Produci, consuma, crepa ovvero: tecnologia delle comunicazioni ed evoluzione umana

Si sente da più parti dire che la vita, a tutti i livelli dell’umano, si è fatta insostenibile. Questo “senso comune” è particolarmente rilevante per noi dei gruppi Darsi Pace che, muovendo proprio dalla varia fenomenologia dell’insostenibilità, tentiamo di risalire alle cause, ai motivi e ai moventi del non più sostenibile, che affetta di sé le esistenze nostre e altrui.


Alcuni di questi moventi sono chiaramente interni, hanno cioè a che fare con le nostre biografie, le nostre storie e le specifiche ferite che, una ad una, vanno risolte. Questo è il principale scopo del nostro lavoro nei gruppi. Altri moventi sono invece esterni, e corrispondono a quelle distorsioni generali, quelle forme di nevrosi collettive che abbiamo generato come società, e a cui ciascuno, anche inavvertitamente, dà giorno per giorno il suo contributo. Queste distorsioni sistemiche, strutturali potremmo dire, sono il bersaglio del lavoro che come associazione Darsi Pace intendiamo svolgere, da un lato spezzando con esse sul piano individuale ogni genere di alleanza, e dall’altro offrendo a tutti uno spazio di elaborazione di soluzioni comuni, anche culturali, al frangente epocale che ci tocca di vivere. Partendo da una sana critica dell’esistente. È quanto mi prefiggo ora di fare, analizzando un caso a me molto vicino: il mio quotidiano.

Osservando il mio stile di vita in modo, ho potuto costatare tutta una serie di abitudini molto singolari, che contraddistinguono il mio modo di lavorare e vivere da quello che fu il modo delle generazioni passate. Ecco ciò che su un piano molto fenomenico ho rilevato. Sulla base di una stima al ribasso, ho calcolato che ogni giorno ricevo tra le 30 e le 40 mail per motivi di lavoro; tra le 20 e le 30 mail tra contatti generici e contatti personali di amici, conoscenti e via dicendo. Totale: fino a 70 mail al giorno, festivi inclusi. Ho scorporato dal calcolo lo spam puro, che alcuni efficaci programmi mi aiutano a gestire. Se malauguratamente per un giorno non ho accesso al computer, il giorno successivo le mail saranno diventate 140, quindi 210 e così via.

Poi c’è il capitolo telefono cellulare, vero feticcio collettivo dell’onnireperibilità, del lavoro smart, dell’interconnessione pervasiva e totale a cui tutti oggi siamo assoggettati. Ebbene, io ricevo tra le 20 e le 25 telefonate di lavoro al giorno, circa la metà partono invece dal mio cellulare verso altri contatti di lavoro. Il totale del tempo medio che trascorro ogni giorno al cellulare è di due ore circa. Si aggiungono quindi i contatti personali di amici e conoscenti, che chiamano per un saluto o una chiacchierata e, last but not least, gli sms, sia privati che di lavoro a cui spesso è necessario rispondere immediatamente. Quando torno a casa, tra le 19.00 e le 19.30, ha inizio la teoria delle telefonate parentali: madri, padri, zii e altri cari, ciascuno desideroso di avere notizie, scambiare affetto, dare e ricevere conforto e attenzione. Di solito ricevo anche almeno una telefonata da qualche malcapitato operatore di call center che opera in outbound, il quale mi contatta per propormi pacchetti e offerte commerciali della natura più diversa.

È del tutto evidente che, in quanto homo sapiens fermo allo stadio evolutivo raggiunto nel neolitico, sono sprovvisto delle più elementari qualità necessarie a far fronte a una simile tempesta mediatica. Non sono in grado di gestire il sistema di aspettative che si muove attorno a me se non forzando mascheramenti e strutture difensive sostanzialmente arcaiche e infantili. Come me, credo la gran parte delle persone che conducono lo stesso mio stile di vita, e che vedo oscillare nelle loro relazioni tra un’aggressività nevrotica e un ritiro interiore di tipo narcisistico. Preciso che non ho particolari responsabilità pubbliche e non occupo posizioni di potere; sono dunque portato a credere che quanto mi capita abbia un carattere di sostanziale medietà. Nel caso, poniamo, di un politico tutto ciò credo vada elevato a potenza di 10. Basterebbe questo a spiegare, se non giustificare, il livello patologico raggiunto dalle nostre classi dirigenti, che oggi ci scandalizza particolarmente, perché si esprime in sfrenatezza dei costumi, degrado morale e altre forme di disordini del comportamento. Io credo che le loro distorsioni siano sintomi, soltanto sintomi, e che certe loro patologie presuppongano una fisiologia che è, purtroppo, comune.

E dunque? I dunque credo siano perlomeno due:

  1. dobbiamo tutti e ciascuno sforzarci di riportare “il mondo a quote più normali”, come cantava Battiato in quella splendida canzone che è Povera Patria. Non si può, semplicemente non si può forzare al massimo quelli che sono limiti fisici e fisiologici nella gestione delle relazioni umane. Io credo che una spiritualità compiuta e incarnata debba aiutarci anche a intraprendere sentieri di sano realismo, a rispettare noi stessi e la nostra corporeità, a prendere cognizione del tempo e dello spazio, a tenere in conto i nostri bisogni e a non violentarci “senza ragione”. Senza ragione, cioè in ultima analisi nichilista, è quella ideologia strisciante – la sola ideologia sopravvissuta in Occidente – che si esprime nel motto: Produci Consuma Crepa. È una spirale particolarmente afflittiva, che tende ad avvitarsi verso il basso, che tende a una mercificazione quasi totale delle nostre esistenze e che tocca quasi tutti noi. Produrre ricchezza per consumare di più. Consumare di più per stimolare la produzione di beni e servizi, sempre più voluttuari e superflui. Ridistribuire il reddito prodotto al solo fine di attivare nuovi consumatori. Stimolare i consumi facendo ricorso ai più artificiosi mezzi di manipolazione di massa. Sino a quando si è “attivi”. Terminato il ciclo (per anzianità, malattia, handicap, povertà) essere proiettati fuori, nelle sacche di marginalità antiche e nuove che la nostra società produce in continuazione. La via d’uscita da un simile avvitamento mi pare essere questa: evolvere come singoli e come società verso nuovi “beni”, che siano autenticamente tali. Gli attuali consumi e prodotti hanno tutti o quasi un corrispettivo meramente materiale. Sono cioè “merci” che possono essere riscattate e scambiate, in quanto il loro valore è meramente monetario. Vedo però all’orizzonte concretizzarsi la possibilità, realmente evolutiva, di nuove entità, percepite sempre più come essenziali, che non potranno essere scambiate con altri beni materiali, ma riscattate solo mediante un investimento di tempo, di emozioni, di affetti. Saranno i beni “spirituali”, o se si vuole, i consumi umanizzanti, a trasformare la struttura dell’economia, e dunque a modificare e fare evolvere anche le nostre esistenze e i nostri comportamenti. La scoperta di queste nuove datità ci aiuterà a ridimensionare gradualmente il nostro sforzo produttivo, ovvero a riorientarlo, e ad attribuire nuovi significati al concetto di benessere, come mi pare già stia accadendo nei vari processi di elaborazione di modelli alternativi alla misurazione della ricchezza di un paese sulla sola base del Prodotto Interno Lordo.

 

  1. La straordinaria potenza dei mezzi di interconnessione che oggi possediamo e di cui tutti facciamo uso possiede tuttavia anche una matrice evolutiva, il cui senso positivo va colto e attuato, se non si vuole ristagnare in fiacchi rimpianti di un’età dell’oro, in cui tutto era più semplice e piano. E in cui purtroppo era protagonista la guerra, gli isolamenti nazionalistici, la miseria morale e materiale, gli olocausti e tutti gli orrori che hanno scandito il Secolo Breve. Mi chiedo: cosa potenzia dell’umano in quanto tale l’attuale tecnologia? Che scatti evolutivi questa sembra presupporre nei suoi utenti? Che caratteristiche del tutto inedite deve o dovrebbe avere quest’uomo tecno mediatico del XXI Secolo, per adeguarsi ai mezzi di cui ogni giorno fa uso? Io credo che tutto oggi, dai cellulari alla posta elettronica, dai social network ai blog, sino al paradigma della “portabilità”, cioè all’emancipazione della comunicazione dai limiti fisici dello spazio e del tempo, prefiguri un uomo pienamente e compiutamente relazionale, e in qualche misura perfino spiritualizzato. Interconnesso cioè, in misura impensabile sino a qualche decennio fa, con infiniti “altri”. Ciò che la tecnologia oggi presuppone, senza averne precostituito le condizioni, è una nuova identità, non più arroccata nell’isolamento difensivo, ma polifonica e processuale. Un’identità dinamica e dialogica, che è delle persone e dei gruppi, nella quale l’Io e il Noi anticipa ed evoca i Tu e i Voi al livello della propria stessa costituzione. Nuove soggettività umane intessute in larghe trame di relazioni, soggettività sempre da ritessere e ricevere di nuovo come una donazione di senso, che viene dall’Altro. Malauguratamente, la tecnologia offre solo i mezzi. Non determina cioè i fini, e men che meno elabora le condizioni di possibilità autentiche perché tutto questo si avveri. Ho anzi la sensazione che, forzando in noi attitudini che non ci è stato dato di consolidare, la nostra potentissima tecnologia finisce per produrre il proprio contrario: distorsioni difensive, chiusure e isolamenti e ripiegamenti narcisistici, irrelazioni tanto più gravi e dolorose, quanto più la struttura antropologica bio-psico-spirituale non è adeguata ai mezzi di cui fa uso, e dunque – sollecitata oltre i propri limiti – è portata a difendersi. I moderni mezzi di trasporto ci consentono di viaggiare a 200 chilometri orari, ma se andiamo a sbattere a quella velocità moriamo, perché il nostro fisico non è adeguato a simili sollecitazioni. È allora urgente che ci si prepari giorno per giorno a questo grandioso salto evolutivo, di cui le ICT – Information Communication Technologies non sono allo stato attuale che una promettente metafora. Ai politecnici, ai centri di ricerca e sviluppo, all’educazione intellettuale e alla formazione scolastica che ci abilità all’uso dei nuovi mezzi, bisognerebbe affiancare, o far precedere, una nuova pedagogia dell’umano, nuovi cantieri e laboratori in cui forgiare un’umanità adeguata ai mezzi di cui dispone. Perché possa liberamente farne uso, invece di esserne usata. È il lavoro di una lunga preparazione, un lavoro da ostetrici, a cui nei gruppi Darsi Pace ci siamo appena accostati.

Commenti

  1. Chiara De Dominicis dice:

    Caro Antonio , il tuo post mi sembra molto interessante, anch’io soffro moltissimo di questa accelerazione della tecnologia ,e se non avessi i miei momenti di silenzio,in cui tutto si spegne e prima dei pensieri e della mente si spengono cellulari e computer ,sono sicura che sarei impazzita
    Faccio il medico radiologo da circa vent’anni .all’inizio della mia professione per effettuare una TAC total body ,ci voleva circa mezz’ora di tempo ,attualmente l’esame si esegue in venti secondi e si producono piu’ di mille immagini .I tempi di refertazione si sono accorciati ,e tutto si accellera a scapito alcune volte di una corretta ed esaustiva diagnosi,e comunque pagando un alto prezzo in termini di stress.Ti premetto che sono molto contente di aver vissuto questa rivoluzione tecnologica della Medicina che in tanti casi ci permette di salvare vite ,e mi sento presente nel flusso della Vita quando opero in uno stato di Io in relazione ,anche se i ritmi sono pressanti .
    Credo che oggi fermarsi,per respirare ,prendersi anche durante la giornata dei momenti di raccoglimento ,una seria pratica medidativa sia per tutti noi un bsiogno fondamentale come bere o mangiare .
    Quindi l’uomo sapiens ,sapiens o tecnologico,destinato a sopravvivere sara’ quello che si mette umilmente e continuamente in un cammino di pace .
    letta

  2. Davvero interessanti le osservazioni proposte. Questo mondo agonizzante mi appare simile ad un automobile parcheggiata in un box. Non sapendo più dove andare e perchè, ogni giorno accendiamo il motore senza spostarla di un centimetro, giusto perchè deve "funzionare". Il "sistema" deve semplicemente stare in esercizio: la politica decide, qualsiasi cosa, perchè questo è il suo "esercizio"; la TV trasmette perchè deve "funzionare". Tutti gli strumenti di cui ci ha dotato la Tecnica, non vanno più né ci portano più da nessuna parte perchè, ridotti alla loro essenza (compiuta), fanno quel che sono. Il sistema funziona ma non progetta più niente, ed infatti è "niente" ciò che ci propone come essenziale. Come riempire questo vuoto che la tecnica sta lasciando emergere mentre affonda? La proposta di Antonio, allora, mi sembra davvero interessante e degna di riflessione.

    Grazie

    letta

  3. FabrizioFalconi dice:

    Ringrazio Antonio Finazzi Agrò per questo bel post.
    E vorrei, ad integrazione, riprodurre qui sotto un bellissimo articolo uscito oggi sul Corriere della Sera, firmato da Richard Brooks che spiega molto bene, credo, che cosa è l’amore al tempo degli sms e della realtà digitale.

    C[b]ontatti multipli e più disincantati – si può passare da un partner all’altro nella stessa serata se arriva un messaggino.

    Dall’aprile del 2007 il New York Magazine pubblica online pagine di diario delle esperienze sessuali della gente, che narra anonimamente le proprie conquiste e prodezze notturne. Alcuni di questi racconti sono insoliti e tristi. Una bancaria che è stata licenziata passa le serate a ubriacarsi per poi svegliarsi al mattino nel letto di uomini sconosciuti. Un operatore finanziario afro-america no nei week-end gira per il paese per incontrare coppie in cerca di sesso interrazziale.

    L’aspetto più interessante di questi diari è però la parte che il cellulare ha avuto nel corteg­giamento. Nelle sere in cui escono, gli estensori dei diari spesso inviano sms a diversi possibili partner, cercando di combinare l’incontro migliore. Come nota il giornalista We sley Yang, che indaga acutamente il fenomeno sul New York Magazine , chi scrive i diari «usa il cellulare per disaggregare, catalogare e rimpacchettare i suoi bisogni emotivi e fisici, assegnando un partner di verso a ognuno di essi e sperando in un’esperienza soddisfacente» . A queste persone capita spesso di accingersi a passare la serata con un partner e di cambiare poi idea perché gli arriva un sms con una proposta più promettente. Per scongiurare il pericolo di non essere scelti da nessuno, scrive Yang, «tutti sono nell’elenco di riserva di qualcuno, e tutti hanno un elenco di riserva, che tengono aperto con sms interlocutori».

    L’atmosfera è fluida, come in un’asta su eBay. Questo com porta l’adozione di strategie di marketing. Non bisogna appari re troppo ansiosi di conclude re. Vanno trovati soprannomi diversi per i vari partner. «Deci do di passare la giornata con Quella Che Piange», scrive un assistente legale di 26 anni del l’East Village. Nel condurre le transazioni non bisogna avere troppi scrupoli. «Ho per le mani un super-appiccicoso», scri ve una produttrice televisiva. «Mi ha chiesto di uscire di nuovo domenica prossima. Non rispondo» .

    La gente che manda il diario delle sue vicende erotiche a una rivista non rappresenta cer to l’americano medio, ma l’im piego della tecnologia negli approcci sessuali è ormai consue tudine per un gran numero di giovani americani, e riflette una tappa interessante dell’evoluzione sociale del paese.

    Una volta — ai tempi di «Happy Days» — il corteggiamento era governato da una serie di regole e cautele. Gli in contri tra i potenziali partner avvenivano di solito nel contesto delle grandi istituzioni sociali: il quartiere, la scuola, il luogo di lavoro, la famiglia. C’erano dei riti sociali accettati — darsi appuntamento, uscire insieme, rimandare il sesso — il cui scopo era guidare i giovani lungo il percorso che andava dalla fase dell’interesse momentaneo a quella dell’impegno duraturo. Negli ultimi decenni questi riti sociali, incompatibili con l’epoca post-femminista, sono divenuti obsoleti e si è andanti alla ricerca di regole di corteggiamento più aperte.

    Ci si aspetterebbe che in questa ma teria una società dinamica sia in grado di aggiornarsi, ma la tecnologia ha reso la cosa molto difficile. Le norme di com portamento implicano ostacoli e restrizioni, che vengono però dissolti dagli strumenti tecnologici, in particolare da cellulari e sms. Ora i corteggiatori si mettono in contatto in un ambito istantaneo e fluido, separato dalle grandi istituzioni socia li e dagli impegni che esse ri chiedono. Le persone si trovano così a dover fare i conti solo con se stesse. Diventano liberi battito ri in un’arena competitiva segnata da relazioni ambigue. La vita sociale somiglia sempre più all’economia, dove si è im mersi in una miriade di occasioni, domande e offerte, in un universo di partner potenziali.

    La possibilità di raggiungere rapidamente molte persone sembra incoraggiare la segmen tazione: si cerca di allacciare contemporaneamente relazioni di diverso tipo di con persone diverse. Sembra poi incoraggiare un atteggiamento di provvisorietà. Se si hanno sempre molte opzioni a disposizione di venta naturale adottare la men talità di chi confronta i prezzi della merce.

    Sembra anche incentivare un’atmosfera di generale disincanto. Lungo i secoli i sistemi basati su principi morali, dalla cavalleria medievale agli inni all’amore di Bruce Springsteen, funzionavano tutti più o meno allo stesso modo. Legavano gli interessi egoistici contingenti a significati trascendenti, spirituali. L’amore diventa così una nobile causa, un atto di sacrifi cio e di impegno disinteressato.

    Gli sms e la mentalità utilita ria tendono a distruggere la poesia e l’immaginazione. Per reggere ai brutali contraccolpi del mercato occorre dotarsi di ironico distacco. Nel mondo odierno la scelta di un’automobile è un atto più sacro della scelta di un partner. Questo non signifi ca che i giovani di oggi siano peggiori o più superficiali di quelli del passato. Significa che sono meno aiutati. Una volta la gente viveva all’interno di un’esistenza strutturata, che si occupava di foggiare le emozioni, guidare le pulsioni dal provvisorio al permanente e collegare le esigenze quotidiane a cose più elevate. La saggezza accumulata dalla comunità portava le coppie a trovare un impegno duraturo. Oggi ci sono meno norme che vadano in questa direzione. La tecnologia attuale sembra minare l’instaurarsi del senso di reciproca e stabile affidabilità su cui si costruisce la fi ducia.

    Copyright New York Times Syndicate

    (Traduzione di Maria Sepa)

    letta

  4. marcoguzzi dice:

    Carissimo Antonio, grazie per questo scritto molto preciso e lungimirante.

    In questa fase di transizione credo che, come sostieni, dobbiamo tornare sempre di più a riconoscere i nostri limiti e i nostri bisogni.

    Nella mia giornata, ad esempio, la prima attività è sempre quella spirituale: meditazione e preghiera.
    Poi viene quella propriamente creativa: scrittura, ideazione dei Gruppi, etc.
    Solo per terza arriva la fase telematica: e-mail, siti, blog, navigazione etc.

    Ho notato che, almeno per me, è molto difficile risalire alla fase creativa, dopo che sono andato nella sfera telematica.
    Non ho più la concentrazione sufficiente.
    Risulta perciò necessario elaborare una inedita igiene mentale, ed insegnarla ai nostri figli.
    Dobbiamo conoscere meglio come funziona la nostra mente, il nostro spirito creativo, che cosa possa offrire la comunicazione velocissima sul web e che cosa non potrà mai darci, e così via.

    Tutto lavoro che, come sai, è interno ai nostri Gruppi e anche a questo sito.

    Un abbraccio teletrasportato.
    letta

  5. mi accade un fatto curioso.
    Trovo il post di Antonio estremamente interessante e ricco di spunti riflessivi, così come i commenti; eppure, ogni volta che mi accingo a concentrarmi per condensare un pensiero, eccola lì: come un grillo parlante mi si para davanti Eva Maino.
    Ora, poche volte ho stampato i post per leggerli e rileggerli con calma, ma su "i piccoli passi " ho consumato le suole.
    Ebbene, certamente Eva incarna la mia nostalgia di una vita calma, lenta, tranquilla, che è solo una memoria "fantastica "in me, quella della mia infanzia. Ciò nonostante al presente io desidererei veramente leggere un suo riscontro a questo post.
    Un desiderio non costituisce certamente un obbligo per alcuno, però Eva pensaci, stiamo "incamminandoci" verso Natale.
    grazie di tutto
    letta

  6. scusa Eva, tì ho cambiato il cognome ma sei proprio tu: Eva Maio che vado cercando.
    un abbraccio
    letta

  7. giovanna dice:

    Sopraffatta da una valanga di lavoro e di relazioni familiari e sociali difficili da gestire che non mi lasciavano tempo di ‘respirare’, cioè di vivere, di ‘stare a casa’, spesso scherzando mi trovavo a ripetere anni fa queste parole: fermate il mondo, voglio scendere.

    Ma, appunto, ci scherzavo su e continuavo a correre, finché il corpo non mi ha imposto l’alt, ponendomi davanti alla verità (il corpo è sempre nella verità e ci riporta alla verità di noi stessi): stavo correndo verso l’autodistruzione.

    Sono grata al mio corpo perché mi ha posto davanti segnali non più eludibili, grata alla mia malattia perché mi ha costretta a fermarmi, a ‘rientrare a casa’, a guardarmi dentro.

    “Il sintomo –dice Thorwald Dethlefsen nel suo libro Malattia e Destino- è sempre una parte di ombra precipitato nella materia; è la condensazione somatica di ciò che manca alla coscienza e rende la persona trasparente perché rende visibili contenuti repressi”.

    Ciò che è vero a livello individuale non lo è anche a livello collettivo?
    Le varie ‘pandemie’ non sono sintomi di gravi malattie del corpo sociale?
    Se anziché combatterle con vaccini l’umanità si ponesse in ascolto non ritroverebbe ciò che manca alla sua coscienza?

    Grazie Antonio per questa profonda riflessione che ci riporta al compito evolutivo richiesto all’umanità, compito non più eludibile pena la sua stessa sopravvivenza: per vivere nel tempo dell’alta tecnologia occorre sviluppare una ‘nuova identità dinamica e dialogica’.

    L’io nello stato ego-centrato non è in grado di governare l’attuale sistema di comunicazioni. Occorre ‘praticare’ sempre più lo stato dell’io in relazione, essere dei mistici-tecnici –come ci ripete Marco- per ‘godere il piacere’ della tecnica. Grazie a Marco e a tutti i compagni di viaggio in questa meravigliosa avventura!

    Un abbraccio a tutti. giovanna
    letta

  8. Gabriella S. dice:

    E’ proprio vero Giovanna, ci vuole la malattia o comunque qualche acciacco fisico che ti costringe a fermarti. Come sai è capitato a me in questo periodo e allora si rimette tutto in discussione, ma riusciremo nonostante il lavoro dei gruppi nonostante i malanni a capirlo? Anch’io mi sono trovata in periodi talmente intensi da rispondere al cell ed al telefono della scrivania contemporaneamente suscitando l’ilarità delle mie colleghe, che rapporto di odio ed allo stesso tempo di stretta dipendenza abbiamo avolte con questi strumenti!!
    Una mia cara amica naturopata che mi conosce a fondo mi ha prescritto i fiori di Bach, quando sono andata su internet alla ricerca del significato sono rimasta sorpresa, eccoli:

    Chestnut Bud:
    Non si impara mai dal passato, ripetendo sempre gli stessi errori. Ci vuole molto tempo per apprendere. Quando non si riesce a staccarsi dagli errori passati.

    Oak
    Quando si pensa di essere indispensabili ed insostituibili. Si accetta di prendersi il carico di tutto, non si abbandona mai la lotta. Tutto è sopra le proprie spalle.

    letta

  9. marcoguzzi dice:

    Carissime Giovanna e Gabriella, le vostre riflessioni mi hanno ricordato questo testo poetico, che si intitola Mistero doloroso, e che desidero donarvi come augurio:

    Chi saprà benedire le sue notti?
    E’ troppa l’angoscia del non-nato.

    Mi hai fermato perché tu sei la via.
    La mia infermità è un movimento
    Preterintenzionale, un tuo progetto.
    Io accetto. Donami la gioia
    Di sentirti in me prendere fiato.

    "Piega la testa per un’ora
    O più, finché il tuo nulla
    Non scivoli più giù della tua angoscia
    Come una nave
    Che parte.
    E’ in questo addio
    Che ti vengo incontro
    Col ventilabro per pulire la mia aia".

    Un abbraccio a tutte e due.
    letta

  10. … Gabriella, è con molto affetto che tento di dirti quello che sto per dirti.
    Lungi da me qualunque ipotesi meno che seria.
    Non si può capire qualcosa se non se ne fa una esperienza almeno iniziale.
    Chestnut Bud
    Per non ripetere sempre gli stessi errori, necessario è "cambiare punto di vista". ROMPERE LE ABITUDINI aiuta, favorisce questo cambiamento. Ad esempio cambiare posto a tavola, ti fa gustare i visi di famiglia da un’altra prospettiva (meglio se ti accomodi in quello in cui puoi essere servita , almeno per questa volta) (L’ho appreso in terapia)
    Oak
    Il toccasana sono le lettere dal deserto di Carlo Carretto (lo trovi in internet) dove tratta della colonnina del militante… a te il sorprenderti.
    L’idea è di aggiungere ai fiori di Bach, un poco di cura amichevolmente condita con un pizzico di psicoterapia cognitivo comportamentale ed un goccio di Spirito Divino.
    Un abbraccio, stretto stretto anche a Giovanna.
    Auguri ad entrambe
    letta

  11. letta

  12. Antonio F. dice:

    Cari tutti, ho trovato le vostre osservazioni molto puntuali e pertinenti. Per Giovanna: inizialmente volevo intitolare il posto proprio così: Fermate il mondo voglio scendere! Ho poi virato su Produci Consuma Crepa perché, purtroppo, credo che l’evoluzione tecnologica sia attivata da questa ideologia "golemica", senza principio e senza scopo, invece che da un’autentica evoluzione umana.
    D’altronde ho piena percezione del groppo di possibilità inespresse che l’evoluzione delle comunicazioni umane ci pone davanti, come un compito da realizzare. Se così non fosse questo blog – in cui ne succedono delle belle – non esisterebbe. Sono anch’io molto suggestionato dalla metafora cara a Marco, del "mistico tecnico" come paradigma del comunicatore di questo secolo. Che poi metafora non è, semmai ossimoro su cui dobbiamo lavorare, perché l’opposto passi nel proprio altro.
    Interessante anche l’articolo di David Brooks, postato da Fabrizio Falconi. Questa "liquefazione" degli accordi sociali, che conferivano struttura alle relazioni umane del secolo precedente, è uno stimolo per nuovi costruttori. Che sappiano eventualmente preferire tende nomadi e mobili nel deserto al palazzo di pietra nella città. Sulle relazioni sessuate, e su cosa significa amare oggi nella coppia "alla fine di un mondo", ha parlato bene e in modo particolareggiato Marco nell’ultima conferenza, per cui "[i]satis de hoc[/i]"!
    Mi piacerebbe un giorno riflettere con ciascuno di voi del versante "esterno" dell’impegno di un’associazione "darsi pace", che potrebbe essere: che proposte possiamo fare, dal centro del nostro lavoro di trasformazione interiore, per aiutare tutta la nostra società ad avviarsi su nuovi sentieri di sostenibilità? Che alternative, di lavoro, di stile di vita, di famiglia, possiamo suggerire e rendere accessibili?

    letta

  13. Gabriella S. dice:

    Ringrazio di cuore Marco per la bellissima poesia (parole magiche che mi appartengono) e che ho riletto più volte per carpirne il messaggio di amore. Ringrazio anche Rosella per i consigli e l’approfondimento sui fiori. Per sorridere………..mai quando mi siedo a tavola mi sfiora il pensiero di mettermi dove poter essere servita, c’è sempre da imparare!!!
    letta

  14. Gabriella S. dice:

    letta

  15. … forse sta nascendo in me un contributo personale al post, anche se certamente lontanissimo dalla richiesta fatta da Antonio questa mattina.
    E’ ancora una proposta di riflessione personale, che forse riguarda direttamente me e la mia vita, ma forse anche tutti noi.
    Ieri accennavo alle lettere dal deserto di Carlo Carretto, la questione per me più sconvolgente è proprio il loro tipo di vocazione. Di vocazione di condivisione "nuda e cruda" di una realtà.
    Di una vicinanza, per così dire "totalmente inutile" nella sua incisività sociale.
    Esemplare quel fratello, ingegnere edile (più o meno, vado a memoria) morto nel fare e rifare "inutilmente" dei solchi per raccogliere l’acqua, che venivano sempre e comunque ripresi dal deserto.
    Una sorta di condivisione dell’umano che mi richiama all’incarnazione dell’Uomo Dio, tra noi… se non fosse Risorto.
    Una vocazione così paradossale che forse ha qualcosa da dirci se meditata…
    Buona Domenica
    Rosella
    letta

  16. Provo a riflettere…
    Se il mondo è sempre un’apertura di mondo, un "destino", un abisso in cui siamo dapprima gettati, e dal quale con fatica tentiamo (a certe condizioni) di risalire, come attraverso un cammino di "liberazione", allora il mondo della tecnica è il "nostro mondo", quello della nostra esistenza quotidiana. Io, evidentemente, non l’ho aperto, ma anzi ci sono immerso e spesso nella forma della "alienazione". Questo mondo, come sappiamo, è aperto (co-aperto) dal Soggetto, dall’Io-Ego, che pensa il mondo come "lotta" e "contrapposizione".
    Sembra però che questo Io non sia mai riuscito a portarsi all’altezza di questo mondo tecnico, cioè non sia mai riuscito a compiere il proprio destino di Uomo-Tecnico: i mezzi gli sfuggono, ne viene sommerso e sconvolto. Il mondo di lotta si riflette nel Soggetto, gli si fa interiore, portando guerra e contrapposizione fin dentro la sua anima. Luomo-tecnico che desiderava "governare" il mondo ridotto a "strumento" del suo volere, diviene strumento degli strumenti, anche perché il suo "volere" si rivela confuso o spesso vuoto. L’uomo della Volontà non riesce a volere, l’uomo del potere non riesce a dominare nulla.
    Come vivere, adeguatamente, quell’apertura di mondo che è il mondo della Tecnica? E come affrontare il suo progressivo tramonto? Come inaugurare un "circolo virtuoso"?
    Credo che la ricerca condotta da Marco in questi anni dia molte risposte a queste domande.
    Che l’uomo della Volontà debba in qualche modo tornare ad "abbandonar-si", riconoscendo di non essere il centro di comando, sembrerebbe ormai necessario. Abbandonare il ritmo imposto dalla volontà di dominio è convertirsi ad un’altra figura di uomo e di mondo. Praticare il mondo degli strumenti senza esserne ossessionati, oltre le forme del dominio (del mondo su di me, o di me sul mondo). Una pratica che sappia abbandonar-si come pratica, cioè che non si riconosca più come unica possibilità di relazione, ma che sappia lasciare la presa rivolgendosi ad altro. Uscire dall’uni-relazione ossessiva con gli strumenti, aprirsi alla multi-relazione dell’ascolto e dell’abbandono (dall’Io-ossessionato all’io-in-relazione)…
    Meglio che mi fermi qui in attesa di una corretta misura (insomma di un po’ di luce)…

    letta

  17. Ma è proprio questo il punto che mi interroga,caro Renato. La tecnologia delle telecomunicazioni (almeno nella forma che assume compiutamente nel web 2.0) non è riassorbibile nel dominio della tecnica novecentesca, nella totalità degli strumenti, nel mondo utensile di heideggeriana memoria. C’è qui di più dell’intera storia della metafisica, che si compie nell’avvento della Tecnica come traguardo ultimo della Volontà di potenza. Questa nuova tecnica ci dà da pensare!
    Con somma ambivalenza, con somma ambiguità, questa nuova apertura mondana mette infatti in scena l’altro. Cioè l’altro mondo, la trascendenza. Ed è questa virtualità – credo lo stiamo facendo proprio in questo momento, credo lo abbiano fatto alcuni dei nostri più assidui bloggers in post precedenti – che va attivata, sopprimendo la sua contro possibilità, che è l’avvento della comunicazione di massa come dominio assoluto dell’ontico sull’essere del mondo, ancora per citare Heidegger…
    letta

  18. Antonio, non so se riesco a cogliere, a intuire correttamente, ciò cui mi inviti. Capisco che questo mondo-virtuale aperto dal web, dalla comunicazione digitale e planetaria, costituisca la "soglia" tra vecchio e nuovo mondo, passaggio rischioso. Come vivere questa soglia? Come cercare di far fiorire i semi più fertili? Forse ciò che caratterizza questa fase di passaggio è la possibilità di uscire dalla chiusura in se stessi. Siamo nell’Aperto, con tutti i rischi che ciò comporta. L’opportunità di potersi confrontare in tempo reale con altre persone, ci sottrae alla solitudine del nostro giudizio e della nostra ricerca. Certo c’è da scegliere attentamente tempi e modi, cosa parecchio complessa. Ma fino a ieri quante volte la chiusura in se stessi ha permesso ai sensi di colpa di prendere il sopravvento proclamandosi unici e inesorabili giudici della nostra vita e delle sue possibilità. Forse la dimensione che ci si apre davanti, e intorno, è quella di una ricerca finalmente "corale". Devo pensare con più calma "la cosa", ri-ascoltando bene gli interventi postati…
    Un grazie sincero

    letta

  19. Caro Renato, sono intonato con te. Discernimento spirituale – scegliere liberamente tempi e modi, non lasciarci scegliere da essi – è soprattutto ciò che oggi ci è chiesto, per orientare verso la Svolta il campo di forze che ci circonda.
    Un abbraccio!

    letta

  20. Antonio,
    sono andata or ora a vedere che fosse sto "ossimori", ed ho scoperto consistere in un contrasto proprio simile a quello che io ho posto, tra il "deserto" di Carretto e la vita nella "città".
    All’inizio della mia frequentazione nel web ho incontrato per puro caso, Derrick Kerckhove e ne sono stata affascinata, soprattutto per la serenità con cui affrontava le ipotesi evolutive, con spirito creativo ed artistico.
    Qualcuno sà a che punto è giunta la sua ricerca?
    In fondo, io tra di voi, incarno un aspetto singolare del suo pensiero, quello della cultura dell’errore.
    Cito testualmente da INDIRE (Arte, tecnologia e comunicazione, un articolo di Vettori del 2004) "

    Quanto conta oggi l’importanza della cultura dell’errore, la cultura di vivere l’errore come una risorsa?

    Questa è un’altra idea che ho sull’uso dell’ignoranza: dentro un gruppo di lavoro infatti  è importante avere, dentro ciascun gruppo di lavoro, una persona che non conosce le cose. Penso che, si dice, anche nel pensiero industriale e economico produttivo americano che è meglio sbagliarsi una decina di volte per capire la propria strada, perché può esserci la possibilità di trovare un cambiamento totale alla strategia del progetto.
    Io non ho paura di sbagliare nel mio italiano, io parlo sempre l’italiano sbagliando; mi diceva una persona molto gentile che io parlo un italiano sbagliato però un italiano di qualità sbagliato; più raffinato con gli sbagli, che un italiano corretto ma non raffinato; io non ho paura dell’errore, l’errore è contenuto dentro la strada giusta: è una felix culpa!

    Adesso me ne sto zitta zitta, però sono proprio affascinata da questa faccenda che hai posto in essere.
    Grazie
    Rosella

    letta

  21. speakold dice:

    Volevo aggiungere un punto di vista culturale che è quello dei consumi. Il consumo non si riferisce solo a ciò che vuoi consumare ma soprattutto a consumare anche e soprattutto l’oggetto di consumo 🙂

    Sintetizzo. Se compri il cellulare (e ne compri diversi negli anni per rimanere al passo oppure per soddisfare i figli/nipoti/moglie/ parenti/…) è bene che tu lo consumi il più possibile (chiamate, messaggi, …).

    La tecnologia quindi non è solo uno strumento ma è un (il?) consumo. Spingendo solo sul consumo è chiaro che si perde l’aspetto del mezzo. Si passa all’overdose. Questo vale per la TV, la radio, la musica, … tutto. E’ un fatto culturale di oggi.

    Il consumo è compulsivo e non lascia spazio al "perchè" (così come l’accumulo: che me ne faccioi di DVD, libri in offerta se non li potrò mai leggere?). Anche le notizie sono consumate. Non è necessario verificarle. Si farà dopo. Al momento vendiamole (basta vedere come si comunica l’influenza… e ricordarsi che la paura fa vendere parecchio. (http://www.darsipace.it/index.php?option=com_myblog&show=Ottimi-Prodotti-Ma-….-Nessuno-Lo-Dice..html&blogger=Domenico Parlavecchio&Itemid=1)

    Uscire da questa logica significa costruire un’alternativa che c’è. Dovremmo dargli voce e darla ai nostri cuori.

    Ho vissuto per anni come ha descritto Antonio e anche in modo più soffocante. Volevo spegnere tutto. A volte devi fare una brusca conversione ad U (la malattia obbliga ad uno stopo. Ti accorgi di come gira e viaggia il mondo e pensi che anche tu eri così.. con il rischio di ritornarci 🙂 ). Ci vogliono anni. Non è impossibile. Ma quello è solo un aspetto di questo vortice. Anche tutto il resto viaggia così. Anche le relazioni si consumano, sono un prodotto (ci comportiamo come se lo fossimo anche se diciamo il contrario… a volte)

    Bello l’intervento di Marco [b]sull’Amare alla fine del millennio[/b].
    Il rischio è che il desiderio (compulsivo) sia quello di cambiare partner (prodotto nella logica del consumo).
    Il discernimento deve prevedere le dimensioni dell’umano altrimenti più che aperto all’infinito si chiude nel suo finito piccolo ego.
    (http://www.darsipace.it/index.php?option=com_phocadownload&view=category&id=4:amare-alla-fine-di-un-mondo&Itemid=135)

    La soluzione? Nel mio caso è stato il silenzio. Cominciare a capire (inizia il mio percorso nei gruppi DP). Trasformarsi convinti che il nostro cambiamento possa aprire infinite possibilità per noi e per le persone intorno. Onestamente mi sta creando non pochi problemi. Le oscillazioni a cui sei sottoposto non sono piccole. Ri-tornare al silenzio (ri-cominciare) è l’unica strada che al monento conosco.

    Un grazie a tutti
    letta

  22. Domenico Parlavecchio dice:

    nasce proprio dal "Trial and Error"

    A parte le derive che ne sono conseguite questa "follia" è figlia del piacere di "provare e sbagliare."
    Uno dei motivi perchè mi piace il mio lavoro.

    Da noi culturalmente se sbagli sei una pippa. Devi avere esperienza (ma mi dico come fai a fartela se non così). Quindi da noi a 40 anni ti chiamano ragazzo. Puntualmente sottolineo che ho una età che non è tipica del ragazzo…
    Non troppo lontano da noi sei primo ministro ..

    Rosella, sono d’accordo con te, la vita è Trial and Error per essere KINGS OF LEON … 😉
    http://www.darsipace.it/index.php?option=com_myblog&show=kings-of-leon-ritorno-al-rock.html&Itemid=1

    [u][b]PS:[/b][/u] Vi allego una parte del sogno dell’inventore di Internet Tim Berners Lee
    ….
    [i]Ho fatto un sogno riguardante il Web… ed è un sogno diviso in due parti. Nella prima parte, il Web diventa un mezzo di gran lunga più potente per favorire la collaborazione tra i popoli. Ho sempre immaginato lo spazio dell’informazione come una cosa a cui tutti abbiano accesso immediato e intuitivo, non solo per navigare ma anche per creare. […] Inoltre, il sogno della comunicazione diretta attraverso il sapere condiviso dev’essere possibile per gruppi di qualsiasi dimensione, gruppi che potranno interagire elettronicamente con la medesima facilità che facendolo di persona.[/i]
    ….
    letta

  23. … lo sò che siamo in sintonia, anche se io non ho le tue competenze, e mai le avrò (sempre un passo avanti eh?) ma non è che quel "felix culpa" starebbe "non male" anche nel tuo post?
    Ciao Buona settimana
    letta

  24. Domenico Parlavecchio dice:

    ..del so tutto io .. sorry! 🙁

    Non penso sia un problema di competenze (gli addetti ai lavori vanno presi con le pinze… tutti) ma di sensibilità che nascono dall’attenzione, dalla cura e dalla pazienza (tutti dono dell’età? 🙂 ) .
    In quest’ultimo periodo quello che ho visto nascere e crescere nel dialogo tra te e Michele è un esempio di questo, un vero dono del cuore e di questo approfitto per ringraziarvi entrambi.

    letta

  25. Domenico… sono nel pensatoio… l’ultimo dei mei pensieri è giudicarti un sò tutto io. Neanche per idea.
    Tu sei una Parola vecchia Risorta, e credimi non è male! proprio come io sono un ro/ (veto) seto /( Maria) amato da Dio, posto in una landa dorata in cui risuonano campanelli (pendenti dal collo delle capre)lì nel deserto del Sinai.( può andare… desiderare la terra promessa).
    Ciao. tra un po’ "forse" produco.
    letta

  26. … vista la "sparata precedente" ora tento "una visione" faccio(/a di bronzo di Riace ) un volo pindalico con la fantasia; considerato anche che non posso rilassarmi con il Roc
    Ora mi accingo a "tentare" un’ipotesi culturale.
    Tanto per cominciare visto che io non comprendo proprio tutto quello che si dice, ho fatta mia solo l’ultima riga di Kerckhove:

    "l’errore è contenuto dentro LA STRADA GIUSTA: è una colpa felice"

    Questa felice colpa, mi pare quasi "necessaria", non certo voluta ne ricercata, non mi pare il caso….

    Mia madre (1902) non si capacitava che in Chiesa si recitasse "nella colpa mi ha concepito mia madre", con tutte le fatiche che ha fatto, si risentiva un po’ di questa ingiustizia.

    Francamente non m’interessano le spiegazioni in merito al perchè del passato, mi riguarda invece la sua evoluzione: Cristo è Risorto. Ed io sono una "felice colpa".

    Questo è importante (secondo me). Per addivenire a qualunque ipotesi culturale di una società diversa è necessario partire da questo assunto. Lo Spirito Signore della Vita va portando a compimento la storia (Cristo è Risorto) ed io nella meditazione incontro il luogo in cui mi integro con Lui: Divennendo una "felice colpa" poichè redenta, per-donata- ri- donata a me stessa alla mia integrità.
    Oggi io concepisco queste cose perchè "mi sono giocata nel web" senza la paura di sbagliare (e molto più di quanto io non stia facendo in questo momento con voi) apprendendo dai miei errori. Così ho incontrato Guzzi e voi, prima in modo virtuale ed ora una realtà che diviene concreta dilatandosi, nei rapporti e ne apprendo il linguaggio.

    Si può riflettere sul gia esistente su quanto gia sperimentato e discernere ciò che è stato giusto e ciò che è stato sbagliato, cercando di EVITARE GLI ERRORI commessi ma si può anche "lasciare che accada". Forse persin SI DEVE ( nel senso di è doveroso/ necessario).
    Lasciare che il discernimento automatico ri-conosca il passato sia per quanto d’errore ma anche di buono è stato agito; senza perderci troppo tempo, VELOCEMENTE appunto.
    Ponendo invece una maggiore attenzione alla nostra esperienza interna, in cui si coniuga la nostra esperienza di essere "risanati".
    Attendere che dal nostro interno scaturisca l’insieme/la sintesi di una intuizione che si fa parola e progetto nuovo, che integra il passato con il futuro evolvendolo.

    Questo sta accadendo ora in questo preciso momento, poichè io immersa in un mezzo ed in un certo qual modo sto procedendo verso un fine… che conosco; ma di cui non conosco il progetto che si sta realizzando attraverso me.
    Esemplare la storia di Abramo. (e qui mi taccio)

    In un certo qual moda AGENDO nel concreto una fiducia paziente in cui il nostro desiderio di una società vivibile FIORIRA’ DALL’INTERNO quella "speranza gia data" (sperimentata personalmente) come "certa".
    Agendo SENZA FRETTA appunto!
    Sto imparando il lessico del luogo.
    ciao
    Rosella
    letta

  27. caro Ale
    desidero darti un riscontro qui, di quel che si è compiuto, tramite te.
    Ogni tanto io sono assalita da dubbi: faccio bene, faccio male e così via.
    Ieri era uno di quei giorni: mi pareva (e non è la prima volta) di aver bloccato il flusso degli interventi.
    E’ certamente un’impressione che mi mette a disagio, e mi pone alle strette sul "se" continuare a scrivere.
    Spesso ho la tentazione di rinunciare (e di ritornare anch’io nel deserto); è una tentazione appunto.

    Poi tu questa mattina te ne esci con quella festa di compleanno che mi strabilia, e tocca il cuore.
    E così riprendo ad inondare il blog con le mie chiacchiere; in perenne ricerca di una "misura" a cui ancora non sono pervenuta.
    L’ho postato qui, questo mio "grazie" rivolto a te, poichè mi sembra chiarisca meglio quello che ho scritto ieri.
    Noi sappiamo quello che è il nostro obiettivo: costruire un mondo di pace; eppure non sappiamo il "come" raggiungerlo.
    Secondo me, ciò che è necessario a noi, è solo applicare un valore; e non tanto studiare a tavolino la mossa migliore. Lasciamo agli "strateghi", le strategie.

    In fondo "tu non sapevi quello che facevi", postando quel post.

    Non sapevi, che in quel momento mi era " proprio necessario" un sostegno che mi ridonasse un po’ di sicurezza; così come io non sapevo di pronunciare parole che fossero veramente utili a Michele, a suo tempo.

    Noi ci rendiamo disponibili a seguire, in modo ragionevole, un moto del nostro cuore (che si dilata nella pace, man mano che "guarisce"), ponendo quindi un gesto che incarni al meglio il valore che abbiamo riconosciuto adatto, nella concretezza di quel giorno.
    Poi, le cose, "si fanno da sè".
    Siamo così, veramente protagonisti della nostra vita; eppure la nostra vita si sviluppa evolvendo un "oltre noi" che ci sorprende.
    Forse questo è il modo in cui si disvela, il progetto che la Vita ha in serbo per noi.
    Il modo nel quale noi non ci possediamo e non ci facciamo da soli ma ci "lasciamo fare".

    Il valore che continua a porsi dinnanzi alla mia mente ultimamente è:"sobrietà"/necessaria.
    Come addivenire alla "misura" umana di ciò che ci è necessario?
    Non in modo moralistico, Kerckhove dice che i suoi figli, dopo la prima "abbuffata", durata circa sei mesi nella rete, hanno trovato una loro fisiologica misura.
    Il punto allora è "la vita si apprende vivendola"! Rischiando la propria "crescita" in ogni ambito, sopportando, almeno un poco i nostri limiti, come se fossero una "felice colpa", per poter riaggiustare il tiro nel: ri-flettere.

    Ciao
    Notte a tutti
    Rosella
    letta

Lascia un commento