Come gabbiani

Ho riletto recentemente il libro di Richard Bach “Il gabbiano Jonathan Livingston”, e mi sono divertita, con serietà, a interpretarlo metaforicamente, identificando Marco Guzzi con Jonathan, lo Stormo Buonappetito con la nostra umanità quando è in preda alla propria egoica cieca e feroce medietà. 

I giovani gabbiani che vogliono imparare a volare mi sono apparsi la metafora dei gruppi Darsi Pace e Fletcher assomiglia tanto ai nostri amici formatori,  che stanno lavorando per trasmettere ciò che hanno imparato.  Gli esercizi di volo sono paragonabili ai nostri esercizi di auto-conoscimento e alla pratica di meditazione e preghiera.
Mi sembra che nel libro siano presenti molti spunti cari a Darsi Pace e molti percorsi che vale la pena intraprendere se si vuole essere veri gabbiani capaci di volare alto e veloce.
Verso la meta.
Vi propongo dunque la mia lettura, felice di condividerla con voi e di sentire se ci sono risonanze.

Ma lontano di là soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston (il nostro Marco)

Questo gabbiano vive a disagio nel proprio gruppo di gabbiani, non si accontenta di volare soltanto per procurarsi del cibo: per lui l’importante è imparare sempre nuove tecniche di volo; il volo è sinonimo di libertà. Ma questa sua imprescindibile attitudine nonché renderlo popolare ed amato per i suoi sforzi di miglioramento, gli procura inimicizie ed incomprensioni. Anche i suoi genitori non capiscono perché mai si dia tanto da fare, quando potrebbe vivere tranquillo e appagato da un sostanzioso pasto!

Ma il gabbiano Jonathan Livingston – che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo – no, non era un uccello come tanti. La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.
Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli.

Dopo svariati tentativi fallimentari per raggiungere una velocità mai raggiunta prima da un suo simile, Jonathan decide di rientrare nella norma, di diventare un gabbiano come tutti gli altri.

Mentre affondava, una voce strana e cupa risuonò dentro di lui. Ah, non c’è via di scampo. Niente da fare, sei un gabbiano. La natura ti impone certi limiti. Se tu fossi destinato a imparare tante cose sul volo, avresti un portolano nel cervello. Carte nautiche avresti, per meningi. E se tu fossi fatto per volare come il vento, avresti l’ala corta del falcone, e mangeresti topi anziché pesci. Sì sì, aveva ragione tuo padre. Lascia perdere queste stupidaggini. Torna a casa, torna presso il tuo Stormo [Buonappetito], e accontentati di quello che sei, un povero gabbiano limitato.

Non è forse questa la voce del nostro impantofolato, ingordo e pigro ego?

Il suo ripensamento però dura pochissimo e Jonathan torna a seguire la sua vera più intima ed individuale natura.
Il giuramento di poc’anzi era dimenticato, l’ebbrezza del volo l’aveva spazzato via. Eppure non si sentiva in colpa, anche se non aveva mantenuto la promessa fatta a se stesso. Promesse di quel genere impegnano soltanto quei gabbiani che s’appagano dell’ordinario tran-tran. Ma uno che aspira a una sempre maggiore perfezione [ma non perfezionismo!], non sa proprio che farsene di simili promesse.

Jonathan non vuole però tenere per sè la sua rivoluzionaria scoperta, vuole comunicarla al suo stormo.

Quando lo sapranno – pensava -, quando sapranno delle Nuove Prospettive da me aperte, impazziranno di gioia. D’ora in poi vivere qui sarà più vario e interessante. Altro che far la spola tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!

Ma si trova di fronte la dura e chiusa ostilità del suo gruppo, lo Stormo Buonappetito (siamo noi, quando ci rinchiudiamo nelle gabbie delle nostre abitudini, nella cecità delle nostre apparenti tetragone sicurezze, nella durezza del nostro ferreo ego). Tanto che è costretto ad andarsene via, in esilio.

Egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì ch’erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita d’un gabbiano. Ma, con l’animo sgombro da esse, lui, per lui, visse contento, e visse molto a lungo.

Quando raggiunge la perfezione nel volo, si accostano a lui due gabbiani dal corpo luminoso che sanno volare come lui, anche meglio.

“Veniamo dal tuo Stormo [la Nuova Umanità], Jonathan. Siamo fratelli tuoi.” Quelle parole furono pronunciate con calma e fermezza. “Siamo venuti per condurti più in alto. Per condurti a casa.”

Jonathan non è più solo. Passa in un’altra dimensione, come trasfigurato.
Le sue penne splendevano adesso d’un candore soave, le sue ali erano lievi, lisce come d’argento polito, perfette.

Nei giorni che seguirono, Jonathan si avvide che c’eran tante cose da imparare, sul volo, in quel luogo, quante cose ce n’eran state nella vita che si era lasciata alle spalle. Ma una differenza c’era. Qui, gli altri gabbiani la pensavano come lui. Per ciascuno di loro, la cosa più importante della vita era tendere alla perfezione in ciò che più importava, cioè nel volo. Erano uccelli magnifici, tutti quanti, e ogni giorno passavano ore e ore a esercitarsi nel volo [degli esercizi di auto-conoscimento, della meditazione, della preghiera], a cimentarsi in acrobazie sempre più difficili.

Qui Jonathan conosce l’anziano gabbiano Ciang, un maestro, che gli rivela la verità sul Paradiso.
“Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di miglia, e neanche vuol dire andare alla velocità della luce. Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio mio, vuol dire solo esserci, esser là.

E quando Jonathan impara a non percepire più se stesso come avente un corpo limitato, impara a trasferirsi senza muovere nemmeno una penna.

Ma anche questo non gli basta
E più Jonathan ripassava le lezioni di bontà, più meditava sulla natura dell’amore, più cresceva, in lui, la nostalgia della Terra. Poiché, nonostante la vita solitaria che gli era toccato condurre, il gabbiano Jonathan era nato per fare l’insegnante.E, per lui, mettere in pratica l’amore voleva dire rendere partecipe della verità da lui appresa, conquistata, qualche altro gabbiano che a quella stessa verità anelasse.

Jonathan torna sulla Terra e trova un gabbiano simile a lui, Fletcher Lynd, che diventa suo discepolo. E anche altri giovani gabbiani si staccano dallo stormo per imparare a volare veramente.
Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano.

E tanti tanti altri gabbiani ( i gruppi Darsi Pace che crescono ogni anno) si riuniscono curiosi intorno al piccolo gruppo che segue gli insegnamenti di Jonathan.
“Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del Grande Gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti” spiegava loro Jonathan, la sera, sulla spiaggia. “E il volo di precisione è un passo avanti verso l’espressione della nostra più vera natura. Noi dobbiamo lasciar perdere, scavalcare tutto ciò che ci limita”

“Il vostro corpo, dalla punta del becco alla coda, dall’una all’altra punta delle ali,” diceva loro Jonathan, ancora, “non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà libero.”

Fletcher impara da Jonathan anche il valore del perdono. Perdonare i gabbiani che lo hanno emarginato ritenendolo strano, diverso.
“Oh, Fletch, non è mica per questo che li ami! E’ chiaro che non ami la cattiveria e l’odio, questo no. Ma bisogna esercitarsi a discernere il vero gabbiano, a vedere la bontà che c’è in ognuno, e aiutarli a scoprirla da se stessi, in se stessi. E’ questo che io intendo per amore. E ci provi anche gusto, una volta afferrato lo spirito del gioco.”

Fletcher capisce che la sua vocazione è divenire a sua volta istruttore (formatore, cioè).
Quando capisce che il suo allievo è pronto, Jonathan lo saluta così, lasciandogli un compito che è il senso della vita di ciascuno:
“Tu non hai più bisogno di me. Devi solo seguitare a conoscere meglio te stesso, ogni giorno un pochino di più, trovare il vero gabbiano Fletcher Lynd. E’ lui, il tuo maestro. E’ lui, che tu devi capire. E’ in lui che tu devi esercitarti: a esser lui.”

Chiedo scusa per la lunghezza del post e vi ringrazio se siete arrivati fin qui

Affettuosa-mente
Filomena

Comments

  1. Enrico Macioci says:

    Filomena,
    in effetti la similitudine che fai è pertinente. Soprattutto mi sembra che Marco Guzzi abbia scontato questa sua originalità presso gli ambienti culturali italiani – non ne faccio certo una vittima, però un uomo delle sue qualità è fin troppo sconosciuto e periferico.
    Bella anche l’idea d’interpretare un libro (io non l’ho letto, debbo rimediare) accostandolo ai Gruppi, io avevo fatto lo stesso analizzando LOST; del resto i Gruppi costituiscono un’avventura assimilabile, secondo me, sia a un romanzo che a una fiction, soprattutto perchè sono intimamente creativi. Marco è la dinamo, ma poi l’energia comincia a sprizzare da ogni parte, un po’ come in quei racconti che contengono altri racconti che contengono altri racconti, tipo MILLE E UNA NOTTE, DON CHISCIOTTE eccetera.
    Al momento sto leggendo un romanzo-mondo di un grande scrittore cileno scomparso nel 2003, Roberto Bolano, intitolato I DETECTIVE SELVAGGI: si tratta d’un gruppo di uomini e donne alla ricerca d’un personaggio carismatico ma soprattutto d’una certa idea dell’arte e della vita; ebbene, ancora una volta i Gruppi mi tornano in mente.
    A presto.
    Enrico
    Enrico

  2. L’esigenza radicale di essere sè stessi, talvolta è così impellente che vien letta dagli altri come fosse “disadattamento” o “testardaggine”. Vengono attivate così una miriade di pulsioni esterne di tipo distruttivo. a partire dalle buone intenzioni di chi ti dice che la felicità su questa terra non esiste e quindi è ragionevole adattarsi per aderire al limite di realtà.
    E’ con stupore che tu ti rendi conto di come “il dono non venga accolto”, proprio perchè fa da specchio all’ombra. Prevale attorno a te la ragionevolezza dell’ombra che si camuffa di buon senso seppellendo sotto coltri di polvere e ragnatele il desiderio di vita.
    Un tempo, in questo blog leggevo “i piccoli passi” postati da Eva, in uno di essi insegnava a “spazzare la casa”, la mia soffitta odierna: disseppelliamo il nostro desiderio di vita piena. Incoraggiamoci a vicenda, poichè OGNI AMORE E’ALL’INIZIO e noi possiamo essere lieti. Fidiamoci, delle persone che passandoci accanto ci testimoniano l’incomprensibile, l’inimmaginabile, l’impossibile: LA GIOIA NEL CUORE.

  3. Cara Filomena,
    grazie per questa bella storia!
    Ad ogni illuminazione segue il processo faticoso, ma fondamentale, per incarnare, realizzare nella concretezza della materia, le verità che ci sono state rivelate.
    Fedeli alle parole del Maestro, per cui chi di noi è “il più grande” (o si ritiene tale), si faccia il servo di tutti! Si ponga al servizio del Nascente!
    Quanto a Marco, amiamo i suoi doni spirituali, ma anche il “brutto anatroccolo” che si scontra quotidianamente con i limiti e le debolezze della condizione umana.
    Per questo ci piace il carattere scabro, essenziale, dei suoi versi, che non bypassano la nostra miseria e la povertà (“Sò nato aceto! Verme di terra!”).
    Dalla raccolta “Figure dell’ira e dell’indulgenza”:
    Nelle mie prigioni
    Affronto il castigo di faccia.
    Mai di schiena.
    Consumo ginocchioni le mie scale
    Sante. Verso l’uscita. Poi m’adocchi
    E infili nel palato
    Un amo nel mio sogno
    D’alto mare. E strappi.
    “Perché il sesto grado
    Si fa urlando”.

    E ancora:

    Carponi.
    Devi stare carponi, basso.
    E penetrare.
    …………..
    Con la guancia che brucia sulla guancia
    Dell’uomo, e gli occhi pietosi
    Che stemperano il marchio d’infamia
    Che ognuno si porta sulla fronte,
    Baciarsi è luce
    Nella festa che mi fai quando ritorni
    A ritornire a forza una parola
    Sulle labbra storte del mio vaso.

    L’augurio a tutti noi di ricevere questi baci!
    (L’amico Manfredi proponeva di cambiare il nostro nome da “Darsipacisti”, o “Darsipacini”, in “Darsibacini”. Bello!)

    Paola B.

  4. “Ogni amore è all’inizio gioia nel cuore”
    Nei giorni scorsi ho vissuto un momento di marasma emotivo. (io sono facilmente travolta dall’emotività), ho praticato applicandolo il metodo proposto in “darsi pace”: mi sono raccolta in me stessa meditativamente; ho fatto un esercizio autoconoscitivo, al termine del quale stavo già meglio: avevo ricontattato la gioia nel cuore. Mi rendevo però conto che ero ancora, poco equilibrata, mi mancava qualcosa. Mi sono data tempo per fare una corposa meditazione all’interno della quale ho offerto, gioie e dolori al Signore dell Vita, nel mio disequilibrio; ponendo nel profondo una domanda “operativa”, che è stata puntualmente soddisfatta.
    La pace nel cuore, in modo equilibrato mi ha donato una linea chiara ed operativa da porre in atto ed un SORRISO lieto.
    Io penso che ai nostri giorni, proprio come IN OGNI TEMPO, difficile sia essere discepoli.
    I maestri ci sono ma noi non li ri-conosciamo, non ci lasciamo fare da loro.
    Non ascoltiamo la nostra interiorità che ci parla, nel DESIDERIO DI VITA e tacitiamo questa voce uccidendo/emarginando i profeti che ce ne ravvivano la memoria.

  5. ciao Manfredi, se tu insegni arti marziali, noi ci conosciamo… (Eupilio)
    Sai nel mio cuore anch’io passo da “darsipacini” a darsi bacini.
    Auguri per tutto ciò che desideri.
    Buona vita.
    Rosella

  6. Grazie a voi, cari e ‘coraggiosi’ amici!
    ogni vostra risposta potrebbe a sua volta essere un post, mi pare.

    Enrico, sono contenta che ti sia apparsa pertinente la mia lettura. E poi: sì, Marco non è centralissimo nella cultura italiana ma credo (sperando di non passare per snob) che questo sia motivo di grande vanto e certificazione di qualità 😉 hai ragione, Marco è la nostra dinamo e quello che lo rende credibile ai miei occhi e alla mia anima è che mai, mai, si scosta dalla Parola, dalla figura incarnata di Cristo, dall’icona di Maria. E ci guida all’incontro servendosi del suo incontro, della sua esperienza di vita di ricerca,di studio incessante, di dolore ed amore. Grazie infine per la segnalazione del libro che ti sta appassionando, non lo conoscevo. Spero di riuscire a leggerlo anch’io.
    A presto, anzi al 21 credo.

    Rosella carissima,
    delle tue parole ritaglio queste che mi hanno particolarmente colpita e commossa perchè le sento fondanti:
    “Incoraggiamoci a vicenda, poichè OGNI AMORE E’ALL’INIZIO e noi possiamo essere lieti. Fidiamoci, delle persone che passandoci accanto ci testimoniano l’incomprensibile, l’inimmaginabile, l’impossibile: LA GIOIA NEL CUORE.”
    Proprio ieri, se non sbaglio, nella bacheca di Darsi Pace su Facebook è stata postata questa frase che ritengo bellissima:
    “Il criterio per discernere l’autenticità di una vita cristiana non può essere la virtù, con tutte le sue ambiguità e i suoi inganni – era proprio questo che distingueva i farisei – ma la gioia. Una gioia che comprende, che perdona, che si dona, che non si isola da niente e da nessuno. una gioia che sa fare di ogni attimo il momento opportuno per amare, perdonare, risanare, rallegrare.” Michael David
    Che mi pare assai consonante a ciò che tu hai scritto!
    Conto di vederti presto, a Santa Marinella, con tuo marito e con Giuliana magari

    Cara Paola,
    quello che dici è per me un richiamo. Importante. A non dimenticare la mia missione nella carne a cui sono tentata di sottrarmi, a volte, per restare sul Tabor, in mezzo alle dolcezze dello Spirito. Coniugare Cielo e Terra, integrarli in armonica unità nella nostra persona ad immagine di Maria,ad immagine di Cristo. Come è dal sempre infinito nell’Elemento che è Dio.
    Tanti bacini di Pace a te e al brutto anattrocolo – cigno – gabbiano 😆

  7. luciana p. says:

    Cara Filomena, il libro che tu come insegnante ci hai descritto molto bene, anche paragonandolo ai “ns gruppi” è un libro che questa estate la Prof. di lettere aveva dato da leggere a mio figlio minore insieme anche ad altri. In libreria, vedendo che era molto piccolo mio figlio lo aveva scelto, insieme ad altri di piccole dimensioni. Come avrai capito non ama molto leggere, è troppo sintetico nei temi (ama molto di più la matematica). Non so perché il libro mi aveva incuriosito e ho chiesto a Luca di parlarmene. Lui mi ha detto semplicemente che Jonathan era un gabbiano che voleva fare quello che gli piaceva e e non solo quello che facevano tutti gli altri! Ma ora che ho letto la tua spiegazione, penso che lo leggerò. Mi hai incuriosita. Grazie! Un saluto a te e a tutti voi dei Gruppi!

  8. Cara Luciana,
    ho riletto il libro proprio perché l’avevo assegnato ai miei alunni. Si vede che è tornato di moda!
    Carinissima la sintesi che ne ha fatto il tuo Luca, deve essere un tipetto sbrigativo 🙂
    Sono contenta di averti incuriosito e, se lo leggerai, poi dimmi cosa ne pensi.

    Un saluto affettuoso
    Filomena

  9. Fabrizio F says:

    Grazie Filomena, per questa bella..cavalcata e per questa lettura guzziana di un capolavoro molto spesso sottovalutato.

    F.

  10. Grazie a te, Fabrizio, per aver ‘resistito’ fino in fondo nella lettura.

    Filomena

  11. Condivido anch’io, cara Filomena, la tua lettura attualizzata dello straordinario racconto di Bach.

    Mi hai fatto tornare indietro di almeno 35 anni!, quando lessi la prima volta la storia appassionante del gabbiano Jonathan!
    Adesso la capisco molto meglio, perché il lavoro nei gruppi darsi pace è “esperienza” di apprendimento al volo, nelle sue molteplici sfumature e situazioni, e non buona intenzione (illusione) di imparare a volare…
    Ci vuole esercizio, insegna Jonathan. Occorre una pratica quotidiana testimonia Marco.
    Sono molte e di vario genere le fatiche da affrontare per diventare capaci di volare davvero.
    Insieme ad altri si superano più facilmente le resistenze; l’ascolto delle esperienze altrui ci consola, provoca, spinge, accompagna…
    Man mano che si progredisce, si devono fare i conti con altri tipi di difficoltà, neppure ipotizzate a bassa quota. Ma si è un po’ più pronti, ci si sente un po’ più robusti per affrontare la fatica che esige l’andare un po’ più oltre…

    Man mano che si impara a volare, si assapora la gioia della libertà; si avverte anche il desiderio che altri la sperimentino. Ma come avviene per l’olio delle lampade nella parabola evangelica delle vergini sagge e stolte, non si può “condividere” con altri la capacità di volare: ciascuno deve “fare” la sua “pasqua”, sperimentare nella propria carne la fatica e la gioia di imparare (senza mai stancarsi) a volare. Ogni giorno.
    Non è proprio questo che testimonia il Maestro?
    Grazie!
    C.

  12. Caro Corrado,
    sono felice di trovarti ancora una volta consonante con me e con i miei pensieri. Bellissimo il riferimento alla parabola delle vergini. Mi ha fatto venire in mente una poesia che ho scritto qualche giorno fa. Spero ti piaccia, vi piaccia, ma soprattutto vi parli

    Olio

    come vergine
    saggia
    verso il mio olio
    sul Tuo capo
    colmo d’ebbrezza
    tra morbidi fili di luce
    ungimi gli occhi,
    serrati,
    del Tuo olio
    che, solo, transfigura
    la mia vita
    in sempiterna
    preghiera

    grazie, Corrado, della sua chiara presenza
    F

  13. ops!
    non volevo darti del lei …
    grazie, Corrado, della tua chiara presenza 🙂

  14. Sì, il tuo Olio, mi mi parla, cara Filomena.

    Mi parla dello “scambio” dei doni, della “compatibilità” oblativa che permette agli offerenti di incontrarsi.
    A un piccolo dono dal basso (il mio olio)
    risponde dall’alto un grande dono (il Tuo olio),
    l’olio dello Spirito,
    che fluisce dal Capo alle membra del mistico Corpo,
    transfigurandole tutte e ciascuna in un solo essere vivente.

    Viene prima il dono dall’alto,
    ma questo non può riversarsi e scorrere in me se non quando incontra un’apertura oblativa e perciò vena ricettiva.

    Anche l’olio parla di dono, di sacrificio, di offerta:
    non nasce in natura, ma è frutto di una serie di spremiture oblative, pasquali.

    E poi mi parlano i morbidi fili di luce,
    l’unzione degli occhi che disserra dalla cecità,
    la trasformazione della vita in preghiera vivente.
    Come una lampada a olio sempiterna-mente accesa!
    C.

  15. 🙂

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