Chiesa e animali

 

uomo che gioca con un cane
C’è spazio nella Chiesa cattolica per gli animalisti?
E perchè chi ama gli animali è in genere guardato con sospetto dai credenti al punto che spesso deve ricorrere ad altre culture o religioni per coltivare un corretto e pacifico rapporto con i non-umani?


 

Quante discussioni per sapere se è meglio proteggere gli orfani di guerra e i bambini percossi dai genitori nei tuguri urbani oppure i cuccioli di foca sgozzati vivi sulla banchisa o gli orsi che impazziscono nei giardini zoologici!

Come ha potuto la coscienza cristiana, la coscienza umana, crearsi simili dilemmi? Tutto è da scegliere, tutto è da fare. Nessun essere fra quanti soffrono e muoiono deve essere escluso.
Se prima vengono gli uomini, quando verrà mai il tempo degli animali?

Grazie a Dio non sono più le religioni a decidere cosa si debba sentire e per chi e con quale intensità e in quale ordine, e sempre grazie a Dio non siamo noi “animalisti” a darci certe sensibilità piuttosto che altre, al più a noi spetta il difficile compito di non sprecarle. E questo perché “lo Spirito soffia dove vuole…” (Gv 3,8).

Se anche per assurdo ci fosse chi sente soltanto la tristezza del ramo che si secca e intervenisse per salvare la pianta, non avrebbe già fatto qualcosa per l’uomo?

E se avvertisse soltanto la tristezza della bestia malata e desiderasse intervenire in suo soccorso, non avrebbe reso il mondo più umano, anche senza aver fatto nulla per l’uomo?

Non si muovono, animalisti e ambientalisti, contro quelle stesse logiche utilitaristiche e consumistiche, intese solo alla massimizzazione dei profitti e del benessere immediato e materiale (penso agli allevamenti intensivi, alla caccia, alla vivisezione…), che ogni buon cristiano dice di disprezzare?

Mi chiedo: riusciremo mai a superare i pregiudizi specisti e ad entrare davvero in reciprocità armonica con quelle creature non-umane che Francesco da Assisi chiamava “i nostri fratelli minori”?

Approderemo finalmente a comprendere che l’essere fatti ad immagine di Dio comporta il più alto esercizio della responsabilità? Che solo in questa luce il nostro “dominio” sugli animali e sulla natura deve essere inteso? Che esclusivamente nella solidarietà responsabile consiste lo speciale “valore” degli uomini? (Mt 10,31/12,12).

Io voglio provarci, esercitandomi alla conoscenza degli esseri, per imparare la contemplazione della natura, per avere lo stesso sguardo di Gesù quando osservava gli uccelli dell’aria, la chioccia che raduna i pulcini, le piante da frutto messaggere dell’estate, i gigli dei campi più eleganti di Salomone…

Sono certo che quando i miei occhi non saranno più ostruiti dalla consuetudine di un sonnolente antropocentrismo di maniera, apparentemente molto pio e devoto e perciò difficilissimo da scardinare, tutto mi apparirà come opera di Dio, in relazione con lui, al di là di ogni pretestuosa differenziazione di specie.

Saluti a tutti.

Franco Lamensa

 

Commenti

  1. Antonio dice:

    Ho avuto da ragazzo una cagnetta. Posso dire che la sua compagnia mi ha trasformato, dai 13 ai 23 anni, in adulto. Furia mi ha insegnato a decentrarmi, a fare spazio alle esigenze di un altro essere, a prendermene cura, a esprimere un’affettività più equilibrata, in cui c’è spazio anche per la tenerezza. In sostanza, ha esercitato, credo inconsapevolmente, nei miei confronti una funzione educativo/spirituale forse più rilevante di tante esperienze che in quegli anni venivano accumulandosi.
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  2. melampo dice:

    Caro Antonio, grazie per la qualità della tua riflessione, che non posso che condividere e custodire con cura. Furia mi ha fatto venire in mente una pagina di Anna Maria Ortese. Te la dedico:
    "Un cavallo, una mattina intorno agli anni trenta, percorreva, chiuso tra due stanghe, un vicolo circondato da giardini di un’aerea bellezza, ma non andava avanti che a stento, anzi, non andava mai avanti.
    Il suo carico, alto come una casa, era disumano. La testa del cavallo, abbassata, scarna, e sensibile, come pensierosa, si volgeva continuamente a guardare verso i fianchi quelle orride piaghe. Gli occhi sembravano pieni di lacrime ma, forse, era solo un colare di umore, perché – si dice – i cavalli non piangono.
    Non avevo ancora visto l’umanità seduta su un martirio. Ad un certo punto la vidi, sotto forma di un giovane carrettiere, di cui ricordo solo il vigore, l’immobilità, la tracotanza, il berretto e il braccio con la terribile frusta, alzato. Il carrettiere scese con un balzo a terra, ma non usò la frusta che aveva sotto il braccio: prese, sollevò, avvicinò a sé, con due mani, la grande faccia gentile del cavallo, la guardò negli occhi e in quegli occhi, alla fine, con folle violenza, sputò..!
    Io ripresi il mio cammino, dopo un momento, mentre anche il carro si muoveva, con il suo carico di martirio e di ingiurie, per il vicolo infinito.… e ancora quei vortici della bacchetta di fuoco… Non ricordo altro, ma pensai a lungo, diciamo mezzo secolo e più, a quel cavallo, e devo aggiungere: l’inferno di questo secolo non mi fu ignoto né estraneo, vidi tutti i giornali, dagli anni quaranta in poi, e fui testimone di molte sofferenze e disastri. Ma non dimenticai quel cavallo.
    Ancora adesso, dopo forse sessant’anni, leggo molti giornali e sono testimone, per lo meno nel pensiero, la notte, quando cantano solo i tubi dell’acqua in cucina e la pioggia scorre sul selciato, dei disastri e del dolore terrestre. Ma non dimentico quel cavallo.
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  3. Gabriella dice:

    Mentre scrivo ho sulle ginocchia la mia cagnetta PEGGY, non mi dà tregua quando sono a casa, d’altra parte per lei io sono la mamma e anch’io, nonostante i miei due figli, provo per lei un senso di maternità.
    Non è il mio primo cane, in passato ho avuto Black, non posso dimenticare i pianti miei e della mia famiglia quando lo abbiamo perso dopo 11 anni!
    Perchè vergognarsi di manifestare la propria sofferenza per la perdita del proprio animale? In fondo fanno parte della famiglia, chiedono poco, dipendono dai nostri umori e nonostante ciò danno tanto incondizionato amore!!
    Ultimamente io e mia figlia abbiamo gioito nel vedere la foto di quei pinguini della Numibia liberati dopo essere stati ripuliti dal manto di petrolio che li stava soffocando. Se non è amore cristiano un gesto del genere!
    Ringrazio Franco per il suo intervento con cui mi trovo in piena sintonia. Gabriella
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  4. Quanto mi piace quello che scrivi, Gabriella! La conosci questa poesia?

    Sospiri canini

    Se l’anima sia un quid che l’uomo
    e solo l’uomo può vantare
    è oggetto di querelle lunga
    e irrisolta nel mondo teologale.

    Da parte mia propendo per chi
    fa rilevare che se anima
    è sinonimo di ruach,
    soffio vitale,
    allora il quid oltre che l’uomo
    riguarda l’animale. Basta
    osservare un cane a lungo
    in fondo agli occhi,
    precipitare negli abissi
    di quei lontani mondi, basta
    accostare il suo muto
    e impenetrabile dolore, le domande
    inevase, la gioia trattenuta,
    l’improvviso bisogno di calore.

    Basta dormirci assieme
    per una notte tenera e dolce,
    quando il soffio vitale del respiro
    tramuta struggente in un sospiro.

    Franco Marcoaldi
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  5. Gabriella dice:

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  6. marcoguzzi dice:

    Carissimi, questo comunicato di una recente trasmissione di Report può portare, credo, altra materia di riflessione sul nostro rapporto col mondo animale.

    "In Italia siamo 60 milioni di abitanti e macelliamo circa 500 milioni di polli all’anno, 4 milioni di bovini e 13 milioni di suini. Ma siccome non ci bastano il resto lo importiamo. Con il resto s’intende quella carne che serve ad arrivare al centinaio di chili che ognuno di noi mangia. Stessi quantitativi si consumano in Europa e Stati uniti.
    Ma sul pianeta Terra vivono 6 miliardi e mezzo di persone, molti muoiono di fame, altri che la carne non possono permettersela la vorrebbero. Tra qualche anno diventeremo 10 miliardi, potremmo produrre carne per tutti? C’è chi dice che sarebbe il suicidio del pianeta. Fao, Onu, Ipcc avvertono che il 18% dei gas serra che alimentano i cambiamenti climatici sono frutto degli allevamenti, che battono tutte le altre attività umane, comprese le emissioni dell’intero parco auto del pianeta. Ancora: un chilo di carne di bovino ha consumato dieci volte il suo peso in cereali per essere prodotta – cereali che potrebbero sfamare molte più persone – e ha consumato 15.000 litri di acqua. Non basta. Più della metà degli antibiotici prodotti sono usati per uso zootecnico. Le malattie negli allevamenti intensivi aumentano, così come i ceppi di batteri resistenti agli antibiotici, ma aumentano anche le malattie umane da benessere come patologie coronariche, diabete, obesità che direttamente derivano da eccessivo consumo di alimenti animali. Senza contare il problema della montagna di liquami ed escrementi che inquinano acque e terreni e non sappiamo più dove mettere. Anzi no,pur di non chiudere allevamenti, adesso in Veneto, Lombardia e Emilia Romagna la parola d’ordine è: pirogassificazione, ovvero fare energia elettrica con pollina e simili. Potere calorico ridicolo, efficienza economica nulla, inquinamento da fumi intollerabile, ma l’escamotage è stato equiparare la pollina all’energia solare ed eolica e quindi usufruire degli incentivi che pagano quattro volte il valore di mercato dell’elettricità ricavata da fonti rinnovabili. La cosa paradossale è che meno costa produrre il cibo carne, con
    questo modello di allevamento industrializzato, più aumenta l’impatto sull’ambiente, così che l’agricoltura è la prima vittima di un paradigma economico che non regge più. Che fare?"

    Già: che fare? Forse semplicemente mangiare meno carne?
    Saluti. Marco Guzzi
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  7. alessandra dice:

    Buongiorno,
    leggendo questo post, mi è venuta spontanea una riflessione……
    Quanti di coloro che si ritengono animalisti lo sono veramente ?
    Quanti di coloro che si ritengono animalisti non hanno cura nè degli animali nè degli uomini ?
    A volte, si notano dei cani di taglia enorme che vivono negli appartamenti.
    Vivo in un condominio e al piano sopra al mio , abita una famiglia che si definisce "amante degli animali".
    Ha in casa un cane raccolto per strada, curato, accudito. Adesso, è diventato grande ed è parte integrante della famiglia.
    Peccato che Pedro (questo è il suo nome) rimane per gran parte del giorno completamente da solo, girovaga per l’appartamento uscendo su un balcone o sull’altro, abbaiando ad ogni ingresso di persona nel palazzo.
    Festeggia il suo essere da solo in casa con ululati ripetuti nel corso dell’assenza dei padroni, probabilmente, quando avverte di più la sua solitudine.
    E nel fine settimana, quando si va a mangiare la pizza o a ballare, può tranquillamente starsene da solo fino a notte inotrata, per la gioia di tutti i condomini che restano,ai quali fa compagnia con i suoi guaiti.
    Il povero Pedro, ci è stato detto, che deve essere considerato come un bambino piccolo. E io mi auguro che la famiglia al piano di sopra non lasci mai i suoi figli/nipoti da soli in casa, di giorno e di notte, sul balcone !!!
    Sinceramente, penso che l’uomo debba essere ri-educato al suo rapporto con gli animali, che, a volte, viene usato solo per soddisfare i suoi bisogni/desideri.
    Quanti di coloro che si ritengono amanti degli animali si comportano così con gli animali ?
    Per me questo non significa prendersi cura di un animale, ma io, probabilmente, non amo gli animali !!
    Che cosa significa essere un animalista ?
    saluti
    letta

  8. francolamensa dice:

    Sì, Marco, credo che sarebbe già un bel passo avanti mangiare meno carne, o perché no, abolirla definitivamente dalla nostra tavola. La scelta del singolo può avere una ricaduta enorme sulla collettività, modificare le consuetudini, condizionare la sensibilità. Oltre ai dati offerti da Report, che sono di interesse politico e sociale, vorrei aggiungere qualche indicazione di ordine etico.
    Negli attuali allevamenti industrializzati, miliardi di animali destinati al macello sono costretti a vivere incatenati o chiusi in gabbie sovraffollate, incompatibili con le loro esigenze fisiologiche, privati della minima libertà di movimento, impediti nella pratica di istinti affettivi e sessuali, mutilati, sottoposti a costanti terapie antibiotiche ed ormonali (sia per prevenire l’esplosione di epidemie che per velocizzare la loro crescita), ad un’illuminazione ininterrotta che impedisce loro di dormire, nutriti con alimenti inadeguati, chimici e innaturali (fino ai casi delle mucche costrette al cannibalismo), costretti a respirare un’aria satura di anidride carbonica, idrogeno solforato, vapori ammoniacali, polveri varie e povera d’ossigeno. Gli animali sfruttati in questo modo, oltre a manifestare gravi patologie organiche e psicologiche (galline che si uccidono beccandosi fra loro, cannibalismo della madre verso i piccoli fra i conigli, suini che si divorano la coda), subiscono menomazioni e manipolazioni genetiche. Prendiamo l’esempio delle mucche. Le mucche "da latte" sono selezionate geneticamente ed inseminate artificialmente per produrre quanto più latte possibile. Dall’età di circa due anni, trascorrono in gravidanza nove mesi ogni anno. Poco dopo la nascita, i vitelli sono strappati alle madri (provocando in entrambi un trauma), perché non ne bevano il latte, e rinchiusi in minuscoli box larghi poche decine di cm, in cui non hanno nemmeno lo spazio per coricarsi, e quindi neanche la possibilità di dormire profondamente. Sono alimentati con una dieta inadeguata apposta per renderli anemici e far sì che la loro carne sia bianca e tenera (come piace ai consumatori) e infine, a sei mesi, sono mandati al macello. La mucca verrà quindi munta per mesi, durante i quali sarà costretta a produrre una quantità di latte pari a 10 volte l’ammontare di quello che sarebbe stato necessario, in natura, per nutrire il vitello. A circa cinque o sei anni d’età, ormai esausta e sfruttata al massimo, la mucca verrà macellata (alcune di loro sono così spompate da non tenersi nemmeno più in piedi: qualcuno ha visto il servizio di “Striscia” sulle cosiddette “mucche a terra”?). La durata della sua vita, in natura, sarebbe stata di circa 20 anni.
    Tutto questo, perché? Solo perché non ci piace rinunciare a certi piaceri della tavola. Non potrebbe esistere un motivo più futile per sottoporre animali senzienti e intelligenti a tanta sofferenza e alla morte.
    Ripeto: ognuno con una scelta libera, e senza violentare le altrui coscienze, può fare la differenza.
    Ciao. Franco
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  9. francolamensa dice:

    Ciao Alessandra,
    non saprei dirti quanti di coloro che si ritengono animalisti lo siano poi veramente. Spero che il loro numero non sia così numeroso come quello di coloro che si proclamano devoti cristiani… Scherzi a parte, il problema ovviamente esiste. In linea di principio io adotto questo criterio empirico e rudimentale per valutare la salute del mio amore per gli animali:
    1) amo gli animali "contro" gli uomini oppure ne faccio dei surrogati di legami interumani?
    2) restituisco, nel limite del possibile, all’animale la sua dignità di bestia, lo specifico della sua natura, senza costringerlo in luoghi o a comportamenti che offendano la sua indole?
    Se dovessi valutare l’atteggiamento dei tuoi vicini con questi personali criteri dovrei concludere che, no, non amano gli animali.
    Buona giornata.
    Franco
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  10. Rosella dice:

    Prima parte.

    Sai Franco, comincio a sentirmi a disagio.
    Quel disagio che provo sempre quando mi trovo davanti ad una sorta d’ipotesi di: "quel che è giusto" che mi irrita.
    Io non sono stata e non sono una madre perfetta, neanche un po’.
    Eppure te lo assicuro che ce l’ho proprio messa tutta.
    Forse date le mie imperfezioni era meglio che non avessi fatto figli.
    Ed ancora che non fossi nata, così la faccenda si sarebbe risolta all’origine.
    Scusa, sto scherzando (un po’ pesante) ma, mentre nel post ho sentita molta sobrietà, poi piano piano mi pare che ci s’incammini verso altri luoghi, apparentemente non polemici, ma comunque certamente non pacifici.
    Ho avuto un gatto che, dopo alcune gravidanze, e qualche difficoltà a piazzare i piccoli (abito in condominio ed ho il giardino) ho fatto sterilizzare. Chiudere le tube, perchè potesse continuare al meglio la sua vita . E mi sentivo in colpa come se avessi costretto un essere umano a farlo.
    Ho allevato capre che andavano al pascolo, ma che mungevamo per fare i formaggi; ed i piccoli, allattati al seno, dopo qualche mese venivano ucci. Sì! e mangiati.
    Ora ma che devo fare? Vestirmi di sacco e cospargermi il capo di cenere?

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  11. Rosella dice:

    seconda parte

    Qualche tempo fa ho seguito, due sole conferenze, di un intero ciclo, indette dagli animalisti. Ci sono andata per stare con un’amica e veramente mi si è aperto un orizzonte nuovo, alla fine ero dispiaciuta di non averle seguite tutte.
    Soprattutto mi ha colpito la competenza e la sobrità di una docente che parlava di bioetica.
    Io penso di essere una persona più o meno normalmente rispettosa degli animali, come degli esseri umani.
    All’interno di un certo limite in cui "nella vita si fa quello che si può"
    Non vi era enfasi nelle parole, nel dichiararsi vegetariana, nel senso di un atteggiamento di non violenza…
    Quella sera non mi è stato detto nulla che gia non conoscessi, ma mi sono sentita bene. Proprio bene.
    Mi pareva di essere "normale io" e tra persone normali
    .
    … cominciavo a sorridere tra me e me, pensando:"Per la prima volta nella storia l’uomo tenta di preservare e dare diritto di vita ad un vivente che di per sè non potrà mai porre in essere tale diritto, "con leggi umane".
    Questa è una faccenda assolutamente strabiliante, della cui portata, nemmeno gli animalisti, si rendono ancora conto.

    … però, se estremizziamo la questione in senso globale, di questo passo non mangiamo neppure più il chicco di riso.
    Anche lui è vivo ed ha diritto di germogliare. Non è che perchè siamo più affini agli animali come specie, loro sì ed il resto no.
    La vita è vita comunque.

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  12. Rosella dice:

    terza parte

    Così cominciai a sorridere, andando un poco più a fondo: "E che si fa allora?"

    Allora mi ritrovai immersa nella contraddizione umana del limite e dell’impotenza, e ricordai quando da bambina mia madre mi faceva dire la preghiera prima d’iniziare il pasto. Ringraziando, per il lavoro del babbo che aveva procurato il cibo e quello della mamma che lo aveva preparato… e per i bambini che non ne avevano.
    Così come anch’io avevo insegnato ai miei figli nell’infanzia… .

    Oggi, quando mi siedo a tavola, ringrazio e prego come allora, ma con un altro poco, poco di aggiunta:"Sento il dolore per il chicco o l’animale di cui sto per mangiare la Vita, unitamente alla gratitudine ed alla consapevolezza che: "non è morto invano". Dona energia vitale a me, anche se forse non è giusto.". Ma io non sò proprio come essere giusta se non cercando di addivenire ad una certa sobrietà.

    Però allora forse a questo scopo, oltre che conoscere le cose terribili che accadono negli allevamenti "intensivi", ed a combatterle; è anche utile sapere checosa veramente serve per vivere.
    Quali i cibi necessari, i quantitativi e la loro qualità.

    E che qualcuno ci ami abbastanza da indurci a dire basta ad ogni eccesso, e di qualunque tipo.

    Io lo sò, che il male ed il dolore, esistono! ma quali sono il bene e la gioia necessari e di cui nutrirsi nella vita? per non distruggere il pianeta, gli animali e l’uomo?

    Ciao Franco,
    ti son vicina, al di là di ogni apparente affanno. E molte cose le condivido.
    letta

  13. francolamensa dice:

    Rosella cara,
    ti ho dato la sensazione di essere aggressivo, polemico, moralista? Ti sto procurando "disagio"? Scusa davvero: non è questa, assolutamente, la mia intenzione. Sono riflessioni ad alta voce, allargate agli amici che vogliono aiutarmi a capire qualcosa di più. Non c’è intento di predica, non voglio cambiare la testa a nessuno, non mi considero migliore di chicchessia. Mi confronto con una questione scabrosa: le atrocità che allegramente perpetuiamo da millenni ai danni degli animali. Atrocità che costituiscono uno dei rimossi più imponenti della coscienza umana. Forse è il fantasma di questo orrore che irrita, che ci irrita. A prescindere dalle modalità espressive di chi ce lo rivela.
    Se mi è concessa una precisazione a proposito del chicco di grano: i vegetali non hanno un sistema nervoso, e quindi, anche se sicuramente sono in grado di reagire agli stimoli esterni, non possiamo catalogare queste reazioni come emozioni o sentimenti. Se anche così fosse, sarebbe un motivo in più per nutrirsi direttamente di vegetali anziché di cibi animali, perché per produrre carne la quantità di vegetali usata è molto maggiore di quella necessaria per il diretto consumo umano.
    Ciao
    Franco
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  14. Rosella dice:

    Caro Franco, forse le mie sono proiezioni e ti chiedo scusa. Ciò nonostante sintanto che si parla di buoni sentimenti, quelli che ci nascono dentro, guardando i cuccioli, tutto è facilmente condivisibile. Ma quando la questione si fa più complessa le cose, giustamente si complicano. (anche per quel che accade nei condomini, o sui marciapiedi, ad esempio alle persone ipovedenti, per non andare troppo oltre).
    E’ giusto portare a conoscenza gli "orrori" di quello che subiscono gli animali che mangiamo; ed è giusto combattere tali comportamenti e gli "pseudo" interessi economici che ci stanno dietro. Magari cominciando noi a mangiare meno carne e meno pesce, tenendo anche conto del fatto che tali carni, per così dire stressate,non è che ci possono fornire nutrienti proprio adatti. Oppure decidendo semplicemente di diventare vegetariani, con consapevolezza però, non con faciloneria.

    Detto questo, la storia si evolve e mi farebbe veramente piacere ascoltare le tue riflessioni circa quel punto. "dell’uomo che tenta di proteggere, anche legalmente la vita di un essere che umano non è". Io non ci arrivo da sola. Ma mi pare una svolta epocale, che forse ci aiuta veramente a cambiare atteggiamento nei confronti della natura in toto. Ero sinceramente molto interessata a questo aspetto anche se poi l’ho portato agli estremi… sino al chicco.
    Desidero anch’io una vita vivibile, magari in un pianeta abitabile da tutti gli esseri vienti. Ma senza troppa pretesa
    Educandoci pazientemente ai ritmi ed ai tempi necessari affinchè la consapevolezza ed il rispetto verso tutte le forme di vita (anche umane) crescano.
    Ciao Con affetto
    letta

  15. francolamensa dice:

    Cara Rosella,
    mi auguro anch’io di essere prossimi ad una svolta epocale per quanto riguarda il nostro modo di relazionarci agli animali. Verso quale futuro la crescente sensibilità animalista ci porterà è difficile da immaginare perchè, come scrivi, "quando la questione si fa complessa le cose si ingarbugliano". Tuttavia un modello di quella esistenza che sarà, lo possiamo dedurre – azzardo – da Genesi 1, 28-31:
    “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela (kavash) e dominate (radah) sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte la bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno”.

    Occorre comprendere bene il valore dei verbi kavash (soggiogare) e radah (dominare). L’ uomo deve essere fecondo, lottare contro la morte affermando la vita, deve occupare e abitare lo spazio terrestre; ma questo riempire la terra non può significare calpestarla: come Israele nei confronti della terra promessa, egli deve popolarla, abitarla in un rapporto pieno, cioè possedendola, coltivandola e custodendola. Questo è il senso del verbo kavash: non tanto "soggiogare", quanto piuttosto possedere la terra in un rapporto amoroso, armonioso e ordinato. Quanto al verbo tradotto usualmente con "dominare", radah, si ricordi che indica reggere, guidare, pascolare, con un’azione che è quella del re e del pastore che governa sostenendo e custodendo lo shalom, la vita piena nella pace.

    Che il senso dei due verbi (kavash e radah) debba essere inteso proprio in questa accezione e non nella loro svilente e semplificata traduzione italiana è confermato nel capitolo successivo (Genesi 2,15): “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse (‘avad) e lo custodisse (shamar)”. ‘Avad (coltivare) e shamar (custodire) è il compito che il racconto simbolico dell’uomo senza peccato riserva alla mitica condizione edenica: sono, potremmo dire, verbi pacifici, attraverso i quali traspare l’idea che l’uomo felice lavora anch’esso, ma con un lavoro che è culto (il verbo ‘avad indica sia il lavoro, sia il servizio, sia il culto, che è poi servire Dio). Ed è, quello dell’uomo edenico, un lavoro responsabile: si custodisce una cosa che non è propria (e infatti il mondo appartiene a Dio), e che si deve restituire, possibilmente migliorata, certo non peggiorata.

    Dunque: all’uomo non è dato un potere oppressivo, arbitrario, assoluto, vendicativo, né è data facoltà di sfruttamento della terra e degli animali. L’uomo è signore del mondo (cfr. Salmo 8), ma lo è come mandatario di Dio che vide ciò che aveva creato come buono e bello (Genesi 1,25): “Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona”. L’uomo mantenga dunque e rafforzi questa bontà! Per questo all’uomo non è concesso di cibarsi uccidendo gli animali: per nutrirsi farà ricorso alle piante erbacee che hanno un fusto che culmina con un seme, cioè i cereali e gli alberi da frutto, mentre l’erba è per il pascolo e il nutrimento degli animali (cfr. Genesi 1, 29-30). Gli esseri che hanno nefesh (sangue, vita, anima) non possono servire da cibo agli uomini, perché nella volontà creatrice di Dio il cosmo vive di un rapporto basato sull’assoluto rispetto della vita. Si delinea qui la promessa del mondo voluto da Dio, il mondo secondo Dio, quel mondo che i profeti invocheranno e descriveranno come era messianica, un mondo riportato all’integrità, il mondo degli ultimi tempi in cui "il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli; il leone si ciberà di paglia, come il bue; il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide, il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi" (Isaia 11, 6-8).

    Per non annoiare troppo ti lascio il mio indirizzo mail, perchè sulle questioni che sollevi avrei ancora molte cose da dirti…
    Ciao. Franco
    letta

  16. Rosella dice:

    Grazie Franco, in effetti tutto questo è "quasi" troppo, anche per me, che sono piuttosto logorroica.
    Però mi ci ritrovo, con un cuore caldo ed in sintonia, come nel post.
    Sto bene come a quei due incontri con gli animalisti, che mi hanno aperto un orizzonte nuovo, anche se complesso.
    In effetti qualche volta mi ci provo a concepirmi "vegetariana", ma è soprattutto la pigrizia che mi frena.
    Un cambiamento così implica di rimboccarsi veramente le maniche, raccogliere ancora un’altra pietra da terra e ri-provarci.
    Io sono indotta a muovermi maggiormente dal positivo, dal bello che dagli orrori della terra.
    Comunque grazie, ti scriverò, non oggi poichè sono un poco sottosopra e non sono O:K: (per fatti miei)
    Ciao e grazie
    letta

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