Farina

Nel 1999 ho toccato il fondo della mia depressione.
Già da qualche anno si erano manifestati in me segni di un forte disagio interiore, ma non ero in grado di comprenderli. Anzi, a pensarci bene, segni di sofferenza mi pare di averli avuti da sempre. Più o meno evidenti.

Era tutto sempre più confuso e spaventoso.

Non per caso le mie difficoltà, la mia resistenza a vivere serenamente nella libertà del Signore, si è molto accentuata con la nascita di Michele, mio figlio. Avvertivo insieme la grandezza di questo immenso dono di Dio, dono di cui mi sentivo indegna, e la mia incapacità di corrispondervi appieno.
Più mi davo da fare per essere una brava madre, più ero certa di fallire.
Ora capisco che ero preda inconsapevole di un devastante delirio di onnipotenza e di deleterio perfezionismo. Ero dis-integrata. Ridotta in mille pezzi. Più mi agitavo per trovare un rimedio più mi sentivo stringere. Come incaprettata.

Posso dire adesso, avendo intrapreso da due anni e mezzo il cammino dei corsi Darsi Pace, che quella piccola bambina ferita che avevo tenuto per anni e anni compressa, schiacciata dal senso del dovere e dalla smania di controllo delle emozioni, non ce la faceva davvero più.

Come poteva prendersi cura del suo bambino se nessuno si era curato mai di lei?

La piccola esprimeva il suo dolore attraverso l’anima e il corpo.
Dopo la fase del pianto a dirotto (ma quando si piange direi che, tutto sommato, non si sta ancora abbastanza male) sono passata attraverso la fobia delle malattie.
E quando veniva accertato che non avevo un cancro all’intestino, allora il cancro mi si spostava nel cervello. O negli occhi. O nelle ossa.
Già vedevo il mio funerale.

A questo punto di sprofondamento non ci sono più lacrime. Gli occhi sono asciutti. Prevale un senso di impotente sterilità.

Il punto estremo è stata la mia paura di cadere.
Cadere fisicamente.
In casa camminavo rasente i muri.
Il pavimento ondeggiava sotto i miei piedi.
Tutto era vertigine ed instabilità.

Infine non sono più uscita di casa, ho smesso per un paio di mesi di insegnare, e trovavo qualche sollievo stando bocconi sul pavimento perché, pensavo, “ da lì non posso cadere.”

Un giorno (ero già un po’ migliorata: dal pavimento mi ero trasferita, eroica-mente, sul divano, sempre ancorata con le braccia ai cuscini) mi si è presentata davanti agli occhi, chiusi ma svegli, un’immagine, insistente e chiarissima.
Posso vederla ancora.

Una macina, enorme, pesante, girava girava, e produceva farina: abbondante, bianca, soffice. Scendeva giù come una cascata.
Non finiva più questo lavoro: grave, lento e fruttuoso. E la farina cresceva a dismisura. Fioriva.

Era quello che stava accadendo a me.
Tutto quel dolore doveva avere un senso.

Dopo aver incontrato vari neurologi e/o psichiatri (un paio dei quali, con tutto il rispetto per la difficile professione di medico, mi pareva stessero poco meglio di me), con l’aiuto di qualche farmaco, in dose veramente minima, dell’affetto dei miei e di un percorso di psicoterapia e psicoanalisi durato sette anni, sono uscita dall’abisso.

Ma anche questo non è bastato.
Il dolore, il male di vivere, meno disperato ed intenso, perdurava ed emergeva ancora.

Poi ho incontrato i gruppi Darsi Pace.
Le parole di Marco Guzzi, fin dalla prima volta, mi hanno vinta, convinta ed avvinta: qui continua il mio percorso verso una sempre più consapevole liberazione dalle mie strettoie, attraverso la progressiva comprensione dei miei meccanismi psicologici e soprattutto attraverso il medicamento che mi offre, quotidianamente,  il più grande sollievo mai provato: la meditazione e la preghiera.

Come scrive Padre Pio  “Mediante lo studio dei libri si cerca Dio, con la meditazione lo si trova”.

Ogni giorno in cammino verso l’integrità di mente cuore anima che, sola, mi dona la pace. Ogni giorno a ritrovare il mio centro.
Non mancano le prove, le sofferenze, gli inciampi e le cadute: ma ora so qual è la meta.

Da quella visione della macina e della farina ho tratto questa breve poesia che voglio dedicare ai miei amici di cammino, a chi vorrà leggerla e condividerla nel suo cuore.

Come grano

tra mole roventi
ci sgrana
l’amore divino
ci tritura
ci affina,
con mani solenni di Padre
distese
dalle cime celesti
nel vento fecondo ci sparge,
nutriente farina

Nell’augurio di essere tutti luce, lievito, sale e farina, nutrimento per il mondo
lasciandoci sgranare da Dio come chicchi di grano, come grani del Suo Santo Rosario

Filomena

Commenti

  1. Cara Filomena,
    grazie per la tua storia S’OFFERTA.

    Le tue parole mi riportano quelle di Marco nell’ultima lezione a Roma sul mistero della croce.

    SULLA CROCE CRISTO CI SALVA PERCHE’ CI RIVELA DIO.

    SOLO NELLO SPIRITO DI CRISTO, NEL SUO SPAZIO AMOROSO, POSSIAMO CAPIRE IL NESSO TRA MORTE E AMORE.

    Nel laboratorio di Darsi Pace sto imparando a RI-CONOSCERE la mia sofferenza, quella della bambina ferita e della donna libera di essere se stessa, a lasciare ogni giorno un pò di più la presa, a intensificare la preghiera perchè il chicco di grano si lasci NUOVA-MENTE lavorare e la sofferenza si faccia dono.

    Ti abbraccio e spero di vederti a Santa Marinella.

    Giuliana

  2. A proposito di pane:

    DORATURA

    Mi ci vogliono ore per svegliarmi.
    Anni per nascere.
    La schiena spezzata.
    La testa liquidata.
    Come una società in fallimento.

    E mi rimpastano la vita
    Con mani pesanti
    Nelle formelle
    Del panificio.

    Il fuoco a quel punto non fa male:
    Dora,
    Perché la storia
    Finisce in bellezza.

    Un abbraccio. Marco

  3. Fabrizio Falconi dice:

    Grazie, Filomena per questo tuo racconto toccante. Dalla sofferenza – anzi, mi sembrerebbe di poter dire, SOLO dalla sofferenza – si generano i frutti migliori della nostra vita, il riavvicinamento al nostro ‘Sè’ che è l’unico modo in cui possiamo vivere la nostra vita sensatamente, e donare agli altri, che è l’unico valore per cui valga davvero la pena vivere.

    F.

  4. Cara Filomena,
    sono veramente commossa per questa tua condivisione, che mi fa cogliere ancora una volta (se necessario) come sia quasi ineluttabile toccare la nostra totale impotenza, per addivenire ad un cambiamento REALE.
    Cambiamento che comunque non avviene senza gli altri, esseri umani come noi, che ci fanno.
    Che ci sostengono con il loro amore nelle nostre fragilità.
    Proprio qui su questa nostra terra: “se un altro non ti fa tu non sei fatto”.
    E l’Altro può chiamarsi psicoterapeuta, marito od amico.
    Ciò che conta è che: solo INSIEME si perviene all’ essenziale.
    Non so se “dormendoci su” abbia prevalso il tuo post o la lezione del telematico ma ho prodotto questo che condivido in entrambi i luoghi.
    Un abbraccio con tutto il cuore
    Rosella
    “Questa mattina Gianni ed io abbiamo meditato seguendo lo schema iniziale di questa lezione ed io desidero condividere su questo aspetto.
    Seguire con semplicità le indicazioni date da Marco circa il meditare per me è sempre risultato essere la cosa più difficoltosa. Avevo la percezione (non astratta) di dover fare un sacco di giri inutili, per giungere dove già mi trovavo: nello spazio della gioia e del benessere.
    Ho incontrato Marco ed il lavoro da lui proposto, nel Novembre 2008 mentre la mia (ri)conversione era già in atto. Il mio cambiamento, risale all’Ottobre 2007ed è stato repentino e totalizzante.
    La mia difficoltà costante è mettere radici: “costruire il regno sulla terra”, per così dire: incarnare.
    Scendere dal monte, rientrare nella asa al mio quotidiano lavoro, per compierlo in un nuovo modo che non conosco che io: ancor non so.
    La Vita ha posto sulla mia strada Marco che io seguo cercando di apprendere un linguaggio condiviso, che mi consenta di comunicare, ma soprattutto cerco di non arrendermi alla tentazione di possedere trattenendo solo per me, ciò che mi pare di aver veramente immeritatamente ricevuto.
    Come dicevo, imparare a meditare per me è faticoso, una verà novità, come quella di decidere di seguire/obbedire a qualcuno.
    All’inizio di Gennaio, dopo la questione dell’osservatore, in cui ho iniziato a percepire un mio “io personale” una piccola scintilla di volontà agibile (proprio mia), dentro me si è sbloccato qualcosa che mi ha consentito di vedere un più ampio spazio interiore… non esattamente ancora di goderne.
    Nel senso che, cercando di ascoltare le emozioni (e quest’ultima meditazione mi è particolarmente adatta) ho finalmente ricontattato tutte le sensazioni corporee che avevo somatizzato nella vita, (prima della ri-conversione del mio io?). Tutte le prigioni che il mio corpo somatizza come chiusura.
    Nell’ultimo mese non sono quasi mai riuscita a portare a termine alcuna meditazione poichè “ho paura della mia paura”. Proprio come quando sai che ti verrà una crisi d’emicrania o ti manca il fiato perchè tra un po’ il groppo alla gola ti soffocherà e ti scegli di scatto e di soprassalto rizzandoti a sedere nel letto massaggiandoti la gola per poter ancora respirare. Quante notti… .
    Bene, ritengo tutto questo un grande vantaggio ed un passo avanti.
    Mi pare che entrare direttamente nel luogo della mia gioia, non mi consenta di vedere altre parti della mia anima più bisognode di essere “cullate con amore” e guarite nel dare loro la mano per incoraggiarle ad attraversare un fiume che conosco già, come conosco già anche l’altra sponda di una terra di pace.”

  5. luciana p. dice:

    Cara Filomena, quanto hai sofferto! Ma ti ringrazio di averci fatti partecipi della tua sofferenza, sicuramente tuo figlio crescerà in modo equilibrato perché tu ti sei messa in discussione come madre, ti sei fatta aiutare in tutte le tue fragilità. Mi dispiace dirlo ma voi uomini ” questo” non lo sapete fare! Noi donne siamo capaci di metterci a nudo e rimettere in discussione tutto, se qualcosa non va. Voi siete molto più restii a farlo! Forse in Marco Guzzi prevale la parte “femminile” che cerca di farci tirare fuori dai gruppi. Io certezze ne ho poche, ma vedendo quello che succede nel mondo, mi accorgo sempre di più che ci sia bisogno di noi, della nostra parte “materna”. Quasi in tutte le guerre ci sono poche donne che partecipano e le Nazioni più evolute hanno a capo una donna!Anche Dio stesso per far nascere Gesù ha scelto una donna e ” che donna” col suo faccino d’angelo schiaccia sotto i piedi il “serpente”! E’ lei a spingere il figlio a fare il primo miracolo, aveva capito che era quello il momento, neanche Gesù stesso se ne era accorto! Un abbraccio!

  6. Domenico Parlavecchio dice:

    Cara Filomena faccio il tifo per te.
    Voglio ricordarmi di te!

    Raccontare un periodo così buio e doloroso con tanta tenerezza e ironia, dal quale esce fuori dirompente un “nuovo” desiderio di vivere, ha del miracoloso.

    Quello che mi colpisce è la richiesta di aiuto, una ricerca di “parole che fanno bene”.

    DOve tutto tace, con il tempo, impariamo ad ascoltarle.

    Un caro abbracio

  7. Paola Balestreri dice:

    Cara Filomena, anche io faccio il tifo per te!
    Concordo anche con le parole di Luciana sull’importanza di un cuore materno che accolga e curi l’umanità lacerata di questo pianeta in febbrile dinamismo.
    Sintonizzarsi con il Cuore di Maria vuol dire traslocare dallo stato del nostro io disperato e solo e, attraverso il processo di conversione, entrare in un ascolto profondo che ci solleva nello stato di una relazione d’amore. Dove la morte, come scrive il poeta Dylan Thomas, “non avrà più dominio”.

  8. Cara Filomena,
    posso solo dirti comprendo il dolore che hai sofferto e la speranza che riesci a seguire nella luce del cammino intrapreso.
    La depressione è forse la malattia più brutta, ammesso che abbia un senso una simile graduatoria.
    Mia madre se ne ammalò in oscuro periodo della sua vita e quello che mi frustrava di più era la constatazione, nonostante l’amore immenso che le portassi, di non poter fare nulla per farla stare meglio.
    Riuscì da sola, con le sue uniche possenti forze, a venirne fuori.
    Comprendo, Filomena, e ti auguro di continuare a crescere nel cammino che hai così splendidamente iniziato.
    Con affetto.
    Marco F.

  9. Filomena Bernocco dice:

    Grazie, veramente grazie a tutti delle vostre risposte!

    Giuliana, anch’io spero di vederti a Santa Marinella anche perchè non ho la buona memoria che possiedi tu e non ricordo più il tuo volto, quindi voglio fissarmelo bene in mente stavolta 🙂 e comunque seguo nelle parole di Marco e Paola il tuo andirivieni tra Nord e Centro per seguire i corsi. Ammirevole davvero!

    Marco, grazie della tua poesia che, come le altre, mi commuove
    anche nella tua poesia c’è il peso, grave, che trasforma in altro ciò che già da sempre è in noi ed aspetta di essere lavorato, formato, dorato! bella questa doratura! del resto chi segue i tuoi corsi sa quanto sia fragrante e sempre fresco il pane che doni. E la cosa per me più bella è che la tua poesia (come anche ogni discorso che ti ho sentito fare)finisce nella speranza, nella certezza del bene. Grazie

    Sì, caro Fabrizio, anche a me pare così, che per raggiungere la propria identità più vera, si debba prima attraversare la dis-integrazione del dolore. Come se l’esperienza della sofferenza ci rendesse più capaci, più ampi, pronti ad accogliere maggiormente. Quindi a dare ciò che riceviamo. E questo non ha nulla a che fare con il compiacimento del dolore: nessuno ne gode, ma penso che bisogna ricavarne il meglio, per sè e per gli altri. Un abbraccio 🙂

    Che poi credo sia quello che sostieni anche tu, carissima Rosella; e metti bene in evidenza come, senza l’aiuto degli altri non possiamo nemmeno sapere chi siamo. Molto bella la tua condivisione che rivela il tuo ‘essere in itinere’. Grazie 🙂

    Grazie, cara Luciana per le tue parole appassionate sulla forza di noi donne, in tutti gli ambiti della nostra vita. E grazie per le tue parole di comprensione: è stata dura, ma il fatto di poterne parlare direi che è un buon risultato.

    Caro Domenico, bella la tua analisi!
    Sì, mi piace ascoltare parole che fanno bene, che danno speranza. Proprio come quelle di Marco, che non sono soltanto parole che consolano (lo sappiamo bene che pure lui è ‘na bella macina 😉 ) ma anche parole che spronano e incitano, che danno forza, che guidano verso il bene.

    Grazie, cara Paola, per la tua vicinanza e testimonianza quotidiana nei gruppi. E grazie per quanto hai qui ricordato: con Maria possiamo vincere la morte e la disperazione, come lei ha fatto facendosi vaso d’amore per Cristo.

    Caro MarcoF., sì, la depressione è una malattia tremenda, non è localizzata in un organo preciso, ma coinvolge tutto l’essere; non si sente più il gusto per nulla, si è come tagliati fuori dal mondo e ci si domanda come fanno gli altri a vivere normalmente e disinvoltamente. E tanto altro…
    Mi dispiace molto che anche tua madre abbia dovuto patire questo stato, ma sono certa che tutto l’amore che tu le hai portato e le porti, non le è stato indifferente; l’ha sicuramente aiutata ad uscirne.
    Grazie per l’affetto, ricambiato

    Alla prossima,
    Filomena

  10. Raccolgo con animo aperto il messaggio eucaristica-mente propostoci, carissima Filomena, nei versi “come grano”.

    I nostri Magnificat si mescolino a quello di Maria, corifea nel cantare Colui che rialza dalla polvere storie che testimoniano cosa vuol dire fare pasqua.

    A presto

  11. Filomena Bernocco dice:

    Caro Corrado
    le tue parole mi giungono sempre gradite e bene-dette !
    Un abbraccio nella pace del Signore

  12. Andrea Vitolo dice:

    Aderisco con commosso entusiasmo al fan club Filomema. Grazie mille per questa testimonianza poetica della vita. Un abbraccio.

  13. Filomena Bernocco dice:

    Grazie a te, Andrea, per il sostegno e la comprensione
    Buona domenica, un abbraccio

  14. GIUSEPPINA dice:

    Cara Filomena,
    anch’io aderisco con gratitudine ed entusiasmo al fan club.I tuoi post e i tuoi versi continuano a farmi vibrare e…cantare,creando anche se non ti conosco personalmente, una sintonia che dura da tempo e che finora non ho avuto la possibilità di comunicarti.Mi commuove davvero la tua testimonianza di vita e la visione della cascata di Farina che da sempre continua ad essere macinata per farsi Eucarestia e nutrimento per il mondo.
    Quanti echi, quante risonanze emotive in questo post e nei relativi commenti a partire dai versi di Guzzi,dalle parole di Corrado e di Rosella.Sai,mia madre, si chiamava Maria Farina,è morta lucidissima e serena a 97 anni.Sia lei che io fin da piccole,in famiglia e insieme ad altre donne preparavamo il pane carasau(carta da musica) la cui lavorazione di 20 ore fu interrotta solo quando andai all’università.
    Il mio cognome è Nieddu( in sardo significa NERO). Scerzando e per sdrammatizzare dicevo a mia madre che il nostro pane realizzato insieme era di Farina Integrale.
    In effetti ho visto mia madre quasi sempre vestita a lutto,per la morte di due giovani figli e del marito e spesso… infarinata.
    Veramente la sua vita è stata impastata “con mani pesanti nelle formelle del panificio”,ma sopratutto negli ultimi anni ha donato il suo pane dorato con grande serenità anche amando rispondere in rima.
    Cosi’, sempre a proposito di pane,
    vorrei condividere alcuni miei versi del 97 ed augurare INSIEME di lasciarci macinare per essere pane profumato.

    COMUNIONE
    Niente di più amo del pane
    niente di più canta del pane
    della mia infanzia nutrita
    di “carta da musica”.
    Catena di note infinite di spighe
    sbocciate sulle zolle della terra
    dalle mani sacre del seminatore
    portate in ceste di grano
    sul capo eretto di donne sapienti
    ad antichi mulini di pietra.
    Nella notte,in ginocchio,
    con un segno di croce
    di mani nodose di donne
    iniziava il miracolo dell’impasto.
    Avvolto in fasce come un bambino
    cresceva gonfio,tondo come una palla
    si moltiplicava in mille fogli dorati.
    Il suo profumo,
    frantumato dai denti
    canta.

    A proposito di canto,spero di trovare il modo di farti ascoltare i tuoi versi(Danziamo Signore/
    un abbraccio di parole/chiamami per nome/
    chiamami figlia/chiamami Amore.)da te condivisi all’inizio di gennaio,nel post: Epifania.Cos’è il Dono.
    Hanno vibrato dentro di me,cosi,’spontaneamente, ho iniziato a canticchiarli ed ora sono per me come un mantra meditativo. Spero proprio di farteli sentire e che pervengano anche a te come un DONO.
    GRAZISSIME.Un abbraccio Giuseppina

  15. Filomena Bernocco dice:

    Carissima Giuseppina,
    mi dici delle parole belle e commoventi! che risuonano in me come in te.

    Bellissimo il nome di tua madre,Maria Farina, e molto nutriente il vostro pane integrale.
    Quello che hai raccontato mi fa ricordare quello che a volte mi racconta mia madre, di quando anche loro, in Puglia, si alzavano presto la mattina per impastare far lievitare e poi mandare al forno a cuocere e dorare il frutto del loro lavoro. I miei nonni erano contadini, uno di loro anzi, ora che ci penso, ha anche lavorato in un mulino. Come mi riscaldavano il cuore i racconti delle loro fatiche gioiose!

    Mi rende felice non sai quanto che i miei semplici versi siano diventati un tuo canto. Sono scaturiti in un momento di preghiera, così come ho imparato a farla con Marco Guzzi ed i miei amici di cammino.
    Tu parteciperai a qualche incontro di Darsi Pace? Magari a Santa Marinella? Sarebbe bello conoscersi e cantare insieme!

    Ti abbraccio con affetto
    grazie, grazie
    Filomena

  16. Corrado dice:

    Che piacere risentirti, cara Giuseppina!
    E i tuoi versi lievitano pensieri, favoriscono “il miracolo dell’impasto” dentro le nostre anime. Affinché infine… cantino!

  17. A questo punto, cara Giuseppina, attendiamo il tuo canto sui versi di Filomena e anche, se vorrai, quel bellissimo canto che ci regalasti all’intensivo del 2008.
    Sto a disposizione per gli aspetti ‘tecnici’.

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