Quei divorziati che hanno ritrovato l’amore, per la Chiesa peggio degli assassini

Sono i peccatori mortali senza speranza e senza appello. Quelli a cui sarà negata per sempre la comunione. Quelli che non potranno mai essere assolti da nessuno. Quelli a cui qualche prete ha negato persino i funerali religiosi. O il battesimo per i loro figli. Chi sono queste figure spregevoli che la Chiesa inchioda a una condanna più severa di quella riservata agli assassini, ai mafiosi o ai pedofili? Sono i cattolici divorziati che hanno deciso di ricostruire la loro vita con un nuovo amore.

È una massa silenziosa, nascosta, difficile da quantificare. Di sicuro in continua crescita: negli ultimi quindici anni, secondo l’Istat, le separazioni sono raddoppiate. E ogni tre matrimoni si registra un divorzio. In molti, malgrado la precedente cerimonia in Chiesa, passano alla nuova unione senza grossi problemi: non andavano a messa prima, non vanno dopo. Il problema è per gli altri: quelli che in Dio ci credono sul serio. Se uno crede che Cristo è la salvezza, se uno crede che prendere la comunione sia parte essenziale del proprio cammino di salvezza, c’è poco da fare: deve starsene in disparte.
Già, dopo anni di emarginazione dichiarata, il massimo che questo esercito di reietti ha ottenuto è un posto in fondo alla chiesa, un invito a tavola senza il diritto di mangiare, condito con una paternalistica preghiera a unirsi nello spirito con il resto dell’assemblea. È questo lo spirito di misericordia che il Signore chiede a un cristiano?
Basta fare un giro tra i blog dei divorziati risposati che vogliono sentirsi ancora parte della Chiesa: è un misto di rabbia, di sconforto, di sofferenza. Donne e uomini di fede solida, con percorsi spirituali seri, che hanno lottato per salvare il proprio matrimonio e non ce l’hanno fatta. O che, peggio, hanno subito il tradimento, l’abbandono del coniuge. Hanno sofferto per anni e adesso, finalmente, con un’altra persona riescono a vedere la luce. Per loro è la speranza di rinascere. Per la Chiesa, invece, la condanna al fuoco eterno. Fossero stati degli assassini, il loro pentimento li avrebbe salvati. Ma il non aver nulla da pentirsi verso un nuovo amore li condanna per sempre.


Eppure continuano a credere. Non vogliono smettere. E vivono la fede così, smarriti, senza identità. Sono degli apolidi. A disagio con chi dice loro di fregarsene dei preti, e non ce la fanno perché vogliono restare nella Chiesa, non si discute. A disagio con chi consiglia di passare per la Sacra Rota e, forzando con menzogne ai limiti del grottesco, strappare una sentenza di nullità del vecchio matrimonio, cosa che escludono per un senso di decenza.

Ma a disagio anche di fronte allo sguardo imbarazzato della propria comunità parrocchiale, che comunque li giudica, e li giudica male se provano ad avvicinarsi all’ostia. Si sentono lacerati tra la disciplina del clero, che non li perdona e li invita a tornare a un matrimonio che non esiste più, e la libertà della propria coscienza, che urla che è giusto il nuovo progetto di vita, magari benedetto dall’arrivo di figli.
Su loro la chiusura della Chiesa è totale. Tanti divorziati chiedono spiegazioni, nel confessionale, nei colloqui che strappano con il sacerdote che gli sembra un po’ illuminato. Ma la reazione al perché di tanta severità è spesso arcigna. O infastidita. O carica di ipocrisia. Ogni tanto si sente di un sacerdote che, di nascosto, dà l’assoluzione, a patto che non si sappia troppo in giro. Qualcun altro che consiglia di andarla a prendere altrove, la comunione, t’assolvo basta che non ti vedano quelli della tua parrocchia.

Piccole ipocrisie, e insieme piccole boccate di ossigeno. Il più delle volte, però, è l’emarginazione, il sospetto, il fastidio per aver creato un problema.
Eppure non è detto che debba per forza andare così. Non ovunque va così. La lettura del testo del Vangelo altrove viene interpretata. Con l’amorevolezza e la comprensione fraterna. Gli ortodossi, per esempio, accettano la possibilità di un secondo matrimonio, sia pure benedetto secondo una formula meno ufficiale del primo. Margot Kaessman, la prima donna a capo della chiesa protestante tedesca, era una divorziata con quattro figli. Non solo.

Questa settimana, un piccolo scoop del profilo su facebook di Darsi Pace è stata l’anticipazione (poi ripresa dai quotidiani italiani) di un documento di 144 teologi tedeschi che chiedono al papa un rinnovamento radicale della Chiesa. E oltre all’abolizione del celibato, all’introduzione del sacerdozio femminile e a un maggior rispetto per gli omosessuali, propongono proprio che i divorziati risposati vengano ammessi alla comunione.
Solo da noi non è così. Ma la domanda resta come un grido: perché chi sta faticosamente ricostruendo il proprio cammino di coppia deve essere trattato peggio di un assassino?

M.C.

Comments

  1. EMY HARRISON says:

    E’ UN CONCETTO CHE PUO’ STARMI BENE SE VALESSE LA STESSA COSA ANCHE PER UNO CHE SI RIFA’ UNA VITA DOPO AVER LASCIATO UNA COMPAGNA O UNA FIDANZATA, SE IL PRINCIPIO FOSSE QUELLO CHE SI DEVE RIMANERE FEDELI A VITA AL “PRIMO AMORE” ALLORA SI, ALTRIMENTI E’ UNA IPOCRISIA TUTTA FORMA E ZERO SOSTANZA. ALLORA, SECONDO LORO, SE UNO/A PASSA PER 10.000 LETTI MA IL MATRIMONIO LO CELEBRA UNA VOLTA SOLA, ALLORA E’ APPOSTO CON DIO E CON GLI UOMINI?

  2. E’ una bugia..perchè la Chiesa non condanna al “fuoco eterno” i divorziati, ma solo non possono prendere la comunione
    (vedi lettere di Ratzinger)

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