LAMPI – L’ora tremenda del natale

Carissime amiche e carissimi amici,

in questo clima un po’ melenso, frenetico, falso, angosciante, e rumoroso che avvolge come sempre i giorni prima del Natale, dimentichiamo che questo evento accade nel momento più buio dell’anno e della notte, quando la natura sembra morta, le foglie marciscono per terra, i rami si anneriscono ghiacciati, e una coltre di gelo paralizza le radici e spesso stritola i cuori.

Le sdolcinature cristiane degli ultimi secoli hanno aperto le strade ai Natale-panettoni, dove la bontà fa rima con pubblicità, e significa zamponi, porchette, e porcherie varie.

No. Il Natale, la nascita di ciò che è per davvero nuovo e forse può salvarci, lo possiamo attendere solo se in un certo senso siamo disperati, ridotti alla nostra pura nudità dolente, alla nostra fragilità umana, alla nostra impotenza.
Solo se in un certo senso tutte le nostre speranze e le nostre presunzioni soltanto umane sono state vanificate, e ci ritroviamo così, annientati, dinanzi al mistero della morte e del non senso assoluto di tutte le cose, solo allora qualcos’altro può forse sbucare dalle macerie dei nostri castelli di sabbia.

Ecco perché il Natale di Gesù non lo riconobbe quasi nessuno: non certo i buontemponi di Gerusalemme o di Roma, impicciati nei loro intrighi politici, accecati dalle loro brame di potere e di possesso, e rincitrulliti nei loro banchetti; né i sacerdoti di Israele, troppo occupati a scartabellare le Sacre Scritture per accorgersi che il Messia nasceva proprio in quel momento, rovesciando tutte le loro illusioni di conoscenza, e tutte le loro millenarie ipocrisie.

Solo i pastori avvertirono il soffio angelico della Novità, e i Magi, gli astrologi, coloro cioè che sapevano stare all’aperto, e sapevano ancora comprendere i disegni stellari nel Cielo.

La Nascita di una vera novità è cioè un evento estremo, che si offre soltanto a quanto di estremo c’è in noi, alla nostra follia, alla nostra ebbrezza, alla nostra mente visionaria, alla nostra sofferenza che non trova più alcun sollievo o ragione, al nostro bisogno straziante di salvezza, di pienezza, di eternità, di pace.
Il resto è bestemmia, è bigiotteria.

Il Natale insomma è una buona notizia soltanto per i morti di fame, per i pazzi, per i perduti, per le afflitte e le abbandonate, per gli emarginati e gli esclusi, i poveracci, i tapini, i santi, e gli illuminati di tutti i tempi.
Ma è una pessima notizia per tutto ciò che in noi è soddisfatto di sé, per tutti i nostri sepolcri imbiancati, che sia di biacca cristianeggiante o di vernice mondana cambia poco. Per tutto ciò il Natale è semplicemente l’annuncio di una prossima e ineluttabile distruzione: il Re ormai è nato, Ulisse è tornato, e dunque i proci-usurpatori hanno il destino segnato, le ore contate, ognuno riceverà in base a ciò che avrà creato, otterrà gli effetti di ciò in cui avrà creduto e per cui avrà vissuto, fino all’ultimo spicciolo.

Il Natale è infatti l’inizio di un Giudizio finale, non ce lo scordiamo.
Senza questo elemento, senza questa attesa di un Giudizio definitivo, senza questa speranza che alla fine la verità trionferà e la menzogna precipiterà nelle sue tenebre, il Natale diventa una festa per collaborazionisti, la festa di Erode e di Caifa, di Pilato e di Giuda, non certo il compleanno di Gesù, il quale, parlando di sé come della pietra scartata dai costruttori e divenuta pietra angolare, ha detto: “Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà”. (Luca 20,18)

No. La nostra speranza è certa:
Tutto ciò che non impara adesso a nascere, ad essere Nascente col Nascente, verrà distrutto dal fuoco stesso della vita, dalla potenza travolgente di un dono, che, rifiutato, si trasforma in una terribile sberla controvento:
l’Onda della Pentecoste è insomma uno Tsunami per questo mondo di menzogna.
Anche se ancora non vogliamo capirlo, nonostante l’evidenza apocalittica quotidiana, anche se ancora non vogliamo stare col Nascente, preferendo la nostra rovina alla dolce via della costante conversione e del ritorno.

Ma i tempi della negazione, i tempi dell’uomo che non celebra affatto il Natale, ma il Mortale, e cioè la propria morte e il trionfo finale del nulla, sembrano esaurirsi in un gorgo accelerato che si avvolge in se stesso ormai alla velocità della luce.

Ecco perché forse la Nascita dell’Uomo-Dio, sottratto per sempre al dominio della morte, può raggiungere in modo nuovo proprio noi, abitanti della più estrema notte occidentale, noi che siamo i più ottenebrati, i più disperati, i più dispersi, i più vili, i più sbalorditi, a condizione però che riusciamo a fare di questa nostra disperazione non più un movente per ulteriori alienazioni o isolamenti, ma un luogo di pura attesa, di pura preghiera, di abbandono incondizionato.

Allora, finalmente nudi e poveri, e quindi veri, senza più maschere oscene o difese grossolane, potremo sperimentare che per davvero il solstizio d’inverno è l’inizio della crescita della luce del Sole, e che la nostra più cupa disperazione può divenire il luogo del rigoglio del Dio che viene, se solo ci concediamo di crederlo.

Il sito delle Ed. Paoline ha inserito un breve Audio in cui riassumo un po’ queste idee e che vorrei inviarvi come augurio di una Nascita Eterna dentro l’inverno dei nostri giorni mortali:

http://mediacenter.paoline.it/Autori-Autori-Paoline-Il-Natale-che-ci-può-salvare_73_36_469.aspx

Ho poi pensato di inserire come Nuova Visione nel mio sito www.marcoguzzi.it un’ampia riflessione sulla condizione “apocalittica” che accomuna sia i paesi ricchi che quelli poveri, e cioè sul fatto che tutti stiamo in realtà morendo di fame, anche se alcuni muoiono di fame di pane e altri di fame di parole.
Questo testo, come sempre, potete diffoCarissime amiche e carissimi amici,

in questo clima un po’ melenso, frenetico, falso, angosciante, e rumoroso che avvolge come sempre i giorni prima del Natale, dimentichiamo che questo evento accade nel momento più buio dell’anno e della notte, quando la natura sembra morta, le foglie marciscono per terra, i rami si anneriscono ghiacciati, e una coltre di gelo paralizza le radici e spesso stritola i cuori.

Le sdolcinature cristiane degli ultimi secoli hanno aperto le strade ai Natale-panettoni, dove la bontà fa rima con pubblicità, e significa zamponi, porchette, e porcherie varie.

No. Il Natale, la nascita di ciò che è per davvero nuovo e forse può salvarci, lo possiamo attendere solo se in un certo senso siamo disperati, ridotti alla nostra pura nudità dolente, alla nostra fragilità umana, alla nostra impotenza.
Solo se in un certo senso tutte le nostre speranze e le nostre presunzioni soltanto umane sono state vanificate, e ci ritroviamo così, annientati, dinanzi al mistero della morte e del non senso assoluto di tutte le cose, solo allora qualcos’altro può forse sbucare dalle macerie dei nostri castelli di sabbia.

Ecco perché il Natale di Gesù non lo riconobbe quasi nessuno: non certo i buontemponi di Gerusalemme o di Roma, impicciati nei loro intrighi politici, accecati dalle loro brame di potere e di possesso, e rincitrulliti nei loro banchetti; né i sacerdoti di Israele, troppo occupati a scartabellare le Sacre Scritture per accorgersi che il Messia nasceva proprio in quel momento, rovesciando tutte le loro illusioni di conoscenza, e tutte le loro millenarie ipocrisie.

Solo i pastori avvertirono il soffio angelico della Novità, e i Magi, gli astrologi, coloro cioè che sapevano stare all’aperto, e sapevano ancora comprendere i disegni stellari nel Cielo.

La Nascita di una vera novità è cioè un evento estremo, che si offre soltanto a quanto di estremo c’è in noi, alla nostra follia, alla nostra ebbrezza, alla nostra mente visionaria, alla nostra sofferenza che non trova più alcun sollievo o ragione, al nostro bisogno straziante di salvezza, di pienezza, di eternità, di pace.
Il resto è bestemmia, è bigiotteria.

Il Natale insomma è una buona notizia soltanto per i morti di fame, per i pazzi, per i perduti, per le afflitte e le abbandonate, per gli emarginati e gli esclusi, i poveracci, i tapini, i santi, e gli illuminati di tutti i tempi.
Ma è una pessima notizia per tutto ciò che in noi è soddisfatto di sé, per tutti i nostri sepolcri imbiancati, che sia di biacca cristianeggiante o di vernice mondana cambia poco. Per tutto ciò il Natale è semplicemente l’annuncio di una prossima e ineluttabile distruzione: il Re ormai è nato, Ulisse è tornato, e dunque i proci-usurpatori hanno il destino segnato, le ore contate, ognuno riceverà in base a ciò che avrà creato, otterrà gli effetti di ciò in cui avrà creduto e per cui avrà vissuto, fino all’ultimo spicciolo.

Il Natale è infatti l’inizio di un Giudizio finale, non ce lo scordiamo.
Senza questo elemento, senza questa attesa di un Giudizio definitivo, senza questa speranza che alla fine la verità trionferà e la menzogna precipiterà nelle sue tenebre, il Natale diventa una festa per collaborazionisti, la festa di Erode e di Caifa, di Pilato e di Giuda, non certo il compleanno di Gesù, il quale, parlando di sé come della pietra scartata dai costruttori e divenuta pietra angolare, ha detto: “Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà”. (Luca 20,18)

No. La nostra speranza è certa:
Tutto ciò che non impara adesso a nascere, ad essere Nascente col Nascente, verrà distrutto dal fuoco stesso della vita, dalla potenza travolgente di un dono, che, rifiutato, si trasforma in una terribile sberla controvento:
l’Onda della Pentecoste è insomma uno Tsunami per questo mondo di menzogna.
Anche se ancora non vogliamo capirlo, nonostante l’evidenza apocalittica quotidiana, anche se ancora non vogliamo stare col Nascente, preferendo la nostra rovina alla dolce via della costante conversione e del ritorno.

Ma i tempi della negazione, i tempi dell’uomo che non celebra affatto il Natale, ma il Mortale, e cioè la propria morte e il trionfo finale del nulla, sembrano esaurirsi in un gorgo accelerato che si avvolge in se stesso ormai alla velocità della luce.

Ecco perché forse la Nascita dell’Uomo-Dio, sottratto per sempre al dominio della morte, può raggiungere in modo nuovo proprio noi, abitanti della più estrema notte occidentale, noi che siamo i più ottenebrati, i più disperati, i più dispersi, i più vili, i più sbalorditi, a condizione però che riusciamo a fare di questa nostra disperazione non più un movente per ulteriori alienazioni o isolamenti, ma un luogo di pura attesa, di pura preghiera, di abbandono incondizionato.

Allora, finalmente nudi e poveri, e quindi veri, senza più maschere oscene o difese grossolane, potremo sperimentare che per davvero il solstizio d’inverno è l’inizio della crescita della luce del Sole, e che la nostra più cupa disperazione può divenire il luogo del rigoglio del Dio che viene, se solo ci concediamo di crederlo.

Il sito delle Ed. Paoline ha inserito un breve Audio in cui riassumo un po’ queste idee e che vorrei inviarvi come augurio di una Nascita Eterna dentro l’inverno dei nostri giorni mortali:

http://mediacenter.paoline.it/Autori-Autori-Paoline-Il-Natale-che-ci-può-salvare_73_36_469.aspx

Ho poi pensato di inserire come Nuova Visione nel mio sito www.marcoguzzi.it un’ampia riflessione sulla condizione “apocalittica” che accomuna sia i paesi ricchi che quelli poveri, e cioè sul fatto che tutti stiamo in realtà morendo di fame, anche se alcuni muoiono di fame di pane e altri di fame di parole.
Questo testo, come sempre, potete diffonderlo e usarlo come volete:

Mancano le parole e manca il pane
Miseria dei ricchi e strage dei poveri

Stasera, 18 dicembre, alle ore 20.45, terrò una conferenza a Passo Corese, all’interno del ciclo “Itinerari di pace”, organizzati dalla Comunità Mariana – Oasi della pace, sul tema:

La relazione, l’amore, gli affetti
Nel vortice della trasformazione

Nei prossimi mesi parteciperò anche ad altri due incontri, il 19 febbraio e il 9 aprile: per ogni informazione si può tel. a p. Luca 0765.488993.

Venerdì 21 gennaio infine, alle ore 17, terrò, insieme a Maria Luisa Spaziani, presso la Camera dei Deputati in Roma, una conferenza sul tema:

Arthur Rimbaud: Io è un Altro
La rivoluzione permanente

Vi ricordo ancora di visitare il sito dei nostri Gruppi Darsi-pace, specialmente in tutte le sezioni Audio e Video:

www.darsipace.it

e anche di iscrivervi e di diffondere la nostra pagina su Facebook:

http://www.facebook.com/darsipace?ref=ts

Grazie della vostra fraterna e costante attenzione, e tanti affettuosi auguri di essere sorpresi in questi giorni di fine anno, e che la vostra sorpresa sia travolgente, e che la Vita irrompa nei vostri cuori con tanta dolcezza da lasciarvi singhiozzanti, esterrefatti, e finalmente felici.

Marco Guzzi

Comments

  1. La mia amica Chiara mi ha inviato questa poesia, che descrive con esattezza cosa vorrebbe dire per me il Natale. Ve la giro con gli auguri che sia lo stesso per voi.

    Dono

    “Un giorno così felice.
    La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.
    Non c’erano cose sulla terra che desiderassi avere.
    Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.
    Il male accadutomi, l’avevo dimenticato
    Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
    Nessun dolore nel mio corpo.
    Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele”.

    czeslaw milosz
    berkeley

  2. Bellissima poesia, grazie Chiara e Massimo!
    Colgo l’occasione per rilanciare “La sacra rappresentazione”, poesia di Marco, letta da lui medesimo. Ciò che non nasce non ci interessa più!!!
    http://www.youtube.com/user/darsipace#p/c/108EB373C1910D69/1/7yS511nilkc

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