Eduardo, Truvà pace

Una bella poesia di Eduardo De Filippo che calza a pennello con il nostro sito!

La pubblichiamo in fondo nelle due versioni, napoletana e italiana.

Di fronte alle fatiche dell’esistenza, a una varietà di situazioni che ci incalzano dall’esterno, ma anche da “stu core”, Eduardo invoca la pace, in cui “nun sèntere cchiù niente”.

Una pace che però non significhi annientamento o morte, come talvolta saremmo tentati di desiderare, magari anche inconsciamente, quando non vediamo soluzioni al nostro malessere.

Piuttosto una possibilità di vita, un’espansione, una porta che s’aprisse “pè campà”.

In fondo, non è quello che cerchiamo di sperimentare nei Gruppi Darsi Pace quando approfondiamo la pratica meditativa, cercando di spegnere tutte le voci che amplificano gli stati d’ansia, di paura, i sensi di colpa, le preoccupazioni?

Quando si smorzano le luci dello spettacolo che la nostra mente proietta senza tregua sul palcoscenico della propria realtà illusoria, e il teatro finalmente si svuota, allora inizia la discesa nei livelli più sottili e profondi della nostra percezione.

E’ come un risveglio: il respiro rallenta, le pause si dilatano, l’assorbimento progressivo nello stato di presenza allenta le tensioni e apre nuovi spazi dell’anima.

“Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male”: giustamente Eduardo vede nella ‘finzione’ teatrale una maggiore verità delle sceneggiate che ordinariamente dominano questo mondo, affollato di maschere tristi, che recitano male la propria parte, di persone alienate da sé stesse, spesso sgraziate, cattive, prigioniere dei propri incubi….

Come per l’attore, anche per chi intraprende un cammino di trasformazione è necessaria, soprattutto all’inizio, una consapevolezza particolare, che può sembrare ‘artificiosa’, non spontanea. Ma nel senso di ‘non spontaneamente alienata’.

Non si tratta di recitare, né di mettere in scena una parte. La progressiva disattivazione degli automatismi dell’ego richiede piuttosto di sviluppare una concentrazione assorta su tutto ciò che accade, in un’integrazione sempre più stretta tra corpo, respiro e mente.

Lo spettacolo non è per gli altri, ma per noi stessi: siamo allo stesso tempo l’osservatore e l’osservato, per corrispondere e dare spazio alla persona che siamo chiamati a diventare, alla nostra vocazione, al nostro sogno più bello.

L’augurio a tutti di trovare pace e allo stesso tempo il proprio ruolo di protagonisti, piccoli o grandi non importa, nel teatro della vita.

Io vulesse truva’ pace (1948)

di Eduardo de Filippo
(Napoli il 24 maggio 1900 – Roma 31 ottobre 1984)

Versione originale

Io vulesse truva’ pace;
ma na pace senza morte.
Una,’mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pe’ campa’!

S’arapesse na matina,
na matin”e primmavera,
arrivasse fin”a sera
senza di’ : “nzerrate lla” !

Senza sentere cchiu’ ‘a ggente
ca te dice: “io faccio…io dico”,
senza sentere l’amico
ca te vene a cunziglia’

Senza sentere ‘a famiglia
ca te dice: “Ma ch’he fatto?”
senza scennere cchiu’ a patto
cu”a cuscienza e ‘a dignita’.

Senza leggere ‘o giurnale
‘a nutizia ‘mprussiunante,
ch’e’ nu guaio pe’ tutte quante
e nun tiene che ce fa.

Senza sentere ‘o duttore
ca te spiega ‘a malatia
‘a ricetta in farmacia
l’onorario ch’he ‘a pava’

Senza sentere stu core
ca te parla ‘e Cuncettina
Rita, Brigida, Nannina…
chesta si’… chell’ata no.

Pecche’ insomma si vuo’ pace
e nun sentere cchiu’ niente
‘e ‘a spera’ ca sulamente
ven’ ‘a morte a te piglia’?

Io vulesse truva’ pace
ma ‘na pace senza morte.
Una,’mmiez’ a tanta porte
s’arapesse pe’ campa’

S’arapesse ‘na matina
‘na matina ‘e primmavera
e arrivasse fin’a sera
senza di’ “nzerrate la’!”

Traduzione dal napoletano

Io vorrei trovare pace
ma una pace senza morte
(vorrei che) una in mezzo a tante porte
si aprisse per vivere!

Si aprisse una mattina
una mattina di primavera
per arrivare fino a sera
senza dire: “Chiudete la’!”

Senza ascoltare piu’ la gente
che ti dice: “Io faccio, io dico”,
senza ascoltare l’amico
che pretende di dare consigli

Senza ascoltare la famiglia
che ti dice: “Ma che hai fatto?”
senza scendere piu’ a patti
con la coscienza e la dignita’

Senza leggere sul giornale
la notizia impressionante
che è un guaio per tutti
e non sai come evitarlo.

Senza ascoltare il dottore
che ti spiega la malattia
la ricetta in farmacia
l’onorario da pagare.

Senza ascoltare il cuore
che ti parla di Concettina
Rita, Brigida, Nannina…
questa si…quell’altra no.

Perche, insomma, se vuoi pace
e non sentire piu’ nulla
devi sperare soltanto
che venga la morte a prenderti?

Io vorrei trovare pace
ma una pace senza morte
(vorrei che) una in mezzo a tante porte
si aprisse per vivere!

Si aprisse una mattina
una mattina di primavera
per arrivare fino alla sera
senza dire: “Chiudete la!'”.

Commenti

  1. bellissima! grazie

  2. Domenico Parlavecchio dice:

    E’ bellissima .. soprattutto mi ha colpito il pubblico che non c’è … una finzione scenica o un grido dell’anima troppo intenso? 😉

  3. … un anelito del cuore, che s’incarna o disincarna nel vivere quotidiano?
    Sperimentare il dolore nella gioia è “la misura” di una presenza nell’assenza?

  4. Grazie carissima Paola, di questa ‘chicca’; ho amato moltissimo Edoardo e andavo in teatro con il fiato sospeso, temendo sempre fosse l’ultima volta che lo avrei visto recitare!
    Bello il tuo commento, Paola: non c’è pubblico perchè “lo spettacolo non è per gli altri, ma per noi stessi: siamo allo stesso tempo l’osservatore e l’osservato, per corrispondere e dare spazio alla persona che siamo chiamati a diventare, alla nostra vocazione, al nostro sogno più bello.
    L’augurio a tutti di trovare pace e allo stesso tempo il proprio ruolo di protagonisti, piccoli o grandi non importa, nel teatro della vita.”

    grazie di cuore. Un abbraccio. giovanna

  5. Domenico Parlavecchio dice:

    Grazie Giovanna, capire perchè non c’era il pubblico è stata una mia richiesta .. Paola è oltre 😀

  6. Bellissimo ed indimenticabile contributo cara Paola.
    Un grazie veramente di cuore per averci richiamato alla mente questo grande genio del teatro.
    Le sue interpretazioni e le sue scritture sono incomparabili perle di saggezza sul nostro quotidiano dimenarci nelle vicende umane di questo mondo.
    Questa breve testo poetico indica limpidamente il nostro obiettivo : …..”una pace senza morte” e l’apertura di una sola porta tra tante … quella per vivere.
    Marco F.

  7. Domenico Parlavecchio dice:

    … quella per vivere .. felici

  8. Cara Paola, grazie per questa toccante poesia musicale, forse non molto nota.
    Però,a un primo ascolto, io ho sentito un’aura di fatalismo. Si attende , con forte desiderio, ma senza certezza , che una porta si apra, una porta che conduca a qualcosa di nuovo, o che almeno aiuti a tirare aventi con la vita. Chi deve aprire la porta? Sembrerebbe solo la buona sorte. Invece tu hai interpretato la porta che si apre come quella che apriamo noi con il nostro impegno nella meditazione, che ci allontana dal teatro delle preoccupazioni quotidiane per farci entrare in una dimensione di pace e di autenticità, disponibili a relazioni costruttive e gratificanti. Questo mi piace, questo mi convince. Mentre nelle parole di Edoardo sento soprattutto tristezza e passiva aspettazione di qualcosa di inedito che giunge senza impegno. Ho ascoltato e letto male il testo? Mariapia

  9. Domenico Parlavecchio dice:

    LA prima cosa che mi viene in mente è che se il titolo è Truvà pacew mi sembra che l’azione del trovare/cercare è propria di chi non si rassegna e non aspetta anzi è l’invito ad ognuno di noi (motivo per cui il pubblico è assente come mi ha fatto notare Giovanna) a fare altrettanto.

    Aggingo che forse la pace alla quale anela non è di questo mondo … (quello egoico diremmo noi)

    A Paola le rettifiche/approfondimenti

  10. darsi pace su fb dice:

    Vi ricordiarmo che questa e tante altre discussioni proseguono anche sul nostro profilo facebook. Ogni giorno su Darsi Pace su facebook trovate gli articoli della rassegna stampa, gli appuntamenti dei gruppi e le idee della redazione. Chiedete l’iscrizione al link qui sotto:

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  11. Grazie a tutti per gli interventi di apprezzamento.
    E’ vero, cara Mariapia, anche a me ad un primo acchitto ha colpito una certa tristezza, molto ‘meridionale’, del tono e delle parole della poesia. Una sfiducia nelle cose, un’amarezza, un fatalismo, come dici bene. E ho avuto paura di stare ‘forzando’ il testo.
    Eppure la forza espressiva di Eduardo rende anche l’amarezza ‘poetica’ e quindi la colora di umanità.
    Penso ai brani dell’antico testamento che la Chiesa ci propone in questi giorni: Giobbe, Quèlet, il grido, il lamento, la vanità del tutto….
    In fondo i testi veramente ispirati hanno il potere di declinare con una varietà e una ricchezza di immagini gli stati della nostra soggettività, non rimuovendo nulla, ma esponendo ‘ciò che c’è’, affinché altro possa accadere, Altro possa parlare.
    Poesie quindi come piccole esperienze, reiterate, di incarnazione. Come prove di incarnazione. Si tenta e si ritenta, come nella meditazione, ad aprire quella porta.
    Come dice Domenico, è anche un augurio, un auspicio, quello che Eduardo si fa, come quelli che ci facciamo spesso noi da questo sito.
    Certo, l’ideale sarebbe raggiungere quello stato che ci fa dire: “non parlo, se prima non tocco la gioia”, ma forse sulla via possiamo intanto cercare parole un po’ più vere, anche se non ancora ‘piene di grazia’.
    Per non restare nella vaghezza e sottolineare giustamente l’importanza del lavoro, riporto una frase di Eduardo, dall’ultimo discorso pubblico al Teatro di Taormina, in cui sintetizza l’essenza della sua vita, come dono, come luce per altri: “Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in palcoscenico a recitare… è stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto!”.
    Una buona giornata.
    Paola

  12. piccola meditazione del giorno, tratta dal sito di Taizé

    “Un cristiano che visse milleseicento anni fa, S. Agostino, ha lasciato delle parole che spalancano completamente le porte del Vangelo. Egli dovette lottare molto per arrivare a Dio. Soffrì del comportamento avuto in gioventù. Possedeva una onestà così bella con se stesso che, in alcuni momenti, disperava per la sua persona. Ma ecco che un giorno egli arriva a scrivere queste parole: “Se tu desideri vedere Dio, tu hai già la fede”.”

  13. Eduardo sogna una pace in cui “non sentire più nulla”, non essere più turbato dalle parole degli altri, dai loro e dai nostri pensieri violenti.
    E si dice: possibile che uno debba morire per avere questa pace?
    Io, dice, vorrei una pace senza morte.

    Noi sappiamo che la pace, che ogni uomo desidera, implica però sempre un passaggio di morte.
    La pace reale è uno spazio, uno stato che ci si apre dentro solo nella misura in cui i nostri attaccamenti, le nostre avversioni, le nostre proiezioni, tutti i nostri giudizi pre-giudicati da secoli di ignoranza, muoiono col loro stesso proiettore, che è il nostro io ego-strutturato, ego-impantanato, ego-impiccato.

    Eduardo aspetta questa pace come una primavera donata, ma la nostra attesa sarà esaudita solo se già da ADESSO impariamo a spegnere tutte le false luci della ribalta.
    Senza lasciarne accesa neanche una.

    La pace non si dà a chi ha il cuore occupato.
    E anche un solo capello può tenere il canarino in gabbia.
    Prendiamo dunque le cesoie, istante dopo istante, e avremo la pace.

    Un abbraccio. Marco

  14. Grazie Paola,
    questo mi porta a riflettere sulle mie parole scritte a Renato circa il brano di Char in “lampi”:
    Son troppo dura.
    Un abbraccio
    Rosella

  15. Grazie ,Paola, sono stata un pò superficiale; le tue parole , come quelle di Marco, mi fanno assaporare in profondità la poesia di Edoardo. E’ veramente un dono per i nostri momenti di sconforto e per le nostre attese di dolci spalancamenti di primavera.Buona giornata a tutti!
    Mariapia

  16. darsi pace su fb dice:

    Sul tema della pace, un profondo intervento preso dalla rete e pubblicato sul profilo fb di darsi pace.

    I MISTICI DELLA NORMALITA’ SALVERANNO IL MONDO

    Una bellissima riflessione presa da Facebook, un po’ faticosa per ragioni grafiche, ma molto scorrevole e ispirante nei contenuti. Per tutte le anime in sincera ricerca, dieci minuti di incoraggiamento.

    LA FEDE DEL CONTEMPLATIVO

    (di Arturo Paoli)

    Un’opera del teologo indospagnolo Raimundo Panikkar dal titolo “La nuova innocenza” (1) mi ha portato due pensieri: il primo è che nel mio passato, cioè 30 anni fa circa, non l’avrei capito, o forse l’avrei capito con la ragione logica scontrandomi con l’intenzione evidente dell’autore che è quella di liberarmi dalla logica della ragione astratta. L’altro pensiero è che dobbiamo collaborare con lui perché questa nuova innocenza si estenda a molti credenti cristiani perché avvenga presto quella che lui chiama cristiania. Una nuova innocenza allude a una innocenza acquistata dopo il peccato, una forma di pensare che è all’origine del peccato. Mi voglio limitare a riflettere sulla deriva religiosa e specificatamente cattolica di questo peccato dell’occidente e per questo bisogna chiarire due parole, religione – fede, che nella cultura cattolica sono considerate un solo valore e che coinvolgono nella nostra ricerca due concetti ugualmente contraddittori, oggettività e soggettività. Religione comporta per noi accettazione di verità che dobbiamo credere sapendo che il mistero supera i limiti della nostra ragione. E per questo ci richiede un salto: “credo quello che la chiesa mi propone come verità”. Questa adesione comporta una condotta di vita secondo la legge, che risale ai comandamenti attualizzati e adattati alle tentazioni che il vivere presenta nel tempo. Comporta infine una pratica di preghiere e di cerimonie nel tempio con gli altri e, dentro l’uscio di casa – come consiglia Gesù -, una devozione privata che normalmente consiste nel rosario. Tutto questo fa parte della religiosità, della mia adolescenza. E fa parte della istituzione chiesa e di quella più vicina a me, la parrocchia. La quale è incaricata di farmi presente quello che la grande chiesa vuole che io viva nella mia vita di operaio, di professionista, di studente, nella società politica. Questa religiosità può restare esteriore a me, anche durante una lunga vita, esattamente come lo statuto di una società sportiva o culturale, a cui posso essere molto fedele senza che diventi tanto mia e tanto necessaria, tanto mia carne e mio sangue, come la mia famiglia, i miei fratelli e i miei figli. Se il parroco o il catechista mi hanno parlato di una modificazione importante che avviene nella mia vita mediante i sacramenti, devo confessare che non ho mai sentito che la mia vita sia diventata altra. Nessuno ne ha la verifica e questo mi lascia sempre in una provvisorietà che può comportare l’abbandono di questa mia fede quando mi appaiono dei fatti che non posso accettare. Questa religiosità convive tranquillamente con molte abitudini e scelte del mio io individualista. Al mio parroco non è mai venuto in mente di creare la comunità dei credenti unanime e concorde dove i membri mettono in comune tutto quello quello che hanno (At 4). Il cristianesimo in occidente è tanto polarizzato sulla verità da perdere di vista il progetto di Dio sull’uomo e su ogni uomo, quindi è molto prossima a farmi sentire inutile la religione. Dio onnipotente è stato chiuso nella sua reggia celeste in riposo dopo avere faticato sei giorni ed avermi affidato la creazione che io posso usare a mio piacere contentandosi di un tributo, una specie di enfiteusi e di un culto ossequioso. Gesù ha svolto il suo compito con il sacrificio della croce e sta tranquillo e silenzioso nella sua casuccia d’oro dove vado quando posso a tenergli compagnia. Maria è occupata a distribuire dei favori richiesti con la collaborazione dei santi, e ogni tanto fa una visita qui per richiamare i suoi figli monelli. E il tempo dell’uomo è riempito dalla infaticabile attività della tecnologia che gli mette in mano oggetti e glieli sostituisce con altri più raffinati non concedendogli il tempo per accorgersene. Faccio dell’umorismo, ma mi sento come quel pagliaccio che dentro “mi duole il cuor”. Vedo forme di religiosità che oscillano fra l’infantilismo e quel devozionismo che tanto inquietava la grande maestra, la spagnola Teresa. Mi ha sempre colpito il fatto che Gesù non pregasse regolarmente con i suoi com-pagni di viaggio. Questi, sapendo la sua motivazione religiosa, erano sorpresi che non condividesse con loro la preghiera: i suoi incontri con il Padre non poteva metterli in comunione perché non erano parole, formule, erano alte grida e lacrime su questa povera umanità che vedeva attaccata dalla morte. Qualche discepolo lo ha spiato tra le piante e così sappiamo come pregava Gesù e conosciamo qualcosa della sua infocata passione del mondo. Nell’inculturazione occidentale fra l’uomo e Dio si è creato uno spazio, diventato poi una frattura, che era stato soppresso nel tempo dell’esodo e definitivamente chiuso dalla venuta di Gesù. Quello spazio restaurato alla bell’e meglio è transitato dai teologi, controllato dallo sguardo insonne di una gerarchia incaricata della fedeltà alla verità, il cui contenuto sono i messaggi inviati da Dio all’uomo come concetti elaborati dal pensiero come splendida e lucente corazza che li avvolge allontanandoli dall’uomo. Analogamente si è rinchiuso il Dio prossimo nella prigione sfavillante di oro e di pietre preziose difendendo il divin prigioniero dalla polvere della terra. Il prologo del vangelo di Giovanni racchiude in un versetto lapidario la risposta alla iniziativa di Dio: egli è venuto per abitare tra i suoi (in casa sua) e i suoi non l’hanno accolto. La non accoglienza è rimasta presente in terra cristiana nella icona del crocifisso. Segno dell’ostinata decisione del Figlio di venire fra i suoi fratelli e della non accoglienza dei fratelli, come è raccontata nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21). La nostra storia e la nostra cultura occidentale porta i segni evidenti di una presenza non accolta. L’iniziativa di Dio non è stata ritirata ed è questo il messaggio di speranza che i contemplativi possono dare alla generazione umana attuale. Chiamo contemplativo il cristiano che accoglie, quella piccola parte dell’umanità credente che non crede alla maniera generale, né prega, ma semplicemente, silenziosamente, fedelmente accoglie. Che l’uomo sia l’unico operatore della salvezza del mondo di oggi e di domani, come lo è della sua distruzione, è chiaro. Ma allora questo uomo per essere capace di salvezza deve essere il contemplativo cosmoteandrico come lo definisce Panikkar. La tecnologia è diventata tecnocrazia e quindi idolatria e per salvare il mondo bisogna liberare il salvatore. Questa liberazione è quella che Gesù propone a Nicodemo e alla Samaritana. Essa vuol dire liberare l’uomo dalla frammentazione, cioè da una religione separata dalla vita, una religione consistente in verità lontane e in preghiere consolatorie. Semplificando, le tre dimensioni del termine cosmoteandrico significano relazione con il trascendente, con gli altri e con la natura. Il contemplativo che vive profondamente nel presente, con un compito che di cui è soggetto pur non essendone autore, non può essere atomizzato dal consumismo e nemmeno dalle proposte religiose. Il contemplativo è universalmente controverso, non piace né agli uomini religiosi né ai non credenti, ma allo stesso tempo gli uni e gli altri intuiscono che non se ne può fare a meno. Molti pensano che sarebbe meglio non averlo mai incontrato ma allo stesso tempo è necessario che esista, come la misteriosa visita nel film Teorema di Pasolini. Non è accolto da chi è investito di potere religioso perché non discute se c’è un Dio nel senso in cui lo intendono le religioni tradizionali. Ho confessato più volte di avere passato degli anni a tormentarmi sull’Eucarestia e finalmente ho capito che cosa volesse dire prendete e mangiatemi. Finché non mi hai veramente assimilato io non sono tu e tu non sarai io. Non vi ho detto che sarò con voi fino alla fine del mondo? Come? accanto a te, assistendo alle tue nefandezze, alla tua mediocrità, alla tua noia? Fuori di te perché tu mi usi come vuoi anche per autorizzare le guerre o per accumulare i soldi che tu togli dalla circolazione provocando i mali sociali, le distruzioni del cosmo e dell’umanità? Voglio essere te perché senza di te non posso continuare il mio progetto di amorizzare il mondo. E questa collaborazione è affidata al contemplativo che sa di essere il soggetto e allo stesso tempo di non esserlo. Si può arrivare ad una conclusione provvisoria: il contemplativo non è religioso perché attraverso l’operazione morte e resurrezione Dio non è più né fuori né al di sopra, ma gli è diventato più intimo della sua intimità. Il peggior nemico del Cristo, il suo vero autentico nemico è la religiosità borghese e per questo, come dicevo sopra, la proposta di Panikkar mi sveglia come uno squillo di tromba, non perché mi dica qualcosa di nuovo, ma perché mi conferma che la sola contrapposizione efficace è il contemplativo. La spiritualità borghese è quella in cui l’io è il vero soggetto e Dio è l’oggetto. E’ una spiritualità che mette al centro la legge ma esclude un’etica di vita. Pregano come tutti i cristiani venga il Tuo regno ma questo regno è la chiesa di Roma che deve trionfare su tutte le società politiche ed ha il diritto di usare tutti i mezzi ed impadronirsi degli strumenti più efficaci per risplendere sul monte come la nuova Gerusalemme. Ma non si può spengere lo Spirito Santo che escluso dal tempio si accampa nuovamente in una qualunque regione del Giordano e da lì annunzia su questo triste tramonto dell’occidente: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino (Lc 1). Un’epoca si chiude e se ne apre una nuova. Lo Spirito, allontanandosi dall’idolatria del mercato, estesa a tutti gli uomini dell’occidente non esclusi i luoghi sacri, dove poserà? Il discorso di Gesù alla samaritana del 4° di Giovanni non sembra pronunziato ieri ed essere il giudizio sul presente? Credimi viene il momento in cui l’adorazione di Dio non sarà più legata a questo monte o a Gerusalemme, viene un’ora anzi è già venuta in cui gli uomini adoreranno il Padre guidati dallo Spirito e dalla verità di Dio… Dio è Spirito e chi lo adora deve lasciarsi guidare dallo Spirito e dalla verità di Dio (Gv 4, 22-25). Lo Spirito non ha luogo ma lo ha trovato in coloro che si lasciano guidare dallo Spirito (Rm 8,14). Chi sente nella sua carne la sofferenza del mondo e i gemiti dell’umanità devastata dal feroce egoismo di quegli uomini che hanno messo sull’altare l’idolo, invoca aiuto. Bisogna partire dalla convinzione che noi non siamo capaci di portare salvezza, che il Salvatore è uno solo ed è il creatore che vuole portare a perfezione la sua opera e salvarla da tutte le devastazioni. I veri collaboratori sono gli artisti, i pensatori, gli operai, gli stranieri non accolti, i poveri e i bambini. I poveri non schiacciati da una miseria che impedisce loro l’uso delle loro forze interiori ed hanno una certa libertà di azione e usano i beni della terra con castità, gioia e giustizia. I bambini che non sono affogati dalla piena dei giochi e delle ghiottonerie e che salvano la capacità di guardare la creazione con lo sguardo meravigliato di chi per la prima volta vede questo miracolo. Nella definizione di Panikkar, quando si parla di cosmo si allude alla responsabilità di stare dentro come attore. Paolo sente il gemito della natura: per lui le cose create sono la vita e la sente ferita nella devastazione delle foreste, nell’avvelenamento delle acque fluviali e marine, nella barriera che chiude il flusso dell’ossigeno: il creato è stato condannato a non aver senso, non perché esso l’abbia voluto ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Noi sappiamo che tutto il creato soffre e geme come una donna che sta per partorire (Rm 8). Ed è essenziale chiarire che la persona non mossa dall’amore è complice di un assassinio permanente. Per essere mossi dall’amore bisogna attingere alla Fonte perché l’amore di cui presumiamo essere noi i produttori è sempre inquinato e quindi porta morte. Cosmo – teo – andrico: ecco l’uomo rinato, quello che ha presentato Gesù a Nicodemo. Relazione con le cose (povertà), con gli altri (umiltà), con il trascendente (libertà). Libertà dalle voglie, libertà dall’orgoglio, libertà da tutte le pressioni del consumismo per sentire la sete della vita. Capire che l’opera prima di noi messi sulla terra in uno spazio di tempo è quello di conservare e di trasmettere con umiltà la vita che porti le tracce di me a quelli che verranno dopo. Che cosa mi dà in più e di differente il Teo che si aggiunge all’umano? E’ unicamente la coscienza di collaborare con la vita e quindi di salvare la creazione. Passare da una situazione parassitaria o peggio devastatrice ad una responsabilità. E questa visione ci unisce a molti che hanno scoperto questa responsabilità, ma confidando nelle loro risorse devono accorgersi di essere dei declamatori e non dei collaboratori con la forza che si oppone alla morte e che è realmente efficace a realizzare l’opera di salvezza. Questo si raggiunge con la fede, con il silenzio e con l’accoglienza dello Spirito. Sentiamo questa presenza come spogliamento, semplificazione, unità di pensiero e di sentimenti. Paolo, un grande umanista, grida alla generazione del suo tempo e a tutte le generazioni: non spegnete lo Spirito, non contristate lo Spirito, vivete nell’amore, prendete l’esempio del Cristo che ci ha amati fino a dare la vita per noi e di tutti quelli che entrando nel suo ritmo hanno capito che non siamo al mondo per sfruttarlo, ma siamo per goderlo, guidati da sentimenti di povertà, di rispetto e di sorpresa permanente.

    NOTE: 1. Raimon Panikkar, La nuova innocenza, Servitium

  17. darsi pace su fb dice:
  18. bel testo di Arturo Paoli: la crisi di tante forme religiose “oggettivistiche” e astratte, retoriche in fondo e moralistiche, ci apre ad una nuova stagione dell’esperienza di fede, ad una stagione contemplativa, e direi, con Bello, CONTEMPL-ATTIVA.

    Da un’esperienza interiore forte ad un’azione nuova dentro la storia.
    Da dove è tratto il testo di Paoli?
    Ciao. Marco

  19. grazie “fb”
    per averci fatto dono di questa riflessione.
    Rosella

  20. darsi pace su fb dice:

    Altro argomento a favore di fb: e’ arrivato attraverso una serie di “condividi”, che si sono passati tra un profilo e l’altro, fino a un nostro iscritto, da cui noi l’abbiamo girato. E ora, chi vuole, può condividerlo a sua volta con i suoi amici (basta andare sul profilo fb di darsi pace). Per chi ancora dubita sulle capacità di penetrazione dei social network…

  21. Perchè tante altre poesie di Eduardo non sono pubblicate?E’ veramente un peccato.Ci sono ‘A povere ‘e pesiello,ìA povere d’uovo, l’ommo onesto,Padre ciogna,Là, La paura numero uno,l’imputata,’o ddt,’O cravattare,’O mbrello,’Oraggio e’ sole,Oje mmare ‘a tte,Stammatina, Sti vivvite noste e tante altre.

  22. Chiedo scusa per la mancanza ma nel fare la domanda sulle poesie non pubblicate di Eduardo ho mancato la mia e-mail.

  23. Caro Luigi,
    certamente molte altre poesie di Eduardo meritano di essere pubblicate, e forse lo saranno anche, in futuro.
    Questa che abbiamo voluto inserire nel sito darsi pace ha un valore speciale proprio per il tema del cercare la pace, attraverso lo spegnimento di tutti gli ostacoli al raggiungimento di una serenità interiore.
    Grazie comunque del tuo intervento e alla prossima! Paola

  24. Thankfulness to my father who informed me about this weblog, this blog
    is actually awesome.

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