Vendola: io, gay e cattolico, più facile dirlo ai preti che al PCI

Questo sito non ha alcun colore politico. Le persone che ci scrivono in genere sono abbastanza lontane dalla lotta partitica e in ogni caso al momento del voto si dividono equamente su tutto l’arco istituzionale, destra, centro, sinistra, oltre ai due estremi. Ma questo è un sito attento ai segnali del mondo. Che cerca tra le righe di una cronaca sempre più confusa quei semi di liberazione e nutrimento utili per è in cammino. L’articolo che segue è apparso venerdì 16 aprile sul Corriere della Sera. Parla del rapporto con la fede di Nichi Vendola, leader di Sinistra e libertà, gay e cattolico. Sono in molti a sinistra che sperano di vederlo, Vendola, eletto alle primarie per la prossima sfida delle politiche, tra tre anni. E di certo, qualsiasi sia il credo di chi legge, le parole che pronuncia hanno un sapore molto diverso dal coro che abitualmente riempie tg e programmi televisivi. Si avverte, in questa intervista, una ricerca sincera, un cammino
tortuoso ma solido verso una liberazione dalle strutture egoiche dell’odio, che nell’agone politico esplodono nelle forme più becere. E anche un’originalità di pensiero che non esita a indicare il clero di base come più tollerante verso i gay rispetto al partito comunista. Che apprezza intellettuali omosessuali intrisi di cattolicesimo, come Pasolini, ma prende le distanze dagli eccessi di colpa che accompagna la loro opera.

Cosa ne pensate, è possibile che – sulla scia di Vendola – il pensiero politico a destra come a sinistra possa rinnovarsi, accogliendo parole e proposte che traggono linfa dalle profezie della Bibbia?

(dal Corriere della Sera)

Vendola: «Io, gay e cattolico: più facile
dirlo ai preti che al partito»

«Sono sempre stato cattolico e omosessuale, non l’ho mai nascosto. E dichiararsi non è pettegolezzo. E’ carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza. Sono sempre stato anche cattolico e comunista, come la mia famiglia. Ed è stato forse più facile dire la mia omosessualità ai preti che al partito». Nichi Vendola, eletto per due volte a sorpresa presidente di una grande Regione del Sud, si dichiarò nel 1978, quando aveva vent’anni e da sei era nella Federazione giovanile comunista, con un articolo su un giornale da lui fondato, «In/contro». Titolo: «Le farfalle non volano nel ghetto». «Era un verso che avevo trovato in una raccolta di poesie scritte nel ghetto di Varsavia. E ho avuto tutte le difficoltà che potevo avere, nel partito, al Sud, al paese», Terlizzi, periferia di Molfetta, terra di braccianti. «Mi ha sempre affascinato il pensiero religioso. Ero uno di quei comunisti per cui il libro più importante è la
Bibbia.

Ma ha contato molto per me anche il pessimismo di Sergio Quinzio, ho amato i libri del cardinal Martini, e sono stato discepolo del vescovo di Molfetta, il mio vescovo, Tonino Bello». «Ho parlato della mia omosessualità con molti preti, con uomini e anche con donne di Chiesa — racconta Vendola —. Non mi sono mai sentito rifiutato. Sono state anzi interlocuzioni belle, profonde. La Chiesa è un universo ricchissimo e complicato, non riducibile a nessuna delle categorie politiche che usa la cronaca. Nella Chiesa ci sono molte sensibilità, molte cose; e qualcuna crea dolore e tristezza, quando evoca stereotipi pseudomorali che non hanno solo l’effetto di indicare identità ideologiche, ma anche di ferire la vita delle persone». E’ di Vendola la prefazione agli scritti di monsignor Bello, «Teologia degli oppressi». Comincia così: «Io ero sull’altra riva, quindi ero un rivale». «Tutta la teologia di Bello è una teologia della
differenza— sostiene oggi il presidente della Puglia —. Come quando spiega il dogma della Trinità con la metafora della convivialità delle differenze: la presenza di tre differenze in un’unità ci insegna la bellezza della convivenza, che è qualcosa di più della tolleranza». Dice Vendola di non aver mai rinunciato alla fede, di credere più che alla rivoluzione alla conversione permanente, di confidare che Dio saprà capire anche quelli come lui, perché «Dio non è un tribunale islamico». Dice di non amare il coté «pirotecnico, esibizionista». Per questo in passato non app r e z z ò le confessioni di bisessualità rese da altri politici, «una dichiarazione che si faceva a 18 anni per fiutare un po’ l’aria. Anch’io sono stato bisex, e avevo fidanzate bellissime. Sono stato sul punto di sposarmi due volte. Ma non ho mai raccontato bugie, ho sempre vissuto quei rapporti da omosessuale». Storie lontane, «ho avuto molti amori, ho
molto sofferto. Non mi sono mai arreso però, non ho mai permesso a nessuno di chiudere la mia storia dentro uno spigolo di rancore. Anche se mi hanno fatto di tutto». Tempo fa raccontò di quando «un dirigente nazionale di An venne a fare campagna elettorale nel ‘94 e tentò di stroncarmi accusandomi di andare con i ragazzini, peraltro pagati per dirlo. Andò via con le pive nel sacco, mentre io ricevevo migliaia di lettere di ragazzi che mi dicevano grazie per avergli dato coraggio». Anche questa è una storia lontana, «oggi ho disimparato l’odio». Spiega il presidente della Puglia di essere rammaricato per aver fatto soffrire la madre; a sua volta rammaricata per aver sofferto. Mamma Antonetta, casalinga e donna all’antica di Terlizzi, ha ricordato il giorno in cui una nipote le aprì gli occhi sul terzo dei suoi quattro figli: «Ci siamo pentiti di averne patito e oggi siamo orgogliosi, anche se di sesso parliamo per accenni e per
sottintesi».

Nichi le portava in casa le fidanzate: «Ne ricordo una, Aurelia. Era bellissima. Ed è vissuta in casa con noi e con mio figlio per più di un mese». Una volta, nel comitato centrale del Pci, l’autorevole compagna Marisa Rodano disse rivolgendosi indirettamente a lui: «Se uno di questi mettesse le mani su uno dei miei nipotini gli darei subito una sberla». Si dibatteva dei diritti degli omosessuali, dei carcerati, di tutte le minoranze e Vendola, che stava già nell’Arcigay, predicava la liberazione dei «soggetti smarriti» che è il titolo del suo primo libro. Prima aveva scritto la tesi di laurea sul Pasolini degli Anni 50, cacciato dal Pci per indegnità morale. Pasolini: anch’egli cattolico, comunista, omosessuale. «Ma lo si può amare senza essere come lui— dice Vendola —. Pasolini, come Testori e in fondo anche Fassbinder, ha avuto il grande merito di tirare la sua condizione di omosessuale fuori dall’oscurità ma l’ha
illuminata con le fiamme dell’inferno. L’omosessualità di Pasolini è molto segnata dal suo cattolicesimo. Lui si percepisce come il Cristo della diversità: una condizione vocata al martirio, a causa del senso di colpa. Il peccato e l’espiazione del peccato, per cui la sua letteratura diventa premonizione della sua stessa morte. La diversità come impossibilità dell’amore, un’identità che si afferma negandosi, come la Jeanne Moreau che canta “Ogni uomo uccide come ama”. Io amo Pasolini come amo Testori e Fassbinder, ma mi rifiuto di accettare questa visione. Ho sempre cercato di trascenderla, e questo mi ha aiutato a essere una persona serena, a uscire dal tunnel senza fine del senso di colpa».

Tempo fa, Vendola fece discutere quando disse: «Non vorrei morire senza aver vissuto l’esperienza della paternità». «Non intendevo annunciare che sarei diventato padre, o che avrei fatto un’adozione che peraltro la legge mi vieta — spiega oggi —. Ma mi sento di ribadire il mio desiderio di genitorialità. Sento molto la tutela della vita, la difesa del vivente. Sono contro la mercificazione e la privatizzazione della vita. Il tema fondativo del futuro è la costruzione della vita nelle forme di comunità. Il sangue non c’entra: per me la paternità non è un dato fisiologico, limitato al proprio seme. Allevare un figlio significa accudirlo, conoscerlo, ascoltarlo; amarlo. Dev’essere una cosa bellissima. Per questo, ogni volta che leggo di un neonato abbandonato, provo una stretta al cuore.»

Commenti

  1. m.guzzi dice:

    — rimettiamo in discussione ogni identità. —

    Indubbiamente le parole di Vendola appaiono pregne di vita vissuta e sofferta, e quindi lontane dal chiacchiericcio politico quotidiano, e credo che la sua affermazione di dare credito più alla conversione personale permanente che alla rivoluzione possa trovarci pienamente d’accordo.

    Ma forse questa convinzione dovrebbe avviare o approfondire una ricerca che rimetta radicalmente in gioco ogni nostra identificazione.
    Questa è un po’ la convinzione da cui partono i nostri Gruppi: ci troviamo nel vortice di un rivolgimento antropologico che rimette in discussione i contenuti di tutte le nostre identificazioni storiche.

    Che cosa significa insomma oggi essere cattolico? non è mica così chiaro, è cattolico Vendola e Formigoni, Rauti e Drewerman, Kung e Benedetto XVI….. e che cosa significa oggi definirsi “comunista”? e che cosa significa oggi definirsi gay?
    Ed è sensato poi definirsi oggi cattolico e comunista al contempo, come se questi termini avessero un significato univoco e acquisito?
    Ed è possibile definirsi oggi cattolico e gay, e in che senso?
    E gay e comunista? che vuol dire?
    Non c’è il rischio di crearsi identità che noi definiremmo difensive, e cioè in qualche modo maschere che finiscono per ostacolare quel processo di conversione permanente che pure si invoca?

    Si può oggi continuare a dirsi comunista senza fare i conti con una storia secolare di eccidi, che ammontano a circa 100 milioni di morti, assassinati in nome di questa funesta ideologia? Si può continuare a chiedere pentimenti solo alla Chiesa, e mai a quelle centrali ideologiche e politiche che hanno reso il 900 il secolo più infernale della storia?
    E che vuole dire essere gay e cattolico? essere omosessuale, oppure ritenere che le relazioni omosessuali siano relazioni coniugali come quelle tra un uomo e una donna? o ancora ritenere che la sessualità sia del tutto sganciata da qualsiasi valutazione di tipo morale che non graviti intorno al gusto personale?

    Nel nostro lavoro sappiamo bene che siamo tutti feriti e tutti in parte alienati, e che quindi la nostra sessualità è a sua volta in parte ferita e distorta SEMPRE.
    Per cui forse per una vera conversione permanente, che possa diventare anche una rivoluzione culturale, dovremmo incominciare a ritenerci tutti bisognosi di cura e in cammino verso una integrità reale, che richiede la tra-figurazione di tutte quelle identificazioni che continuiamo a brandire come inutili difese.

    Auguri di buona conversione-rivoluzione permanente.
    Marco Guzzi

  2. rosella dice:

    penso che il difficile “da sempre” sia considerare la persona nella sua totalità “bisognosa di cura” ma in cammino verso la propria realizzazione.
    In fondo dividere e separare, non sono sinonimi.
    Si dividono i corpi degli animali offerti in olocausto e si separano i montoni dai capri….
    Spesso, per così dire, ci è stata additata la meta, la (presunta?) perfezione, dimenticando di accompagnarci con una misericordia libera da pretese. Additandoci certo IL METODO nel riconoscere, la nostra miseria per poterla offrire, lasciandola ad un Altro per la redenzione, nel PER DONO
    Ritengo che un atto /atteggiamento che consenta l’evoluzione e quindi un cambiamento reale della società sia il “dare fiducia all’altro”.
    Fidarsi di un altro essere umano è l’atto più drammatico che una persona possa porre in atto, ma anche il più radicale ed esaustivo per favorirne il cambiamento; SI SPERA in meglio.
    Una fiducia critica, ad occhi aperti ma incondizionata, che salvaguardi la libertà personale NELLA RECIPROCITA’.
    In fondo la vera cura di cui abbiamo bisogno, è quella di essere accolti, così come siamo, essere amati così come siamo… che qualcuno ci dica: IO MI FIDO DI TE per poter divenire/essere ciò che siamo. Crescendo.
    Socialmente un cambiamento reale non vi sarà sino a che ci strapperemo le vesti di dosso dicendo “ha bestemmiato” come fecero i sommi sacerdoti con Cristo… .
    Una storia che si ripete da più di duemila anni ormai… .
    Un po’ di sobrietà, gioverebbe a tutti… soprattutto all’ Arcigay
    Buona Domenica ed Auguri, in questo giorno particolare.
    ciao
    Rosella

  3. sono totalmente d’accordo con la riflessione e soprattutto con la conclusione di Marco Guzzi, che riprende e sottolinea gli elementi essenziali del discorso, sfrondandoli da ogni tentativo di appoggiare le nostre convinzioni e, quindi, i nostri atteggiamenti interiori, su un falso concetto di ‘libertà’ vista come assoluto, che alla fine porta fuori strada e non consente la visione della ‘totalità’ della persona in cammino che ognuno di noi rappresenta, come sottolinea Rossella…
    tornerò con più calma per approfondire.
    Intanto buon cammino e GRAZIE a tutti voi!
    Miriam

  4. antonella dice:

    sono molto contenta,mi sento sciocca, di questa pubblicazione, dei commenti e della vostra asccoglienza. solo dopo l’accoglienza infatti , riusciremo a vedere le nostre maschere e distorsioni.solo dopo l’accoglienza possiamo aprirci e dire bene e affidarci abbracci antonella.

  5. Antonella,
    … un caro abbraccio anche a te
    Rosella

  6. Marco Guzzi dice:

    Carissima Antonella, hai proprio ragione: solo dopo che ci sentiamo veramente accolti possiamo incominciare ad aprirci, e quindi a guarire…
    E’ stata questa considerazione che ci spinse 11 anni fa ad avviare l’avventura dei nostri Gruppi: abbiamo bisogno di luoghi in cui sia accolta la nostra sofferenza, il travaglio di questo tempo di trasformazione, la solitudine in cui spesso sopportiamo gli scossoni del processo, senza quasi nessuna indicazione di orientamento.

    E anche questo sito ha solo questo scopo: accogliere e accompagnarci…

    Grazie di nuovo, anche a Miriam e a Rosella. Marco Guzzi

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