Verso una nuova civiltà dell’empatia?

L’intervista di Eleonora Belviso a Jeremy Rifkin e a Marco Guzzi (trasmessa su Radio Uno il 20.3.2010), mette a confronto le teorie di uno dei più importanti sociologi del nostro tempo, espresse nel recente libro “La civiltà dell’empatia”, con le prospettive di una nuova umanità proposte da Marco e sviluppate anche nel lavoro dei nostri gruppi Darsi Pace.

I punti di contatto sono moltissimi: secondo l’economista americano, infatti, non è possibile affrontare e risolvere le grandi sfide poste dalla globalizzazione e dalla crisi ambientale del pianeta senza una trasformazione radicale della coscienza umana.

Solo l’empatia, ossia la capacità di immedesimarsi nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona, sarà in grado di farci abbandonare i nostri vecchi modi di sentire, pensare, agire: tutte modalità ‘belliche’, fondate sulla contrapposizione, legate a un’epoca che sta per finire.
Affidandoci alla nostra natura empatica saremo guidati allo sviluppo di una nuova “coscienza biosferica”, cioè alla consapevolezza che la terra funziona come un organismo unitario e inscindibile, dalla cui salute dipendiamo e di cui siamo tutti responsabili.

La solidarietà reale, quella che ci porterà a ridefinire i nostri stili di vita e il corso dell’economia a favore di una vera sostenibilità ambientale, non farà quindi appello alla nostra ragionevolezza, né nascerà da un monito morale alla nostra coscienza ‘razionale’, ma sgorgherà in maniera organica da un lavoro profondo sulle nostre strutture difensive, sulle dinamiche attacco/difesa che ancora ci impediscono, a livello personale e su scala globale, di superare la crisi a favore di una salvifica rinascita.

Commenti

  1. ..mi mancava, giusto giusto qualcosa, per coagulare un pensiero che sentivo in me: “ovvia mente”! l’inatteso DONO DI CHI “giusta mente”! lo possiede e può elargirlo.

    Grazie Marco Guzzi

    Facendo seguito e LIBERAMENTE meditando il tuo intervento del 22 Giugno su “La paura della morte” e la nuova visione “Un amore che libera e sovverte”

    … dal mio”Tanto nessuno capisce nessuno” che è, come la morte, la porta stretta da attraversare.

    Come la morte sta a dirci che ne io sono la risposta all’altro, la sua pienezza nè l’altro è la risposta a me se non …quando tutto sarà compiuto alla fine dei tempi.
    Bene! come percorrere insieme questa VIA DELLA VITA nell’incomprensione? ma, nonostante tutto, IN DIALOGO tenendoci dolcemente per mano?
    Tanto per cominciare accettando questo limite come un dato di fatto.
    E’ una realtà. A fatica riusciamo a comprendere qualcosa di noi stessi, figuriamoci se ci è accessibile la totalità dell’altro.
    Però io parto dal presupposto che comunicare sia il luogo del NOSTRO DIVENIRE, il luogo nel quale noi ci evolviamo NELLA COMUNIONE:

    “paradossalmente il modo in cui io concepisco (di fatto non concepisco) il dialogo è lontanissimo dalla visione della comunione, mentre è: “pretesa di capire e di farmi capire.”

    La comunione può prescindere dal capire?
    Sì! si comincia a capire solo dopo: nell’essere RICONOSCENTI, nel ri-conoscere.
    La comunione si situa ad un livello di comunicazione che comprende una PRE ESISTENZA, un luogo nel quale: “è un vero piacere dialogare tra amici nell’ascolto del nostro cuore, e dei suoi palpiti più profondi”.
    Per dialogare è necessario quindi un apprendimento che è come un ritorno iniziatico, un ritorno all’origine in quel LEGAME D’EMPATIA su cui siamo stati innestati/introdotti alla parola.

    La LINGUA MATERNA comune all’unmanità è proprio il substrato nel quale è necessario riconoscersi, ancor di più, oggi.

    Io riconosco in me che è l’emozione che si fa parola, e quando affermo:”non parlo se prima non tocco la gioia non voglio mentire” riconosco che il substrato da recuperare ogni volta è la gioia.

    L’emozione della gioia è preliminare alla parola, qualunque essa sia. La colora, ne trasmette il suo senso ed emette parole Buone, anche se concernenti l’economia o la politica.

    La gioia, può accogliere anche il dolore in sè stessa, dolcemente e con serenità; sia esso personale o dell’altro.
    LA GIOIA nella parola di relazione è medicamentosa, è cura… ma è’ anche SOVVERSIVA.
    La cosa più sovversiva che esista di fatto.
    Provate ad essere veramente felici e consatatate come reagiscono gli altri, soprattutto se avete l’ingenuità di credere che possano gioire spontaneamente con voi.
    E’ necessario prendersi cura nella relazione con l’altro, dell’altro come di noi stessi. E’ proprio così. Però, e su questo dissento un poco con la visione di Guzzi, ammesso che io l’abbia ben compresa, anche se la parola vera è contrastata o rifiutata proprio inquanto sovversiva IO SPERO in un domani nel quale si apprenda a condividere veramente la gioia più che il dolore; e quindi non reputo questa caratteristica intrinseca alla VERITA’ della dinamica, ma, frutto dell’invidia, che ci riconduce al serpente nell’Eden. L’invidia sarà l’ultima emozione che lascerà il mio cuore, come forse quello di ciascuno di noi. E’ il sentimento che ha prodotto la prima parola male detta… .

    Anche le parole buone, non sempre sono quello che sembrano, ad esempio siamo stati indotti a vivere la parabola del buon samaritano in un modo in cui è disconosciuta LA PAGINA BIANCA della storia.
    I sentimenti di riconoscenza e di gioia per il respiro della vita RIACCOLTA DALL’UOMO trovato/LASCIATO MORENTE sul ciglio della strada è sottaciuta. Nulla si sa di questo.

    Forse è ora che indagliamo veramente le pagine bianche della nostra storia personale e sociale, con uno raggio luminoso… ponendolo anche nella meditazione della Storia Sacra.
    Una VISIONE D’INSIEME nella quale cogliere sia la Sacralità della Parola che la Sua/sua base d’appoggio la “nostra” pagina bianca: è solo la Comunione che può rinnovare LA PAROLA.

    E’ sempre la solita storia, è nella mente, nello spirito insufflante vita alla carne, (sto tentando di formare in me un nocciolo d’immagine adeguato alla mente che “notoriamente mente”), dallo Spirito/spirito che coniuga il nostro corpo suscitando emozioni da cui concepiamo la parola COME tra fango ri mosso/sollevato da limpida SORGENTE.

    ciao Ragazzi,
    ho iniziato bene la giornata.
    ora… volo o o o o o
    altrettanto a tutti voi
    un abbraccio
    Rosella

    p.s.
    per Paola: tu sei una donna splendidamente empatica, complimenti! ed anche questi accoglili con un sorriso e goditeli. Ho dovuto scavare non poco per arrivare al nocciolo duro della faccenda. Un abbraccio Rosella.
    per Giuseppina Francesca: troppo forte!!!

  2. Carissima, grazie della tua lettura così profonda.
    Certamente anch’io credo che non possa esserci nessuna autentica comunione senza una qualche forma di comunicazione, senza un qualche capirsi vicendevole.
    E’ anche vero che questo capirsi può avvenire a livelli non solo logici e verbali, ma appunto anche empatici, di cuore, e di pelle.

    La difficoltà della parola nuova ad essere accolta deriva proprio dalla condizione decaduta in cui tuttora ci troviamo.
    Lavoriamo comunque affinché la nuova umanità possa diventare la linea direttrice di una cultura nuova, senza illuderci però, e sapendo che l’umanità trans-egoica non sarà mai del tutto compiuta su questo livello di realtà, finché cioè resteremo mortali, e segnati perciò almeno in parte dalla paura e dall’invidia/aggressività che la paura produce in noi.

    Ciao. Marco

  3. rosella dice:

    … io penso che la comunione sia l’origine/il luogo/la sorgente da cui proveniamo ma a cui stiamo tornando, l’orizzonte verso il quale tendiamo; e ritengo l’empatia un mezzo, un “linguaggio comune” a tutta l’umanità, una via di ritorno… (“se non ritornerete come bambini”) al concepimento… così come penso che l’innamoramento sia il ripetersi dell’esperienza emotiva del concepimento.
    In fondo una parola sola basta per ricomprendere tutto.
    ciao
    rosella

  4. Gabriella dice:

    Complimenti ad Eleonora che abbraccio affettuosamente e complimenti a Gloria per le splendide e molto significative fotografie.
    Mentre ascoltavo le interviste pensavo: “Credo fermamente all’empatia presente in ognuno di noi, ma come la mettiamo con chi ci governa e ci manovra (intendo i vertici di tutto il mondo)?
    La risposta è arrivata nel finale, in futuro non ci saranno più leader verticistici ma tante persone che condivideranno le proprie scelte.
    Quindi, come stiamo imparando nei gruppi di Marco, partiamo lavorando su noi stessi, il resto arriverà. Speriamo!

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