Il nuovecchio

Dal primo incontro con Darsi Pace ( DP ) riecheggia in me il quesito: perché sono qui ?

 

In sei anni tantissime volte Marco ha risposto , anche altri lo hanno fatto ed anche io talvolta lo faccio ma . . . . . . . . . . puntualmente la domanda si ripresenta.

 

Ciò che mi ha mosso alla ricerca di qualcosa di sconosciuto ma indispensabile è una efficace inquietudine interna che da sempre spinge verso nuovi scenari.

Inquietudine che nei secoli ha ricevuto tante interpretazioni e tante risposte diverse ma che mantenendo vivo il suo stimolo alla ricerca , proprio adesso , nel nostro tempo , si sta riproponendo con grande vigore.

 

Marco non fa altro che ripeterlo con parole e tecniche diverse , sempre molto efficaci , guidandoci nella direzione della esperienza concreta.

Ecco apparire la descrizione di una umanità nuova , da sempre attesa , dove l’umano togliendosi di dosso tutte le zavorre che una vita senza consapevolezza gli rifila torna alla sua reale condizione di leggerezza ed agilità originarie riappropriandosi man mano delle sue potenzialità.

 

Una delle definizioni utilizzate per descrivere i laboratori DP è “ sale parto “ poiché lì vedono la luce esseri umani “ nuovi” che prendendo coscienza di se nella verità iniziano a fare i primi movimenti in libertà.

 

In questo periodo però io mi sento più in una “ incubatrice” dove sono presenti contemporaneamente il mio neonato ” uomo nuovo “ ed il suo genitore , l’uomo vecchio.

Il piccolo necessita di grandi cure e di nutrimento continuo ma il vecchio è impegnatissimo e stanco; così ogni giorno , ogni ora , in ogni occasione utile , sento il vecchio brontolare che ci sono tante altre cose da fare più importanti , molto più importanti e utilizzare tempo ed energie per accudire il nuovo non serve.

 

E’ veramente complicato riuscire nell’intento di riorganizzare la propria vita ma non mi sembra possano esserci vie alternative; il tempo che dedichiamo al nuovo ripaga l’impegno ma l’abitudine , il vizio , la pigrizia , la distrazione , il piacere , l’insicurezza , le tante e spesso non indispensabili attività che ci occupano il tempo utile , almeno per quanto mi riguarda , hanno la meglio .

 

A questo punto una semplice domanda : Quanto tempo riusciamo seriamente a dedicare alla cura del nuovo ?

 

La mia risposta è 40 / 60 minuti al giorno ma a volte si salta.

 

E VOI ?

 

Un abbraccio dal vecchio

Una benedizione dal nuovo 

Commenti

  1. Carissimo, la copresenza in noi dell’uomo vecchio e dell’uomo nuovo è il mistero costante dell’esperienza cristiana, del già e non ancora, del tempo intermedio, o tempo finale, in cui viviamo, a partire dall’Ascensione di Cristo e in attesa del suo ritorno.

    Certamente noi crediamo che questa lotta stia raggiungendo in questi decenni un’intensità nuova, che ci spinge al lavoro interiore. Perciò, tra l’altro, nascono i Gruppi Darsi Pace, proprio per corrispondere a questa urgenza, a questa pressione trasformativa crescente.

    Non ci meravigliamo perciò dell’intensificarsi dei conflitti “apocalittici”, sia dentro di noi che nello scenario ormai globalizzato del mondo.

    Prepariamoci invece con sempre maggiore solerzia, come stai facendo anche tu, senza perfezionismi, isterismi, o frette, che finiscono per ferirci.
    Il neonato ha bisogno di accoglienza, di spaziosità interiore, di respiro.
    Proviamo a dargliene, a dare spazio e a dare tempo alla nostra nascita re(g)ale.

    Un abbraccio. Marco

  2. Ma … se ribaltiamo il piano di osservazione?
    se cominciamo a pensare al nostro Sè come ad una madre accogliente e comprensiva che spesso dimentica di prendersi cura di sè stessa per dedicarsi interamente al suo bimbo ribelle, capriccioso ed immaturo che è l’ego?
    Otterremmo il doppio risultato di “ridurre” l’ego a sottoinsieme e di affievolire la tendenza schizzofrenica che inevitabilmente in noi si innesca ….

  3. Come si fa a quantificare il tempo dedicato “alla cura del nuovo”? Il vecchio e il nuovo non sono così nettamente separati.
    Se la misura deve essere l’azione esteriore potrei dire: quando faccio la meditazione ad esempio mi dedico al nuovo quando vado a fare la spesa mi dedico al vecchio?
    Non credo che sia così, mi piace pensare che il lavoro svolto nei gruppi sia come un lavoro di aratura, all’inizio un’aratura a zolle grosse e poi sempre più sottili fino a far diventare la crosta dura un terreno vellutato e pronto a ricevere semi che daranno dei frutti meravigliosi.
    Sebbene il lavoro venga svolto nei tempi e con le possibilità e la comprensione di ognuno di noi, così diversi, comunque non ci lascia mai uguali a prima. Da quando partecipo al lavoro dei gruppi, anche fare la spesa è diverso, per non parlare delle relazioni più distese con “l’altro”.
    Questa consapevolezza mi dà la gioia e la carica per tornare ogni giorno al lavoro di trasformazione in un circolo virtuoso, infinito.
    Si potrebbe mai pensare di chiedere ad un ragazzo innamorato quanto tempo dedica alla sua amata? Penso che risponderebbe: “ogni respiro della mia esistenza”!
    L’importante penso sia trovare e ritrovare ogni giorno e ad ogni respiro, una grande motivazione, senza fretta né perfezionismi, ma con consapevolezza che anche andando lentamente si raggiunge una meta inimmaginabile. Anche se la vita tenta di prendermi nel suo vortice il piccolo lavoro quotidiano dedicato alla trasformazione, è come un’ancora di salvezza che mi impedisce di essere travolta e sopraffatta!
    Buon lavoro a tutti!
    Daniela

  4. Caro Ale,
    nei momenti “di Grazia” io ho la netta consapevolezza di essere “la stessa eppure diversa”.
    Niente è cambiato nella mia vita, se non “il cuore ” che induce una visione solare sulla realtà.

    Vi sono momenti difficili, nei quali pare che la disperazione mi travolga, allora semplicemente resto apparentemente immobile: entro in conversione permanente.
    Faccio tutto quello che ho da fare automaticamente (se posso: faccio niente!), e sperimento realmente che significhi: dal laboratorio non si esce mai.
    Talvolta sono così concentrata da faticare ad emergere, per posare lo sguardo su chi ho a fianco (ammetto che le mie giornate godono di ampi spazi di “beata solitudine”).
    Resisto? lascio che accada? non so.
    Quel che so è che “se il problema è tosto” mi ci vogliono giorni e giorni, per sciogliere il groppo e, sorridere (… quando finisce, lo sai, te ne accorgi).
    La mia concentrazione è tale da procedere anche nel sonno. Non sogno, niente immagini, mi racconto storie.
    Infinite chiacchiere chiarificatrici, che emergono risolutive al mattino… e così scrivo il mio diario e medito.

    Non so se credo in Dio veramente, però ci provo a credere in Cristo “vero Uomo e vero Dio”.

    Credo che sia “la passione” la chiave di tutto, in ogni sua accezione. Forse sono un po’ condizionata dall’ascolto della terza lezione del secondo anno, ma in me è proprio la disperazione totale, l’essere impotente, che non mi fa tornare indietro: le ho già tentate tutte!
    E’ come se costantemente mi fosse rivolta personalmente la domanda: “anche voi volete andarvene?” e la mia risposta è esattamente come quella di Pietro: “Signore e da chi andremo?”.

    Un caro saluto a tutti ed un abbraccio a Daniela
    Rosella

  5. Alessandro Ciarella dice:

    Sai Stefano fatico molto a ribaltare la prospettiva poichè per tanti anni mi sono riconosciuto nella mia distorsione.
    Oggi che inizio ad averne coscienza sento questo cambiamento così vulnerabile da non poterlo identificare ad altri che ad un neonato.

    Si Marco i conflitti sono in aumento e tu spesso ce lo ricordi che il vecchio non retrocede senza combattere fino alla fine, io non mollo la difesa del cucciolo ma lo spazio che ha a disposizione mi sembra sempre ristretto.

    Grazie Daniela per la tua efficace riflessione, anche per me il lavoro nel gruppo prepara modificando le nostre chiusure, resta la mia concreta difficoltà di dedicare spazi vitali alla pratica che altrimenti, circoscritta, stenta a mantenere vellutato e disponibile il terreno.

    Ro, le tue parole sono un abbraccio di comunione.
    A volte per me è bottino di dura lotta anche il silenzio, la passione ci fa sentire in ottima compagnia ma restano la fatica e gli inspiegabili momenti di solitudine.

    Grazie a tutti per la vostra presenza. Ale

  6. Caro Ale,

    La solitudine.
    La solitudine è una parola personale d’accogliere: ACCONSENTO, “sì!”.
    Come fosse il tuo neonato ammalato, talvolta in pericolo di morte: e la parola è “si muore da soli”.

    Puoi “resistere nella memoria” di un’esperienza di vita; di quella scintilla di Resurrezione già sperimentata, accrescendone la consapevolezza.
    La stazione di partenza, la nascita, l’hanno decisa altri; quella d’arrivo, posso deciderla io: suicidarmi nella disperazione, oppure, rimetterla nelle mani della VITA STESSA, nelle mani di un Altro.
    E’ questo il gioco: rimetterla nelle mani di un Altro significa: dipendere liberamente da lui.
    Secondo me la questione è tutta qui, nel DIPENDERE LIBERAMENTE da Altro da sè,
    NEL PRESENTE : “io sono TU CHE MI FAI”.
    Io penso che solo IL NEONATO ci rimandi questa dipendenza “libera e totale”; e cioè: “proprio nell’essere fragili e bisognosi E’ BELLO ESISTERE.
    Ti abbraccio
    Rosella

  7. Gabriella dice:

    Dopo che ho letto il tuo post Ale volevo rispondere di getto cio’ che poi ho ritrovato nelle parole di Daniela. Io non ritengo di essere la persona nuova solo in quei 40minuti del mattino in cui medito e prego ma anche e soprattutto nelle relazioni quotidiane, sul lavoro. Qualcosa e’ cambiato in meglio, certo c’ e’ ancora molto da fare, ma l’umilta’ e la pazienza ci aiuteranno. Sento, caro Alessandro, riferendomi anche al post di Andrea, che proprio noi che siamo come dice Marco “praticanti avanzati” 😆 ci torturiamo con inutili perfezionismi, come si e’ detto ieri affidiamoci allo Spirito e il nuovo prenderà sempre più spazio. Ti abbraccio Gabriella

  8. Proprio ieri mi sono incontrata con il gruppo di Mozzo e durante un incontro davvero bello e intenso,di fronte alla richiesta che veniva posta di fare il punto del proprio cammino mi hanno risuonato le parole di questo post,del quale ti ringrazio.
    In questo momento della mia vita sto affrontando le dinamiche adolescenziali dei miei figli che mi provocano sofferenze ,ma che sto affrontando.Qui si gioca la mia parte vecchia che mi fa stare male,mi fa vedere solo le mie negatività o aspettative che proietto sui miei figli, fa scattare i miei automatismi.
    Ma la mia parte nuova fa diventare tutto ciò, attraverso l’autoconoscimento, materiale di studio ,di approfondimento interiore e mi rende capace di accogliere le fragilità mie e dei miei figli in modo nuovo,amorevole ,senza giudizio ma decisa a non mollare.
    E’ davvero una lotta tra lo stare bene e male e non solo mio.
    Quando nel 2007 ho iniziato il lavoro di Marco avevo qualche senso di colpa sul tempo che “sottraevo” ai miei impegni familiari.Ora ,devo dire già da tempo,ma sempre in modo più deciso, devo dire grazie a Marco perchè il mio bene è quello degli altri ed è solo agendo cioè facendolo che lo si capisce.Credo che il tempo ci sia dato nella misura in cui ne abbiamo bisogno,perchè la nostra cura continua anche a nostra insaputa dentro di noi.
    Un abbraccio. Rosanna

  9. Gabriella dice:

    Aggiungo dalla lettura odierna di Isaia: ” Signore, tu sei il nostro padre; noi siamo l’argilla, tu colui che ci ha plasmato; noi tutti siamo opera della tua mano.”

  10. Alessandro Ciarella dice:

    E’ bello esistere pur nell’essere fragili e bisognosi.

    Affidiamoci allo Spirito e non ci torturiamo con inutili perfezionismi.

    Il tempo ci viene dato nella misura in cui ne abbiamo bisogno.

    Grazie Ro, Gabry, Rosanna, e’ bello condividere le nostre difficoltà, ognuno di noi mette un pezzo del mosaico che assume sempre di più uno splendido aspetto in rappresentazione di quella nuova umanità per la quale tutti siamo al lavoro.
    Ci tengo però a chiarire quello che non penso ma che sento sia passato.
    Non penso di essere in ricerca della mia integrità solo quando lavoro per questo, sento fortissimo il cambiamento avvenuto in me ma nello stesso tempo sento quanto ancora sia per me complicato rimanere nella verità.
    Penso che questa capacità sia legata strettamente al mio esercitarmi quotidianamente ( come Marco ad ogni occasione ci ricorda ) e che ancora non sia scattato in me quella dinamica che sposterà totalmente il mio interesse verso ciò che solo può curare efficacemente.
    La nostra cordata continua nel percorso affascinante ed imprevedibile, buon viaggio. Ale

  11. Caro Ale
    scusa se continuo, ma, sino a chè un nodo non è stato sciolto, ci torno sopra,…anche mentre dormo. Questa è una meditazione condivisa DELLA SOLITUDINE come logos, quindi IL SENSO dell’impotenza umana.
    ” penso che solo IL NEONATO ci rimandi questa dipendenza “libera e totale”; e cioè: “proprio nell’essere fragili e bisognosi E’ BELLO ESISTERE”
    Ora, tentavo di evidenziare nella vita l’unico punto in cui mi pareva esistesse un atteggiamento totalmente libero: LA LIBERTA’ TOTALE (ed era NELLA FIDUCIA verso l’altro che ci sostiene tra le braccia)
    Secondo me questo ci resta dentro come: PARADISO PERDUTO, ma nel contempo, questa è una CONCLUSIONE ERRATA .
    La conclusione errata è quella di non credere (la dimenticanza) di contenere in noi stessi tutto ciò che ci necessita per essere ciò che siamo: UN DONO D’AMORE.
    Non sto dicendo niente di nuovo, ma ora lo testimonio “con parole mie” poichè finalmente l’ho sperimentato e quindi compreso un po’ meglio.
    Noi siamo una relazione DA TORRE DI BABELE, poichè pensiamo di poter/dover corrispondere agli altri per costruire un mondo migliore e che, per farlo, sia necessario capirli oda essere capiti.Ma non è così. E neppure l’empatia basta a corrispondere al bisogno dell’altro, ma solo L’AMORE.
    Io mi son persa l’intensivo sull’integrità del cuore, per cui ci arrivo solo ora: per offrire amore è necessario riceverlo, ma dall’esterno non ne attingi in modo adeguato poichè la gente crede di poter conoscere con la testa, mentre si conosce solo con il cuore, e direi che è più corretto dire : NEL CUORE.
    E’ liberando dalle erbacce il nostro cuore (togliendo il nostro marciume) che possiamo amare gli altri ed AMANDO POSSIAMO FINALMENTE CONOSCERE gli altri, e non viceversa.
    Non si conosce qualcuno per amarlo, ma, lo si ama per conoscerlo.
    E’ questa LA REALTA'(… ed è anche una perfetta pura coincidenza da qualsiasi punto di vista tu decida d’indagarla…)
    Senti, vedi che non ho lavorato tanto per te ma per me stessa. Tu entri nel telematico al mio stesso anno e sai quanto sto A FONDO talvolta…
    ti abbraccio e ti regalo i miei riscontri odierni, “dal caso” o dalla Vita.
    Tratti dal sito di Taizè di oggi.

    lettura .Isaia disse: nel deserto preparate (il senso della solitudine, il significato propedeutico all’uscita da Babele ) la via del Signore; appianate nella steppa una strada per il nostro Dio.
    Is 40,1-5
    meditazione – Gesù pronunciò un giorno delle parole pesanti verso “coloro che impongono fardelli gravosi sulle spalle degli altri, mentre loro non vogliono muoverli (rimuoverli in sè stessi, lavorando su di sè) neppure con un dito”.

    Il (tra le parentesi) son parole mie.
    ciao Rosella

  12. ciao a tutti sono arrivata nei gruppi telematici quest’anno quindi sono molto acerba in questo lavoro: la spinta è stata “il senso della vita”.
    Attraverso le mie letture dalla filosofia orientale a quella occidentale sono arrivata a questo punto del percorso in cui ho consapevolizzato che TUTTO ruota intorno all’amore.
    Immagino che sia questa energia che farà emergere ogni istante un po di più la persona che stiamo tentando di diventare.
    Ogni giorno al di là della pratica meditativa, penso sia necessario trasfondere nelle relazioni un po di questo nuovo modo di essere e riuscire a intravedere in chi ci passa accanto l’essere spirituale che risiede in ognuno di noi.
    dani

  13. Carissima Dani, hai proprio ragione: è la qualità delle nostre relazioni lo scopo di ogni autentico lavoro interiore. Noi meditiamo e preghiamo, lavoriamo per conoscerci sempre meglio, soltanto per imparare ad amare un pochino di più, e cioè ad avere meno paura degli altri, di noi stessi, e della vita.
    Benvenuta tra di noi. Marco

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