La profezia dei poeti

Nell’attesa del Natale, rinnoviamo l’ascolto delle parole dei poeti, di quelle rivelazioni non propriamente ‘istituzionali’, che lasciano emergere, dalla carne ferita di uomini emarginati e spesso ‘maledetti’, un selvaggio desiderio di libertà e di salvezza.

A partire dal XVIII secolo sembra infatti che le illuminazioni profetiche irrompano nella coscienza di alcuni visionari, incompresi dai loro contemporanei (e questo in perfetta linea con i loro predecessori nell’antico e del nuovo testamento) e spesso finiti male, nell’autodistruzione, forse proprio a causa della mancanza di categorie per interpretare adeguatamente ciò che sperimentavano.

 

Che cosa hanno visto questi poeti, cosa hanno annunciato nei loro versi infuocati?

Oltre ai crolli e alla fine di un mondo, sembra che, nelle loro visioni venga annunciata una nascita: “un virgulto”, “un germoglio”, che spunterà dal tronco dell’umanità decaduta, sfinita e corrotta, germogliando dalle sue radici e portando con se un’inaudita promessa: Lui, il Signore, “asciugherà le lacrime da ogni volto”, “eliminerà la morte per sempre” (Is. 11,1 e 25,8).

Su questi temi riflette Marco Guzzi nella conferenza su Arthur Rimbaud tenuta a Roma, pressola Bibliotecadella Camera dei Deputati il 21 gennaio 2011.

Comments

  1. Enrico Macioci says:

    Scrisse Aldo Palazzeschi su Rimbaud:

    “Il caso più stupefacente, inquietante e insolubile nella poesia da me conosciuta. Oserei dire che fa parte a sé, senza le naturali parentele che tutti i poeti hanno fra di loro.”

    E aveva ragione. A mio avviso Marco Guzzi ci offre in questa mirabile conferenza l’interpretazione di Rimbaud più ardita e al contempo più accettabile. E’ solo apparentemente un paradosso: Rimbaud, come tutti gli eventi grandiosi, non può essere giudicato secondo parametri “normali”.
    Era questo che si pretendeva da me quando, nel 2008, feci la tesi di laurea sulle Illuminazioni; ben presto però anche il professore s’accorse che un approccio “razionale” e “logico” a Rimbaud era non solo impossibile, bensì controproducente. Era mischiare l’acqua con l’olio.
    Per dirla con Mario Luzi: “Solamente, riconosciamolo, il caso è eccezionale. Gli effetti prima della comparsa, poi della presenza, e ancora della scomparsa di Rimbaud furono di tale forza e incisività da mobilitare gli animi nelle più varie attitudini. Non si tratta, si capisce subito, di un episodio interno alla letteratura, ma di un accadimento primario e assoluto, incidentalmente coinvolto nella letteratura di quegli anni.”
    Un saluto a tutti.
    Enrico

  2. E’ vero, carissimo, ma credo che dovremmo anche comprendere che questa novità non appartiene solo a Rimbaud, ma ad un’intera nuova linea creativa, e quindi ancora più profondamente ad una nuova figurazione di umanità, che tenta di emergere.
    Altrimenti, assolutizzando l’eccezionalità di Rimbaud, rischiamo paradossalemente di bypassarne la provocazione, un po’ come quando si fa dei santi esseri del tutto estranei alla nostra vita.
    Un abbraccio. Marco

  3. Enrico Macioci says:

    Certo Marco,
    hai ragione. La “trappola” di Rimbaud sta giustappunto nella sua eccezionalità, nel rischio di farne un feticcio. E se nella seconda metà dell’800 il suo pensiero era incomprensibile perchè troppo nuovo, oggi non è più così.
    La sua apertura all’alterità è il grande insegnamento di cui tutti possiamo usufruire: in questo senso è stato non “egoista”, ci ha regalato un’indicazione, una preziosa via “oggettiva”, ma: troppo ardua?
    Enrico

  4. Carissimo, ardua certamente, ma anche assolutamente necessaria ormai.
    Nel nostro linguaggio si tratta del reiterato e inesausto passare dall’io in conversione all’io in relazione, che sa ascoltare la Voce che ci dice in profondità inaudite Chi siamo.
    Ciao. Marco

  5. Giuseppina says:

    Carissimi,Marco ed Enrico,
    mi co-muovo e concordo con voi che la profezia apocalitica di RIMBAUD è stata per lui,cosi’giovane,solo e turbato come Maria davanti all’ Angelo, terribilmente ardua.
    OGGI che dopo quasi 150 anni ci troviamo ancora davanti” un monduccio livido e piatto” la sua profezia è davvero urgente e necessaria.
    Il 30 novembre, a Lucca,qualche giorno prima di ascoltare questo post su ARTHUR RIMBAUD,
    ho partecipato alla veglia con celebrazione eucaristica in memoria di Charles de Foucauld tradito e ucciso nel deserto algerino il 1° dicembre 1916 e per ringrazire DIO del dono del piccolo fratello ARTURO PAOLI nato lo stesso giorno della morte del fondatore della sua comunità. Con grande gioia abbiamo festeggiato l’ingresso…nei suoi primi 100 anni di vita.
    La forza profetica che A.PAOLI continua a donare con tutto sè stesso ai tanti “giovani” parla accoratamente dell’urgenza di” innamorarsi della nostra ITALIA,cosi’ caduta in basso, cosi’piena di vergogna e stracciona, occorre avere il CORAGGIO profetico e poetico per non tradirsi e non tradire l’istanza e la crescita di una integrita’ umana e cosmica sempre piu’ pacificata e amorizzata.E’ meglio una lotta continua che essere schiavi della mancanza di coraggio e di Amore.Il vero successo di una persona, alla fine della sua esistenza è poter dire:che bello ho salvato l’Amore.
    Per arrivare a questo basta fondamentalmente aprire il nostro petto e chiedere al Signore :che devo fare?…La risposta viene ,viene…”

    SI,SI,personalmente la vedo e la sento che continua a venire incarnata in ARTHUR RIMBAUD,in ARTURO PAOLI ,in MARCO GUZZI e prego perchè l’IO di ciascuno di noi possa inchinarsi e ascoltare la VOCE che ci dice CHI SIAMO.
    BUON AVVENTO MARIANO ai darsipacisti e al mondo.
    Giuseppina Francesca Nieddu

    Occorre che tutte le donne e gli uomini di buona volontà sentano la serietà di questo lavoro chiamata a questo

  6. Renato C. says:

    Con Rimbaud, forse, non è solo l’uomo che riceve l’invito a farsi “altro”, ad accogliere la prospettiva iniziante della “relazione”, ma è la “poesia” stessa a farsi “altro”: non più esercizio letterario, di stile, ma luogo dove si sperimenta e verifica il proprio cammino nella dimensione dell’ascolto.
    La Poesia diviene anche lei un’Iniziante, un appello ad uscire da se stessi e sperimentare nuove modalità relazionali capaci di rinnovare l’essere e il pensiero, come scrive Marco nel suo bellissimo libro: “La materia si conforma forse in base alla lunghezza d’onda del nostro pensare?” (M. Guzzi,Per donarsi, pag. 95).
    Un caro saluto a tutti.
    Renato

  7. Proprio così, carissimi Giuseppina e Renato, ecco perché da un’esperienza poetica sorge il cammino dei Gruppi Darsi Pace: nuove relazionalità, nuovi linguaggi, proprio come sognava quel ragazzino di Rimbaud….
    Un abbraccio. Marco

  8. Enrico Macioci says:

    Colgo qui l’occasione per consigliare a tutti un bellissimo libretto, che ho letto proprio in questi giorni, di Pierre Michon intitolato RIMBAUD IL FIGLIO, ed. Passigli.
    E’ anche un’analisi familiare della vicenda di Rimbaud, è l’analisi della sua ferita che partiva dalla madre e dal padre e arrivava fino a Dio. E’ scritto fra l’altro magnificamente, con empatia e coraggio poetico, senza nessuna collocazione “letteraria”.
    Un saluto a tutti.
    Enrico

  9. Per me la poesia è una delle vie, sempre ardue , per intravedere l’Assoluto. In questi giorni ho meditato con l’aiuto di questa poesia, che mi fa piacere farvi leggere:
    1. Preghiera d’inverno
    di Adriana Zarri

    Ora è la morte,
    Ma non è la morte:
    è soltanto l’attesa.
    Facci attendere, Dio, senza stancarci,
    senza timore di morire per sempre.
    Anche i colori sono trapassati
    dal verde, al giallo, al viola,
    al grigio.
    Presto sarà la neve
    come un immenso fiore bianco,
    grande quanto la terra.
    Il mondo è sbocciato di gelo
    e il bianco è la somma dei colori
    Dopo il fiorire e il declinare della vita,
    l’inverno, o Dio, è la tua eternità.
    E sulla neve
    candide danze di angeli
    e carole di santi luminosi,
    che non lasciano impronta.
    Aprici gli occhi, o Dio,
    facci vedere ciò che non si vede,
    facci danzare coi beati
    e guardare i tuoi occhi:
    più vasti
    di una pianura innevata
    più bianchi
    di un gelido novembre
    più caldi
    di un fuoco acceso
    in una notte d’inverno.
    [da Il pozzo di Giacobbe. Geografia della preghiera da tutte le religioni, Camunia, Brescia 1985, pagina 260]

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