Tiziano Terzani – Un indovino mi disse

A beneficio di coloro ai quali è sfuggito, e come ripasso invece per chi non ha dimenticato, mi pregio di ri-proporre, così come la Rai faceva nel periodo estivo quando c’erano due soli canali, mandando in onda repliche o bei vecchi film sempre attuali, un mio piccolo ma, credo, efficace intervento che è andato qualche tempo fa sulla nostra raccomandata prassi quotidiana … da non smettere mai : “la Meditazione”, attraverso il racconto dell’esperienza di Tiziano Terzani.

E questo anche perché il 28 luglio scorso sono già passati “sei anni dalla partenza di Tiziano dal suo corpo” come riferisce Max De Martino in Govinda, la newsletter ufficiale del TizianoTerzani.com, e questo mi pare un buon motivo per tenerlo ancora fra noi come forse gli sarebbe piaciuto.

Di seguito il testo del precedente post, e a tutti ancora più che mai … buone vacanze! :

«La meditazione: avevo passato mezza vita in Asia e non me n’ero mai occupato […] In Cina, in Giappone, in Tibet, in Corea, in Thailandia, in Indocina avevo visitato decine di templi, passato giornate e giornate nei monasteri buddisti, ma il problema della meditazione non me l’ero mai posto. A che serve? Come la si fa? Qual è il suo senso?»

«L’idea di imparare a meditare da un americano, ex agente della CIA, mi pareva strana, ma è vero, come diceva Leopold, che spesso ci vuole un mediatore occidentale per arrivare a capire certe cose dell’Oriente. Il ritiro era a Pongyang, nel Nord della Thailandia.»

«I primi giorni furono durissimi. Appena seduto, la posizione del loto mi pareva comodissima, ma dopo un quarto d’ora diventava insopportabile; dopo mezz’ora era una vera tortura: le ginocchia sembravano riempirsi di spilli, la schiena era tutta un crampo e il desiderio di muoversi diventava fortissimo. Mai, neppure per un secondo, riuscivo a «meditare». Invece d’essere là dove il respiro toccava la pelle, la mia mente era «una scimmia che saltava da un ramo a un altro», come John ci aveva avvertiti, e non ero capace, neppure per un attimo, di farne «un bufalo solido e forte, mettergli una corda al collo e legarlo a un palo». […]

«Tenevo i piedi sotto le ginocchia, gli occhi chiusi, le mani ferme, ma la testa, quando non si fissava sul dolore nelle gambe o sulla voglia di alzarmi e di urlare, mi andava in tutte le direzioni: scappava e non riuscivo a richiamarla. Non la dominavo; non era mia. Inutile. Il dolore diventava insopportabile e ancor prima che John annunciasse la fine dell’ora col suo amen che era: «Possano tutti i nostri meriti essere condivisi da tutte le creature», io cedevo, mi muovevo, cambiavo posizione, aprivo gli occhi… ed ero frustrato a vedere come certi altri invece continuavano serenamente. Varie volte fui sul punto di andarmene.» […]

«Allora maestro […] gli dissi nell’unico momento in cui, chiamato nel suo bungalow per riferire sui progressi che facevo nella meditazione, ero autorizzato a rompere il Nobile Silenzio […] non ti offenderai se ti dico che in tutti questi giorni non ho meditato un solo minuto; che, invece di concentrarmi sul naso, la mia mente ha fatto di tutto, dal ridipingere la casa in campagna a un progetto per allargare la biblioteca; invece che pensare al respiro, ho pensato alle cose da scrivere e a quanto è assurdo essere qui; quando tu dici di pensare alla ‘gola’, penso a stringere la tua che mi forzi a questa tortura; quando dici ‘gambe’ penso a quelle sotto le gonne di tutte le tailandesi che mi stanno accanto, anche alle gambe di quella vecchia e brutta in ultima fila! »

John rise divertito. «Non disperarti», disse. «Anche tutto quello che dici è passeggero. Finirà. Magari sono secoli che la tua mente non è stata messa sotto controllo. E ora, tutt’a un tratto, pretendi di domarla? In pochi giorni? Aspetta. Tieni duro. Continua a conoscere aniiccia. »

[…] «Mi pareva che il gruppo come tale sprigionasse una grande energia e che lo sforzo comune elevasse lo sforzo di ciascuno. La mattina dell’ottavo giorno elevò anche il mio. Le gambe mi facevano malissimo, stavo di nuovo per cedere, ma d’un tratto la sofferenza s’acquietò, il dolore non mi fece più paura, cominciò a sciogliersi e sparì. Ce l’avevo fatta. La mente non era più una scimmia che saltava di ramo in ramo. Era lì. Era mia. Fu un grande piacere. Poi sentii le parole di John: «Lascia andare… Lascia andare… Non attaccarti a niente… Non desiderare niente». Anche quel piacere d’aver domato la mente, d’aver domato il dolore, era passeggero, era aniiccia e lasciai che se ne andasse. Tornai al punto dove il respiro toccava la pelle e mi parve di vedermi separato: la mente fuori di me, che guardava il corpo ridotto a uno scheletro insensibile, attraverso il quale sentivo, vedevo soffiare la brezza dell’alba. Una sensazione che non avevo mai provato prima. Sentii la voce di John dire il suo amen, sentii il gong annunciare la colazione, ma rimasi ancora immobile, come avessi perso un po’ della mia pesante materialità. Le ore successive non furono così belle, ma il tempo passava, senza che aspettassi più con impazienza la fine. Meditare non era più una prova di resistenza contro l’orologio, come stare sott’acqua finchè i polmoni non scoppiano. Meditare era diventato quello che doveva essere: un esercizio di concentrazione. Ebbi l’impressione di aver «imparato» qualcosa, come a nuotare, a leggere. Ora toccava a me. »

(Tiziano Terzani / Un indovino mi disse, 27. Il meditatore della CIA)

Ecco, come umile, ma ostinato principiante immagino anch’io di arrivare all’alba di un ottavo giorno in cui tutto finalmente diventerà più facile ….. nel frattempo tengo duro! Ma quanti di questi pensieri del grande Tiziano ho fatto identicamente nelle nostre sedute….. Come dice Marco meditare, in fondo, è una questione di allenamento, dunque non possiamo mollare e se anche a volte appare assurdo, insensato, impossibile… inutile, non rimane che continuare ad allenarci. Bello pensare ancora a Terzani che conclude questo capitolo così: «M’ero ricordato […] che se uno muore meditando e in quell’ultimo istante la mente è quieta, la reincarnazione avviene in un posto di grande pace e tranquillità.» Da solo non riesco come vorrei, ma nelle meditazioni guidate da Marco, dolori vari e pensieri terribili a parte, ho spesso raggiunto profondi stati di abbandono e tranquillità interiore senza fine, una forte sensazione di fluttuazione … al fondo di un caldo mare calmo, assorto nella contemplazione dell’increspato luccichìo delle onde viste dal di sotto… e …

ho saputo pregare.

Marco F.

Commenti

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