Archivi per aprile 2009

Giuseppina e Fabrizio: in palestra per amorizzare il mondo

Un altro racconto, dopo quello di Antonio e Giulia, una altra occasione per capire e per interrogarci sui segreti dell’amore e dell’unione tra uomo e donna.

Come accompagnamento del video e della testimonianza che Giuseppina e Fabrizio ci hanno dato al termine del corso intensivo “Imparare ad amare” nel novembre 2008.


E’ importante per noi sentire come nella storia umana ogni costruzione vera si basi su una ricerca inesausta e costante del senso delle cose, su una fedeltà alla vita che supera ogni chiusura o tentazione di ripiegamento su se stessi.

Ed è bello, a livello individuale, ma anche come coppia, non stancarsi mai di ri-raccontare la propria vita, magari in poche righe, in una sorta di esercizio essenziale ed esistenziale, che aiuta ogni giorni a ri-allinearci, a ritrovare il filo, la direzione, e lo slancio per nuove fioriture.

Lascio alle parole dirette di Giuseppina il compito di una sintesi, necessariamente non esaustiva, delle cose che hanno segnato e che guidano il tracciato della loro vita.

Al termine, due poesie che Giuseppina ha dedicato a Fabrizio nel corso degli anni.

 

“La nostra storia d’amore è iniziata esattamente 40 anni fa con una dichiarazione (allora era d’obbligo!!) sulle rive del mare di Populonia dove eravamo in gita insieme a tanti amici, il giorno di S.Giuseppe. Entrambi siamo partiti con la serietà e la certezza di essere fatti l’uno per l’altra.

L’incontro fu una vera svolta nella nostra vita, in particolare per me che, avendo vissuto tanti dolorosi lutti familiari mi ero tuffata nello studio e stavo per concludere gli studi all’Università di Pisa nella facoltà di lingue e letterature straniere. Ero convinta che sarei ritornata per sempre nella mia Sardegna per insegnare francese nelle scuole medie, ma la vita riservava altre destinazioni…

In effetti siamo sposati da 37 anni e per motivi di lavoro, necessità abitative e affettive (Fabrizio, ingegnere elettronico, è stato dirigente Telecom) abbiamo fatto sette traslochi con cambi di sede (Cagliari e poi Roma e Pisa), città dove non abbiamo potuto contare sul sostegno delle famiglie d’origine per la crescita dei figli.

Abbiamo sempre creduto e detto di esserci sposati in tre, non solo perché le nostre nozze furono benedette da tre sacerdoti amici di Fabrizio, ma soprattutto perché, essendoci sposati ad Assisi a meno di un anno dalla morte di mio padre, avevamo sentito particolarmente il bisogno del Padre come garante e custode del nostro SI.

In effetti durante il nostro cammino lo abbiamo sentito sempre presente (anche quando sembrava assente) in tutte le nostre difficoltà e negli scontri a volte anche molto forti che si sono sempre e comunque risolti riportandoci all’unità più consolidata.

Il nostro “nomadismo” è stato faticoso, ma segnato da tanti incontri e doni.

Nei nostri sogni c’era una famiglia numerosa con molti figli anche adottivi, in effetti ne abbiamo solo due (uno di 37 e l’altro di 30 anni), inizialmente affidati e poi adottati.

Il loro inserimento non è stato facile, specie quello del più grande che ci è stato affidato ad otto anni, quando il piccolo, affidatoci a 25 giorni, aveva 16 mesi.

Ora lavorano entrambi e vivono vicino Roma.

Per dare un sostegno adeguato al figlio maggiore la cui primissima infanzia è stata vissuta dentro un lager familiare abbiamo avuto bisogno per lungo tempo di un sostegno psicologico per noi genitori, cosa che ci ha messi in discussione profondamente, lavoro che continua… a farci camminare per imparare ad amare davvero….

Nei vari spostamenti abbiamo ricevuto il dono di incontrare tanti amici, ci siamo inseriti in gruppi, associazioni di volontariato e ricerca umana e spirituale (come, ad esempio, l’Associazione Ore Undici, http://www.oreundici.org/).

Abbiamo avuto una relazione privilegiata, intensa e consolatrice con la comunità dei Piccoli fratelli e sorelle del Vangelo di Charles de Foucauld, in particolare con fratel Carlo Carretto, fratel Arturo Paoli e la petit soeur Lidia Gert (olandese che per 30 anni ha vissuto da itinerante come il pellegrino russo).

Tutti e tre hanno vissuto per qualche tempo in casa nostra: sono stati per noi doni inviatici dal cielo. Ora, sia Fabrizio che io siamo in pensione. Da tre anni ci siamo trasferiti a Pisa e facciamo la spola tra Roma, dove stanno i figli ed abbiamo tanti amici, e la Sardegna.

Dopo la pensione nel 2002, ho pubblicato il mio primo libro di poesie e continuo a scrivere e a tenere contatti con alcune classi di studenti delle scuola medie per laboratori di poesia, invitata da colleghe-amiche.

Anche per questo mio interesse per la poesia considero l’incontro con Marco un grande dono, di cui faccio tesoro anche quando incontro i ragazzi nelle scuole”.

 

 

Nozze d’argento

 

E’ stato come circumnavigare l’Africa

spinti dal vento, dalla tempesta,

arenati talvolta per la bonaccia

nelle mangrovie, breve riposo.

 

Ecco siam giunti

al Capo di Buona Speranza

unica, perseguita meta,

gli occhi aperti sulla bussola del cuore.

 

Ancora navigheremo insieme, incantati,

solo l’Amore sarà il nostro bagaglio,

unica merce di scambio, nude le mani,

fra noi e tutti i compagni di viaggio.

 

(Giuseppina Francesca Nieddu, Pietre Vive)

 

 

Amore contadino

 

Ogni giorno mio amato contadino

te stesso mi porti in dono

fragole, fiori di zucca, pomodorini

erbose scarpe piene di fango

ruvide mani al profumo d’orto.

L’amore alla terra, oggi risorto,

ben lo conosci – qui tu sei nato –

zappi e diserbi, accorato la gramigna

che tuo padre non ha sterminato.

Qui, con te, contadina e regina

l’amore ha il sapore

di un’unica avventura

si coltiva come la terra nell’orto

sempre risorge, mai morto,

in una fragola, in un fiore.

 

(poesia inedita)

 

Il senso di colpa

Frate Roger di TaizéFrére Roger di Taizè

Credo che gran parte del mio lavoro di questi anni nei gruppi di “Darsi pace” sia stato orientato ad attutire (annullare credo sia impossibile) il mio “Senso di colpa”.

Senso di colpa verso i genitori, il marito, i figli, i colleghi di lavoro, le persone che soffrono, ma soprattutto verso Dio perché non sono come Lui vorrebbe o forse non lo amo abbastanza”.

Ecco perché mi ha colpito quanto ha scritto Frère Roger di Taizé in un brano tratto da “Il suo amore è un fuoco – Pagine di diario”.

 


Scrive Frère Roger:

“Nella crisi di civiltà che sta attraversando l’emisfero settentrionale, le società contemporanee sono ubriache di senso di colpa.

Com’è possibile che perfino dei cristiani si servano di quell’arma così poco evangelica della colpevolizzazione e del sospetto? Hanno difficoltà a credersi perdonati da Dio. Dicono tra sé e sé: Dio perdona agli altri, non a me. …..”

Come è vero ciò che egli dice!!! Sono sempre fermamente convinta che Dio nella sua grande misericordia perdona chiunque, ma questa convinzione si affievolisce quando penso al possibile perdono per me!

Sicuramente parte della mia educazione religiosa ha influenzato questo mio modo di essere.

Ricordo sempre un episodio, apparentemente banale, che, insieme a tanti altri ha comunque condizionato non poco la mia infanzia: ero piccola, (forse 7 – 8 anni), mi trovavo nel cortile dell’istituto di suore dove frequentavo le elementari, era ricreazione!

Faceva caldo e istintivamente, mi liberai del grembiule, parte della divisa scolastica, sotto indossavo un vestitino completamente sbracciato. All’improvviso arrivò una suora che, rimproverandomi aspramente per essere così scoperta, mi fece subito indossare di nuovo il grembiule. Ricordo che provai una vergogna incredibile!

Credo non vi sia niente da aggiungere questi erano i tempi!!! Ma i tempi sono davvero cambiati per noi cristiani? Forse non siamo più a quei livelli di ottusità, però il senso di colpa pervade ancora la nostra quotidianità. In fondo recitiamo durante ogni messa domenicale “…per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa……” e questo rischia di introdurre nella nostra prospettiva (la mia in particolare) lo sguardo del Dio severo e giudice che svela e punisce tutte le colpe commesse.

L’educazione religiosa spesso si intreccia con quella familiare.

Recentemente leggevo, in un articolo, che quando si ha ricevuto una educazione troppo ferrea (come nel caso di parte della mia generazione e delle precedenti) si sviluppa il bisogno di aderire a standard di "perfezione" per prevenire il senso di colpa conseguente ad ogni eventuale inadempienza a ciò che si considera un proprio preciso dovere.

Dice ancora Frère Roger:

“ Il Cristo non ci vuole ubriachi di colpevolezza, ma unicamente pieni, colmi di perdono e di fiducia”.

Lavorerò per questo!

Gabriella Somma

 

Abruzzo, crollano i muri. E non solo quelli in cemento

di MC

Crollano i muri col terremoto d’Abruzzo. Di quelli in cemento se ne è parlato tanto. Di quelli tra le persone meno. Lo ha fatto le Iene, in un servizio di Enrico Lucci, che ha messo in luce il paradosso di questo sisma: persone che hanno perso tutto, d’improvviso, scoprono quanto poco valeva la loro vita, fatta di chiusura e insensatezza. E quanto, senza più nulla, si accorgano solo ora della bellezza di rapporti veri.


Di un sorriso col vicino sempre ignorato, di un gioco vero e non solo virtuale tra bambini, di un’attenzione in più per l’anziano. Nessuno degli intervistati dice che preferirebbe tornare indietro, al tempo in cui aveva un tetto sulla testa. Sembra pazzesco, ma è così.
E’ un servizio molto bello, che non riguarda solo la gente del terremoto. Ma tutti noi. C’è davvero bisogno di una calamità per capire il tesoro nascosto dietro ogni occasione di amore che perdiamo?

 

Far posto all’altro

 

foto: madre e neonato
Mamma, parliamo. Comincia tu

Le serviva una voce che l’attirasse nell’avventura della lingua, in  quell’infinita interminabile seduzione che è la parola umana. Non si comincia così a parlare? Perché qualcuno ci parla.” (Nadia Fusini).

E potremmo dire che lo stesso accade per l’amore. Non si comincia così ad amare? Perché qualcuno ci  ama.

 


 

La tradizione ebraico – cristiana è una sorta di  stratificata narrazione  di questa semplice realtà: è un Altro che per primo si rivolge all’ io. Quell’ Altro che è Dio comincia la storia con noi  parlandoci per primo.

Solo se accolto l’io può diventare accogliente.

Da accolto ad accogliente la vicenda è lunga, sovente faticosa, interminabile, perché tutti e due punti della storia sono sempre miscelati nell’anima, nel cuore, nella carne di ciascuno.

La tradizione ebraico – cristiana è una sorta di stratificata narrazione di questa altra semplice realtà: l’ Altro che per primo si rivolge all’io irrompe non programmato, è concreto ed irriducibile a me. Quell’ Altro che è Dio ci fa entrare nella storia dell’umanizzazione e ci sveglia dall’incantamento dell’io ponendoci nel mondo capaci di divenire aperti ed accoglienti  proprio perché interpellati  dal prossimo, dallo straniero, dal nemico.

Non divento me stessa che di fronte all’ altro.

Non divento me stessa senza lasciare aperta la porta del cuore e  dello sguardo, senza porgere attenti gli orecchi al fuori, all’intorno, senza lasciare andare la stretta di me ed aprire le mani e slargare le braccia.

Non divento me stessa se non in mezzo ad altri volti.

Non divento me stessa se non coltivo la capacità di riconoscere oltre la soglia ciò che dice un altro volto, un’altra storia, ciò che desidera e ciò di cui ha bisogno, ciò che mi porta e ciò di cui ha diritto.

E riconoscere non basta.

E tenere socchiusa la porta neppure.

Non divento me stessa che con l’alterità ospitata.

Non divento me stessa se non ho posti per altri nella mia casa, se non faccio spazio agli altrui bisogni e desideri e sogni e diritti e povertà e ricchezze.

Non divento me stessa se non mi lascio un poco abitare come un condominio.

Non divento me stessa se lo spazio che è di me è occupato solo da me, se la storia che è mia è soltanto la mia biografia, se le cose che ho comprato o costruito sono soltanto destinate a me, se le parole di cui dispongo le dico a me soltanto.

Non divento quella che posso davvero essere se non  posso mai specchiarmi in altri sguardi, se non mi è dato che altre storie incontrino la mia e altre mani e altri sogni e diritti e speranze s’incrocino nel mio esistere ed io ne sia dimora.

Non divento chi posso veramente se la dimora di me  non si slarga e ciò che di mio non sa divenire nostro e forse altrui.

Far posto all’altro dilata i confini del mio guardare e sentire e capire, e in pari tempo assottiglia le pareti, divide le stanze, distribuisce le cose.

Far posto all’altro può arrivare a fare di me una donna di benevolenza e disinteresse.

Far posto all’altro può arrivare a fare di me una cittadina a cui stanno a cuore i diritti altrui prima che i propri.

Far posto all’ altro è vivere la cittadinanza  nel mondo senza più la voglia di dire la singolarità di me esibendo il singolare della proprietà, ma con la capacità di dire il proprio dell’identità senza il puntello del proprio della proprietà.

Di fronte al proprio dell’identità altrui  minacciato, misconosciuto, manipolato e manomesso interrompo e sospendo l’urgenza di vivere per me ed assumo l’inquietante responsabilità per tutto ciò che corrode e attacca  l ‘Humanunm” nel volto e nell’esistenza altrui.

Far posto all’altro, aprendo la propria esistenza e il proprio modo di essere cittadina di questo mondo, porta ad  “obbligarsi all’altro anche unilateralmente” con la speranza che quel gesto sia fecondo e moltiplicatore di altre aperture. Fino a quando ciascuno è ospite ed ospitante insieme. Fino a quando nessuno sta a bussare invano.

Far posto all’altro si impara.

E lo si impara se qualche volta, bussando, qualcuno ci ha aperto. Se abbiamo esperito il calore dell’essere stati accolti, ospitati. Se abbiamo trovato  almeno qualche volta il posto giusto dove deporre bagagli e difese. Se abbiamo incontrato qualcuno dalle braccia larghe.

Se abbiamo incrociato sguardi in cui prendere il largo…Se abbiamo sperimentato almeno una volta la bellezza di essere presi, contenuti, custoditi, amati così come siamo.

Far posto all’altro si impara.

E lo si impara anche per aver attraversato fino in fondo quanto &e
grave; amaro non aver trovato  posto.

E desiderare che ciò non succeda per altri.

E volerlo con tutte le energie, provarci e trovare gioia.

Far posto all’altro si impara in tutti e due i casi perché la vita generosa o dura ce lo può insegnare.

Far posto all’altro si dilata da piccole attenzioni, da piccoli gesti di sollecitudine.

Si dilata piano piano o di colpo.

Si impara con piccoli gesti d’espropriazione. O con un gesto radicale che va rinnovato.

Solo pochi sanno donare  tutto  all’ improvviso, senza un minimo di esercizio.

Per me vale che devo aprire gradualmente la porta di  casa per poi arrivare a spalancarla.

Per me vale che devo provarci e riprovarci ogni giorno a far posto agli altri.

Per me vale  che ogni altro in cui m’imbatto in qualche modo me lo fa imparare.

Eva Maio

 

Canto di Giona

 

Canto di Giona

 

Quante volte mi hai raccolto

Ai margini di me

Dove disperavo?

Sempre. Eppure

Ancora tentenno

Nella prova. Ancora dispero.

E basta un pelo

Nell’uovo, e di traverso

Mi si mette, e non lo mando giù

Il mondo, questo groppo

In gola.

” Sorvola.

La tua disperazione è il mio rigoglio

A volte.

Chi mi frequenta

Dal vero

Non riserva per sé altre speranze

Umane.

Cerca la gioia

Anche nel suo lutto.

Cerca.

E mi trova. “

 

Pèschici sul Gargano

30.7.95

 

 

Marco Guzzi, Nella mia storia Dio, 2005

 

 

E’ il canto del disertore, che fugge dal destino, dall’appello personale.

E’ il canto della perdizione in un universo senza cuore, nel ventre oscuro della balena.

E’ il lamento di chi si è posto ai margini, alla periferia di sé e può solo recriminare, maledire l’esistenza.

Perché dovresti occuparti di me, più che del bambino che sta morendo ora, dei diseredati della terra, delle vittime di tutti i tempi? Qual è la logica di questo quotidiano massacro? Come potrei mai essere felice, se tutto è così precario e il più minimo sollievo improvvisamente può svanire? Dov’è la tenerezza divina, la bontà di tutta questa creazione?

Sfogo la mia amarezza, la sfiducia che ci sia un senso del tutto, confesso la mia infedeltà, nonostante i segni che tante volte mi hanno fatto percepire di essere guidata verso una dimensione più integra, unificata.

 

Qualcosa mi raggiunge nell’estrema lontananza, nel fondo della disperazione……e il canto si apre a nuove profondità, a una risposta che sgorga paziente dalle fibre del cuore.

Mi chiedi di sorvolare, di far tacere le mie continue pretese di dare ragione delle cose, di evadere dalle gabbie di un cosmo di rigida e spietata necessità, lasciato al caso.

Mi inviti per un attimo ad abbandonare tutto il dolore del mondo, a scioglierlo, e a scaricare giù dalla schiena, dalle spalle, il groppo in gola.

Dici che dalla mia disperazione può fiorire la vita, e che talvolta la salvezza è tutta passiva, quando accolgo l’impotenza senza bloccare le tenebre al loro nome.

Desideri che io ti frequenti ‘dal vero’ per farmi vedere le cose da un altro punto di vista, dove tutto apparirà più chiaro.

Affidarmi a questo respiro profondo, rimanere nel grembo accogliente che guarisce tutte le ferite, infonde in me uno spirito di luce e di segreta gioia.

 

Foto: Sara Deledda, Paola Balestreri, Flickr.com

 


La palestra dell’anima

 

immagine di cuori stilizzati che si allenano in palestra
Perchè continuiamo inesorabilmente a irrobustire il nostro ego e abbiamo così tante difficoltà a spostarci verso il cuore e l’anima?

Perchè il grande potere dell’ego è la staticità.


 

Lui non richiede sforzi ci fà agire su vie automatiche, anche  dolorose o strazianti ma comode e conosciute.

Invece anima e cuore richiedono dinamicità, richiedono cioè lo spostamento verso il vero se e verso gli altri, nel continuo movimento della relazione. In questo dinamismo c’ è la vera vita che l’ego cerca disperatamente di bloccare.

Credo quindi che abbiamo bisogno di palestre per l’anima, cioè un luogo dove andare almeno una volta al giorno ad allenare i muscoli del cuore per poter incamerare quell’energia che sprechiamo, regalandola all’ego , e spostarla verso lo spirito.

possiamo fare questa ginnastica :
ogni volta che qualcuno ci irrita o ci impaurisce facciamo un movimento di spostamento indietro e guardiamo a distanza.

Qualsiasi cosa ci disturbi dell’altro in realtà appartiene a noi e ci fa da specchio,
Con un buon respiro guardiamo bene e svuotiamo la mente dai pensieri automatici che all’inizio ci tranquillizzano ma poi producono sensi di colpa o ansia.

Fatta questa pulizia, con onestà, riusciremo a vedere il punto dolente e a dargli un nome. Così  irrobustiamo  i muscoli del cuore e cominciamo a vivere una vita  reale.

 

Pasqua di Resurrezione – E’ ogni giorno.

Immagine di Gesù
Una lunga e dettagliata digressione di Gad Lerner sul “Venerdì” di Repubblica dal titolo «Da non cristiano chiedo: perché a Pasqua si rappresenta più la morte che la vita?» conclude con questa affermazione: “La Pasqua cristiana è altrove”.

Mi ha colpito; ho riflettuto; e ho concluso: la Pasqua cristiana di resurrezione è ogni giorno.


L’autore sostiene nell’articolo diversi argomenti, alcuni non discutibili: le vessazioni nei secoli ad opera di guerrieri con le croci sugli scudi nei confronti “degli sfortunati discendenti del popolo accusato di deicidio” … , altri discutibili: per la maggioranza dei cristiani … “La croce diventa mero simbolo di tortura. Il mistero della Passione torna così distante, irresoluto. La Pasqua cristiana è altrove”.

Io credo nel sacrificio salvifico della Passione e nella morte per croce del figlio di Dio e che la Pasqua di Resurrezione dei cristiani non sia affatto altrove, ma sia concretamente presente nella nostra vita di tutti i giorni.

Non ho alcuna intenzione di confrontarmi con le opinioni di chi è molto più preparato di me sugli argomenti specifici, esprimo solamente le emozioni che la lettura dell’articolo mi ha suscitato e quello che voglio dire è solo il mio pensiero.

Nell’esperienza quotidiana della vita ci troviamo spesso in frangenti difficili e contrari che mettono a dura prova le nostre forze e le nostre convinzioni.

Ma quante volte poi improvvisamente ci rendiamo conto della bellezza dell’amore e guardiamo con occhi diversi un tramonto, sentiamo il profumo della primavera che ci rinnova, e ascoltiamo il silenzio che ci parla al cuore …

Capiamo in quei momenti, anche se solo per pochi istanti, che ogni momento del nostro passaggio qui ha un preciso, indelebile significato e che il superiore livello che ci aspetta alla Resurrezione è il bene infinito dell’Amore. A tutti, qui e sempre, la Gioia per la Pasqua del Signore, che è Risorto e ci ha indicato la Luce.

 

P.S. Nel link che allego:
http://www.youtube.com/watch?v=zKTwvo8gx68&feature=related
le scene conclusive del film “Les uns et les autres” di C. Lelouch, uno struggente Boléro, coreografia di M. Béjart, per beneficenza della Croce Rossa, al cospetto della Tour Eiffel, che riunisce gli uni e gli altri, vincitori e vinti, a lungo provati e figli del dolore, in un unico sentimento : l’Amore.

 

 

DarsiPace.it: Un Anno Trascorso In Rete

Festeggiare un compleanno è sempre un evento importante per tante ragioni.

Oggi darsipace.it compie il suo primo compleanno per ricordare un anno trascorso nella Rete.

Ai compleanni si invitano i “compagni di viaggi”, quelli con i quali hai fatto o stai facendo un pezzo di strada per dare valore e rinnovare il senso di questo stare insieme.

Avete capito bene .. gli inviati siete voi 🙂
Venire a mani vuote non è bello convengo con voi … quindi cominciate con gli auguri conditi con qualche vostra sincera considerazione su quanto è stato fatto e magari provate ad esprimere qualche desiderio per il futuro.

Per rompere il ghiaccio comincio io 🙂 [Continua a leggere…]

La Speranza della Pasqua

C’è una dinamica, una forza nel nostro mondo, uno stato delle nostre coscienze, che possiamo chiamare “la Speranza”. Una luce che ci permette di superare questo mondo e crearne uno nuovo. Un motore che sta alla base dell’uomo, della sua procreazione e della sua evoluzione. Forse l’uomo è il frutto della Speranza di Dio e se l’uomo spera è perchè, con più o meno consapevolezza, è entrato in contatto con questa luce.


L’evoluzione e la tenica sono figlie della Speranza: se oggi esiste un pianista e tutti i suoi mondi, o un muratore e tutti i suoi mondi, se c’è un movimento nella tecnica, è perchè c’è la Speranza, c’è una volontà di migliorare il mondo e andare verso Dio.

Riuscire a concepire un pensiero di Speranza nelle tenebre del nostro inferno, nelle nostre tragedie devastanti è un miracolo, è la Pasqua. E’ la vittoria sulla morte e la risurrezione del nostro vero Io. La Pasqua è proprio questo, è il mistero della Speranza.

Questo video è l’ultimo coro della Passione secondo Matteo di Bach, la morte in croce, l’epilogo… ma la musica con la sua melodia ascensionale e aperta, con il suo ritmo, già ci rivela la Speranza della Pasqua.

Ri-Generazione: una tappa fondamentale

 

immagine di Marco Guzzi durante uno dei suoi discorsi
Si è concluso domenica 29 marzo il Seminario LA-RIGENERAZIONE tenuto da Marco Guzzi.

Il Seminario ha segnato per molti una tappa fondamentale della vita.   Le riflessioni e le meditazioni di Marco, il lavoro personale e le condivisioni,   hanno aiutato ad acquistare consapevolezza delle tante immagini distorte di Dio che bloccano la  piena manifestazione della nostra Umanità.

Questa lettera, arrivata appena concluso il seminario,  testimonia il superamento di paure  infantili legate all’immagine del ‘crocifisso’ e l’inizio della ‘fioritura’, la  Nuova Umanità liberata.


Caro Marco,

L’intensivo si è rivelato un’esperienza fantastica; credo di poter dire, già sin d’ora, che rimarrà una tappa fondamentale nella mia vita.

E’ incredibile che si sia presentata questa opportunità nel momento in cui sono continuamente alla ricerca di determinate risposte. Ma si è presentata, e l’ho colta (un caso oppure no? Non ho certezze, per ora).

Per la prima volta ho cominciato a percepire verso la figura di Gesù una viva simpatia, laddove prima sentivo paura e disagio.

Sin da bambino, Gesù inchiodato a quella croce (ma non soltanto) m’ha spaventato; adesso mi sembra un amico; e provo gratitudine e affetto nei Suoi confronti.

Naturalmente l’ego si è subito incaricato di rendermi ridicolo ai miei stessi occhi, ma d’ora in poi a me Gesù starà simpatico: un fatto nuovo e incontrovertibile, che cambia la direzione della mia vita, ego o non ego.

Appena tornato a casa, a testimonianza della stranezza e contraddittorietà e novità delle mie emozioni, ho scritto un terribile racconto breve di enorme disperazione e solitudine, e una raggiante poesia dal titolo RIVELAZIONE; a dire il vero fino in fondo, il racconto ce l’avevo pronto in testa e la poesia invece no, l’ho scritta quasi per risarcirmi della disperazione del racconto; ma è venuta fuori una lirica stupendamente speranzosa, la prima di una raccolta che intitolerò provvisoriamente FIORITURE, e che si sforzerà di cercare attraverso una luce più chiara e limpida.

Le poesie che ho scritto sin qui, a testimoniare il demone del dubbio, erano radunate sotto il titolo SOGLIE; ma ora mi pare che almeno alcune soglie siano state oltrepassate, e che sia tempo di fiorire. Curiosa comunque questa dicotomia fra prosa/disperazione e poesia/speranza, no? Ennesima conferma, comunque, che pendoliamo (altro concetto fondamentale da introiettare).

Ancora: ho capito meglio cosa significa incarnare il lavoro intellettuale, e ho capito meglio l’importanza della condivisione del lavoro. Confrontandosi con gli altri, si ha davvero la percezione di quanto certe male-dizioni dimorino nella carne, nelle cellule; questo però non mi sembra vada a favore di coloro che sostengono che siamo soltanto muscoli, ossa e chimica; al contrario.

E’ la testimonianza, ho l’intuizione, che siamo questo ed altro. E “altro” è un vocabolo che, come ci ha insegnato Rimbaud (e come oggi insegna Lost), dovrebbe risuonare costantemente nelle nostre coscienze. Senza l’altro non si dà l’io, e viceversa. Per citare ancora Rimbaud: “Se l’ottone si sveglia tromba, non è colpa sua”. Ma intanto capiamo in cosa ci siamo svegliati, giusto?

Ancora: ho apprezzato le tue poesie più che in occasione delle mie prime letture; sono pozzi cui più si attinge, più danno acqua; e sono visioni e promesse, ma promesse presenti, in cui il futuro ci raggiunge e ci permea; sono cartoline celesti. 

In esse mi pare si condensi magicamente quel triplice lavoro cui tu ti dedichi inesausto da anni e anni; in esse la tua alterità sgorga libera.

Ho vieppiù apprezzato la tua capacità di accogliere, e a tal proposito faccio un esempio: trovo assai significativo che il ‘contestatore’ che t’aveva “aggredito” seccamente la prima sera, alla fine del corso abbia proposto l’applauso di tutti per te. Una perfetta chiusura del cerchio.

Questa è la dimostrazione che l’onestà intellettuale funziona, al di là della forza “bellica” delle idee precostituite (purtroppo, dinanzi a un pensiero come il tuo, avere idee precostituite sembra quasi inevitabile; io stesso le ho a lungo nutrite prima di liberarmene, il che non significa che non ti contesterò se lo riterrò opportuno).

In fondo ci si potrebbe azzardare ad affermare che la nuova umanità vincerà sulla vecchia, alla fin fine. Il ‘contestatore’ della prima sera lo vedo fortemente simbolico di uno scricchiolio foriero di tante belle cose, simile a una crosta di ghiaccio che si spezza. 

In conclusione, mi sembra di poter affermare che questo intensivo sia stato straordinario; e sia ben chiaro che chi scrive resta un relativista, uno scettico, un uomo in cerca, affatto pacificato; e però rinnovato.

Un caro saluto.  Enrico