Mancuso vs. Civiltà Cattolica – Che cosa significa il Vivere Autentico.

Si fa una certa fatica a parlare di Vito Mancuso, ultimamente, perché la sua sovraesposizione mediatica sta raggiungendo livelli di guardia.

E però i giornali riferiscono con grande rilievo anche queste ultime polemiche tra lui, Vito Mancuso, e i gesuiti di Civiltà Cattolica, a proposito dell’ultimo libro del teologo del San Raffaele, “La vita autentica”, divenuto un best-seller editoriale. Ed è ovvio che per i giornali sia una occasione ghiotta, perché nella rozzezza avvilente in cui versa la cultura in questo paese, che ha sempre bisogno di antagonisti e conflitti, Mancuso e Gesuiti rappresentano un match perfetto, l’uno epigono e modello del credente buono e progressista e gradito ai laici, gli altri perfetti rappresentanti della conservazione e della ortodossia.

Poi, nella realtà le cose non stanno così. Però è anche divertente leggere questi scambi di piccoli veleni e di risentimenti reciproci, e anche di insofferenza da parte di Mancuso che si sente contraddetto e male interpretato.


Il problema però è che io credo che ogni volta che ci si accosta alla Parola di Dio, e specialmente alle parole del Cristo bisognerebbe farlo con molta molta prudenza e soprattutto evitando di strumentalizzarle per i propri fini e per i propri interessi.

In particolare Mancuso – che in generale parla molto poco di Gesù Cristo e molto di Dio (anche se non è spesso chiaro di quale Dio) – nell’articolo in risposta a quello di Civiltà Cattolica, pubblicato su Repubblica – Se la vita è senza fede, la mia risposta a Civiltà Cattolica – ad un certo punto usa un celebre passo dei Vangeli per confermare la tesi del suo volume, e cioè che in sostanza non occorre la fede in Dio per vivere una vita autentica.

‘Il senso del messaggio spirituale di Gesù, del resto” scrive Mancuso, “ consisteva proprio in questo primato della concretezza etica rispetto alle idee dottrinali proclamate a parole: Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre. (Mt. 7,21), prospettiva che Gesù realizzava preferendo ai clericali del suo tempo (scribi, farisei, sacerdoti) altre tipologie più laiche di persone quali pubblicani, prostitute, poveri, pescatori. Per una vita autentica, caro padre Cucci, la fede in Dio non è necessaria.”

Ora, francamente questa argomentazione di Mancuso mi sembra davvero incomprensibile. Sembrerebbe infatti, leggendo Mancuso, che ‘avere fede in Dio’ significhi ‘tout court’ frequentare i clericali, cioè fare parte della congrega della Chiesa, e accompagnarsi a chi si batte il petto a ogni quarto d’ora della giornata.

Avere fede in Dio, invece, come appare chiaro semplicemente leggendo le parole di Gesù è: Fare la volontà del Padre. Punto.

Il che non vuol dire, come sostiene Mancuso, io credo, semplicemente essere autentici, e quindi dedicarsi al bene e alla giustizia (che è la tesi fondamentale del suo libro). Fare la volontà del Padre è una connotazione precisa, che aggiunge qualcosa di più al semplice dedicarsi al bene e alla giustizia.

Fare la volontà del Padre significa, secondo la stretta logica, due cose: 1. che un Padre esiste. 2. che questo padre ha una volontà, manifesta una volontà e che noi uomini siamo chiamati a realizzarla su questa terra con le nostre opere.

Come si fa allora a concludere, come fa Mancuso, a partire dalle parole di Gesù, da queste parole di Gesù, che “per una vita autentica la fede in Dio non è necessaria” ??

Mi sembra, invece, esattamente l’opposto.

Commenti

  1. Marco F. dice:

    Grazie Fabrizio.

    Sto meditando una risposta, ma non avendo terminato il libro mi sento a disagio.

    Francamente trovo Mancuso più interessante per ben altri motivi che vado brevemente ad elncare:
    – il costante, ed ostinato direi, tentativo di conciliare le più recenti e strabilianti conquiste in campo tecnico
    scientifico con la spiritualità cristiana;
    – la sorprendente conoscenza di un buon numero di importanti autori nei predetti campi : tecnico-scientifico e
    spirituale;
    – un ottima tecnica espositiva e divulgativa che lo rende "raggiungibile" da tutti colti ed incolti;
    – il libro "L’anima e il suo destino" che mi ha fatto molto riflettere.
    e per questo ritengo sia importante.

    Comunque mi riprometto di intervenire sull’argomento che hai lanciato nel caso risucissi a formarmi un’opinione più concreta.

    P.S. : Questa mattina ho visto su YouTube questo video:
    Helene Grimaud-Chopin-Berceuse …………..
    Ho Capito cos’è l’immortalità!

    letta

  2. Filomena dice:

    Caro Fabrizio,
    in tutta sincerità di Mancuso ho letto molto poco, articoli o brevi estratti dai suoi libri, quindi la mia opinione è sicuramente parziale.
    Per quello che posso dire non riesco ad essere mai convinta fino in fondo dalle sue parole.
    Mi succede sempre quello che scrivi tu nel post : mi sembra coerente fino ad un certo punto e poi c’è come una brusca sterzata, come se io continuassi verso la direzione che lui indica e invece il discorso prosegue in una direzione diversa, secondo me non consequenziale.

    Chi lo dice che i pubblicani, i poveri, i pescatori,le prostitute non avessero fede in Dio?
    Dunque solo i clericali ne avevano?
    Non mi sembra, questa di Mancuso, una dimostrazione stringente nè ‘scientifica’. Lui stesso (nel passo da te riportato) parla di laici, non di atei o di se-dicenti tali.
    Perciò mi sembrano più che legittime le obiezioni che tu sollevi e che condivido pienamente.

    Senza voler togliere nulla al lavoro di Mancuso e al suo impegno che sicuramente avrà un suo senso, magari quello di stimolare la chiesa a non smettere di farsi domande su di sè presumendo di essere nel giusto a priori.

    Ti ringrazio comunque, Fabrizio carissimo, perchè in questa come in tante tante altre occasioni, le tue proposte e le tue riflessioni sono lievito e sale.

    Un abbraccio pieno d’affetto
    Filomena

    letta

  3. Caro Fabrizio

    anche a me lascia perplesso, a volte, la sovraesposizione mediatica in cui scivola Mancuso. Magari è qualcosa che gli è piovuta addosso all’improvviso e di cui fatica a trovare una misura, ma non c’è dubbio che vederlo in tv a spiegare al papa come si dovrebbe fare il papa fa un certo effetto. Detto questo, però, superata questa comprensibile diffidenza, credo che la sua provocazione vada accolta come una ventata d’aria fresca. Anzitutto per un fatto di metodo.
    Era tanto che la Chiesa cattolica non era investita da un sano dibattito interno sui principi della fede. Voglio dire, a prescindere da quello che Mancuso dice, trovo sia un bene che tra cattolici ci si confronti su queste tematiche profonde, fede o giustizia per esempio, piuttosto che sulle sterili polemiche dei preti pedofili o dei vescovi che rubano. Certo, nelle aule di teologia si parla di questo con grande competenza, ma non ricordo un confronto così serrato sulle pagine dei quotidiani nazionali. Mi sembra un primo passo per accogliere quel metodo dei fratelli ebrei che sono capaci di discutere un versetto di un salmo spaccandosi in dieci correnti di pensiero. E che così facendo riescono a rendere la loro fede sempre viva, acuta, critica, dinamica. A Mancuso dunque il merito di aver portato i grandi temi della fede al centro di un dibattito che non dovrebbe dividerci, ma al contrario rafforzarci nell’esercizio vivificante della nostra ragione.
    Quanto al merito, hai ragione, questo suo sminuire la fede fa un effetto anche a me. E anch’io penso che il salto, l’abbandono richiesto nell’atto di credere (diverso dal credere di credere, ma alimentato da un lavoro profondo su se stessi che include analisi storica, verifica delle distorsioni psicologiche e pacificazione con la pratica meditativa), sia qualcosa di fondativo, non un semplice orpello aggiunto al nostro essere giusti. Ma, mi pare, il punto che pone Mancuso è un altro.
    Anche lui, nell’articolo che citi, riconosce alla sua fede un valore importante, che assume come naturale completamento di una vita giusta, nel senso che se sei giusto riconosci un ordine nel mondo e in quest’ordine – se hai fede come Mancuso dice di avere – vedi la mano di Dio. Ma ciò che Mancuso vuole sottolineare è altro. La domanda che i gesuiti eludono è questa: se la fede è il fondamento basilare della vita dovremmo dedurre che nel regno personaggi come Marcinkus o papa Borgia (credenti) siano davanti a pagani come Socrate o a tanti personaggi che hanno vissuto in perfetta coerenza col Vangelo pur essendo atei o fedeli di altre religioni. Questo, Fabrizio, è il quesito che Mancuso lancia e a cui finora non trovo risposta nelle parole dei gesuiti, al di là di uno sdegnato richiamo al primato della fede.
    In sostanza, dice Mancuso, come interpretiamo le parole del Signore, quando ci dice che non chi ripete "Signore, Signore" avrà il regno dei cieli, ma chi – pur non sapendo nulla del Cristo – ha riconosciuto il Cristo in un povero o in un affamato? Non ci sta dicendo, Gesù, che a lui importa prima di tutto l’autenticità della persona nei confronti del prossimo e solo dopo l’adesione alla fede in lui? Due cose, giustizia e fede, che per chi come Mancuso crede finiscono per coincidere.
    letta

  4. rosella dice:

    Non ho letto nulla di Mancuso, e dovrei starmene zitta, però qualcosa della Fede/ fiducia ho sperimentato nella mia storia e sulla mia pelle, per cui prendo per buone le affermazioni di Massimo, e tento di chiarire il mio pensiero.

    "In sostanza, dice Mancuso, come interpretiamo le parole del Signore, quando ci dice che non chi ripete "Signore, Signore" avrà il regno dei cieli, ma chi – pur non sapendo nulla del Cristo – ha riconosciuto il Cristo in un povero o in un affamato? "

    io penso che sia una apparente dualità, e troppo banale ridurre tutto all’elemosina del superfluo per praticare la giustizia, necessita quindi: "dare tutto senza condizioni".

    Ritengo che si possa vivere anche senza la Fede in Dio, poichè essa ha una sua crtina di tornasole la fiducia riposta nell’uomo.

    Noi ci facciamo un’idea di Dio (talvolta distorta) che evolve nella storia, ma abbiamo un’esperienza storica dell’uomo, di COLUI CHE HAI DI FRONTE.

    E tu che fai? quale GIUSTA FIDUCIA riponi in colui che ti mette il pugnale alla gola?

    Tutto si riduce a questa semplicissima risposta.

    Nella mia esperienza " IO SONO tu che mi fai " ed "io sono TU CHE MI FAI" non sono separabili, sono esttamente l’immagine della realtà.

    Una realtà all’interno della quale. tutto ma proprio tutto è relazione.

    Buona domenica
    Rosella

    letta

  5. Non ho letto il libro di Mancuso perciò forse vado un po’ fuori tema, ma sono stata molto sollecitata da questo post. Sono d’accordo con quanto espresso da m. Nella mia esperienza, posso dire che la fede in Dio è lo sfondo fondamentale in cui cerco di procedere nel cammino della mia vita.
    Se si intende la fede in senso più ampio, come fiducia/affidamento, essa si rivela come condizione imprescindibile per la vita umana (un a priori antropologico). Infatti, da quando veniamo concepiti, siamo affidati a qualcuno e non possiamo che affidarci a chi ci promette di prendersi cura della nostra vita (nella responsabilità di diventare poi a nostra volta affidabili per gli altri). Questo, nel progetto originario, nella volontà del Padre, l’unico veramente e incondizionatamente affidabile, perché di fatto ppi sperimentiamo invece la non affidabilità delle creature.
    Se come dice Paolo “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4,6), se Egli sarà con noi, secondo la sua promessa, fino alla fine del mondo (Mt 28,20), allora a me pare che tutti siamo abitati da uno Spirito che ci sostiene e ci guida gridando in noi la volontà del Padre che, come ci ha mostrato Gesù, è amore e cioè giustizia, intesa come la realizzazione pratica dell’amore. Ogni uomo, dunque, in quanto abitato dallo Spirito di Dio, sa in modo intuitivo che la sua destinazione è la realizzazione dell’affidabilità nella pratica della giustizia.
    Il cammino di fede in Dio mi pare la presa di consapevolezza sempre più profonda dell’orizzonte di fede/fiducia in cui ogni uomo, per il fatto stesso di essere uomo, è inscritto. Chi ha fede in Dio si assume la responsabilità ditestimoniare un Dio affidabile nonostante la smentita storica. La fede fa la differenza in termini di responsabilità, non di merito. Infatti, dare da mangiare a chi ha fame è il riconoscimento di Dio verso i suoi figli (Mt 25,15), indipendentemente dalla professione di fede, ma dipendentemente dal gesto pratico che mostra la fiducia fondamentale gridata dallo Spirito di Dio in noi, che ne siamo consapevoli o meno.
    Fortunatamente, l’ultima parola di salvezza è di Dio, il solo che conosce il nostro cuore.
    letta

  6. FabrizioFalconi dice:

    Grazie a tutti gli interventi (il livello di questo blog è sempre molto alto), che mi permettono anche di spiegare meglio il senso di questo post, anche alla luce dell’intervento di massimo.

    Io non critico – sia chiaro – l’atteggiamento di chi sostiene che la vita può essere autentica e autenticamente vissuta anche senza la fede in Dio. La tesi di Mancuso su cui ha fondato il suo libro, è ampiamente condivisibile anche per ragioni di pratica e di buon senso: chiunque di noi, credo, nella vita, ha fatto l’esperienza della conoscenza di persone non credenti, agnostiche o del tutto atee o a-religiose, che hanno improntato le loro vite alla rettitudine, alla messa in pratica della giustizia e del bene.

    E allo stesso modo ciascuno di noi, credo, conosce (in modo diretto o indiretto) persone che si dicono o si professano credenti e magari indossano anche magnifici abiti talari, che – nei loro atteggiamenti, con la loro vita, spregiano ogni comandamento etico, ogni moralità anche non necessariamente cristiana.

    Quello che io ho contestato a Mancuso nel post è il suo UTILIZZO della frase di Gesù per giungere alla tesi che a lui interessa.

    Mi sembra cioè chiaramente che Gesù non dica AFFATTO che la vita può essere autentica a prescindere dalla fede, ma che dica esattamente l’opposto, affermando, che SOLO chi FA LA VOLONTA’ del PADRE entrerà nel Regno.

    Fare la volontà del Padre è cioè, secondo Gesù, molto più importante che stracciarsi le vesti e invocare ‘Signore, Signore’.

    Ma Fare la volontà del Padre NON è AFFATTO fare a meno della fede, è anzi il suo contrario. Vuol dire contare, fare affidamento sulla volontà di UN padre, che è IL Padre di Gesù Cristo, quindi il Padre dei Cristiani, non un Dio qualsiasi.

    Solo questo mi premeva sottolineare.

    Grazie comunque a tutti,
    e grazie a Marco per il sublime video della Grimaud !

    letta

  7. FabrizioFalconi dice:

    Un ringraziamento particolare vorrei poi fare a Filomena, e per i tuoi generosi auguri, che girerò anche alla neonata , che per ora è solo impegnata nelle due attività canoniche (dorme e mangia, come è giusto che sia) !

    Condivido le tue argomentazioni, e il fatto – evidenziato anche da altri interventi – che comunque sia, è utile il ruolo di chi comunque stimola a mettersi in discussione.

    Un abbraccio

    fab.

    letta

  8. m. guzzi dice:

    Carissimi, che si parli un po’ dei problemi ultimi è certamente un bene, e quindi ben vengano le riflessioni di Mancuso.

    Sul merito ci sarebbe quasi troppo da dire, e infatti quasi sempre preferisco sorvolare su simili temi, ma in questo nostro sito non posso, anche se mi limiterò a piccolissimi punti:

    1) Asserire che sia possibile una vita autentica senza la fede in Dio, oppure asserire che la vita autentica è quella spesa per la giustizia, significa formulare proposizioni ben poco dotate di senso, o meglio, significa svolgere un discorso prefilosofico, preteologico, un discorso potremmo dire giornalistico.
    Niente di male, come è ovvio, basta dirlo, però, senza pretendere di volere con questi pensieri addirittura rifondare la fede cristiana.

    2) Mi spiego: cosa significa vita autentica? prendiamo intanto questo concetto.
    Esso presuppone che sussista un Autos, un essere sé dell’uomo da realizzare.
    E quale sarebbe questo essere sé? Sussiste questo Sé? e dov’è? come lo possiamo conoscere?
    Vito Mancuso conosce il suo Sé?
    L’io umano così com’è, nel suo stato ordinario ego-centrato, con gli strumenti della sua ragione offuscata, conosce il suo Sé?
    E’ possibile diventare se stessi senza seguire quei processi mentali e spirituali che nei nostri gruppi incontriamo nella loro straordinaria difficoltà: passaggio all’io in conversione, all’io in relazione, all’io in Cristo?
    E’ possibile diventare un Vero Uomo senza morire alle presunzioni, anche concettuali, di un io che vorrebbe autofondarsi e definire la propria stessa autenticità?

    E qui, carissima Filomena, potresti individuare il perché delle tue corrette sensazioni: Mancuso non va mai a fondo, non affronta i problemi che enuncia, crede di risolverli allineando concetti che andrebbero ripensati uno per uno.

    3) La fede.
    Cosa intende Mancuso per fede?
    Egli intende la credenza dell’ego: fede per lui è ciò che l’ego crede di credere.
    Per cui un ego cristiano può essere un pedofilo, mentre un ego ateo può essere più giusto.
    Ovvio.
    Ma la fede che cosa c’entra con ciò che crede o non crede l’ego?

    La fede è lo stato dell’io in relazione, nel quale riceviamo la nostra vera identità, e quindi diventiamo autentici, morendo a ciò che crediamo di credere, e assumendo (nelle parole, nella carne, e nel sangue) la divinoumanità che si è realizzata e VIVE in Cristo.
    Questa è almeno la fede cristiana.

    La fede è uno stato di grazia, oscillante ma preciso.
    Questa fede è ignorata da Mancuso.
    Semplicemente non la conosce.
    La fede infatti è conoscenza spirituale, iniziatica, è dono di visione e di vita nuova, inedita, sovrannaturale.
    Niente a che fare con gli studi teologici…
    Nella fede conosciamo chi è Dio e chi sono io come Figlio, e in questa conoscenza compiamo la nostra umanità.

    Non possiamo perciò diventare autentici, e quindi noi stessi in pienezza, se non cristificandoci nello stato dell’io in relazione.
    Infiniti d’altronde sono gli stadi di questa realizzazione, fuori e dentro i recinti visibili delle chiese cristiane, e solo Dio li conosce, come dice bene Iside.

    4) Mancuso parla poi di giustizia, di bene, con un’astrattezza davvero sconcertante.
    Come se fossero concetti o verità metastoriche e assolute.
    Ma per un Mundurucù la giustizia consiste nel tagliare la testa ai suoi nemici.
    Questo è il suo Bene.
    Qui mancano due secoli di riflessione filosofica sulla storicità/epocalità del darsi dello Spirito nei linguaggi umani, e proprio e solo attraverso le Rivelazioni che aprono gli orizzonti delle elaborazioni razionali.
    Manca cioè ancora il cristianesimo: la sua filosofia della storia.

    5) Sorge perciò un’ultima domanda: ma come mai un pensiero così ingenuo e francamente un po’ scolastico ottiene tanto ascolto da parte di una cultura raffinata ed esausta, come quella laica e anticristiana?
    Come mai una "teologia" che fa a meno di Dio e rende vana la Croce di Cristo, che non converte nessuno, né scomoda la ragione asfittica di questo mondo, trova tanta audience in Augias, Lerner, Fazio, Repubblica, e così via; mentre tre tra i pensatori più profondi e aperti del cristianesimo italiano (Enzo Bianchi, Bruno Forte, Giovanni Cucci) la definiscono confusa e sostanzialmente non cristiana?

    Io, se fossi in Vito Mancuso, che è una brava persona, mi preoccuperei un po’….
    Il problema infatti non è la proverbiale chiusura degli ambienti clericali.
    Qui ne va di ben altre questioni.

    Su queste ultime tematiche sono divertenti le considerazioni rilevabili a questo indirizzo:
    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/19/vito-mancuso-un-modernista-pieno-di-ragnatele/

    Grazie, carissimo Fabrizio, di questa sana provocazione che, almeno per me, spinge ancora più decisamente a tornare al lavoro interiore, lì dove il tutto possibile dei ragionamenti si spegne nella bellezza della nostra esperienza concreta, in questo presente (vuoto e stracolmo) in cui riceviamo la porzione quotidiana di verità che basta per davvero a vivere.

    letta

  9. FabrizioFalconi dice:

    Grazie, caro Marco.

    Faccio tesoro di questo tuo preziosissimo intervento, che merita secondo me di essere letto e profondamente meditato.

    Sono contento perché fai ordine sulla questione, riporti a un senso questa continuo affastellamento che i nostri poveri media tutti i giorni ci propinano, senza nessun discernimento.

    Non hai usato il termine ‘giornalistico’ casualmente: in effetti, uno dei meriti che riconosco a Mancuso – e forse è anche uno dei motivi del suo successo editoriale – è un linguaggio molto efficace, diretto, adeguato a quello che il nevrotico mondo di oggi richiede … anche sulle questioni ultime.

    Un grande abbraccio

    letta

  10. rosella dice:

    Spesso quando esprimo i miei pensieri nel modo che mi appare più congeniale, sintetico e semplice, mi pare quasi di creare il vuoto.
    Sono dispiaciuta di questo e desidero provare a ridire le cose che ho scritto nell’intervento precedente, in altro modo; come fosse per me un esercizio didattico.
    Abusando un po’ della vostra pazienza.

    Io penso che tutto sia relazione, qualcosa di profondamente diverso dal "tutto è relativo" (a secondo dal punto di vista da cui si guardano le cose), al contrario nella relazione all’interno del tutto, praticamente tutti i punti di vista sono divergenti e convergenti contemporaneamente. ed io recepisco questo come "il Bing Bang".

    Questo per dire che la fede /fiducia/fedele, intesa come il luogo della relazione in cui noi ci evolviamo verso un compimento sempre più autentico, anche se solo "incarnato" nei confronti del mio prossimo umano, non può prescindere da alcune leggi/regole/date, imposte dalla dinamica della realtà, che non è solo relativa al mio punto di vista, ma in relazione "al tutto" cosmico e quindi ricomprende l’altro "come ME STESSO".

    Quando noi pensiamo di porre un gesto di giustizia in un luogo IL COME lo poniamo è intrinseco alla giustizia stessa, e non è "come possiamo"o al meglio che possiamo ecc.ecc. questo è UN LIMITE che necessita essere PERDONATO.

    Quando Paolo ci richiama alla faccenda del (più o meno. vado a memoria) "… e se anche dessi la mia stessa vita ma non possedessi la carità, sono come un cembalo che suona…" qualcosa vorrà pur dire? e di preciso!

    La relazione d’amore, anche nel suo sentimento, nel poco amore o nel non amore, che connota la nostra azione "di giustizia" è ciò che cambia il suono e che quindi RENDE AUTENTICO il gesto.

    E’ nella fiducia fedele di- fronte all’altro nell’ IO SONO TU CHE MI FAI che compiamo la nostra umanità, che può anche non riconoscere di essere salvata (quindi non riferirsi esplicitamente al Cristo Salvatore) ma che NON PUO’ PRESCINDERE dalla dinamica intrinseca alla Sua salvezza.

    Quindi la domanda: quale GIUSTA (la giustizia di Dio è il perdono) FIDUCIA riponi in colui che ti mette il pugnale alla gola? non è così peregrina… da porsi a coloro che inendono parlare di vita autentica. (unitamente alla postilla del p.s. in cui si rileva la possibile elusione delle domande a cui si afferma di dare risposta).

    Se ho complicato la situazione ulteriormente. Bene! Avete lasciato a mia disposizione lo spazio per farlo.
    Troppo Buoni ed ancor più pazienti.
    Bravi.
    Ciao, un abbraccio e buona domenica a tutti
    letta

  11. Peccatrice perdonata dice:

    letta

  12. Francesco dice:

    Mancuso sovresposto mediaticamente ? Chi fa tanta "fatica" a parlarne, per tale motivo, dà la sensazione che imputi a qualcuno (a Mancuso ? ai media ? ai lettori di Mancuso?) la responsabilità-causa della sovrespoizione. E che da tale responsabilità derivi il consiglio che sarebbe meglio evitare di parlarne Come dire: si può parlare di qualcuno e del suo pensiero solo se non è sovresposto. Che senso ha questa affermazione ? Non si potrebbe neppure parlare del pensiero del Card Bagnasco perchè anche lui sovresposto ? O lui non è sovresposto perchè ha un ruolo ufficiale? Il che equivarrebbe a dire che sia possibile il confronto (sommesso, limitato, ristretto: per non correre il rischio di sovresporsi) solo con il pensiero dei vertici della Chiesa. Neppure con il pensiero di qualche vescovo, salvo che (sempre per evitare la sovresposizione) si stia ben dentro un ambito locale diocesano ( al massimo dunque sul giornale diocesano previo imprimatur ovviamente ). Ma non si dovrebbe neppure parlare del pensiero di S.Tommaso, per secoli sovresposto nella "comunicazione" pubblica. O be’ di lui sì perchè Santo e dottore della Chiesa. Caro Mancuso dovremo aspettare che tu divenga Santo.
    Ho volutamente estremizzato la riflessione perchè a me sembra che questi approcci molto "prudenti", questo "mettere le mani avanti" prima di affrontare un pensiero che mette in discussione i giacimenti culturalmente consolidati riveli una sostanziale paura, una profonda diffidenza, la necesssità psicologica di mettersi con le spalle al muro.
    Nel pensiero di Mancuso non trovi questo timore. Affronta i problemi con semplicità psicologica (che non è semplicismo dottrinale), irriverente, ma umile, rispettoso anche nella replica, del pensiero altrui che non ritiene, aprioristicamente, già piegato a difendere gli altrui interessi.
    letta

  13. Personalmente ho letto tutti i suoi libri, ho avuto il piacere ed onore, direi, di incontrarlo di persona.. solo per il fatto di essermi apparso un uomo calmo, sereno e …quasi”Zen” … mi sono fatta un idea più o meno completa di lui come uomo più che come professore e teologo.
    Al di là di questo mio parere puramente personale, non posso criticare un pensiero e un modo di credere (o fede) di un altra parsona…inutile disquisire a torto o ragione, su cose delle quali abbiamo una conoscenza limitata….. Si può condividerne o meno il pensiero, è comunque sempre una fonte di spunti.
    Di tutte le cose, bisognerebbe sempre accogliere gli aspetti positivi ed interessanti che aiutino ad accrescere in noi curiosità e creatività!!.
    A mio avviso, il Prof. Mancuso è all’altezza di questa condivisione

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