Beethoven Sonata op. 111

 

Primo Movimento

Fabrizio, nel suo commento al mio secondo post, parlava di serendipity, lo scoprire, cioè, una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. Anche se Fabrizio si è servito di questo termine, commentando la coincidenza dello slittamento della data del mio concerto, apparentemente casuale, con l’anniversario della morte del mio maestro Zadra, vorrei estendere il significato della parola “serendipity” per raccontare il lavoro che ogni artista dovrebbe compiere, per creare le condizioni perché questo evento possa accadere.

 

Quando sto per affrontare l’esecuzione pubblica di un brano al pianoforte, la forma di quell’opera ancora non esiste. Può nascere ogni volta di nuovo, ma non è detto che sia così, perché la forma del brano non coincide con la semplice esecuzione, anche corretta, di tutti i suoi suoni.

Arietta (1/2)

Se, infatti, io comincio a suonare con l’ansia di colui che vuole realizzare una precisa idea, uno schema mentale, l’idea che mi sono fatto del brano, studiandolo a casa, allora inizio solo una battaglia. Un conflitto in cui l’unico sicuro perdente è la musica.

Per quanto importante sia l’immagine che mi posso costruire del brano musicale, non deve diventare un simulacro da sostituire alla vera esperienza musicale.

Il pianoforte in sala è molto diverso da quello che ho a casa, ma, anche se portassi il mio strumento, questo lo percepirei completamente diverso da come suona in casa. Cambiando l’acustica, infatti, non solo cambierebbe il suo suono, ma anche la percezione di corrispondenza tra il suono e l’affondo dei tasti.

Che fare allora? Accettare la sfida, combattendo e piegando lo strumento e l’acustica alle proprie certezze, o allentare le proprie difese e rimanere in “ascolto”. Ma in ascolto di che, se abbiamo già detto che il brano ancora non esiste e che l’idea che ne abbiamo, non è una garanzia di soluzione al problema.

Da Sergiu Celibidache, un grande direttore d’orchestra con cui ho studiato, ho imparato che quello che conta in musica non sono i suoni, di per sé, ma le relazioni che tra questi si instaurano, volta per volta.

E queste relazioni devono tener conto, non solo delle altezze, e delle durate (per intenderci di tutto ciò che è scritto sullo spartito), ma anche del particolare suono che lo strumento produce in quel contesto, quindi dell’acustica della sala, che varia col variare dell’ampiezza, della sua forma e del numero degli spettatori che la riempiono.

Essere in ascolto, dunque, significa ritrovare quella condizione di silenzio interiore, la Coscienza pura, come la chiamava Celibidache, che è l’unico presupposto, la condizione originaria attraverso la quale siamo in grado di mettere in relazione i suoni fra loro, trovando e lasciando emergere, nell’adesso, i necessari rapporti di priorità.

È così che troviamo ciò di cui non conoscevamo l’esistenza, perché ogni esecuzione, se autentica, ci regala un’esperienza unica e irripetibile, un nuovo caso di serendipity.

Non è così anche nella vita e nei rapporti interpersonali?

Arietta (2/2)


 

Commenti

  1. marcoguzzi dice:

    Carissimo Alessandro, grazie di questo dono.
    Sentirti e vederti suonare è per me una grande gioia, così come leggere le tue parole sull’ascolto che fa nascere l’opera dal grembo del silenzio, da una sorta di nostra innocenza o smemoratezza.

    Questa innocenza è il luogo della vera creatività, della nuova creatività, che sgorga dalla pace, come spirito che s’incarna, si fa evento, parola, relazione, mondo.

    E così il nostro sito diviene un luogo in cui ciascuno può condividere quelle idee o quelle opere che sgorghino da questi processi.
    Così incominciamo a produrre un’autentica Opera Comune.

    Abbracci
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  2. Grazie Alessandro per questo momento di attenzione, con il tuo messaggio ci richiami al bisogno di fermarci e mettere da parte i pensieri impazziti che ci tengono lontani dalle cose vere.

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  3. alessandro dice:

    grazie Marco e Massimo per i vostri commenti.

    Esatto Marco… è proprio della "smemoratezza", che parlava Celibidache, perchè se si suona solo a memoria la musica è morta, o non c’è mai stata. Ed è così anche la vita, che ci dona qualcosa di autentico, solo quando non ripercorriamo modelli di comportamento codificati.
    Giustamente tu ci chiedi di fare l’esercizio a 9 punti, per essere pronti, a rispondere alle domande che la vita ci pone non seguendo un "modello di comportamento", una maschera, ma per permettere allo Spirito di rivelarsi, anche nelle situazioni più difficili.

    Proprio per questo, però, tornando alla musica, puoi comprendere quanto sia importante l’esperienza di un concerto dal vivo.
    E’ e deve essere un momento irripetibile, perciò qualsiasi forma di riproduzione tecnologica, non può sostituire l’evento unico. Tutte le riproduzioni sono utili sul piano conoscitivo, permettono di farsi un idea di ciò che ci interessa, come l’immagine del Fujiyama mi può dare una certa impressione di quel luogo, ma non sostituisce una reale scalata di quel vulcano.

    Con questa affermazione rispondo anche a Massimo, che giustamente fa notare come le nostre vite, nella loro frenesia, spesso ci allontanano dalle cose vere. E’ proprio così.

    Grazie ancora
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  4. Una esecuzione impeccabile che tocca le corde dell’anima, frutto di spiritualità autentica e profonda.
    Deliziarsi al tuo ascolto è un privilegio.
    Grazie Alessandro per avvicinarci alla Luce.
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  5. alessandro dice:

    no Marco, non è un’esecuzione impeccabile, però sicuramente l’ho vissuta molto intensamente.
    Comunque grazie
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  6. giovanna dice:

    Grazie Alessandro, ascoltare la tua esecuzione mi ha comunicato forza, gioia, pace. Potenza della musica!

    Mi ha colpito molto il parallelo che fai tra l’esperienza musicale e quella dei rapporti interpersonali: “ogni esecuzione, se autentica, ci regala un’esperienza unica e irripetibile. Non è così anche nella vita e nei rapporti interpersonali?”

    E’ proprio così, ogni incontro, ogni relazione, dovrebbe scaturire dal lavoro di un’artista, essere un’esperienza unica e irripetibile.

    Mi scopro invece spesso a ripetere passivamente musiche già note, strategie relazionali che non lasciamo spazio alla novità dell’incontro, all’unicità e irripetibilità di ogni incontro.
    Mi sento come un pianoforte che vuol produrre da sé la sua musica e blocca rigidamente i suoi tasti impedendo all’Artista di far scaturire da quei tasti la sua musica divina.

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  7. alessandro dice:

    anch’io, cara Giovanna, spero che la nostra vita diventi un’autentica opera d’arte, in cui ognuno di noi si faccia strumento dello Spirito.
    Un abbraccio
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  8. Beh ovviamente intendevo per me impeccabile, ma mi rendo conto che non ho la capacità di apprezzare tutte le qualità di una esecuzione, dunque mi scuso per la presunzione involontaria. Tuttavia intendevo comunicare quella che è stata la mia sensazione emotiva e spero di aver reso l’idea. E’ per me sempre un grande piacere ascoltarti e resto convinto che si possa accarezzare, curare e cullare un’anima con la musica.
    Grazie ancora.
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  9. Armando Calabrese dice:

    "L’allievo deve imparare a staccarsi non solo dall’avversario,
    ma anche da se stesso (…) Da tale vuoto assoluto sboccia
    meravigliosamente l’azione"

    (E. Herrigel – Lo zen e il tiro con l’arco)

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  10. alessandro dice:

    Caro Armando,
    Lo spunto iniziale è ottimo, perchè la frase di Herringel è in strettissima relazione con l’argomento, ma vorrei risponderti su alcune affermazioni che mi convincono di meno.
    Parli giustamente di abbandono, ma insieme di "desiderio" e di "inappagamento che sottende ogni esperienza umana", o di "specchio di quello squarcio di luce intravisto".
    Quando viviamo la musica, non c’è più desiderio, inappagamento, e quel vissuto, non è uno "specchio…", ma la luce stessa.
    Prima o al termine di quei momenti, possiamo parlare di desiderio, inappagamento, ma non mentre li viviamo.
    Naturalmente non tutte le volte, che andiamo al pianoforte a suonare, siamo nella musica. Questo avviene solo a certe condizioni, ma in quei momenti possiamo parlare di stato meditativo, in cui non abbiamo bisogno di nulla, tutto ci è dato, non c’è niente da ricercare, perchè abbiamo "trovato".
    Le condizioni sono, purezza di coscienza, umiltà, semplicità, vigilanza, discernimento, spontaneità di reazione, ascolto.
    Un caro saluto
    Alessandro
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  11. Fabrizio Falconi dice:

    Caro Alessandro,

    grazie ancora per quello che hai scritto, e per il nuovo video che hai inserito, e che conoscevo già molto bene.

    Quello che scrivi mi piace molto, anche perchè sono convinto che molto spesso, nella vita, ci capita di "trovare quello che non cerchiamo". Ovvero, siamo partiti per cercare una cosa, e ne troviamo un’altra.
    La vita è sempre sorprendente, e ci stupisce ogni volta. Ci porge regali inaspettati, ci fa intraprendere strade che non avremmo voluto percorrere. Ci disorienta e ci riprende. Ci perde a volte, e poi ci chiede qualcosa che non possiamo più negare.

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  12. Alessandro dice:

    Caro Alessandro , mi unisco al coro dei ringraziamenti, per me seguirti alla tastiera è assistere ad un miracolo
    Non sto esagerando , devi sapere però che in me c’è anche una grande ignoranza musicale ed è per questo che vorrei chiederti un favore.
    Quando mi capita di ascoltare un brano la prima cosa di cui sento la mancanza è ….conoscerne la genesi ,come nasce, da quali emozioni, in quale frangente della vita dell’autore,insomma sento forte la necessità (forse proprio perchè non sono abituato al genere ) di saperne di più ma chissa’ se è possibile?!
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  13. alessandro dice:

    Caro Alessandro,
    c’è voluta mia moglie per permettermi di calarmi nei tuoi panni.

    Io ti stavo già rispondendo con un linguaggio più tecnico e fenomenologico, ma non avrei raggiunto lo scopo.

    Effettivamente per risolvere il tuo quesito occorre che ti liberi del piano mentale.

    Non è conoscendo la genesi di un brano,che ne puoi godere di più il suo significato, perché (e qui entra un po’ il fenomenologo) il significante (suono) coincide con il significato (messaggio).
    Non c’è bisogno di qualcosa d’altro per capirne di più. La musicologia e solo una sovrastruttura conoscitiva (di cui i musicisti devono tener conto), che però non aumenta di una virgola la nostra sensibilità musicale.

    È solo aprendo la tua mente ai percorsi della tua affettività, che i suoni suscitano e stimolano, che tu ti lasci afferrare dall’esca che ti cattura e ti accompagna alla comprensione della musica.

    Per imparare questo, devi semplicemente ascoltare ed ancora ascoltare musica, cercando di trovare te stesso in ciò che senti.

    Il mio maestro Celibidache diceva: “la musica sei tu!”, e questo è il grande segreto e mistero, che lui mi ha rivelato e di cui sarò sempre grato, anche se non sempre sono in grado di viverne fino in fondo la portata.

    Un caro saluto
    Alessandro Drago
    letta

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