Curarsi per curare

In occasione dell’incontro pasquale dei gruppi di “Darsi pace”, come di consuetudine, abbiamo condiviso, dividendoci in 4 o 5 persone, le nostre ansie, i piccoli traguardi raggiunti, le nostre aspettative per il futuro.

E’ sempre molto bello per me parlare in tale contesto, sento che emerge la mia vera anima, in piena libertà, senza paure, senza il timore di essere derisa o comunque giudicata. Parlo agli altri, ma in realtà parlo con me stessa come non so fare neanche in solitudine.

A differenza delle altre volte, però, in tale incontro, la persona che avevo accanto (e che non avevo avuto modo di conoscere in precedenza), ha esternato un certo disagio con tono anche accusatorio nei nostri confronti, quasi fosse un estraneo.

Il problema sollevato consisteva nel vedere il nostro lavoro più come una chiusura verso il mondo esterno che come un apertura alla relazione; quasi come se questa ricerca di darsi pace potesse essere intesa un atto puramente egoistico per la serenità del singolo a discapito di chi lo circonda. E la frase: “ Ma cosa fate di concreto per aiutare gli altri?” ancora mi risuona nella mente!

Dopo un primo momento di imbarazzo e di sconcerto, ognuno ha cercato di esprimere la propria convinzione e di far comprendere a quella persona che il vero scopo del nostro lavoro era ben altro da ciò che aveva appena detto. Ma ahimè il tempo era troppo poco!

Nei giorni a seguire ho però riflettuto molto sull’accaduto, forse è possibile che diamo a qualcuno questa sensazione! Personalmente credo, però, che il problema sia un altro. Mi sono resa conto che non è semplice far capire agli altri il vero senso del nostro percorso; soprattutto è arduo convincere ad incamminarsi in tal senso chi non è alla ricerca di una liberazione interiore, chi non percepisce la prigione in cui è rinchiuso, è quasi impossibile!

Facilmente si può cadere nell’errore di pensare che stare lì a lavorare sul proprio “io” sia solo una perdita di tempo, quando il mondo esterno grida aiuto da più parti (pensiero che all’inizio un po’ mi assillava)!

Senza nulla voler togliere alle associazioni umanitarie o comunque a chi si dà da fare per aiutare il prossimo in modo pratico, anzi riconoscendo loro un grande tributo all’umanità, credo che la trasformazione interiore sia comunque qualcosa da cui ormai non è più possibile prescindere.

Se non fossimo convinti di questo davvero non potremmo sostenere il lavoro doloroso che ci porta a tirare fuori le ferite nascoste nelle viscere, a passare qualche domenica mattina (quando magari c’è un bel sole e la gente “normale” va al mare) a condividere i nostri sensi di colpa, a scioglierli come neve al sole per rasserenare la nostra anima, per ritrovare la gioia di vivere.

In questo è vero che siamo un po’ “extraterrestri” come ci ha definiti ultimamente Marco G. (lui compreso).

Ma perché tutto questo affanno? Come può essere di aiuto agli altri?  Perché abbiamo la certezza che curando noi stessi, saremo poi in grado di curare gli altri. E’ vero che c’è tanta gente che ha bisogno di pane e sostenti, ma è altrettanto vero che c’è chi ha fame di amore, di guarire la depressione, di incontrare nella vita di tutti i giorni visi gioiosi e comprensivi.

I gruppi di “Darsi pace” non sono chiusi, tutt’altro, l’apertura di questo sito, l’inserimento in fb ed il corso telematico sono solo alcuni esempi di un’accoglienza che è insita nel nostro lavoro!

Non mi rimane che citare alcuni brani riportati dal manuale “Darsi pace”.

“…necessità di dare vita a una spiritualità dell’autentica liberazione, che dica con chiarezza e faccia sperimentare che solo un cuore pacificato nell’amore e alimentato dalla gioia può compiere il bene.  …..se il mio cuore è ferito e pieno di odio, e magari io stesso non ne sono neppure consapevole, a che potranno servirmi tante belle parole sull’amore? Se io non so amare nemmeno me stesso come potrò amare il prossimo? (Darsi pace – Marco Guzzi pag. 17-18).

Risanati, risaniamo. Trasfigurati, trasfiguriamo. Pacificati, pacifichiamo. Ricreati, ricreiamo. (Darsi pace – Marco Guzzi pag.208).

Comments

  1. Anonimo says:

    Grazie Gabriella.

  2. Su facebook già molti i commenti a questo post: per iscriversi
    http://www.facebook.com/darsipace

    A Annamaria Galderisi, Domenico Pompeo e altri 2 piace questo elemento.

    Federica Russo: Per amare gli altri occorre imparare ad amare se stessi,quindi ben venga qualsiasi modalità
    Come darsi pace
    2 ore fa · Mi piace · 3 persone
    Federica Russo Dimenticavo; non possiamo donare ciò
    Di cui siamo privi….

  3. La discussione parallela su fb si riscalda. Ecco alcuni degli interventi. Per iscriversi al nostro profilo facebook: http://www.facebook.com/darsipace

    Renato Forse il problema sembra più grande perché si tende a guardare questo cammino di liberazione da due prospettive astrattamente separate: curarmi o curare gli altri? In realtà il cammino è profondamente unitario: solo curando le mie ferite riesco a vedere quelle degli altri alla “giusta” altezza, riuscendo così a risuonare con loro.
    Viviamo in mezzo a persone, movimenti, partiti, che dicono di voler aiutare gli altri ma spesso non sanno aiutare neppure se stessi. Amare, che è l’unico vero modo di aiutare gli altri, è qualcosa di molto più profondo che “far qualcosa”. Amare è vivere nella non-conflittualità. Ma se sono in conflitto con me stesso, e nemmeno me ne rendo conto, come posso avvicinarmi davvero agli altri? Più mi rendo consapevole delle mie ferite e più mi appariranno davanti agli occhi del cuore anche le ferite degli altri, e allora non le condannerò più…
    9 ore fa · Mi piace · 1 persona

    Federica
    grande Renato..era esattamente quello che sentivo,l’hai espresso con parole semplici ,vere,grazie ♥

  4. Paola Balestreri says:

    Cara Gabriella, grazie per questa tua riflessione.
    Spesso si fatica ad esprimere il senso del lavoro dei gruppi e anche chi li frequenta talvolta perde il filo del discorso che viene portato avanti da Marco nei corsi.
    Quando diciamo che il nostro è un umile contributo al rinnovamento di un percorso spirituale cristiano (e sappiamo quanto c’è bisogno di rinnovare questi cammini!) compiamo inevitabilmente un atto culturale: interpretiamo il tempo che viviamo secondo quelle chiavi di lettura della realtà che provengono da certe parole e non da altre. “Il tempo è compiuto! Cambiate la vostra mente!…Dovete nascere di nuovo…..”. Queste parole, a cui siamo liberi di dare credito o no, sono solo l’inizio di un percorso iniziatico che porta chi vi si avventura a scoperte grandiose e incomprensibili per l’uomo vecchio che è in noi. Dall’umiliazione del nostro io egoico, bellico, che continuamente giudica, fa confronti, si contrappone agli altri, piano piano si fa strada una nuova modalità di relazionarci agli altri, più coesiva, più unitiva. Una trasparenza gioiosa prende il posto dei nostri troppo frequenti malumori e delle nostre brutte figure (non in senso convenzionale, ma proprio nel senso della bruttezza). Hai notato, dopo ogni incontro, come cambiano i nostri volti? Altro che centro benessere…..(senza nulla togliere al bellissimo regalo che ci avete fatto e che quanto prima utilizzeremo!!!!).
    Questo, per rispondere alla domanda dell’amico, mi sembra già un aiuto concreto che facciamo agli altri, senza escludere altri sostegni.
    Un abbraccio

  5. luciana p. says:

    Gesù ha detto nel Vangelo ” ama il prossimo tuo come te stesso”! Se io non amo me stesso, come posso essere di aiuto agli altri? Sant’Agostino diceva “ama” e fai quello che vuoi! A questa persona io vorrei dire che è tanto tempo che faccio volontariato, ma con i Gruppi Darsi Pace ho rinnovato la mia gioia nel farlo! Non serve a nulla il volontariato solo “per dovere”! Un saluto a te Gabriella e a tutti gli altri che prima di fare qualcosa si interrogano su come farla meglio, per scacciare le “ombre” del nostro Ego che ci fa fare le cose senza PENSARE! 😆

  6. Gabriella says:

    Dicevo su fb:
    Oltre che amare se stessi, credo bisogna anche imparare cos’è l’umiltà. Vedo tante persone che sentenziano e penso: “scommetto che non si mettono mai in discussione”. E’ difficile, ho dovuto imparare, sono sempre stata un pò presuntuosetta! Ma quanto fa bene!
    Grazie delle riflessioni e buona notte.

  7. luciana p. says:

    Cara Gabriella anch’io ti ho risposto su fb, ma anche l’umiltà a volte può essere presunzione; come nel Vangelo il fariseo diceva a Dio “grazie Signore che mi hai fatto buono e giusto! Non invece come gli altri che “peccano”! Nei gruppi Darsi Pace io ho capito che la mia “umiltà” era solo un “complesso di inferiorità”, forse è per questo che adesso posso sembrare, ma spero di migliorare, “presuntuosetta”! Comunque il tuo post mi è piaciuto, perché ci hai dato modo di riflettere. Buongiorno a te e a tutti voi! 😛

  8. Grazie Gabriella per questo tuo intervento così bello intenso e opportuno. Moltissimi gli spunti di riflessione, ma mi piace soffermarmi su quella che per molto tempo anche per me è stata una vera difficoltà : spiegare agli altri quello che si fa nei nostri incontri.
    Bene dopo tanti anni ho capito che poi le parole non servono amolto quello che facciamo all’interni deio nostri Gruppi, il nostro Lavoro è semplicemente un percorso iniziatico di liberazione interiore. Continuo ad essere convinto che non è è tanto necessario “spigarlo” agli altri ma … riverberarlo … agli altri. Intendo dire con ciò, come più volte mi è capitato di rendermi conto mentre rapito seguivo i ragionamenti di Marco, che mi sento in cammino lungo un sentiero che non posso più abbandonare… sulla fare di questo sentiero il miocambiamento è inevitabile l’uomo vecchio in me con tutte le sue distorsioni, le sue maschere le sue egoità si va sbriciolando letteralmente a poco a poco, i frutti inevitabilmente germogliano crescono e maturano … senza fretta … nella quiete al centro della tempesta, facendo sbocciare il Nascente che semplicemente chiede di splendere in ognuno di noi. Questo cammino di liberazione sento che è irreversibile ed inesorabile, a noi non resta che risplendere e diffonderne la Luce 😉 .
    Marco F.

  9. Carissima, grazie di questo spunto così importante.

    Da sempre la vita spirituale viene fraintesa, anche perché può davvero diventare una forma sottile di egoismo, una forma di difesa, come ben sappiamo.
    Perciò noi vigiliamo sempre nel nostro lavoro, e verifichiamo dai frutti il processo della nostra liberazione.
    E i frutti sono sempre l’estensione e l’approfondimento delle nostre relazioni d’amore e di servizio: l’io missionario, che sgorga dai processi di liberazione, è cioè per sua natura un dono, una circolazione di vita per altri.

    Lì dove sorga una scissione tra una presunta fede e le opere, come addirittura a partire dalla disputa tra Giacomo e Paolo, significa che o la fede non è reale, oppure le opere non sono quelle che Dio ci ispira, ma quelle che NOI ci siamo messi in testa che sia bene compiere.

    San Bernardo diceva: la forma più alta di altruismo è prendersi cura della propria anima; perché solo così possiamo diventare quel dono, che, se forzato, non è che una forma di autocompiacimento moralistico.

    Il Signore, dice la Scrittura, ama colui che dona con gioia: tutto qui: e la gioia è il frutto dell’integrazione, dello Spirito.

    Non dimentichiamo poi che la più alta forma di carità, come ha ricordato Benedetto XVI nella sua Enciclica Caritas in veritate, è comunicare alle persone la luce della verità, e la speranza che ne deriva…

    Ciao. Marco

  10. Cara Gabriella,
    Continuano a risuonarmi nelle orecchie due piccole frasi. La prima, pronunciata da Gesù : ” vieni e seguimi”; e l’altra da Paolo: “la fede senza le opere è vana”.
    Io spesso oscillo in questa “vanità delle vanità tutto è vanità” poichè ADERIRE AL PRESENTE restando immobili in un luogo in cui la tua trasformazione, mette in discussione ogni attivismo per CONDURLO A CARITA’ non è semplice.
    Talvolta mi è più facile distogliere lo sguardo da un punto in cui mi si richiede l’azione per concedermi quello che io ritengo, essere anche UN MIO DIRITTO: il riposo nella contemplazione.
    Insomma discernere i tempi adatti all’ESSERE NEL FARE, è cosa sempre ardua per me; anche perchè mi pare che ogni età abbia i suoi ritmi, così come ogni persona è di fatto in un punto della sua evoluzione personalissimo e diverso da ogni altro compagno che incontri per la via.
    Quel che mi chiedo è: come si trasforma la vocazione personale nel tempo?
    Forse si lascia veramente il corpo alla terra molto lentamente, contemplando in spirito lo Spirito?
    Grazie per il post, che mi sollecita anche molte altre riflessioni: troppe direi.
    Buon fine settimana a tutti
    Rosella

  11. Non sono assolutamente un”esperto”, ma mi sembra di aver compreso (magari ancora solo mentalmente), che fede e opere si coniugano sempre con modulazioni personalissime e incarnate appunte in ogni singola esistenza e vita. L’amore di Dio è sempre “specifico”, mai astratto o generico, e dunque ognuno di noi vive questa unione di azione e meditazione, di cura dell’altro e di se stesso, secondo modi, forme, proporzioni, differenti ed ispirate e guidate da quell’amore specifico.

    Un caro saluto a tutti e ad ognuno.

    renato

  12. Gabriella says:

    Grazie per le vostre belle parole, vi sento tutti molto vicini e ciò mi aiuterà ad andare avanti, perchè come dice Marco F., anch’io sono convinta che questo è un percorso che non posso più abbandonare.

    Sono sempre stata combattuta fra Marta e Maria, quest’ultima si prendeva ogni tanto il “diritto della contemplazione” come lo chiama giustamente Rosella. Mi colpiva e quasi mi riusciva incomprensibile il comportamento di Gesù descritto nel passo del Vangelo. Poi invece ho capito!

    Caro Marco G. e cara Paola, anche se non riuscirò nel mio intento espresso domenica, vi sarò sempre riconoscente. Che conquista sarà se potrò anche solo “donare con gioia”!

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