Archivi per marzo 2009

Tre Cose Per Cominciare A Stare Bene .. Tutti?

Penso che

  • negli ultimi 40 anni si sia creata una pausa verso il consolidamento e la condivisione dei valori umani (espresso in maniera eclatante questo video ), che forse sta per essere ripresa grazie alla crisi dell’economia globale… e io posso cominciare a dire la mia grazie alla Rete.
  • impegnarsi per sentirsi ed essere “genitori” apra le porte ad un’esperienza da condividere e promuovere il più possibile in questo tempo perchè la speranza NON SIA più un’esperienza intellettuale e per pochi
  • non è mai troppo tardi per

smettere di non fare niente visto che è condizione sufficiente affinchè il male si presenti. (La frase è tratta da un’intervista a Roberto Saviano A Che Tempo Che Fa)

E’ vero che per raccogliere i frutti dobbiamo aspettare del tempo .. ma la perseveranza e la pazienza sono doni dell’età … mentre il coraggio e la passione per le persone non hanno età.

Non so come state voi ….. io potrei cominciare a sentirmi meglio.

Adesso lo dico a mia figlia…. chissà cosa dice 🙂

 


 

Un puntino azzurro

Si può essere presenti, contemporaneamente, a più livelli di coscienza?
Giustamente l’autore delle riflessioni che accompagnano le belle immagini sul rapporto incommensurabile fra la piccolezza della terra e l’universo che la circonda, ci fa notare come le questioni spicciole della nostra quotidianità perdano di significato se osservate da un altro punto di vista.


Tuttavia, proprio per il fatto di essere, la nostra Terra, l’unico posto ospitale e vivibile, ci viene ricordato come sia importante preservarlo responsabilmente.
Mentre mi accingevo a scrivere queste righe cercavo un raffronto tra queste considerazioni e l’arte del suonare.
In effetti, chi suona deve aver risolto ogni difficoltà riguardo l’esecuzione di ogni nota, inserendola nel giusto contesto di rapporti, dai più vicini (con le note immediatamente più vicine) ai più lontani (illuminando di significato tutte le sezioni del brano).
Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache spesso ci diceva “io sono lì, perché non sono lì”, volendo proprio esprimere la realtà dell’essere pienamente nel presente di ogni nota, solo quando questa nota rimane, nel nostro vissuto di coscienza, in relazione con l’inizio del brano, e questo per ogni nota fino alla fine.
Possiamo, così, anche noi essere qui, su questa terra, dando senso alle nostre relazioni più o meno vicine, rimanendo sempre in rapporto col Principio?
Io credo che questo sia il nostro impegno, anche se spesso sembra che le vicende quotidiane, le “note” appena suonate siano stonate, non in armonia.
Occorre purificare il nostro de-siderare, entrando in sintonia con le forze che muovono l’universo, attraverso un più attento uso del pensiero, un giusto con-siderare, essere appunto al livello delle stelle, per osservare e vivere i fatti della quotidianità nella loro giusta dimensione, che è, in ultima analisi, sempre spirituale.

La Quaresima del mondo

 

immagine di una donna che passa davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento
Crisi, recessione, perdita di lavoro, impoverimento, rinunce, digiuni forzati. Non c’è più separazione, i tempi liturgici sembrano diventati i tempi del mondo, i misteri della fede i fatti del mondo. Il viola quaresimale fa moda. Che significa?


L’umanità sta vivendo la sua Quaresima, il suo tempo di passione, celebra la morte.  Nei film, nei programmi televisivi, nell’arte,  ovunque la cultura di morte fa scuola.

La meditazione sulla morte, in passato  esperienza iniziatica  degli ordini religiosi,  sembra ora divenire esperienza comune.  L’umanità si trova a meditare continuamente sulla morte ma  senza conoscere i misteri che sta celebrando, senza sapere nulla della resurrezione; vive dolori di parto, ma non sa che sta partorendo, prova angosce di morte ma non sa che si prepara a risorgere.

Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. (….) tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati” (Rm 8,18-24)

Una sapiente pedagogia sta portando l’umanità verso la sua trans-figurazione, e questo processo evolutivo prevede l’attraversamento dell’esperienza di morte.  Solo morendo all’uomo vecchio e a tutte le strutture di menzogna che ha creato l’umanità può risorgere come Nuova Umanità, umanità redenta, nuova creazione.

Il crollo del sistema economico-finanziario è  la punta di un iceberg, tutto ciò che è falso sta crollando e questa è davvero una buona notizia ma il mondo non lo sa, vede solo le contro-figurazioni sataniche del processo in corso: la  quotidiana cronaca di distruzione e morte.

Contemplare solo la morte senza  speranza nella resurrezione è un inganno, una tentazione diabolica. Il diavolo è colui che separa le cose,  che focalizza l’attenzione sulla cronaca, su ciò che viene distrutto, che  muore,  impedisce di vedere la storia,  l’intero processo, la meta finale.

Quando vedo al mio interno crollare le torri, le maschere costruite con cura, le strategie difensive elaborate nel tempo, il terrore mi assale, un’angoscia di morte mi serra la gola, ma so che lasciandomi andare  nel profondo posso già sentire la voce che canta Alleluia! e danza di gioia.

 

La gioia di suonare

 

Recentemente, facendo lezione, mi si è presentata nuovamente l’occasione di approfondire il discorso sull’atteggiamento di chi suona.

Quasi tutti gli esecutori hanno paura, in una forma o l’altra, di suonare in pubblico.
La paura più forte è quella di “perdersi”, cioè di non essere più presenti a ciò che si sta suonando, fino ad arrivare al blocco totale.


Tutti gli accorgimenti che adottiamo in fase di studio tendono a fortificare la memoria attraverso l’aumento della consapevolezza nei vari parametri musicali, il ritmo, la melodia, l’armonia, la strutturazione delle tensioni, ecc..
Tutto ciò è necessario, ma non è sempre garanzia di successo, né per ciò che riguarda la regolarità dell’esecuzione, né per il fatto che l’esecuzione stessa possa rappresentare, nella sua unicità e autenticità, un reale momento di arte.
Ho già parlato, in altri scritti, al riguardo, ma ora volevo affrontare il tema da un’altra angolatura, quella della gioia di suonare.

Quando preparo un brano da suonare in pubblico, ho bisogno di molto tempo. Questo perché non posso pensare di aver terminato lo studio finché non provo una particolare gioia, che è quella prodotta dalla percezione che ogni nota abbia un senso, che trovi la sua giusta collocazione, il giusto grado d’intensità.
Per arrivare a questo non basta conoscere “a mente” ogni suono, ma occorre trasformare il proprio corpo, ogni cellula, perché sia in sintonia con il significato che le relazioni fra le note comunicano.
A quel punto, ogni suono, libera tutta la sua potenzialità di armonici interni (il timbro, il colore di ogni suono si arricchisce), facilitando il legame con le famiglie di armonici dei suoni affini, creando ulteriori possibilità di nuove relazioni.

Non sempre si riesce, perché il cammino nella conoscenza e armonizzazione di sé è arduo, anche se costellato di momenti che hanno del miracoloso.
Durante le esecuzioni, può succedere di ricadere nell’assenza di Spirito, nella perdita di sé, fondamentalmente per l’emersione di parti di noi ancora rigide, i nostri blocchi animici, le nostre false credenze, che producono vari tipi di reazioni legate alla paura.
In questi casi è utile fare appello alla conoscenza strutturale del brano, alla tecnica, all’esperienza.

Tuttavia un buon modo di anticipare un nostro cedimento di fronte all’emersione della paura è l’attenzione verso la gioia che si sta provando, se scompare è segno che prima o poi ci perderemo.
È anche opportuno non scambiare la gioia con l’euforia, che è un’altra forma di perdita di sé.
Invece l’intima gioia che si prova nello scioglimento di ogni tensione egoica è la cartina di tornasole della nostra capacità di dare senso a ciò che facciamo.

 

Seconda tappa “Come sono arrivato qui ?”

 

cielo con luce che attraversa le nuvole e delinea il contorno di un uccello che vola
Preferisco utilizzare “qui” perché parlare di “fede” mi sembra esagerato .
Risuona sempre in me il detto che ne basta tanta quanto un seme di senape per spostare le montagne e questo è grande così ( . ) quindi io proprio non potrei parlarne.

Nasco 50 anni fa da genitori con il timbro di “cattolici”, Lei ripete ciò che gli hanno insegnato, bisogna fare senza farsi domande, la preghiera è orazione, la messa dovere, i sacramenti boh !!! Lui non frequenta ne si fa domande .

Tutto procede secondo tradizione come per tanti-tanti altri.

Arriva l’età della rivolta sento il bisogno di aria e la voglio scegliere io, preferisco.

Iniziano così tutta una serie di esperienze, incontri e scontri tra i quali manca proprio la parrocchia .

La chiesa vorrebbe tarparmi le ali ed io invece desidero volare libero vivendo le mie esperienze fino in fondo, scegliendole senza limitazioni nel vasto e accattivante assortimento che mi si presenta. Il criterio di scelta è semplice, soddisfare i desideri del momento in compagnia, la più numerosa possibile, per essere supportati nei momenti tristi. In fondo il vero desiderio è proprio quello che ancora anima le mie scelte, giungere finalmente a vivere una realtà che riesce a tacitare in modo efficace la mia fame di senso.

Il volo è lungo e vario e non finisce, per pura fortuna ( o chissà? ), con una caduta bensì per esaurimento della spinta interiore; questa viene assorbita sempre più dal dover contrastare un malessere che puntualmente vanifica tutte le potenziali positività che inizialmente vedevo nei diversi approdi.

Eccomi giunto sfinito e deluso alla ricerca di un ristoro; le ali sono sempre più pesanti al punto che a volte penso “non ne vale la pena”.

Sommessamente mi si ripresenta, in modo sempre originale una figura, un Uomo con grandi capacità il quale dice cose strane ma che devono essere vere perché entrando dalla mente arrivano nella carne fino al cuore. Parole illuminanti che rischiarano l’orizzonte mostrando i particolari di un paesaggio che altrimenti appare ben diverso. A questo proposito però devo riconoscere che la potenzialità illuminante di queste Parole mi si è manifestata chiaramente quando sono stato aiutato a fare più attenzione ed ho potuto attingere alla traduzione di chi prima di me si è incamminato su questo sentiero.

Scaturiscono forti emozioni ma resta difficile trovare la disponibilità per rivedere le mie scelte, posizioni acquisite da tempo che hanno radici profonde ……………… chissà forse avvicinandomi un po’ di più posso verificare meglio quanto siano sbagliate certe scelte di vita.

E’ vero, ne ho trovate molte sbagliate.

In alcuni momenti si sta cosi’ bene da non invidiare ne desiderare minimamente tutti i voli ( liberi ) che mi lambiscono .

Eccomi al traguardo della tappa, io ci sono arrivato cosi e te ????????????????

 


 

Those who are dead

immagine di Jung
Che succede dopo?

Di noi cosa resta?

Cosa ci aspetta di là?….


Tutte domande che giacciono nei fondali delle nostre ordinarie esistenze e solo a volte, quando l’acqua si agita un po’, vengono a galla.

 Ma restano sempre lì perché non hanno risposte certe e razionali, dunque non cessano di richiamarci a misurare il senso del nostro passaggio qui.

Apparentemente per caso, sfogliando le pagine del mio motore di ricerca, su internet ho trovato questa risposta:

« Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssimativamente…Prima o poi, i morti diventeranno un tutt’uno con noi; ma , nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel modo d’essere. Cosa sapremo di questa terra, dopo la morte? La dissoluzione della nostra forma temporanea nell’eternità non comporta una perdita di significato: piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo » (C.G.Jung)

Ed inevitabilmente per me si apre il dilemma sul tempo. In fondo proprio su questo mi ritrovo spesso a riflettere e a fantasticare… : non si ferma mai, non possiamo fermarlo e ne restiamo solo trascinati invano cercando di aggrapparci a certi attimi, ai momenti o ai ricordi, o alla nostra fede?

… per non dargliela vinta. Ancora a volte non riesco a darmi pace……

La vita eterna ci aspetta, ma è altra cosa? …

Che ne sarà di noi, dopo?

Continua a ronzarmi nella testa quello che ripete Chris Martin dei Coldplay in 42:

Those who are dead are not dead,

They’re just living in my head

And since I fell for that spell

I am living there as well

Time is so short
And I’m sure
There must be something more

… Quelli che sono morti non sono morti

Loro vivono nella mia mente

… E da quando sono caduto sotto quell’incantesimo

Ci vivo anch’io

Il tempo è così breve
E sono sicuro
Che ci dev’essere qualcosa di più ………

…. e per chi ha voglia di ascoltare un brano molto intenso, dal sapore magico:

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… come sempre a tutti buon intrattenimento.

Roma 25-29 Marzo – Corso intensivo – la Ri-generazione

Critica e trasformazione delle immagini
di Dio, dell’Uomo, e della Società

Roma – 25-29 Marzo 2009
meditante_con_pupo
Obiettivi e finalità dell’incontro

In questi decenni si stanno modificando tutte le nostre concezioni intorno a Dio e all’essenza dell’Uomo. Risulta perciò determinante comprendere che ad ogni immagine di Dio che ci facciamo, compresa quella ateistica, corrisponde una forma di umanità che sviluppiamo in noi, ed anche una modalità di relazione sociale.
Il corso si prefigge di mostrarci quali immagini, anche inconsce, di Dio ci blocchino nel nostro processo di liberazione e ci mantengano in uno stato di paura e di soggezione.
La nuova umanità, che a fatica sta emergendo sul pianeta terra, fiorisce e si rafforza soltanto se ci affidiamo all’amore incondizionato di un Dio che è in noi.


 


Metodologia

Nel seminario seguiremo la metodologia integrata utilizzata nei corsi regolari che si svolgono presso l’Università Salesiana di Roma.
Questo metodo è illustrato nei due manuali: M. Guzzi, Darsi pace – Un manuale di liberazione interiore, Ed. Paoline 2004, e Per donarsi – Un manuale di guarigione profonda, Ed. Paoline 2007.
La base teorica del lavoro è invece raccolta nel volume di M. Guzzi, La nuova umanità – Un progetto politico e spirituale, Ed. Paoline 2005.

Programma del seminario

Mercoledì 25 marzo 2009

18 Arrivo e sistemazione
18.30 Meditazione introduttiva
20.45 Presentazione del seminario:
Come è Dio così sono io

Giovedì 26 marzo 2009

9.15 Teologie inconsce e forme distorte dell’io
Meditazione guidata, insegnamenti ed
esercizi di autoconoscimento
16 Lavori di gruppo
17 Condivisione in assemblea
20.45 Incontro di fine giornata

Venerdì 27 marzo 2009

9.15 Il Dio persecutore e il Dio assente
Meditazione guidata, insegnamenti ed
esercizi di autoconoscimento
16 Lavori di gruppo
17 Condivisione
20.45 Meditazione poetica:
L’esperienza poetica come dialogo tra l’uomo e Dio

Sabato 28 marzo 2009

9.15 L’amore incondizionato come cuore della nuova umanità
Meditazione guidata, insegnamenti ed
esercizi di autoconoscimento
16 Lavori di gruppo
17 Condivisione

Domenica 29 marzo 2009

9.15 L’io ri-generato sovverte il mondo della paura
Meditazione guidata, insegnamenti ed
Esercizi di autoconoscimento


Avvertenze

E’ possibile partecipare al Seminario secondo due modalità: come residenti e come pendolari.

Quota residenti: Euro 150 più 40 di iscrizione.
Quota pendolari: Euro 40 di iscrizione più 30 per uso casa.
Costo singolo pranzo: Euro 15.

Per effettuare l’iscrizione è sufficiente telefonare, inviare un fax o una mail
Presso la sede del corso.

Sede:
Centro di Spiritualità “Mater Ecclesiae”
Via Pineta Sacchetti – Roma
Tel. 06.3017936
\n mater.eccl@tiscalinet.it

Il Centro “Mater Ecclesiae” si raggiunge dalla Stazione Termini con Metropolitana linea “A” in direzione Battistini, fino a Valle Aurelia., quindi con treno urbano FS per Viterbo o Cesano o Bracciano, scendendo alla fermata Gemelli.

Fratelli ristretti

 

immagine: mani di un carcerato che escono dalle sbarre
Le carceri sono un po lo specchio della nostra società, il condensato dei problemi e delle patologie che la affliggono. Suor Mirella, che da anni svolge attività nelle carceri, ci invita a interrogarci sulla reale applicazione dell’articolo 27  della nostra costituzione.

le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art.27 della Costituzione)


In questo tempo alta è la tensione sulla situazione  della Giustizia in Italia favorita anche dal fatto, innegabile, che si riscontrano spesso, a conclusione di processi gravi, pene irrisorie, seguite da facili scarcerazioni che restituiscono la persona alla società, con  fatali  risultati di recidività.

Che succede? Come avviene quella rieducazione del condannato che la Costituzione prevede?

In Italia vige  una normativa molto avanzata che permette l’utilizzo di misure alternative, delegando alla società e alle Istituzioni “esterne” il compito del completamento rieducativo.

Ma la società non riesce a far questo e praticamente lo rifiuta: sembra respirare solo se il soggetto è “ristretto” in carcere.

Penso che la situazione delle carceri italiane sia uno dei problemi più scottanti del nostro tempo: il lavoro che svolgo all’interno e da molti anni me ne dà quotidiana testimonianza.

Non posso fare qui un elenco dei mali cronici acutizzatisi in questo tempo, ma basti pensare che già il sovraffollamento e la promiscuità a cui gli ospiti sono per forza costretti ha fatto esclamare ai tempi di tangentopoli ad un ospite di alto livello culturale che il carcere gli era risultato, soprattutto per i giovani incensurati, una vera scuola di delinquenza.

La realtà è che nelle carceri italiane vengono convogliate tutte le patologie e i problemi che affliggono la società contemporanea, il che rende impossibile la cura rieducativa che gli ospiti dovrebbero ricevere per poter ricominciare una vita  in normalità, cosa che tutti desiderano.

Suor Mirella

 

Nel fitto del bosco

immagine raffigurante un sentiero nel bosco in autunno

Ci sono nella vita momenti bui che la ragione non riesce ad illuminare, momenti in cui tutto sembra crollare e perdere senso. Sono momenti di grandissima sofferenza ma anche di grazia, occasioni favorevoli per accedere ad una nuova dimensione della conoscenza che fa riferimento soprattutto al fidarsi e all’affidarsi.

Una lettera arrivata in Redazione, attraverso la metafora del bosco, ci racconta un po’ questo percorso.


Eventi dolorosi della mia vita hanno determinato (favorito) in me la perdita di tutti punti di riferimento ed il crollo di tutte le sicurezze: ho dovuto lasciare tutto ciò che ‘avevo’ ed ‘ero’ e intraprendere un cammino che  mi ha pian piano condotta verso una zona oscura, misteriosa, come quei sentieri di montagna che, via via meno definiti ed intralciati da rami e da rovi, improvvisamente si interrompono nel fitto del bosco.

Smarrimento, paura, tentazione di ritornare sui miei passi, di ripercorrere una strada sicura con una destinazione già nota, sono i sentimenti che mi hanno assalita quando mi sono trovata ad addentrarmi nel fitto del bosco: non avevo più riferimenti certi riguardo alla direzione del cammino, non c’era più alcun sentiero più o meno tracciato che io potessi seguire ed in cui fosse indicata la destinazione finale.

Camminare nel fitto del bosco era come camminare nella notte buia: la vista, che mi aveva guidata fino a quel momento, non mi era più di alcun aiuto,  per avanzare dovevo principalmente sviluppare l’udito, una capacità di ascolto, di percepire ogni minimo suono o rumore che potesse guidarmi nel buio della notte; dovevo imparare a ‘fidarmi’ di ciò che ‘sentivo’,  ma anche del bosco e degli ‘amici del bosco’.

Questo atteggiamento di ‘ascolto’, di fiducia, l’ho appreso dopo aver vagato a lungo alla ricerca di un sentiero sicuro, fidandomi delle mie ‘conoscenze’ del bosco e della mia capacità di ‘vedere’. 

Quando stanca del mio lungo girovagare, ferita, smarrita, ho alzato le mie mani vuote per invocare aiuto, ho fatto l’esperienza di un bosco amico che si è mobilitato per proteggermi e guidarmi.

Ho compreso così che il sentiero che sembrava improvvisamente interrompersi senza portare da nessuna parte aveva proprio lo scopo di condurmi proprio là dove mi trovavo, nel fitto del bosco, in una zona intricata e oscura nella quale fare esperienza del mio limite, abbandonare il mio bisogno di controllo e imparare a fidarmi e lasciarmi guidare  dal sentiero stesso e dagli “amici” del bosco.

Ho capito allora che la meta di questi lunghi, intricati ed oscuri sentieri era già presente nei sentieri stessi: la meta era il cambiamento ‘catastrofico’ cui costringeva il cammino lungo un sentiero oscuro, la nuova dimensione della conoscenza che scaturiva da un patire che era come morire; la meta era l’esperienza dell’abbandono del controllo, del potersi fidare, del ritornare piccoli, del lasciarsi portare.

I passi incerti che sto iniziando a muovere in questo nuovo sentiero mi fanno intuire che la conoscenza non può essere conquistata  ma è un dono; che l’unica cosa che si può fare è desiderare ardentemente di riceverla e aprirsi, fino a divenire pura ricettività; è sviluppare una mente umile e docile, capace di ascolto, di restare in paziente attesa, di tollerare lo stato di incertezza e di dubbio, una mente capace di resistere alla tentazione del controllo che porta a facili e immediate attribuzioni di senso non donate ma create esclusivamente dall’ansia che suscita qualcosa che sfugge al controllo e  si avverte come mistero.

Vogliamo condividere altre esperienze di questo percorso?

 

Quale arte!

Img

Quale arte esprime il nuovo ?

In tutte le epoche ci sono stati artisti che hanno saputo
interpretare il nuovo.
Cioè cogliere a pieno lo spirito del tempo e dire qualcosa che andava
oltre .
Una visione sottile ed embrionale, fruibile da pochi ma capace di
diventare in seguito lo spirito del tempo nuovo.


Quello che invece vediamo oggi, in tutti i campi dell’arte, è un re-
make del passato
oppure  un uso alienato e vuoto delle nuove tecnologie, capaci
soltanto di suscitare
ansia e angoscia in chi ne fruisce .

Dov’è finita quell’energia che spingeva alcuni ad una visione più
alta in grado di dare
nuova forza e nuovo slancio per entrare nel futuro ?

L’unica risposta che mi viene dal cuore, più che dalla mente, è che  :
nella parola ” Futuro” c’è la speranza e c’è la vita e nel mondo di
oggi non vediamo più
nè l’una nè l’altra.
Quindi credo che l’unico progetto creativo , in questo tempo sia
proprio ” L’UOMO “.
Un uomo nuovo che risorge dalle ceneri di un mondo finito e che sarà
l’unica forma d’arte del mondo che verrà.