Anime nobili

Von Stauffenberg

Di recente, il 27 gennaio, si è commemorato il Giorno della memoria, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), per non scordare mai!

E questo non è un luogo comune (mi è capitato di sentire tante frasi inutili)  no, non si deve scordare mai!

E per caso proprio giorni fa ho avuto modo di vedere il film “Operazione Valchiria” del 2008, uscito in Italia nel 2009,  con la regia di Bryan Singer ed interprete principale Tom Cruise.

Riferendomi all’idea di “rifiutare la mediocrità” che ultimamente ha ravvivato alcuni scambi sul sito, sono stata davvero colpita dalla storia vera del colonnello Conte Claus von Stauffenberg, di cui non ero a conoscenza.

Stauffenberg, prestava servizio nella Wehrmacht la forza armata tedesca, ma con animo risolutamente antinazista. Egli, con l’aiuto di alcuni fedeli collaboratori, il fratello Berthold, la segretaria Margarethe, il generale Tresckow e il Generale Beck, tutti consapevoli dei massacri commessi dall’esercito nazista sotto ordine del  Führer e prevedendo la rovina imminente della Germania, progetta un attentato ai danni di Hitler, (che venne noto alla storia con il nome di ‘Operazione Valchiria’, da cui il titolo del film), mettendo a repentaglio la propria vita e quella della sua famiglia (moglie e cinque bambini).

“E’ ora che si faccia qualcosa. Ma colui che oserà agire deve rendersi conto che entrerà probabilmente nella storia tedesca con il marchio del traditore. Se tuttavia rinuncerà ad agire, si ritroverà ad essere un traditore davanti alla propria coscienza”. (Stauffenberg, da una lettera alla moglie)

Purtroppo l’attentato fallisce e Stauffenberg viene immediatamente fucilato così come i suoi compagni, fortunatamente la famiglia era già lontano e non viene raggiunta dai nazisti.

Pare che sia proprio vero (come riporta il film), che il nobile protagonista, davanti al plotone di esecuzione, enunciò un motto della sua vecchia setta di nobili poeti: “Es lebe unser geheimes Deutschland!”, Lunga vita alla nostra Germania segreta!”

Da questo, la consapevolezza che ha commosso i miei figli: “Non erano tutti nazisti e crudeli i tedeschi!”; ma certo che no e anche Oskar Schindler ne è un esempio.

Sappiamo  tutti che in ogni vicenda storica, anche la più tragica, vi sono state anime nobili che  si sono opposte davvero al tiranno, vincendo il terrore di sacrificare la propria vita.

E’ per loro, di cui la storia poco parla, che vale la pena sperare e credere!

Gabriella

Comments

  1. Grazie, cara Gabriella.

    Il tuo post giunge a proposito. Sono reduce da una discussione tra i genitori della classe di mio figlio Matteo. In breve: la maestra, avendo avuto l’idea di far vedere ai bambini “La vita è bella” di Benigni, ha chiesto alle mamme un “sondaggio” (era proprio scritto così nella mail, i sondaggi ormai decidono proprio tutto) per stabilire se i genitori erano d’accordo.

    Le mamme si sono scritte mail reciproche dimostrandosi d’accordo quasi unanimemente sul non far vedere il film ai figli. Mi ha molto incuriosito la motivazione. “E’ un film triste”, hanno scritto.

    Mi sono permesso di intervenire, chiedendo loro se quella fosse una motivazione proprio sensata: dobbiamo cioè proteggere i nostri figli dalla tristezza ? Emendarli da questo pericoloso contagio ?

    Sì, hanno risposto risolute, anche se molte di loro non avevano neanche mai visto il film. Bastava l’argomento. I campi di concentramento ? Ma scherziamo ?

    Stante l’argomento della singola sensibilità dei bambini (sul quale non mi permetto di mettere bocca) e il fatto che comunque quel film non è affatto crudo o impressionante, per quel che ricordo, mi sono soltanto premurato di far presente che l’argomento del film stesso – e la finalità che muoveva la maestra – non deve essere così peregrino e così poco rilevante, se è vero come è vero che i muri dell’elegante quartiere nel quale questi bambini crescono – il nostro, Vigna Clara – sono pieni di svastiche sui muri e di scritte come queste: “Anna piccola bugiarda..” a fianco dei soliti “Sieg Heil”.

    Forse, mi sono chiesto, e ho chiesto loro, una educazione alla conoscenza degli orrori del passato – nella speranza di creare individui liberi e responsabili – passa anche dal rischio di provocare qualche precoce ‘trauma’ da tristezza.

    Ma sono in netta minoranza e mi sono ritirato in buon ordine.

    Però quello che tu racconti – l’epopea di Stauffenberg e il martirio di tanti altri (molti di più di quelli che noi immaginiamo) che furono fino alla fine coerenti con i loro valori (e con i principi cristiani) – è importante e non va mai dimenticato.

    A tal proposito ti segnalo anche – se non l’avete visto – questo bellissimo film uscito un po’ di tempo fa che racconta le vicende del gruppo clandestino “La Rosa Bianca.”

    Un abbraccio
    fab.

  2. Cara Gabriella, come sono strane le cose. a scuola di mio figlio non avvertono mai quando mostrano dei film ai ragazzi (medie), talvolta vedono (per l’inglese) dei film non adatti, invece ultimamente, il prof. di storia gli ha fatto vedere Jona che visse nella balena, storia molto drammatica ambientata in un campo nazista che ha impressionato molto i ragazzi. L’orrore della guerra e della discriminazione razziale e il dolore che ne consegue sono tappe evolutive della crescita dell’uomo e vanno spiegate nel giusto modo ai nostri figli, per aprire il loro cuore alla compassione e alla tolleranza.
    un saluto
    Giulia

  3. Cara Gabriella,
    ho lasciato risuonare in me il tuo post e per contestualizzarlo, ho deciso di condividere qualcosa che non ha direttamente un nesso con i fatti da te narrati. Ciò nonostante mi sento di onorare la memoria di tutte le “anime nobili” di ogni tempo, attraversando la mia terra, passando cioè dal COME FUNZIONO IO ? nei miei contesti quotidiani, quando “rifiuto la mediocrità”?

    Bene quello che ho scoperto è che IO NON SONO un’anima troppo nobile.
    Non sono disposta a morire per la verità, per vivere il mio Presente. Anzi, negli anni ho strutturato un luogo interiore disincarnato nel quale, starmene IN PACE.
    Quando la mia vita mi va stretta , convergo verso il mio mondo interiore, lo disincarno, separandomi dal contesto in cui opero e lo rendo IRREALMENTE REALE, come fosse la mia personalissima “isola che non c’è”.
    Rendermi conto di questo mi ha sorpreso. Mi ha fatto percepire esattamente, come l’ego possa fagocitare qualunque cosa, se noi non la incarniamo PER VIVERE nella verità della vita.

    Effettuando uno dei primi esercizi autoconoscitivi nel persorso di “darsi pace”,(i rapporti con la madre ed il Padre) ho accennato alle mie vie di fuga e Marco mi ha risposto, facendomi riflettere sul fatto che esse probabilmente non mi avevano portato alla felicità.
    Sono più di due settimane che ci giro attorno perchè continuamente penso ( pensavo) : ” eppure io quando sto da un’altra parte sto benissimo”… .

    Anche nella pratica meditativa fallisco sempre.
    Non mi riesce mai di disidentificarmi “dall’oggetto del mio desiderio”,che è sempre quello: “il luogo interiore della mia trasformazione”.
    Mi piace volare alto: disincarnarmi appunto.
    Non mi riesce proprio di fare il vuoto, di silenziare, SPEGNERE QUESTO OGGETTO di per sè buono; non sono capace di rinunciarvi, di lasciarlo andare offrendolo ad “un Altro” perchè possa manifestarsi ed operare realmente nei miei giorni, una pace sulla (mia) NOSTRA terra.
    “Cascasse il mondo, io mi sposto un po’ più in là”.

    Il mio automatismo di fuga si colloca proprio NEL LUOGO DELLA MIA TRASFORMAZIONE, all’interno del mio stesso “cuore della mente”; io posso usarlo egoicamente, allontanarmi e di molto dalla “nobiltà della mia anima” che ancora è lungi dal desiderare di aderire alla propria miserrima realtà quotidiana.

    Bene, questo è quanto!
    Ciao a tutti e buona giornata
    Rosella

  4. Domenico Parlavecchio says:

    Grazie Fabrizio per questo spunto perchè frequentare la scuola è veramente “toccare” l’acqua che bolle in pentola. E non puoi far altro che interrogarti sull’umanità che ci circonda, su quella che nasce e domandarti a che punto sei.

    Mi fa riflettere anche l’atteggiamento materno (dalla richiesta della maestra e dalla risposta delle mamme) rispetto a quello paterno (quella tua che tenta di dialogare e del professore che coinvolge senza chiedere nulla). L’assenza di figure paterne nell’educazione dei figli (nostri e degli altri) è un segno del nostro tempo… Quale nuova umanità senza padre?

    Cara Rosella, leggendo il tuo intervento mi viene da dirti che non sempre è possibile conoscere come sarà il frutto seminato. A dire che a volte scopriamo la nostra integrità in momenti che neanche immaginiamo. Il giudizio che diamo su noi stessi a volte è troppo pesante. Dovremmo volerci forse un pò più di bene.
    Un abbraccio

  5. Caro Domenico,
    ho letto il commento di MariaPia sul post di Antonio, prima di accingermi a “rincuorarti” (?) e penso che lei in poche righe, abbia condensato il succo di quanto io mi accingo a tentare, forse perchè abita in un presente così denso di tutto, da venirne quasi sospinta per non esserne sopraffatta.
    Io tento di utilizzare, talvolta il lunguaggio guzziano ma mi è come necessario prima metabolizzarlo, condividerlo nel senso di farne una esperienza riconosciuta da me.
    Quando Marco parla di oscillazioni del nostro stato dell’io, io cerco di riconoscerle a partire dalle emozioni, e Lui spesso precisa: siamo così “in parte”, solo in parte.
    La mia percezione quando mi guardo “dentro” per riflettere su qualcosa, è che l’esito della riflessione non dipenda solo dal mio stato d’animo, diciamo; ma anche da quale immagine, quale punto interiore vado indagando.
    Intendo dire questo: quello che ho postato ieri nel blog di Antonio e quello che ho postato oggi in questo di Gabriella, nascono dallo stesso stato emotivo (sto sostanzialmente bene e in pace), ma indagano punti differenti della mia anima.
    Per ora io comprendo questo.
    Comunque sto riflettendo anche sulla paternità e sulla maternità, lasciamo che accada.
    ciao
    Rosella

  6. luciana p. says:

    Grazie Gabriella di aver scritto questo post, mi sembra come il Vangelo, lo leggiamo ma non riusciamo mai a capirlo o metterlo in pratica, almeno un pò. In questi giorni in un cui si parla dell’unità d’Italia e ci vede “per niente uniti” riparlare di un dramma affinché non succeda più mi sembra che ci stia proprio bene. Inoltre concludi con la “speranza” anche se in pochi, si pùò fare qualcosa di buono! Mi meraviglio dei genitori della classe del figlio di Fabrizio che non hanno capito, secondo me, la bellezza e la “speranza” di quel film, nonostante le crudeltà del mondo, quel padre ha fatto “ridere” il figlio, gli ha fatto credere che il mondo non era così brutto e, cosa che poi spesso nella realtà non avviene, si conclude positivamente, quel padre muore ma salva il figlio! Cosa c’è di così spaventoso per i bambini? Ma sono bambini che non guardano la televisione? Ci vogliono far credere che non sentono i telegiornali? C’é più violenza nella realtà che in quel film che a me sembra un capolavoro. Non per niente ha vinto anche diversi Oscar! Ce ne fossero di altri bei film “tristi” come quello! Un caro saluto.

  7. Gabriella says:

    Carissimi, stanchissima per le ultime giornate trascorse vorrei rispondervi con più animo, ma non credo che riuscirò nell’intento.
    Comunque, per ciò che riguarda l’apprensione di certi genitori (tra cui includo la sottoscritta) che cercano di ritardare ai figli la presa di coscienza delle tragedie della vita, non mi sento tanto di giudicare. Questo perché mi sono spesso trovata a cambiare canale se la visione di ciò che la tele trasmetteva poteva essere troppo cruenta, ricordo in particolare le persone che si lanciavano dalle tori gemelle in fiamme, ma anche questa è la vita!
    Certo i bambini prima o poi devono diventare consapevoli del fatto che non sono tutti come mamma e papà, che nella vita c’è gente che uccide e violenta bambini, che tortura gli animali o che ama profondamente gli animali ma al contempo compie un genocidio di massa! Si certo è necessario ma credo che debba essere comunque un processo graduale!
    In questo contesto, naturalmente, “La vita è bella” è sicuramente un esempio di visione che può dare un’idea di ciò che parliamo senza però traumatizzare i piccoli. In fondo, come dice giustamente Luciana, i nostri bambini sono abituati a vedere già tanta violenza ovunque!

    Ritengo, però, che sia soprattutto nell’età dell’adolescenza il periodo in cui un genitore deve sensibilizzare il proprio figlio riguardo questi orrori, offrendo film o testi che ne narrino i fatti.
    Di recente, in occasione di alcuni viaggi di famiglia, abbiamo portato i figli a vedere il campo di Dachau, a visitare la casa di Anna Frank (come possono resistere due famiglie nascoste, senza far rumore, in un ambiente così piccolo senza mai uscire?!) e di Etty Hillesum.

    Cara Rosella è assolutamente un bene che la tua reazione al mio post (ma ti succede anche agli altri) sia un naturale lavoro su te stessa; è quello che ci ha sempre consigliato Marco G., cioè utilizzare i nostri interventi per il lavoro interiore che stiamo faticosamente portando avanti in questi anni.
    Il lavoro può quindi scaturire anche da una semplice domanda: “Sono io un animo nobile”?
    Già chiedersi questo è un passo avanti, sicuramente ne siamo lontani, ma lasciarsi affascinare e commuovere da figure del passato che hanno dato esempi di nobiltà, forse ci avvicina un po’ a loro.
    Sai cosa mi ha colpito in particolare nella storia da me narrata? L’atteggiamento della moglie di Stauffenberg, Nina, che ha sostenuto sempre il marito nel suo intento, pur consapevole delle possibili gravi conseguenze.
    Quando tu dici ” eppure io quando sto da un’altra parte sto benissimo”… ., sai questo è ciò di cui stiamo cercando di liberarci…l’illusione di stare bene quando siamo in gabbia. Molti tedeschi vivevano in una gabbia dorata e ci stavano bene perché non rischiavano la vita; ma era pur sempre una gabbia!!!

    Un abbraccio ed un ringraziamento a tutti Gabriella

  8. Giungo al fotofinish per ringraziare Gabriella di questo bellissimo post.
    Ci hai dato un occasione in più per riflettere, anche sul coraggio di portare avanti le idee nelle quali ognuno crede, fino al limite del sacrificio della propria vita. In tempi bui come questi bisogna volgere lo sguardo, e sopratutto non dimenticare!
    La Vita E’ Bella è stato un gran film ispirato da un soggetto ugualmente molto bello. Credo che sia un valido strumento per parlare anche ai bambini di atrocità umane. é un film con una poesia e una atmosfera unici e degli attori straordinari. Ogni tanto dovrebbero rivederlo in molti…
    Poi per i più interessati consiglio il libro di Hannah Arendt : La Banalità Del Male. Un vero ed unico saggio su una delle più grandi tragedie della razza umana.
    Una buona giornata a tutti.
    Marco F.

  9. Cara Gabriella,
    hai colto ancora una volta, nel segno, agisco proprio come dici tu: mi servo del blog per lavorare su me stessa.
    In effetti ora mi sembra di vivere un doppione visto che frequento”il telematico” .

    Anche circa questa mia “ultima condivisione” hai centrato il punto critico, mentre descrivi l’atteggiamento della moglie.
    Di fatto ciò che in me corrompe “il luogo del mio benessere” è il “non lasciarlo andare” INCARNANDOLO, come invece ha saputo FARE la moglie del colonnello von Stauffenberg, che ha sostenuto la determinazione del “padre dei propri figli nonchè marito” nel compiere quel gesto umano, che solo può ridonare all’uomo IL SUO VERO VOLTO.

    Quando scrivo “caschi il mondo io mi sposto un po’ più in là” inconsapevolmente metto nero su bianco proprio il mio problema (che ora, ancora una volta mi si ri-vela)
    .
    Circa l’argomento “stretto” del post, personalmente sia il film La vita è Bella (l’ ho trovato estremamente poetico) che Shinderlist (…mi è parso ancor più “corposo”), ho avuto la forza di andare a vederli solo in seguito alle continue insistenze dai miei tre figli…

    Ciao.
    Un abbraccio e buona giornata a tutti.
    Roselle.

  10. … i miei figli, poco più e poco meno che adolescenti li avevano gia visti, e ne parlavano con me come se io mi privassi di qualcosa di “significativo” e non se ne facevano una ragione, non si capacitavano che io…

  11. Gabriella ,questo tuo post è bellissimo ,la storia di von Stauffenberg mi è molto cara,perchè l’anno scorso è stata inserita da Marianna nella sua tesina di Maturità, che prendeva il titolo da un ‘opera di Don Milani “l’obbedienza non è piu’ una virtu’ ,e questo mi ricorda anche il nostro cammino.
    Von Stauffenberg era un militare educato e cresciuto ai valori dell’obbedienza eppure quando si entra in contatto profondo con l’io in relazione ,tutto quello che ci aveva caratterizzato viene rivoluzionato ,anche fino al sacrificio della Vita.Mi commuove pernsare alle trasformazioni che l’energia di Cristo opera sulle nostre maschere.
    Pensa quanto doveva essere potente la maschera di un nobile militare tedesco in quegli anni eppure ,quel gruppo ha tentato un impresa straordinaria .
    Penso a Bonhoeffer e mi commuovo sempre .Credo e sento che il piu’ grande potere rivoluzionario è nel contatto profondo con l’io in relazione e la cosa bella che mentre spesso(per la mia natura mascherata un po’ di pecora) la parola rivoluzione mi spaventa ,nello stadio di Io in relazione assume una dimensione di grande pace e necessità al tempo stesso .Il lavoro nei gruppi e il quotidiano smascheramento delle mie difese egoiche in certi giorni mi sembra una battaglia durissima ,ma necessaria e liberatrice.Un abbraccio infinito a tutti

  12. Fabrizio Falconi says:

    ++TGCOM 12/05/2011 FLASH ORE 11,58+++

    Bimbi rom morti, scritte offensive
    Roma, sui muri anche le svastiche
    Scritte offensive contro i quattro bimbi rom morti nel rogo della loro baracca sono apparse a Roma. “Rom -4” e “Rom Raus” (che tedesco vuol dire “rom fuori”) le frasi disegnate su un muro nella zona di Bravetta, nella Capitale, con una bomboletta spray. Accanto anche alcune svastiche.

    http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo503035.shtml

  13. Gabriella says:

    Dobbiamo convivere anche con questo, purtroppo!

    Grazie ancora a tutti Gabry

  14. desidero spiegare perchè. IO NON SOPPORTO L’ORRORE…

    Perchè mi sono formata (nel 1944) nell’utero di una donna che nel 1943 aveva perso a 41 anni la sua prima figlia (terzogenita) nata al settimo mese di gravidanza.
    Sono venuta alla luce nel primissimo dopoguerra. ed ho sopportato, per tutta la vita l’angoscia di mia madre: di perdermi, l’angoscia che anch’io potessi morire; ed a malapena sono sopravvissuta.

    Ora, se questo è il danno “comune” che la guerra ha arrecato a me, per il solo fatto di essere parte del popolo italiano e non “in quanto ebrea”: proprio non oso guardare, nè vedere.
    Non mi riesce di sopportare l’orrore del male che viene compiuto.
    Non lo rimuovo per dimenticare, ma è come se ne fossi così intessuta in ogni fibra, da questo orrore doloroso, de non riuscire proprio a liberarmente.
    Così non mi riesce di pacificarmi come se niente fosse dall’orrore delle foibe, o dall’orrore di quella bambina undicenne abusata su di un marciapiede di Napoli, da quattro minorenni e soccorsa dai passanti, o da queste svastiche poste a lapide del rogo di quattro innocenti.
    A me non riesce.
    Non mi riesce neppure di condividere questa sorta di grida allo scandalo, di quanto vien fatto o viene omesso.
    Io lo vivo ancora tuitto nel mio corpo questo subbuglio e non mi riesce facilmente di derimerne la trama: il mio è un GRIDO MUTO che non trova ancora le parole per dirlo… .
    ciao

  15. Gabriella says:

    Anch’io vivo questi orrori nella carne e perciò li evito ma al contempo ne urlo a gran voce l’assurdità. In particolare non sopporto l’idea che dei bambini sono stati strappati alle loro madri (povere madri!) e inviati alla camera a gas o che si sia abusato delle adolescenti nei lager. Proprio tutto questo mi fa stare male, sto male anche al pensiero delle gemelline o di Yara di cui non si sa più nulla! Perchè mi devo torturare così? Boh! Forse non ci resta che la preghiera Rosella, un abbraccio.

  16. Carissime, il mondo è tessuto di orrori, anche.
    Ci sono momenti della storia particolarmente densi di orrore: i lager, lo sterminio degli Armeni, i massacri stalinisti, i probabili 65 milioni di morti causati da Mao, il genocidio cambogiano, quello in Rwanda, le pulizie etniche nell’ex Iugoslavia, e così via.

    Ricordare tutto questo può essere utile, se non serve a colpire qualcun’altro, ad esarcerbare ulteriormente gli animi, o peggio ad accrescere la nostra disperazione.

    Purtroppo molto spesso la memoria degli orrori viene utilizzata solo come manganello storico a fini politici, e così si perpetua quella forma egoico-bellica di umanità, che noi nei nostri Gruppi sappiamo essere ormai del tutto consumata, e morta.

    E allora? come convivere con l’orrore che anche adesso viene perpetrato? come vivere cioè in questo mondo, tuttora dominato dalla violenza e dalla ingiustizia?

    Gesù ce lo ha mostrato e ce lo ha insegnato: l’unica vera lotta contro il male è la testimonianza del Regno: continuare ad amare, a sperare, e a credere, anche se le tenebre dell’inferno sembrano vincere su tutto e su tutti.

    Ecco perché abbiamo creato i Gruppi Darsi pace, in quanto questo tipo di lavoro spirituale ci sembra l’unica risposta politica e spirituale adeguata al momento terminale che stiamo attraversando.

    L’antidoto alla disperazione è il lavoro interiore che si sa fare testimonianza di un Totalmente Altro, rispetto ad ogni violenza.

    Ristoriamoci dunque rileggendo spesso queste parole straordinarie di Etty Hillesum, uno dei numi tutelari dei nostri Gruppi. Parole scritte in una delle fasi più terribili della persecuzione razziale in Olanda:

    “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare, e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. (…) Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà trovata da ognuno in se stesso.”

    Un abbraccio. Marco

  17. Grazie Marco,
    quello che hai scritto mi aiuta ad avanzare un po’, nel derimere la mia trama; confusa tra giusto e sbagliato, sciogliendola un poco anche nella sua acidità dall’Amore.
    Ti ringrazio ancora, per le citazioni che fai di Etty… che io conosco solo tramite i vostri contributi: quelli di Paola, Fabrizio, Massimo e di tutti coloro che puntualmente la ricordano nel blog.
    Sì! anche questo di “film” non ho ancora trovato il mio “luogo interiore” in cui visionarlo… .
    Ritengo che la reale difficoltà di comunicazione tra gli uomini, prima ancora che dovuta ad una mancanza di una cultura unificante, di una parola condivisa, sia dovuta ai differenti luoghi o stadi di maturazione, in cui noi stessi ci troviamo a vivere, più o meno consapevolmente.
    Penso che il tema lanciato da Domenico sull’ “essere Genitore” sia una cosa “molto seria”, anche se io la rilancerei, complicandola, così:
    “Come essere genitore se siamo tutti fratelli?”
    Sembra un paradosso ma da un certo punto di vista anche la presunzione che una visione della realtà sia più evoluta di un’altra pone culturalmente lo stesso quesito nell’integrazione sociale; soprattutto oggi che siamo in presenza di un popolo ancora purtroppo, ammassato nello stesso carrozzone multietnico apparentemente, in balia del fato.
    Penso che la questione del luogo in cui il nostro cuore riposa, sia determinante per comunicare; al di là delle parole, che pure è necessario saper riconoscere nell’agire, adattandole allo scopo.
    Buona Domenica a tutti
    Rosella

  18. Gabriella says:

    Grande e sempre meravigliosa Etty, non devo perdere l’abitudine di leggere le sue parole. Grazie Marco

  19. Fabrizio F. says:

    Secondo me, Marco, non è che “può essere utile”. Secondo me, a mio modesto parere, ricordare questi orrori (e il più efficiente e grande numericamente, di questi orrori, che fu la macchina di sterminio nazista, finalizzata a cancellare, non da una nazione soltanto, ma dalla faccia dell’intero pianeta, una razza) è doveroso. Cioè dovrebbe essere fatto sempre.

    Sono del parere che se la storia non si conosce e non si tramanda, essa tende a ripetere le proprie trame, magari in diversa scala e potenza.

    Conoscerla vuol dire scoprirla dentro il proprio cuore, attaverso le proprie ombre, ma anche attraverso ciò che è accaduto ai nostri padri e ai nostri nonni. Soltanto così le nuove generazioni potranno, io credo, distinguerne il minaccioso profilo dentro se stessi e dentro la comunità dei viventi che abitano, insieme ai loro contemporanei.

    F.

  20. Io credo che dimenticare o ignorare sia molto,
    ma molto pericoloso.
    Perciò non solo mi adopero per non dimenticare, ma anche per non far dimenticare i miei figli.
    Ricordare è un dovere, sempre.
    Un caro saluto a tutti.
    Marco F.

  21. Carissimo, come ogni cosa anche la memoria risulta positiva o dannosa a seconda dei frutti che produce.
    Se il ricordo del male ci aiuta a superarlo, ad emendarcene, a scoprire la dolcezza del perdono e della liberazione interiore, e cioè a migliorare noi stessi e la nostra società, esso è certamente buono.
    Se il ricordo serve a mantenere o ad acuire il nostro risentimento, la nostra voglia di vendetta, la nostra amarezza, il nostro bisogno di puntare sempre il dito contro gli altri, e quindi a peggiorare noi stessi e la nostra convivenza, allora anche il ricordo diventa nocivo, e la dimenticanza può giovare.
    In fondo tutta la nostra esistenza si gioca non solo sulla benedizione del ricordo, ma anche sulla benedizione dell’oblìo…e alla fine pare che tutte le nostre colpe non saranno più nemmeno ricordate, come ci promette la Scrittura.
    Ciao. Marco

  22. Sono d’accordo.
    Penso che migliorare noi stessi e la nostra società tenendo ben presente il ricordo del male, della sua genesi e della sua fine, per evitare che si possa ripetere, sia l’opera che ci attende.
    Il risentimento, la vendetta o le amarezze non portano a nulla di meglio.
    Le parole di Etty Hillesum risuonano ogni giorno dentro di me e orientano il mio percorso.
    Marco F.

  23. Fabrizio Falconi says:

    Caro Marco,
    il ricordo, per me, non è nè risentimento nè vendetta. E soprattutto non è mai, in questo caso, proiettato al passato.

    Il ricordo, questo ricordo, è importante solo in prospettiva futura. E cioè come conoscenza. Solo dalla conoscenza, mi sembra, sorge la possibilità di evitare la ripetizione degli stessi errori/orrori.

    Che sono un male non immaginario o potenziale ma reale visto quel che succede oggi, 2011, dove ci sono in giro per la vecchia europa bande di nazi che danno la caccia ai turchi nei quartieri di Dresda o inneggiano alla morte di quattro bambini rom, come è successo due giorni fa a Roma.

    Se mio figlio a 18 anni andrà in giro a disegnare svastiche sui muri o a sostenere l’inferiorità degli ebrei o dei rom, sarà il completo, totale fallimento della mia esperienza di padre, e anche della mia esperienza umana su questa terra.

    Fab.

  24. Caro Fabrizio,
    sei un uomo retto. Che la luce del Suo volto illumini noi ed i nostri figli nel cammino della Vita.
    Se mai qualcosa di simile alla tua ipotesi, dovesse capitare a me od a te, siine certo: “trattasi della prova di Dio fatta ad Abramo”; per saggiare la nostra di fede e mostrarci il vero volto dell’Amore.
    Un abbraccio
    Rosella

  25. Comunque…..c’è da dire una cosa su Stauffenberg, l’obbiettivo della resistenza tedesca non era la fine della guerra una volta ucciso hitler e le SS. L’NSDAP sarebbe rimasto comunque,e la guerra sarebbe stata conclusa SOLO con gli Alleati occidentali,mentre a Est la Germania avrebbe continuato la sua guerra contro l’Unione Sovietica.

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