Giancarlo: un cuore più grande dei propri errori

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;

perdonate e sarete perdonati”. (Lc 6,36-38)


Ci sarebbe molto da dire su questa testimonianza, in cui si racconta, con onestà e con parole limpide, una straordinaria trasformazione derivata da una nuova apertura di coscienza.

Una cosa però mi colpisce, forse tocca un punto dolente, un tasto particolarmente scoperto nella mia attuale esperienza nei gruppi.

Si tratta dell’insofferenza che, con molta sincerità, Giancarlo ammette di provare verso gli altri.

Il fastidio, l’antipatia nei confronti del prossimo è un fatto abbastanza frequente nella nostra vita ordinaria. Il concetto lo esprimeva bene Charles Schultz, mettendolo in bocca a un personaggio del suo fumetto Charlie Brown: “Amo l’umanità, è il prossimo che non sopporto!”.

Purtroppo questo si verifica anche nei gruppi “Darsi Pace”, in cui desidereremmo “imparare ad amare”, “per-donarci”, sperimentare insomma situazioni non conflittuali, amorevoli, gentili, gradevoli e …. chi più ne ha più ne metta….

Specialmente agli intensivi, quando il contatto si fa più stretto e dura per alcuni giorni qualcuno ci urta, qualcuno proprio non lo sopportiamo…

Questo fatto mi addolora molto, sia quando lo vedo agire negli altri, sia, ancora di più, quando capita a me di provare queste emozioni.

Non mi piace l’occhio malevolo, il fastidio, la maldicenza…..

Penso alle parole di San Paolo ai cristiani in contrasto: «Se litigate, vedete di non sbranarvi tra voi» (Gal 5,15). O ai versi di Marco: “Signore, abbiamo chele/ Per divorarci il cuore./ Abbiamo zanne /Per maciullarci il fegato, e d’amaro Sangue nero avvelenarci./Abbiamo ganci da macellaio. Siamo crudeli” (Missione, in Marco Guzzi, Preparativi alla vita terrena, 2002).

Lasciar scivolare, osservare…: quando scattano queste dinamiche il rimedio è la consapevolezza e l’immediata capacità di “farsi tana”, con atteggiamento dolce e paziente verso le nostre ricadute.

Poi si può passare all’analisi, scabra, cruda, il più possibile oggettiva e veritiera.

Mi è capitato recentemente di capire che l’avversione che scatta verso ‘quella certa signora’ è dovuta all’identificazione che ne faccio con una mia zia: è in azione la mia parte rigida e inflessibile che sta giudicando mia zia. Ancora meglio: è in azione la mia parte materna giudicante mia zia, e con lei un’immagine di donna, di femminilità, che ho imparato a mettere a distanza per una serie di pregiudizi, incomprensioni, di giudizi severi e spietati. Temo, e poi provo avversione per quella signora, perché proietto su di lei cose che ancora non riconosco dentro di me…..

Se mi rilasso, se abbraccio idealmente quella persona, se avrò nei suoi confronti uno sguardo amorevole, pieno di compassione, ne sentirò il dolore, le ferite, nonostante tutti i limiti che ci accomunano, e forse proprio grazie a questo, riconoscerò il suo anelito alla gioia e alla pienezza di vita.

Buoni propositi per le prossime occasioni (speriamo non di quelli di cui è lastricata una certa strada….)!!!

Commenti

  1. Luca Noya dice:

    Cara Paola visto che qualcuno ha aperto il tema voglio cogliere l occasione per svuotarmi di un sentimento che ho dentro :condivido tutto il pensiero di Marco eppure non sento lui come un alleato ma come un rivale;ovviamente questo non razionalmente ma nell’impulso ,nel cuore. Devo dire che io ho sempre avuto un pessimo rapporto con le “guide” e coloro che in qualche modo hanno un’autorità, pensando (inconsciamente) che questa fosse sempre illegittima , ingiusta violenta e cattiva verso di me. Questa diffidenza verso i “grandi” è qualcosa che mi è rimasta dentro come un’infezione e mi crea una anima che ancora vuole dimostare di farcela da sola . Per fortuna non ho solo questo in me ma anche ,in parte ,il suo contrario.
    La seconda cosa che vi devo dire è che quando vado ai gruppi o seguo le conferenze spesso guardo le persone che partecipano e penso : ma questi hanno gli stessi miei intenti? No non capiscono niente,io ho l’intelligenza per fare questo percorso e in più io sono disposto a soffrire più di tutti. Già perchè nella mia anima distorta il soffrire è cosa buona(anche qui solo in parte).Un grande abbraccio a tutti

  2. Grazie Luca, per la consueta sincerità dei tuoi interventi. Quello che definiamo “il nostro io egoico” fatica ad abbandonarsi, ad affidarsi, a fidarsi. Ma, come tu dici bene, in noi non c’è solo quello….E’ vero che il rapporto con le figure d’autorità, così come con le immagini di Dio, è spesso determinato dalle nostre ferite dell’infanzia e quindi possiamo lavorarci per curarle. Così come possiamo cercare di guarire dalla sofferenza che ci infliggiamo da noi stessi. Forse chi ha toccato baratri di sofferenza e conosce i propri inferi, sarà capace di donare agli altri più solide ancore di sapienza e di salvezza.
    Ti abbraccio con molto affetto e ti auguro un buon cammino. Paola

  3. Domenico Parlavecchio dice:

    Grazie Paola, per il bel lavoro e la riflessione che ci hai condiviso.

    Sono convinto che scendere dentro a vedere cosa c’è nel nostro cuore ad incontrare la nostra anima sia tanto benefico (la via della salvezza) quanto malefico (la via del rancore).
    Stare sulla porta non è conveniente … è come aspettare che qualcuno decida per te.

    Quello che noto che certe consapevolezze nascono quando finalmente abbiamo abbassato (per scelta o perchè costretti) il livello di “prestazione” (del lavoro, della fatica familiare, dopo una malattia,…). E accade allora che si riaffaccia allora il “pensiero”.

    Mi domando se è un effetto anche dell’età. Immagino di sì.

    Personalmente dico che “strutturalmente” la nostra vita non è in grado di sopportare una pressione del genere.
    E’ un agonismo usurante e suicida da sport estremo.
    Da un punto di vista dei consumi è perfetto ma di quello umano è la sua negazione.

    Insisto su questo tema perchè ritengo che sia uno degli scenari culturali da tener a mente. E’ vero la soluzione, la trasformazione parte da noi ma è anche vero che in un contesto produttivo tu sei valutato per la tua produttività, sei una risorsa (produttiva), sei misurato sulla produzione (qualcosa sta cambiando ma ad oggi la regola è questa).

    La conseguenza nel tempo è una sola: la fine della gioia (quella familiare, dei figli , degli affetti in generale…) e l’esaltazione della tristezza “mascherata” nelle sue diverse forme.

    Trasformare questo è la vera sfida … il come è il passo successivo.

    Uno dei motivi per cui il percorso Darsi Pace vale la pena è perchè affrronta il COME.

    Ciao

  4. Giovanna dice:

    Caro Giancarlo, grazie di cuore per aver permesso la pubblicazione della tua condivisione: aiuta, chi non partecipa ancora ai nostri gruppi, a vedere nel concreto come si svolge parte del nostro lavoro. Grazie per la tua sincerità: l’abbassamento del tuo livello di difesa permette ad altri di fare altrettanto!

    Grazie Paola per aver focalizzato la tua riflessione su un fatto di cui non si parla: le proiezioni reciproche (idealizzanti/demonizzanti) che si instaurano nelle relazioni all’interno dei gruppi.

    Sappiamo che tutti noi siamo in parte scissi, che le parti non integrate, non riconosciute/accettate, le proiettiamo automatica-mente sugli altri. Ne facciamo quotidiana esperienza nei rapporti sociali.

    I nostri gruppi non sono un’isola felice, immune da queste dinamiche proiettive. Sono invece una grande opportunità, una palestra in cui abbiamo la possibilità di allenarci a riconoscere i pensieri inconfessabili, e ad accoglierli/integrarli dentro di noi.
    Nei nostri gruppi, in cui si lavora sulle emozioni, si scatenano automatica-mente dinamiche che fanno emergere le parti nascoste.
    Il gruppo diventa un grande contenitore di sentimenti rimossi, come un grande specchio in cui posso vedere in azione le mie proiezioni difensive, le mie ombre nascoste, e cominciare a intravedere la luce in esse contenuta.

    Forse l’insofferenza verso qualche persona del gruppo che porta qualcuno a ritirarsi evidenzia la difficoltà di relazionarsi con queste parti di sé ancora scisse.

    Cara Paola grazie per aver ben descritto ed esemplificato questo meccanismo: ci dai la possibilità di riconoscerlo in azione dentro di noi.

    Vorrei dire un Grazie grande a Luca, che ci ha donato parte dei suoi pensieri più nascosti.
    Grazie anche a Domenico: nel gioco delle maschere delle relazioni sociali vivere nella verità di se stessi diventa un’impresa davvero titanica.

    Un grande abbraccio a tutti. giovanna

  5. Carissimi, non solo i Gruppi non sono affatto un’isola felice, nel senso di essere esenti dai conflitti ordinari, ma in realtà funzionano da detonatore di queste nostre conflittualità, più i rapporti si rafforzano e si approfondiscono.

    Il problema è: che cosa vogliamo farne di tutti questi materiali psico-emotivi che vengono in luce?
    Vogliamo continuare a viverli in modo inconsapevole? mascherandoci da buoni e belli, oppure vogliamo continuare a odiare l’autorità, continuando a rivestire il ruolo dell’adolescente ribelle? oppure vogliamo continuare a pettegolare, a sparlare, anche nei Gruppi?

    Oppure infine desideriamo andare più a fondo nella conoscenza di ciò che in noi è ancora immaturo, giudicante, repulsivo? per riconoscerne l’origine morbosa, e continuare a curarne le ferite?

    C’è un momento cruciale lungo il processo della nostra iniziazione, ed è quando comprendiamo che tutto è lavoro, che tutto ciò che ci accade è materiale di lavoro, che non c’è niente fuori del lavoro.
    E quando ne traiamo le giuste conseguenze…

    Credo che molte persone, specialmente nel Gruppo di Approfondimento, si trovino oggi proprio a questo punto: ad una nuova decisione se fare sul serio, o tornare nel vago delle proprie confusioni: confrontare più seriamente gli strati della propria distruttività/negatività, o continuare ad esserne giocati, come poveri automi, marionette cieche.

    Il Tempo del Raccolto è cioè anche il Tempo di una nuova Decisione, e quindi di un nuovo slancio, di una nuova età della nostra vita da inaugurare.

    Marco Guzzi

  6. Domenico dice:

    Caro Marco, per quanto mi riguarda confermo quello che dici.

    Frequentando da quest’anno il gruppo di approfondimento mi ritrovo a vivere la sensazione di chi sta sulla porta e deve decidere se entrare in un altro girone, in una nuova arena.

    Quando scrivi che ” ..non c’è niente fuori del lavoro” è la consapevolezza più chiara che ho.

    E il lavoro comincia e continua arando il terreno. Ho capito e rimesso in discussione molte cose. Cosa ho paura di perdere? La nota domanda degli esercizi di autoconoscimento è quella che mi accompagna. La ricompensa del lavoro è l’apertura all’infinito che vorrei diventare e al quale vorrei partecipare.

    Ego e Non Ego si danno battaglia nell’arena al momento mi sento di inaugurare una nuova vita.

    Al lavoro dunque … sicuro di non essere solo … comunque datemi un’occhio ogni tanto :mrgreen:

  7. rosella dice:

    Cara Paola,
    sono adagiata a mollo nell’afa; in quella pausa che sancisce l’intervallo tra l’abbandono del corpo nell’erba verdeggiante delle valli montane (tra i cui fili d’erba infaticabili insetti mi punzecchiano a tutto spiano) ed il sorriso fresco nell’insipiro d’aria frizzantina… così ne approfitto per dilungarmi.
    Tento una risonanza al post ed agli interventi precedenti, una sorta di lasciare che “i fatti miei” dilatino.
    Il mio percorso tra i “darsipacini”, è alquanto estemporaneo. Ho incontrato Guzzi sull’onda emotiva di una poesia. Così a pelle, scrivendo una email. Del lavoro che stava portando avanti non conoscevo nulla, e da un certo punto di vista mi è ancora parecchio sconosciuto.Ho letto inizialmente Per- Donarsi, poi Yoga e Preghiera cristiana ed in fine “darsi pace”… non sono tanto sveglia di mio. Così finalmente ho compreso in checosa consistesse ” sto lavoro” ed ho iniziato ad assimilare, non solo il nucleo centrale, che avevo colto immediatamente, ma anche il metodo.
    Quando ho contattato Guzzi sono stata invitata a dialogare con lui anche nel Bolg di “darsi”, come penso sia accaduto ad altri. (invito cui ho aderito “alla grande” troppo, troppo alla grande!!! forse? o semplice obbedienza??? perchè mai rinunciare da sè st4essi all’aureola?) Dopo alcuni mesi di contatti epistolari e leggendo il suo sito personale ho scoperto che lui, PROPRIO LUI, era stato causa del mio spegnimento della radio, quando conduceva il 3131: dopo avermi fatto intervenire in trasmissione per ben tre volte nel giro di poco tempo, (sollecitata com’ero dagli argomenti veramente ineressanti che proponeva) mi pareva che quello che dicevo fosse in fondo “fatto dire” in modo manipolatorio: Senza darmi mai la possibilità di esplicitare compiutamente il mio punto di vista… : Questo mi ha fatto molto molto in* ed ho spento la radio. Non solo una sera Gianni mi ha detto: ” è lo stesso conduttore del mattino” ed io ho proprio cambiato canale. Ero molto arrabbiata perchè mi semprava “un tale spreco” che uno così dotato si assoggettasse alla manipolazione dell’altro. “A fin di bene” intendiamoci. Questa mia SEMBRA ESSERE una voce fuori dal coro; eppure, quando me ne accorsi, presi una decisione: gli scrissi tutto e gli comunicai che avevo deciso che lui sarebbe stato la mia guida spirituale (a quel tempo senza chiedergli neppure se lui fosse consenziente).
    La mia storia in darsi pace inizia così e ci tengo a raccontarlo innanzitutto a Luca: UN MAESTRO è tale se un allievo lo segue… .
    Non è uno che si propone come guida di te ma è uno che TU DECIDI di seguire.
    A pelle, ritengo che noi due abbiamo una dose d’orgoglio almeno analoga (e mi piace tutto questo sai?) così come un individualismo ed un desiderio di libertà alquanto onnipotenti: Prova a cambiare punto di vista (il famoso posto a tavola).

    “… se scelgo qualcuno come guida cos’altro dovrò fare se non seguire quanto mi offre?
    Se scelgo qualcuno come guida dovrò pormi io il problema di cosa fare o di cosa significhi essere guida o discepola?”

    Pensa che pace e che libertà scegliersi una guida e seguirla… se consideri che io neppure ho “scelto” ma semplicemente aderito ad un già dato.

    Il mio amore per la libertà non mi fa bastare “lo scegliere tra: limite e limite”, tra l’inizio e la fine, scegliere una cosa ne esclude un’altra e così ho deciso: DESIDERO L’ASSOLUTO anche nella libertà! (io voglio tutto!). La mia decisione cosciente e consapevole di seguire Marcoi, nacque nella mia interiorità, rispettando la mia natura “il cuore della mente” a cui appartengo.
    Ho deciso di “scegliere di non scegliere” ma semplicemente di aderire, di seguire un già dato “il caso”.
    Prova a seguire in questo modo l’autorità PARTENDO DA TE, da quello che RICONOSCI (riconoscenza=gratitudine verso te stesso) essere ciò che desideri PROPRIO TU.
    Ti si potrebbero aprire nuovi orizzonti pieni di tranquillità e pace..
    Forse ho iniziato così a maturare “le competenze d’amore” nel senso in cui dice Guzzi: L’AMORE E’ UNA COSCIENZA DELLO SPIRITO, facendone esperienza.
    Non trovo dove è scritto … me lo ero appuntato, per rifletterci… scrivo quello che ho compreso: “Amare non è un sentimentalismo ma in un certo qual modo UN LUOGO in cui abitiamo nello Spirito: la mia dimora celeste nel terra/terra del rapporto con Gianni….

    Grazie di tutto Paola, auguri anche per il festival di Cortoacquario
    un abbraccio Rosella.

  8. Cara Rosella, mi stavo preoccupando….
    che bello risentirti!
    Mi ritrovo nella tua esperienza: anche a me sembra di aver deciso di “scegliere di non scegliere” ma semplicemente di aderire alla vita, e di provare a seguire in questo modo l’autorità PARTENDO DA ME, da quello che RICONOSCO essere ciò che desidero PROPRIO IO. Non vorrei sembrare bacchettona, ma mi viene di tradurre tutto questo anche così: l’unico maestro è Cristo, è lui la mia libertà, il punto del compasso da cui si irradia la mia vita e le mie esperienze
    Molti problemi cadono…
    Spesso, difronte ad un giogo che sembra pesante (le fatiche del lavoro su noi stessi) c’è la tentazione di fermarsi, il rimpianto dell’Egitto (in realtà dura poco!) e riecheggia la domanda di Gesù ai discepoli sconvolti: “Volete andarvene anche voi?”.
    La fede rende ognuno di noi come Pietro, se può rispondere “Signore, da chi andremo?…..”
    Tante grazie a tutti e un abbraccio da un umido e afoso pomeriggio santamarinellese. Paola

  9. Vorrei dire ancora una piccola cosa sul problema dell’autorità:

    odiare l’autorità, ogni autorità, è un buon inizio, in quanto le nostre parti distorte hanno conosciuto soltanto un’autorità invasiva, invadente, inadeguata, o assente.

    Innanzitutto perciò noi neghiamo QUESTA forma di autorità, ma se ci fermimamo qui resteremo sempre dei ragazzini ribelli e infelici, in quanto non riconosceremo mai la sola vera autorità, che è la sorgente stessa del nostro essere, e cioè il mistero stesso di Dio.
    Chi si ferma alla negazione di ogni autorità, come la maggior parte delle culture “di sinistra”, postcomuniste, libertarie e individualistiche, dà sempre un senso di infantilismo, e di approssimazione.
    Non c’è sapienza infatti lì dove non c’è trasmissione millenaria di un sapere che viene dall’alto, donandoci vita e conoscenza.
    E non c’è autorità se non c’è donazione di vita e di conoscenza.

    Riconoscere una autorità, la sola autentica autorità, significa invece godere di una vita che ci viene donata per liberarci, arricchirci, renderci sovrani, senza condizioni, e senza chiedere niente in cambio, così, con la grandezza che viene dalla sovrabbondanza di Dio.

    Ha autorità quindi solo chi ci dona vita e ci dona anche la possibilità di diventare noi stessi autorevoli.
    Un vero maestro non è una persona con molti discepoli, ma una persona che crea intorno a sé molti maestri, molte persone libere, che hanno imparato che solo donando si riceve la forza.

    Gesù possedeva questo tipo di autorità, senza poteri mondani, senza attestati pubblici, senza essere né un sacerdote né uno scriba, senza essere nessuno: oh, la grazia di non essere nessuno!

    Perciò lo hanno odiato e continuano ad odiarlo tutti quelli che non avendo nessuna autorità, nessuna capacità di donare vita, si accontentano di accumulare inutili poteri, insegne e pastrani, per farsi ammirare nelle piazze, e magari proprio in nome di chi non ebbe mai dove posare il capo…

    Un abbraccio. Marco

  10. rosella dice:

    … tu non sei “bacchettona” tu vai al nocciolo della questione.
    Quando avrò tempo ti racconterò dei “puzzles” in fondo se un pezzettino d’azzurro qui è cielo, la è mare… o gli occhi di Gabriele o la camicia azzurra di Gianni, si approfondisce la consapevolezza che tutto, ma proprio tutto è relazione e tutto è uno…
    ciao
    Ro

  11. Luca Noya dice:

    Carissima Paola , il modo con cui spalanchi le braccia a chi ha dubbi , cose irrisolte o di cui ci si vergogna è una maniera straordinaria per aprire un fronte nuovo del lavoro;da quando ho letto la tua risposta ho la sensazione che anche ciò che pesa di più può essere sciolto nella via del dialogo , del confronto onesto e finalizzato alla reciproca libertà. Essere accolti sempre senza essere giudicati mai è una gran cosa che penso possa rappresentare un obiettivo coerente per ciascuno di noi.
    Ringrazio tanto Rosella che forse ha riconosciuto in me l’amrezza di chi si è sentito rifiutato e vorrei dirle una cosa : io per tanto tempo e fondamentalmente ancora oggi , ho reagito a ciò rifiutando a mia volta. In particolare quesa ritorsioione l’ho agita con le ragazze il sesso opposto. Quando mi capita di poter dire un “si”vero di accoglienza ad un a donna, oppongo un “NO”che a me suona tanto di vendetta da parte di quel Luca che tante volte ha sentito nel comportamento di mamma e sorella un “NO”preciso e violento.Ancora faccio fatica ma mi occupo quotidanamente di questo mio aspetto così come delle altre mie distorsioni. Tra queste vi è quella del rifiuto delle autorità a prescindere. In passato questo sentimento ha avuto tutte le sue ragioni ma oggi la parte che vedo viva ed operante ha il puzzo della presunzione e del rifiuto alla libertà. Per questo ringrazio chi in me e vicino a me continua fortemente e serenamente a proporre la via dell’amore.

  12. caro Luca,
    sono proprio ammirata!
    Anch’io penso che “il gesto di condividere” nella via del dialogo sciolga.il cuore; portando a compimento o favorendo tutto il percorso complessivo.
    E’ un atto di fiducia nella Vita.
    Nell’ “io mi fido di te” rivolto ad un altro essere umano più o meno scisso/più o meno integro, come tutti noi, ci consentiamo di fare esperienza del piccolo brivido dell’affidarsi. Ci alleniamo a superare, almeno un po’, il baratro della paura, della diffidenza e della solitudine.
    Ti ringrazio per le tue parole e ti abbraccio
    Rosella

  13. Domenico dice:

    “Un vero maestro non è una persona con molti discepoli, ma una persona che crea intorno a sé molti maestri, … ”

    Da ricordare nelle nostre relazioni ..
    Grazie Marco

  14. Luca Noya dice:

    Cara Ros dalla tua lettera a me salta agli occhi una cosa che vorrei tanto : tu dici ” tutti noi siamo più o meno scissi” parli del “piccolo brivido dell’affidarsi”e di “superare,almeno un pò , il baratro della diffidenza e della solitudine. Ecco a me piacerebbe tanto la capacità di godere maggiormente dei piccoli brividi,poggiando l’attenzione sul bello, sulla strada già percorsa piuttosto che come sempre su quella ancora da fare. Penso sia una cosa lunga per me ma è importante iniziare a parlarne con te e gli altri per spostare sempre di più l ‘indice dall’auto-condanna alla benedizione. P.s. se non sbaglio tu hai chiesto tante volte come si riceve un dono; secondo me in una maniera sola se ho capito cosa intendevi:lo si riceve gratuitamente

  15. Mariapia dice:

    Caro Giancarlo,
    grazie per la tua coraggiosa testimonianza. Io ti ho conosciuto durante il tuo primo intensivo ed eri veramente molto diverso ,posso dire quasi insopportabile?
    Sono contenta che nei gruppi circolino anche sentimenti negativi. Li sospettavo e li temevo. Ora ho capito che è bene che queste negatività siano espresse , esplicitate e diventino perciò oggetto di lavoro, e quindi di trasformazione e crescita, come ha detto Marco a Campello.
    Anch’io, durante gli intensivi ,ho vissuto momenti di insofferenza e critica. Siamo esseri umani! Ho la speranza di imparare ad accettare sempre di più le mie ombre e quelle degli altri!
    Rossella, ricorderò la tua considerazione che aprirsi all’altro è affidarsi, abbandonarsi: quanto è difficile , almeno per me, farlo davvero!
    Ora vi saluto tutti perché lascio la città, senza P.C. al seguito. Auguri! Mariapia

  16. rosella dice:

    caro Luca,
    come si accoglie un dono? è il sasso che rilancio continuamente nello stagno del mio profondo.

    Lo rilancio ogni volta che mi necessita. Dieci venti volte al giorno?
    Non è una domanda retorica, ma neppure una domanda che può ricevere risposta altrui e nemmeno un’unica risposta .
    E’ una domanda che si pone IN RELAZIONE alla circostanza che vivo e al sentimento che provo. Come se io lo chiedessi a me stessa: allora Ro? come accogli ora, in questo preciso momento IL DONO? checosa senti in questa circostanza?
    Perchè Luca ci dicono che tutto è dono?
    E allora come lo si accoglie questo TUTTO che è dono?
    Prima o poi lo dovrò dire a Gabrielino, ed ancora non ci sono alla risposta.
    Per me è normale osservarmi ponedo delle domande ed ascoltando il cuore per riconoscerne le emozioni. E’ come una seconda pelle, è il mio modo di meditare, di essere presente a me stessa.
    Sono ri-conoscente di ciò che sento e provo RICONOSCENTE…
    Quando finalmente arrivo a ciò: “Grata, sorrido e sono contenta…. ”
    Ciao Luca, domani proprio come MariaPia riparto e senza PC.

    Cara Mariapia, talvolta agire “io mi fido di te” è un atto semplicemente DECISO se non acora desiderato… poi viene quasi da sè… molto, molto, molto poi…
    Io a questa naturalezza non sono proprio ancora approdata… meglio una spiaggia… .
    Ciao, sii felice. buona vacanza.
    Rosella

  17. Carissimo Domenico, nei nostri Gruppi siamo già passati, almeno da due anni, e cioè dalla costituzione di questo Sito, alla fase di una nuova responsabilità per alcune persone che da anni lavorano con noi.

    L’Associazione che creammo nel 2007 decise di esprimersi innanzitutto con questo Sito, proprio per dare voce a diverse personalità, per creare una sorta di sin-fonia, spingendo almeno una decina di noi a “metterci la faccia”, a testimoniare in prima persona, a tradurre in un proprio linguaggio le esperienze di liberazione che tentiamo di facilitare.

    La nascita poi del primissimo nucleo di 4 formatori è stato quest’anno un ulteriore passo verso una magisterialità condivisa, verso quella autorevolezza spirituale che dovrà espandersi sempre di più, in quanto la fame cresce, e la domanda di accompagnatori/accompagnatrici spirituali si fa ogni giorno più pressante.

    Diventare un insegnante, però, prendersi la responsabilità di trasmettere ciò che abbiamo ricevuto, implica un bel salto nel nostro percorso evolutivo, implica forse una rilettura più attenta dell’intero nostro destino, e di dove ci sta conducendo, implica in ultima analisi la riscoperta o la rivelazione nuova di una vocazione, che ci faccia dire con sorpresa: ecco, è per questo, per diventare un insegnante, una guida spirituale, in assoluta umiltà, che ho lavorato per tutta la mia vita, è proprio per raggiungere questo momento, questa decisione, che io sono nato/a…..

    Molti di noi, e molte persone sul pianeta, stanno raggiungendo questo nuovo punto di svolta….alleluja!

    Un abbraccio. Marco

  18. Cara Paola,

    Grazie per la riflessione che hai condiviso, anche a Giancarlo per la sua condivisione.
    Mi sono persa il intensivo , ma aspetto con tanto entusiasmo il nuovo incontro con il gruppo per continuare a lavorare ensieme a voi.
    Grazie a te Marco ti abbraccio con tanto affecto.
    Un abbraccio a tutti.

  19. Vorrei ringraziare tutti gli intervenuti a questo interessante scambio. Imparo dalle vostre condivisioni ad abbandonarmi maggiormente, a lasciare la mia volontà di controllare il gioco, ad accogliere tutto come un dono. Poco fa ero cupa, ansiosa e preoccupata. Ora, anche grazie all’ascolto di Chopin che finalmente mi sono concessa, mi sto rilassando. Grata, sorrido e sono contenta…
    Ciao. Paola

  20. Gabriella dice:

    Riascoltando con immenso piacere la condivisione di Giancarlo a Santa Marinella, ho avuto modo di riflettere nuovamente su quanto più volte ci ha detto Marco G.

    Alcuni atteggiamenti che sono propri, nel caso di Giancarlo quello di leadership, nel caso mio quello di dire sempre sì a tutti creandomi spesso un senso di frustrazione, in realtà sono delle distorsioni di nostre qualità divine.

    Quindi ho capito nel tempo (se pur faticosamente) che quel “dire sempre si” non deve trasformarsi in “dire sempre no”, ma deve diventare espressione di una mia volontà gioiosa nell’aiutare il prossimo, con la conseguenza di un arricchimento e non certo di una frustrazione.

    Un abbraccio Gabriella

  21. Enrico Macioci dice:

    Intervengo con molto ritardo – ero al mare – per dire che il post è estremamente interessante e veritiero, e che la definizione che Marco fornisce poco sopra di autorità è semplicemente perfetta. Adesso me la copio e incollo sul mio desktop, così che quando dubbi o cattivi pensieri riguardo la cruciale importanza e delicatezza del suo ruolo mi colgono, vado a rileggermelo e poi mi faccio una bella risata in faccia alle mie stesse paure.
    Enrico

  22. Carissimo Enrico, che bella la tua risata, ne sento tutto il fragore liberatorio.

    Un abbraccio. Marco

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