Science: menti distratte dunque tristi, solo la preghiera ci fa stare nel presente

Siamo viaggiatori pigri,

sempre pronti a giustificare

soste e battute d’arresto…

viaggiatori distratti,

assorti in piccoli pensieri

e dimentiche dei grandi orizzonti

che tu, Signore, dipingi per noi.

Così comincia la preghiera del libriccino Messa quotidiana, a commento del Vangelo in cui Cristo paragona la preghiera alla tenacia di una vedova molesta che reclama l’intervento di un giudice disonesto. Pregare incessantemente.

Ma cosa significa pregare incessantemente? Già un padre della Chiesa come Basilio di Cesarea l’aveva capito bene: “La preghiera non consiste in formule; congloba tutta la vita”. E per essere ancora più chiaro, il vescovo di Cesarea aggiunge anche l’elenco di alcuni gesti molto quotidiani in cui è possibile tradurre questa pratica costante: prendere cibo, indossare la tunica, accendere il fuoco, addormentarsi dopo aver contemplato lo splendore del cielo notturno trapunto di stelle. Solo così, conclude, “pregherai senza stancarti, se la tua preghiera non si accontenta di formule e se, al contrario, ti terrai unito a Dio lungo tutta la tua esistenza, in modo da fare della tua vita una preghiera incessante”.

Questo voleva dire Cristo con la parabola sulla vedova e il giudice disonesto. Il problema è che dopo averla raccontata, Gesù è preso quasi da un moto di sconforto. E domanda: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà fede sulla Terra?”.

Non si tratta, soltanto, di chiedersi se ci saranno donne e uomini giusti, religiosi, pieni di convinzioni morali e di buona volontà. No, il cuore di questa domanda, visto il punto del vangelo in cui è collocata, è forse un altro: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà persone abbandonate realmente alla vita? Troverà persone che sanno stare nel presente? Fare di ogni loro atto, come dice Basilio, un canto di amore ininterrotto alla vita?

Siamo lontani, persino tra coloro che hanno scelto di dedicare alla pratica meditativa una fetta della propria giornata. Siamo lontani perché combattiamo con una mente in continua fuga. Una mente distratta. Incessantemente distratta. E anche la scienza ce lo dice, adesso. L’Università di Harvard ha pubblicato sull’ultimo numero di Science una ricerca che ha coinvolto 2.250 volontari, sul “mind wandering”, tracciando la mappa delle divagazioni della mente. Bene: la metà del tempo in cui siamo svegli la trascorriamo pensando ad altro rispetto all’attività in cui – apparentemente – siamo concentrati.

La divagazione, secondo gli scienziati, è il modo operativo dominante del cervello e si instaura in automatico quando proprio non siamo costretti a impegnarci. “A differenza degli altri animali, l’uomo trascorre gran parte del tempo pensando a cosa non sta accadendo attorno a lui, contemplando eventi che sono avvenuti nel passato, che potrebbero avvenire nel futuro o che semplicemente non avverranno mai”. Per la precisione, da distratti trascorriamo il 46,9 per cento delle nostre giornate. Qualsiasi cosa facciamo: mentre lavoriamo, mentre conversiamo, mentre guardiamo la televisione. Siamo un po’ più aderenti alla realtà, invece, quando facciamo l’amore, giochiamo, ascoltiamo la radio o ci prendiamo cura dei bambini.

Una mente che divaga, dice la ricerca, è una mente triste. C’è soltanto un’attività, osservano i due scienziati, che consente di vivere pienamente il presente: la preghiera unita alla meditazione. “Sarà questo il motivo – concludono – per cui molte filosofie e religioni insegnano che la felicità consiste nel vivere il presente, addestrando i praticanti a concentrarsi, a restare qui e ora e a resistere alle distrazioni”. Esattamente quello che ci aveva detto Gesù con la sua parabola della vedova e del giudice.

Nessun pessimismo, però. Così conclude la preghiera di Messa quotidiana:

Eppure siamo, a volte,

viaggiatori tenaci,

generosi e capaci,

di non perdere l’orientamento

in contatto amorevole e orante

con te, nostro insostituibile

compagno di viaggio.

Ti rendiamo grazie,

Signore Gesù!

Commenti

  1. caro Massimo,
    il tuo post aggiunge tasselli, alla mia attuale riflessione.
    In effetti, son sempre “stata contenta” di distrarmi, dalle occupazioni che non mi interessavano; e, nel contempo, il mio atteggiamento esistenziale era “globalmente triste”.
    Molte delle mie occupazioni non avevano alcun valore per me, neppure quella di nutrirmi ed era piacevole “pensare ad altro”: Il mio massimo piacere nutrizionale consisteva “in: un libro”, un panino ed un bicchiere di vino, proprio nel suddetto ordine.
    Sapevo di sopravvivere ed ero lieta di aver trovato questo “passatempo”.
    In seguito, ho appreso che “distrarre consapevolmente la nostra mente”, può aiutare a superare il craving nell’emancipazione dalla compulsività in una dipendenza.
    Io non ho ancora imparato a vivere il Presente e neppure a meditare, con un qualche risultato apprezzabile in questo senso. La mia unica “fortuna” è stata quella di aver vissuto un’esperienza spontaneamente molto coinvolgente, che mi ha donato il gusto, dell’attenzione al presente e questo mi aiuta non poco a sopportare il peso della perseveranza nella meditazione.
    Grazie. Ciao e buon lavoro
    Rosella

  2. Carissimo, grazie, è sempre importante tornare alla concretezza dei propri stati mentali.
    Già questa consapevolezza ci concentra sul presente.

    La nostra mente EGOICA divaga, in quanto, come sappiamo, è costruita su strati di dissociazione, per cui è nella sua essenza “pensare ad altro”.
    Nel nostro stato ordinaria-mente alienato, noi pensiamo su diversi livelli e in modo contraddittorio, parliamo in un altro modo ancora, sentiamo in un terzo modo, e agiamo in un quarto o diciottesimo…

    E’ ovvio che siamo un po’ stanchi e un po’ confusi…

    Il primo passo per uscire da questo inferno è la concentrazione.
    Già solo questo passo riempie la nostra mente di gioia.

    Non dobbiamo dimenticare però che la pratica formale della meditazione e della preghiera non può fare molto, se poi la nostra vita è ricolma di oggetti, di brame, di chiacchiere mondane, e di ore disordinate.
    Una vita contemplativa va cioè di pari passo con una grande semplificazione, o “monosis”, e cioè unificazione.

    Un abbraccio. Marco

  3. Bellissimo, bellissimo post, caro Massimo ! com’è adarente al percorso di Darsi Pace!!!

    potrei dire molto ma mi distrarrei dal centro

    quindi aggiungo solo una mia personale preghiera al Padre

    Fa’
    che io stessa
    trasfigurata
    diventi vivente
    trasparente
    preghiera

    con affetto
    Filomena

  4. Ogni giorno e molte volte al giorno mi trovo a combattere con la mente che divaga, probabilmente nel mio caso per più del 50%. E’ una dura lotta, però a volte la divagazione è intenzionale, mi permette di fuggire un insopportabile presente….
    e di sdraiarmi al sole sulla spiaggia bianca della mia Isola sperduta nel blu del Pacifico….
    Ottimo intervento in definitiva caro Massimo.
    Non mi sento quasi di aggiungere nulla, se non che solo da poco ho cominciato stabilmente a seguire la mia meditazione quotidiana, pochi sgranati minuti, prima che cominci la guerra di ogni giorno.
    Ed ora non so più farne ameno. La mia preghiera trova così un tappeto di assoluto che mi guida alla Luce.
    Grazie.
    Un grande abbraccio.
    Marco F.

  5. Enrico Macioci dice:

    Questo della divagazione mentale è un problema di cui soffro tantissimo; infatti è rarissimo che io riesca a concentrarmi su qualcosa – e la mia allergia alla meditazione sarebbe dunque più causa che sintomo; o viceversa?
    Senz’altro l’esercizio fisico che arriva fino alla stanchezza aiuta a svuotare la mente, ma mi rendo conto che non è “sano” doversi sfinire per rifiatare mentalmente; quasi che corpo e intelletto non siano armonici ma disgiunti e speculari, e in un certo senso “nemici”.
    Un tale eccesso di intellettualismo, di cerebralismo è anche uno dei drammi della nostra società, in cui si alternano il cicaleccio della cronaca o l’accumulo delle nozioni e delle specializzazioni. Forse non a caso i poeti scarseggiano: i poeti in fondo sono dei prodigi di sintesi, e la sintesi richiede ascolto e concentrazione; è vero dunque che i poeti sono estremamente umili!
    In effetti la lettura della poesia mi aiuta a ottenere uno stato di concentrazione che la lettura della narrativa non comporta; durante un romanzo ho più tempo per divagare, invece una poesia forte mi incalza e mi riempie.
    Chissà che non sia utile riprendere l’abitudine d’imparare a memoria e recitare ad alta voce le poesie che ci fanno palpitare, emozionare, commuovere.

  6. Fabrizio F. dice:

    Grazie, Massimo per questo ricco ricco contributo.

    Se posso dire, a me sembra piuttosto illusorio credere che questo processo non sia irreversibile. Mi spiego, credo – e questo è testimoniato da molti studi in circolazione – che quello in atto sia un profondo e rapido, rapidissimo mutamento antropologico, suscitato dalle stesse innovazioni tecnologiche che l’uomo ha escogitato nel corso degli ultimi due decenni.

    L’introduzione del telefono cellulare in primis – che riguarda ormai la totalità della popolazione occidentale, anche coloro che recalcitranti all’inizio hanno resistito, oggi possiedono uno o due apparecchi telefonici mobili – internet, le tv interattive, l’i-pod, i-pad, computers sempre più piccoli e portatili, ecc. stanno rapidamente cambiando non solo il nostro modo di comunicare, ma di ESSERE. Chiunque si rende conto che girare con un telefono in tasca (acceso, perché quasi nessuno lo tiene spento) cambia radicalmente il nostro modo di incontrare gli amici, di stare in famiglia, di parlare, di scrivere (sms), ecc…

    Dunque, questo processo mondiale – che dall’Occidente si va estendendo a tutto il pianeta – non potrà essere semplicemente FERMATO.

    Noi ci stiamo GIA’ trasformando – volenti o nolenti – in esseri diversi. Il nostro cervello sta GIA’ subendo mutazioni, per adattarsi a questi rapidissimi cambiamenti. E come si sa il cosiddetto ‘cervello multitasking’, cioè un cervello continuamente e potenzialmente sottoposto a distrazioni, è GIA’ realtà: parliamo poi di noi, che abbiamo cinquant’anni. Ma le giovani e giovanissime generazioni, i cosiddetti ‘nativi digitali’, nascono e crescono già con un cervello molto più ‘adattabile’ e ‘potenzialmente’ (ma anche realmente) distratto del nostro.

    Quindi, posto che questo processo non potrà fermarsi o tornare indietro, perché è la stessa storia umana che ci dice il contrario, dovremo tutti fare i conti con questa ‘distrazione’, che diventerà – ed è già diventata – una condizione esistenziale.

    Si tratta, come sempre, di gestire questi profondissimi cambiamenti, con consapevolezza e responsabilità.

    Io da tempo mi vado convincendo che oggi la vera saggezza sia quella di saper e poter passare da stati di ‘cervello multitasking’ (ovvero di mente occupata a più livelli e contemporaneamente) a stati di ‘concentrazione’ (in questo senso preghiera e meditazione rappresentano ovviamente il meglio) nei quali ritrovare il centro del proprio Sè che rischia altrimenti di perdersi del tutto in miriadi di false identità.

    F.

  7. Carissimo Enrico, effettivamente lo Yoga, ad esempio, e specialmente alcune scuole, come quella di Iyengar, tendono ad affaticare molto il corpo, affinché i processi mentali si incomincino ad acquietare.

    Può essere una via, almeno per le fasi iniziali e/o in certi giorni più difficili, anche noi, come sai, utilizziamo a volte piccoli esercizi fisici…

    Che la parola poetica, poi, una certa parola poetica, ti aiuti nella concentrazione significa che tu hai una predisposizione a certi stati contemplativi; ma è come se tutta un’altra parte del tuo corpo psichico fosse ancora bloccata entro stati molto più scissi e immaturi.

    Il nostro lavoro può aiutarti ad integrare queste parti entro un’apertura poetico-spirituale della tua mente un po’ più integra.

    Da questi stati più integrati possiamo poi entrare anche nella velocità del tempo presente senza farcene distruggere, altrimenti questo “cervello multitasking”, caro Fabrizio, temo sia solo un altro nome per le forme schizoidi che stanno proliferando (si parla di 40 milioni di persone con gravi disturbi mentali solo negli USA…).

    In altri termini la proliferazione mentale frammentata è purtroppo preminentemente un sintomo del Corpo Morto che sta implodendo nella propria follia, di cui parli nella tua poesia dell’altro post.
    Diversa è la traiettoria che noi stessi, nei nostri Gruppi, stiamo tentando, e cioè quella del mistico-tecnico: una persona cioè profonda-mente impegnata nella propria unificazione interiore, che, proprio per questa sua forza interiore, è in grado di utilizzare le tecniche, senza diventarne lo zimbello.

    Il processo in atto non può essere fermato, ma non è detto che non porti semplicemente alla distruzione di un certo tipo di sviluppo complessivamente insostenibile.

    Dobbiamo operare in altri termini un severo discernimento dentro e fuori di noi, e non abbandonarci ad una necessità tecno-mercantile, data per ineluttabile.

    Ad esempio io credo che l’uso del cellulare verrà prima o poi modificato e ridimensionato, anche per motivi sanitari ancora ben occultati. Come sai, Fabrizio, io non sono affatto contro le tecniche, che ho sempre usato con una certa disinvoltura; eppure tuttora non posseggo un cellulare, in quanto “sento” che non è necessario, e che disturba sottilmente ma violentemente il mio stato di presenza e la mia sensibilità corporea….

    Voglio dire che il discernimento lo possiamo fare solo se procede la nostra liberazione dalle tante distorsioni/compensazioni/immagini etc., che ci asserviscono di fatto a questo mondo e alla sua follia.

    Insomma: cercate il Regno, e cioè l’Unità e la Pace interiori, e il resto troverà il suo giusto ordine: nel tuo linguaggio: il cervello multitasking va sottoordinato e non solo accostato agli stati spirituali più integri e illuminati; nel linguaggio di Gesù: non si possono servire due padroni….

    Marco

  8. Caro Guzzi,
    ho delle risonanze circa le parole che tu rivolgi ad Enrico e vado a ruota libera.
    Proseguendo le riflessioni iniziate nel blog del corso telematico e facendo seguito al mio intervento precedente.Ho sempre intuito che la parte meditativa proposta da te fosse “essenziale”; anche se decisamente, per me, la più ostica del tuo lavoro.
    E’ come se “per pura grazia” avessi vissuto l’unificazione contemplativa di tipo interiore/poetico… “forse”… .
    Così da riconoscere, sempre riferendomi alla meditazione: “E’ come se dentro me qualcosa si opponesse veramente a questa “fiduciosa sequela”. A questa REALE FATICA; e tirasse da ogni parte per dire: ma scusa PERCHE’ PROPRIO COSI’? ”
    Oggi mi si affaccia un pezzettino di risposta, perchè L’INCARNAZIONE E’ IL REGNO di Dio, che viene (avviene) così in Cielo come in terra; ed a questo siamo chiamati.
    Grazie Marco, ho ancora qualcosa che mi bolle in pentola circa la parola “volontà” (che io come sai non pronuncio praticamente mai). Ma : ” la volontà è l’energia del desiderio?”. Checosa s’intende per “volontà?”
    Per ora ciao e buona giornata a tutti.
    Rosella

  9. Grazie, caro Massimo, perchè ci ricordi il nostro lavoro più importante, che consiste nell’apprendere il grande insegnamento: “Fai quello che fai!”. Fallo con tutto te stesso! E apriti all’emozione tonda, senza rivoli, senza sbafature! Paola

  10. Carissimi
    grazie a tutti per le vostre stimolanti risposte. Personalmente, malgrado sia abbastanza costante nella pratica meditativa, sento l’interferenza del computer come l’intrusione maggiore della mia vita. Dovessi confessarmi, direi il mio peccato principale.
    Lavoro con internet, dunque, è spesso difficile operare il discernimento tra la visita a un sito utile o deviante. Come è difficile, sul posto di lavoro, sottrarsi alla chiacchiera con i colleghi: a volte è pura perdita del proprio centro, altre necessaria condivisione del presente. Ma anche qui, difficile distinguere.
    Quello che colpisce è il paradosso ostinato della mente: pur ricevendo ogni giorno la conferma di quanto meglio stia grazie alla meditazione, c’è sempre un’altra parte pronta a svalutare – inconsciamente – il buono che questa pausa di concentrazione porta.
    E’ la nostra buona battaglia, la sfida più sottile per la generazione del multitasking.
    Un abbraccio caro a tutti.
    M

  11. Grazie Massimo , di questo bellissimo e necessarissimo post, anche adesso che ti sto rispondendo squilla il telefono e mi distrae.
    Voglio la pace ,senza cervello multitasking con tutto il mio cuore e con tutto il mio corpo .Se penso agli eventi che piu’ mi hanno turbato negli utlimi anni ,alla chiacchera che mi imquina in fondo è sempre arrivata dal cellulare!!!!IL ricordo piu’ bello di quest’estate è stata un gita in barca con tutta la mia numerosa e nevrotica famiglia !!Eravamo in una cala bellissima dove non prendeva il cellulare ,sarà stato il mare bello ,il sole sicuramente ,ma credo che tutto si sia disteso proprio per l’assenza di distrazioni ,ci siamo potuti dedicare ai nostri rapporti in maniera piu’ dilatata e profonda .Un abbraccio caro a tutti .
    l’attenzione e la presenza mi necessitano piu’ dell ‘acqua e del cibo per vivere una vita degna .

  12. Francesca dice:

    Caro Massimo, per quello che mi riguarda hai proprio messo il dito nella piaga. E che dolore! La distrazione è la malattia autoimmune della mia anima, il vero peccato mortale (mi porta alla morte ogni volta),una compulsione alla quale riesco a opporre solo rarissimi granellini di resistenza.
    A parte il televisore che non ho più da un anno e un cellulare che tengo quasi sempre spento, le difficoltà di cui avete parlato mi appartengono tutte: l’interferenza del computer, l’eccesso d’intellettuallismo, la difficoltà di operare discernimento fra interruzioni utili e interruzioni-trappola (in particolare le richieste di aiuto). E so quanto mi fa male tutto questo: il meccanismo non è diverso da quello dell’eroina.
    Ma che cos’è che ci spinge, mi chiedo, a non fare ciò che pure abbiamo talvolta sperimentato come bene, pace, vita? Per quale ragione non fuggiamo a gambe levate da quello che ci uccide, ci inasprisce, ci deprime e ci toglie la pace?
    Alcune volte mi è riuscito ma non so ancora com’è accaduto, non riesco a ricordare un percorso, è stata pura grazia e non sono capace di rifare il cammino.
    “La vita piena di oggetti brame chiacchiere e ore disordinate”; Quante ore disordinate!!! Mi manca il coraggio di semplificare: ci provo ma è una lotta contro una “legione” di voci e così una montagna di sforzo partorisce sempre un topolino.
    “tenersi uniti a Dio lungo tutta l’esistenza”: ci penso spesso alla sua vicinanza nelle cose che faccio, ma ci credo? A volte sento anche la gioia e la bellezzadi istanti e il cuore ringrazia senza mediazione. Ma è come se questo non bastasse a controbilanciare il dolore e la paura della vita.
    Se ci credesssi davvero allora sarei “abbandonata realmente alla vita” e invece solo la parola “abbandono” mi riempie di una tristezza grande come un’onda che travolge; mi fa sentire freddo, mi parla di solitudine irrimediabile, di disperazione e di morte;
    e mi accorgo di essere ancora terribilmente, disperatamente abbarbicata a me stessa.
    Forse la strada per riuscire davvero ad abbandonarmi alla vita in pienezza e costanza passa attraverso l’esperienza dell’altro significato di “abbandono”, quello del “bimbo svezzato in braccio a sua madre” di cui parla il salmo. Ma come tutte le esperienze autentiche, anche questa non si può provocare, può solo accadere. Per grazia.
    Non resta che aspettare?

  13. Fabrizio F. dice:

    Caro Marco,

    grazie per il tuo intervento, che ho meditato parecchio. Non v’è dubbio che il tuo appello finale a cercare l’Unità e la Pace interiori mettano un punto ad ogni discorso.

    La mia chiosa finale non intendeva però mettere le due diverse ‘modalità’ sullo stesso piano, cioè affiancarle qualitativamente. Parlavo semplicemente di saper possedere la duttilità (è una capacità tipicamente umana) di passare dall’uno all’altro stato, perché ci sono momenti nei quali la vita contemporanea richiede necessariamente la capacità di fare più cose insieme, di inter-agire, e non è detto che questo a priori sia un male.

    Poi però bisognerebbe tutti possedere l’equilibrio necessario per discernere ciò che è necessario da ciò che è inutile, e soprattutto quale è la nostra “Voce vera.”

    “In ogni uomo sonnecchia un’infinità di cose,” scriveva Canetti, “ma non è lecito svegliarle senza una ragione. E’ terribile, infatti: tutto l’uomo risuona di echi e altri echi, e mai un’eco si trasforma in una voce vera.”

    F.

  14. Carissima Francesca, molte volte noi drammatizziamo una situazione in fondo semplice.

    Le nostre distrazioni, le nostre infedeltà, il volere una cosa e farne un’altra, etc., tutto ciò sorge da precise cause interiori. Non è nulla di casuale, né di così drammatico. Sorge solo dalle nostre concezioni errate, dai nostri malintesi, immagini compensatorie, immagini di perfezione, difese, strategie di rimozione o fuga, autoinganni, etc.

    Su tutto ciò dobbiamo semplice-mente LAVORARE!
    E’ finito il tempo dell’intellettualismo e della stessa filosofia.
    Oggi resta valido solo il lavoro trasformativo, il lavoro iniziatico: riconoscere ogni giorno i modi e le forme del nostro fuggire a noi stessi e alla verità.
    Con umiltà e perseveranza.
    Senza esenzioni e senza rinvii.

    Il cammino c’è, eccome se c’é!
    Solo che va percorso: bisogna studiarsi con cura, con passione, e misericordia. Bisogna smetterla di autoingannarsi, di fare le vittime, di far finta di essere sani, di vivere come se…, e così via.
    Bisogna saper rinunciare, perdere, a volte morire.

    Allora, carissimo Fabrizio, la voce vera si fa sentire tra i tanti echi interiori, eccome se si fa sentire, anche se Canetti non la conosce…
    Ma Gesù ci ha detto che le sue pecore riconoscono la sua voce, e tante volte io ho riconosciuto la Voce che mi salva, senza incertezza alcuna.

    Un abbraccio. Marco

  15. Sull’importanza della preghiera, e sul suo significato non egoico, riporto il messaggio che ci ha scritto don Carlo Molari, prete di grandissimo valore, sul nostro profilo facebook (per chi non si è ancora iscritto il link è qui accanto):

    “Cosa fare? Mi provo a dire le cose in maniera leggermente diversa.
    Non possiamo uscire per il momento dalla condizione di lenta agonia in cui ci troviamo. Non possiamo far finta di essere altrove, di aver già oltrepassato il confine. Il segreto dell’approdo alla nuova sponda della storia sta nel modo con cui attraversiamo del guado. Come quindi attraversare la fase di sconforto e di incertezza che ci sembra troncare le forze? Risponderei: alimentando e diffondendo la fiducia in Dio, mettendo in circolo la dinamica della preghiera. Ricordando che la preghiera non serve per sollecitare Dio a fare qualcosa che non sta facendo per noi, bensì ad allargare la nostra capacità di accoglienza di quella forza vitale che ci avvolge e ci attraversa, ma che noi accogliamo con molte resistenze e con atavica pigrizia. Pregando, noi cambiamo e diventiamo ambiti di novità. Quando in molti preghiamo in sintonia e in comunione allarghiamo in modo esponenziale gli spazi nei quali l’energia creatrice può irrompere in forme inattese. Territori inesplorati si aprono al cammino dello spirito. Da soli, con le capacità intellettive e operative che fino ad ora abbiamo sviluppato non siamo in grado di andare oltre. La potenza del desiderio che fiorisce in preghiera può diventare la scintilla di un incendio purificatore”.

  16. Grazie Masimo,
    ti sono riconoscente
    ciao Rosella

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