La selva oscura

Ai tempi della mia personale alienazione, quando, mutuando da Dante “mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita”, fui molto colpito dall’episodio evangelico del cieco di Betsaida che ritroviamo nel vangelo di Marco (8, 22-26), forse perché paradigmatico ed esplicativo della crisi che attraversa l’uomo contemporaneo (o l’uomo di ogni tempo) quando si allontana dal Senso.
Lo stesso Dante scrive che la selva oscura e aspra e forte continuava ad incutergli  paura, e che essa era così amara “che poco è più morte”. Depressione, angoscia, paura, morte. Sono i quattro pilastri su cui poggia l’alienazione, che consiste nel sentirsi (quindi vi è la netta e consapevole percezione) estranei a se stessi, squilibrati, disarmonici, fluttuanti fra sincretismi di varia provenienza che acuiscono la dolorosissima sensazione di dispersione e sperdimento.
Una mia amica mi confidava di sentirsi in stato confusionale, alle prese con una inconsistenza ed un tormento a cui, tuttavia, attribuiva un significato positivo, ritenendolo funzionale alla creatività. Ma i poeti o gli artisti maledetti, come pure i pensatori ed i cultori del niente, sono in realtà il sottoprodotto di una linea di cosmetici per l’anima che non funzionano, che fanno invecchiare precocemente invece di restituire vigore e bellezza. Dalle mie parti, quando un prodotto non funziona, lo si getta nella spazzatura. Il mondo invece – inteso in senso biblico – ne fa una icona esistenziale, uno status symbol, cosicché se non sei tormentato, se non esali quel non so che di drammatico o di tragico o di nichilista (gaio e spensierato), della vita non hai capito niente, non fai parte dell’élite culturale ma di una setta di illusi e di beoti.
Ora, cosa fa il Cristo con il cieco di Betsaida, quindi con ciascuno di noi? Lo prende per mano e lo conduce fuori del villaggio, della città, della sua cerchia di pensieri e di riferimenti esistenziali che lo accecarono. Quel villaggio è il luogo interiore della sua alienazione. Non è cieco dalla nascita, ma lo è diventato.
Gesù lo tocca e gli occhi gli si aprono. Ma che cosa accade? Il Cristo gli chiede: “Vedi qualcosa?”. Il vedere con occhi nuovi dipende dall’uomo, non da Dio, che converte le difficoltà in possibilità di vita nuova, di una nuova visione delle cose. L’ex cieco gli risponde: “Vedo gli uomini; infatti vedo come degli alberi che camminano.”
In questa risposta affiora l’uomo che ha intrapreso un cammino di conversione. L’uomo sostiene di vedere gli uomini, ma per lui, che non è ancora in uno stato di relazione significativa e risanante con se stesso e gli altri, essi sono come alberi che camminano, qualcosa a metà fra il reale e l’irreale. Vive in una dimensione di mezzo, fra una visione materialistica ed una spirituale della vita e della natura, risanante, che vede nell’altro uomo un altro se stesso, qualcuno col quale entrare in relazione di reciproca salvazione. Gesù deve nuovamente intervenire. Finalmente l’uomo “ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa.”
La sanazione cristica – che avviene progressivamente – ci permette di essere lungimiranti, di vedere chiaramente a distanza ogni cosa che accade nella storia umana e nelle nostre vicende individuali, di giudicare con sapienza, equilibrio e misericordia, di entrare in rapporto vitale con noi stessi e con gli altri. Ma l’errore da non commettere è quello di essere tentati dal villaggio ancora una volta, specie nei momenti di abbattimento e di tristezza che costellano la vita dell’uomo.
Il Cristo lo rimandò a casa (nel proprio cuore) dicendogli di non entrare nemmeno nel villaggio (il luogo dell’alienazione). Tuttavia non sappiamo se l’uomo seguì il consiglio di Gesù o se ne discostò. Così il pericolo di una ricaduta nell’alienazione, in un certo senso, è sempre dietro l’angolo, ed è per tale ragione che siamo chiamati ad essere vigilanti, a scrutare i segni dei tempi, a tenere le lampade accese per non cadere nella antica tentazione di costruirci un vitello d’oro e di fare marcia indietro verso la terra d’Egitto.

Comments

  1. Caro Salvatore,
    ho letto il tuo lungo scritto colmo di speranza e di sapienza, anche; ma mi sarebbe apparso quasi irreale, se non fosse accompagnato dall’immagine muta dell’URLO.
    Le mie viscere sono ancora un pochino sconvoltine, e non emergono parole adatte a corrisponderti (segno che le tue mi risuonano alquanto).Staremo a vedere.
    Per il momento, grazie e ciao
    Rosella

  2. Enrico Macioci says:

    Caro Salvatore,
    personalmente sento molto il richiamo “narcisistico” del Male cui tu fai cenno in modo così netto.
    Mi vengono in mente le parole che disse una volta, non ricordo più in quale trasmissione, Carmelo Bene a proposito di Nietzsche: “Lui è impazzito ma almeno se lo è meritato, se lo è guadagnato. Molti mediocri neppure se lo guadagnano.”
    Ora, l’auspicio sarebbe quello di guadagnarci tutti, dal primo all’ultimo, un po’ di sana follia (la follia cioè dello sguardo nuovo, dello sguardo troppo spesso deriso), il che in un mondo pazzo come il nostro significherebbe saggezza – forse la più difficile di tutte le umane mète.
    Un abbraccio a tutti.
    Enrico

  3. Salvatore says:

    Carissima Rosella, spero che la risonanza sia positiva, nel senso che porti frutti di conversione. Sai, io stesso rileggo quanto ho scritto perché risuoni ancora ed ancora, allontanandomi dalla tentazione del villaggio. Caro Enrico, hai ragione, sottoscrivo. Il Vangelo è follia per il mondo, non per noi che ci sforziamo di vedere con occhi nuovi, risanati dal tocco della Parola. Vedere con lo Spirito è andare al di là della materia, ma non per alienarci, bensì per vivificarla e vivere meglio. Un abbraccio.

  4. Carissimo Salvatore, bel testo, grazie.
    Tra l’altro disegna bene i passaggi cruciali dall’alienazione/disperazione all’io in conversione, fino alla relazione sanante col Cristo.
    Speriamo che ogni giorno lo Spirito di Cristo ci venga a raccogliere nei nostri abissi e nelle nostre cecità, e ci sorprenda con la sua inesauribile gioia.
    Un abbraccio. Marco

  5. Caro Marco, io ti devo molto. Mi sono messo alla tua scuola, che è una sequela, con umiltà ed apertura di mente e di cuore. Quanto ho scritto riviene da ciò che ho appreso finora da te e dai nostri compagni di viaggio. Un abbraccio.

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