La paura della morte. Un tabù che avvelena lentamente la vita.

C’è un tabù innominabile, al giorno d’oggi, ed è la morte. Ciascuno di noi convive con il pensiero – più o meno continuo, ma inconfessabile – che un giorno dovrà morire.

La morte, però, da compagna sempre presente (Francesco la chiamava Sorella Morte) della vita umana, si è trasformata in arcigno fantasma, che ha da essere cancellato, abolito, mai nominato, anzi in-nominabile.

Rimosso.

La grande opera di rimozione della morte dalle nostre vite corrisponde all’epoca in cui la morte è più rappresentata: ne vediamo migliaia di morti, al giorno, nei tg, nelle fiction, al cinema, in televisione.
E non è un caso. Tutta questa esposizione della morte è finalizzata ad esorcizzarla dalle nostre vite: “non ci si pensa, finché non sarà.”

Ma tutti noi sappiamo che non è così, e che non funziona.

Ciascuno di noi, nel chiuso dei propri io, negli spazi di sospensione delle proprie vite – quando siamo fermi al semaforo, nel traffico, quando camminiamo in un parco, o la sera prima di prendere sonno, in un lampo canagliesco mentre giochiamo con i nostri bambini – non pensiamo altro che a questo: ‘succederà un giorno, un giorno… succederà che io non vedrò più tutto questo, che tutto questo sparirà, e io sparirò, e sparirà la mia memoria, e non avrò più il bene di vedere i miei volti amati, la mia compagna, il mio amato, i miei figli…’.

Questo pensiero spinoso non ci libera mai. E’ come una lama nel fianco. Minaccia la nostra fede – se la abbiamo – la insidia nei periodi di stanca, ci relega ad una sofferenza muta.

Sì, perché della morte, come è notorio, specie della propria morte, NON SI PARLA. Non si può parlare mai. Ci sono mille buoni motivi per non farlo: la scaramanzia, il buon senso o il buon gusto, la volontà di non intristire chi ci vuole bene.

Così tutto resta inconfessabile. Spesso sono proprio le persone più vicine, quelle a cui più di tutte non osiamo confessare questa paura. Eppure è proprio quella paura con la quale, al di là delle professioni di fede, ciascuno di noi deve convivere per tutta la vita.

Ed è ben strano che un fondamento così reale, così concreto (forse il più concreto) sia scomparso dai nostri discorsi, dalla nostra conversazione, dal nostro vivere insieme, dal nostro orizzonte. Eppure, è soltanto il concepimento di questo limite, la sua comprensione nella nostra vita,  che può dare un senso alla vita stessa.

Fabrizio Falconi

Commenti

  1. …magari anche leggere delle esperienze di pre-morte potrebbe dare speranza. Ci sono vari libri e video, anche di medici, che ne parlano e molti di coloro che le hanno vissute raccontano di una dimensione meravigliosa…a quanto ho capito ormai le testimonianze sono in numero talmente significativo che non si considerano più come suggestioni, ma a questi avvenimenti sono state dedicate delle ricerche scientifiche. Tanta fatica per nascere significherà pure che la vita è importante…e chi mai creerebbe qualcosa di importante per poi nullificarlo? Coraggio il senso è sicuramente un altro.

  2. Purtroppo nulla ha eenso

  3. Il giorno, vicino o lontano, in cui inevitabilmente moriremo forse penseremo che la cosa peggiore non è morire, ma aver vissuto male il tempo che ci era stato dato per vivere.
    Un abbraccio.

  4. La prima morte che ho sentito molto vicina è stata quella della nonna. Ero già adulta. Mentre la guardavo immobile ho sentito una specie di sollievo e quasi gioia seppur nel dolore. La nonna non era più in quel “guscio” vuoto. Era libera.
    Da quel momento l’idea della morte ha avuto per me un senso di liberazione, non ben identificato e comunque doloroso nella perdita fisica ma nel rendermi conto che quel caro corpo si era prestato a “contenere” la nonna, il pensiero di libertà attraverso la morte, prendeva sempre più spazio e, sì ho iniziato a percepire ed a ricercare nella vita stessa, un significato più intenso e profondo.
    Una cosa che mi fa tanto male è quando si toglie dignità alla morte che, come per il nascere, la sento impregnata di sacralità.
    In alcuni momenti sento, quasi a toccare, che nascere e morire sono solo due “passaggi” di un “qualcosa che continua” e non sento lontananza e distacco dalle persone care che hanno lasciato il corpo, anzi mi fa sentire bene il pensiero che le seguo e le raggiungerò. Sento il loro affetto vicino a me, mi accompagna.
    Questo pensiero mi fa sentire maggiormente anche l’importanza di cercare di vivere al meglio, quasi a rispettare un impegno preso.
    Un abbraccio, Barbara

  5. SEPP DIETRICH dice:

    Ci hanno abituato a vedere la Morte come la disgrazia suprema.
    Se l’uomo non avesse paura di morire, non esisterebbe il male.
    In alcune culture non inquinate dalla triade abramitica, le
    persone vivono serenamente questo passaggio, sia esso
    violento o dolce, sono convinti di essere parte di un mondo
    che si rinnova e loro con esso.
    A certa gente che vuole il potere sugli uomini, non conviene
    dire che morire e’ come nascere, inculcare nelle menti deboli
    o nei fanciulli questo tabu’ fa che essi rimangano schiavi.
    La paura della Morte e’ la dottrina di coloro uccidno i loro
    simili per vivere. Fanno un sacrificio alla Morte per rabbonirla.
    Immaginate se l’uomo non avesse paura di morire, i potenti
    verrebbero uccisi senza pieta’, niente sopraffazione, niente
    umiliazione.

  6. Fabrizio dice:

    Anno 2017, l’uomo medio ancora pensa che sia la morte a dare un senso alla vita e pensa che la società abbia eliminato la presenza della prima dalla quotidianità.
    Anno 2017, l’uomo che costruisce l’avvenire pensa a sconfiggere la morte con la scienza, la tecnologia. Dal plasmare la propria biologia ad integrare la macchina stessa all’uomo tramite le nanotecnologie. Aubrey de Grey, Ray Kurzweil, Elon Musk, Stephen Hawking, forse leggere qualcuno di questi vi farebbe bene. La “filosofia” oggi non è più il parlare dell’esistenza, degli dei e della natura malvagia, esiste solo l’agire e l’andare avanti.
    Abbiamo un nemico comune, se si vuole combatterlo le parole non servono a nulla. L’alternativa è arrendersi ad un’esistenza ridicola, senza mai alzare gli occhi al cielo, o meglio allo spazio e rimanere confinati in questo mondo infimo ed effimero quindi non come esseri umani che si innalzano al di sopra di ciò che sono ora, ma come animali che nascono, mangiano e crepano.

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