riduzione a oggetto, l’Altro diviene disponibile all’Io. In tal senso l’oggettività è l’opera storica della com-prensione, sempre in tensione verso l’Altro che è fonte e origine inesauribile di ogni com-prensione. Una cosa mi preme chiarire: non credo alla mistica dell’ineffabile, né alla mistica del Totalmente Altro. È Dio stesso che cede alla parola, si fa carne, e dunque si rende toccabile e percepibile, anche esteticamente nel sentimento e nell’affetto. Ma non si riduce alla parola né alla percezione. Resta “Altro”, “Tu”, e in quanto tale fonte di ogni dono e inesauribile rivelazione. Anche nella dinamica (spirituale e psicologica) della preghiera.
    Da questo punto di vista penso che la liturgia è anzitutto simbolo, e come tutti i simboli prodotto storico, in tensione tra il già e il non ancora, tra l’io e l’Altro. È effabilità dell’indicibile, se mi permetti l’ossimoro. Conosci sicuramente la distinzione classica di “fides quae creditur” (la fede “che” crediamo, nelle tue parole il mistero “oggettivo”) e “fides qua creditur” (la fede con cui crediamo, cioè l’applicazione storica e soggettiva del mistero, che tocca diversamente ciascuno di noi). Ecco, per come la vedo io anche la liturgia (di cui esiste una concretissima storia, tracciabile e tracciata all’interno dei classici manuali) è “fides qua”. È lo strumento linguistico, simbolico estetico (e dunque tutto intessuto di storicità e contingenza) di un incontro che supera ogni intelligenza e ogni espressione. La liturgia perenne (la vita trinitaria) è accessibile solo nelle liturgie storiche, che cambiano, evolvono e si adattano. Ora, senza estremismi, penso che se così è ciascuno di noi debba essere attento alle forme di liturgia e preghiera che più lo aiutano a entrare in comunione col mistero divino, che è fonte di comunione con gli uomini. D’altro lato capisco anche che a ciascuno è chiesto di aderire più che può e come può alle forme di preghiera che la propria comunità e la propria Chiesa fa propria in un determinato tempo, e che questo è un vero e proprio sacramento (e come tutti i sacramenti un veicolo di grazia) della presenza dell’Emmanuele, Dio-con-noi: Dove due o tre sono riuniti nel mio nome…
    Un caro saluto e…appena trovo un minuto, se vi va, vi vengo a trovare.
    Antonio
    letta

  16. Antonella G. dice:

    Antonio carissimo, benvenuto!

    Ricordo, dopo aver spedito il mio primo commento, di essermi subito chiesta: "Chissà perché, tra le infinite condivisioni che avrei potuto fare, mi è uscita fuori proprio questa…?".
    In effetti non è che io passi le mie giornate a riflettervi sopra, anzi…

    Forse le domande di Marco, in sottofondo, erano anche quelle che mi ponevo io. Le sue intelligenti ‘provocazioni’ mi hanno spinta ad andare a rinverdire le motivazioni di fondo che animano la mia preghiera comune.

    Sono sedici anni, infatti, che per la scelta di consacrazione che ho fatto recito quotidianamente la Liturgia delle Ore (Ufficio delle Letture, Lodi, Ora Media, Vespri e Compieta): si saranno assommate ormai più di diecimila ore!
    Ma mi avranno almeno un poco trasformata? A questo non saprei rispondere.
    So che spesso mi hanno molto affaticata; hanno richiesto da parte mia un serio impegno di fedeltà.
    Come vedi non rientro nel numero di coloro che gustano la Salmodia come se si trovassero già in Cielo!

    Eppure qualcosa dentro di me continua a palarmi in suo favore…

    Suppongo perché, pur nella forma storica in cui la Chiesa me la porge oggi, essa è comunque pregna della Parola di Dio, una parola ispirata, perenne, che non passerà mai: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mc 13, 31), e che non ritorna mai a Dio senza effetto, senza aver operato ciò che Lui desidera (cfr. Is 55, 11).
    O perché è la preghiera ufficiale ed universale della Chiesa, così che entrandovi, incontro tutti i miei fratelli in Cristo che vi prendono parte, e ricevo gratuitamente anche dalla loro preghiera, quasi per osmosi (la comunione dei santi?).
    Ma soprattutto – mi ripeto! – perché realmente nella Liturgia trovo una preghiera che già esiste prima e sopra di me: la preghiera di una Persona viva, il Figlio orante verso il Padre suo.

    Ovviamente mi riferisco alla Liturgia in senso più ampio rispetto alle sole Ore liturgiche, quella che è ritenuta dalla Chiesa come "l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo" (Sacrosantum Concilium 7).
    Ora – continua il Documento – la Liturgia "consta di una parte immutabile, perché è di istituzione divina, e di parti scuscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono e devono anche variare" (id. 21).
    E più avanti dirà anche che "Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa… Perciò tali azioni appartengono all’intero Corpo della Chiesa" (id. 26).
    Di fronte a tali realta che superano la mia individualità, la mia preghiera personale – pur se indispensabile – è cosa talmente piccola!
    Quando mi capita di realizzare quello che si sta celebrando, mi vengono le vertigini per la sua immensità!

    Quanto poi alla distinzione tradizionale a cui accennavi, credo che la Liturgia non possa essere considerata solo fides qua creditur (anche perché le due componenti della fede non sono mai scindibili, se non per aiutare la riflessione teologica): essa è sì l’atto di fede (fides qua) di tutta quanta la Chiesa, ma verso un contenuto oggettivo (fides quae) che addirittura le è intrinseco, interno, cioé un contenuto che è presente e si realizza nella Liturgia stessa.
    Non un insieme astratto di verità da credere, ma un Evento, un avvenimento concreto già accaduto una volta per tutte nella storia e che si manifesta ogni volta che la Liturgia lo evoca: la Pasqua di morte e di Risurrezione di Gesù, che attraverso l’azione liturgica raggiunge il mio oggi, il mio qui ed ora.

    Qui si inserisce anche l’accostamento che facevo tra "oggettivo" ed "alterità"…
    Ti parlo entro i paramentri di una visione personalistica, relazionale, dove il centro è la persona, la persona in relazione.
    La persona (non i concetti astratti) è l’esistente "oggettivo" col quale mi debbo misurare, nel senso che l’altro c’è, esiste.
    Ed esiste come "altro" da me.
    Se l’altro non fosse anche "altro", in realtà io non mi relazionerei con nessuno, sarei chiuso ancora nel mio io egoico. In altri termini: non amerei.
    Poiché l’amore presuppone che io accolga e riconosca l’altro nella sua oggettività, che non coincide con la mia soggettività: l’altro, proprio perché "altro", io non lo potrò mai possedere né piegare.
    Ammettere l’oggettività dell’altro, rispettare la sua alterità, è un riconoscere all’altro la sua libertà di esistere e di relazionarsi in maniera altra da me: questo è amare.

    … Caro Antonio (caro Domenico!), forse possono sembrare concetti complicati: in realtà si tratta dell’anima delle relazioni, dell’antidoto a tante frustrazioni nel relazionarsi con l’altro.
    Finché non concederò all’altro la sua "alterità", la sua oggettività, io non farò che cercare di addomensticarlo alla mia soggettività, restando per forza deluso, perché l’altro, in questo senso, non sarà mai mio né come me.

    Scusatemi la digressione, ma con questi temi… (!)

    Un saluto affettuoso,
    Antonella
    letta

  17. giovannadivita dice:

    Grazie a tutti per i commenti che mi hanno aiutato a riflettere su molte cose.

    Non entro nel merito della dotta disputa sulla preghiera oggettiva (non ne ho la competenza), vorrei soltanto condividere la mia piccola esperienza nella preghiera liturgica dei Salmi.

    Dopo anni di lontananza dalla fede il mio dialogo con Dio è ricominiciato attraverso la recita dei Salmi durante un mio soggiorno in un monastero.
    Nel momento difficile che stavo attraversando quei versetti davano parole al mio muto dolore.
    La recita comunitaria mi faceva comprendere anche che ero parte di un’unità, mi insegnava l’umiltà della comunione.

    Quando prego con i Salmi mi sento unita alla grande famiglia umana perché quei versetti esprimono tutti i sentimenti che accompagnano le diverse esperienze della vita.
    Ma soprattutto mi sento unita alla preghiera della Chiesa universale, alla preghiera di Gesù, di Maria, e di tutti i santi che ci hanno preceduto.
    La preghiera liturgica comunitaria mi fa sentire ‘parte’ di questa grande famiglia: in questo sentirmi parte vivo la gioia dell’appartenza ma anche la rinuncia alla mia orgogliosa autosufficienza.
    La preghiera liturgica comunitaria diventa così una grande maestra e palestra di vita comunitaria.

    Lamento anch’io, come Marco, nella pratica comune, la mancanza di un tempo di preparazione, di ‘connessione’:.
    Si viene quasi sempre immessi immediatamente nella recita della preghiera senza aver predisposto il cuore alla preghiera, senza essersi sintonizzati.
    Manca una formazione alla preghiera e un accompagnamento lungo il percorso.

    letta

  18. letta

  19. Antonella G. dice:

    Carissimi amici,
    grazie di tutte le vostre condivisioni e riflessioni: è davvero molto bello vedere radunato in un solo luogo tanta ricchezza di vita e di pensiero!
    Ora sto per entrare in ritiro, prima del rinnovo dei Voti.
    Vi porto tutti con me nella "densità del silenzio".

    Un abbraccio
    Antonella

    "Dio m’immerge nella visione dell’immensa solitudine, in alto, e mi lascia comprendere che questa è stata finora l’eredità della mia vita…
    Nessuno sforzo di comunicazione ha potuto veramente attenuare questa solitudine tremenda e insieme divina, che spezza il mio cuore e nello stesso tempo lo rapisce e lo immerge in una beatitudine celeste" (Itala Mela).
    letta

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