Lampi – Un’Europa in assenza dell’Uomo: cosa sperare?

Carissime amiche e carissimi amici, mi ricordo quando per la prima volta vidi le banconote dell’euro. La cosa che più mi colpì furono quelle pallide architetture astratte disegnate su entrambi i lati, quella spaventosa assenza di volti. Eravamo abituati a vedere Caravaggio e Verdi sulle nostre vecchie lire, ed ora i nostri scambi quotidiani sarebbero stati mediati da biglietti anonimi, senza il riconoscimento di un volto umano. Un brutto segno per un continente come l’Europa.

Possibile che non abbiamo avuto la forza di inserire i volti di Omero e di Dante, di Shakespeare o di Goethe sulla nostra moneta? Possibile che gli europei siano così divisi e stanchi, così depressi e smemorati da non saper riconoscere e celebrare alcuna storia comune? Ma allora quale unità potremmo mai creare? Quale aggregazione di popoli si può costituire se non ci si riconosce in alcuna storia comune?

Non credo siano mai esistite monete senza l’effigie di un volto che rappresentasse l’identità di un demos, di un popolo appunto. “Ma se non si dà forma a un popolo, a un demos europeo, su quali basi si pretende poi di erigere una democrazia europea?” Così scrivevo nel 1995, nel pieno dell’euforia per la nostra “entrata” in Europa…e le cose non mi sembrano molto cambiate, se non per la verifica di più di 15 anni di una unità europea tutta formale e franante, glaciale, burocratica, e mercantile.

L’Europa, come ci ha insegnato Federico Chabod, non esiste in natura, tanto che per Erodoto finiva a Occidente sul mare Adriatico, e per Croce la Germania vi apparteneva solo per metà. L’Europa è ed è stata sempre soltanto un’Idea, una grande Idea di libertà e di universalità: del pensiero (Atene), del diritto (Roma), e della salvezza (Gerusalemme). L’Europa, variegata fino all’inverosimile eppure protesa all’unità, ha saputo proprio per questa sua natura assorbire ed emettere cultura con una potenza davvero unica, tanto che Valery arrivò a dire: “Tutto è venuto all’Europa e tutto ne è venuto. O quasi tutto”.

Finché i popoli europei non ritroveranno la consapevolezza della loro storia, e non sapranno rilanciarla, purificandola dagli impulsi distruttivi e imperialistici dei secoli passati; finché cioè i nostri popoli non sapranno convertirsi ai propri stessi ideali e rigenerarsi in una unità spirituale autentica, l’Europa sarà senza volti, e la sua unità monetaria non potrà reggere. La costruzione artificiale dei banchieri è cioè destinata ineluttabilmente a franare, e il prossimo 2012 sarà un anno molto duro da questo punto di vista. Speriamo almeno che, come spesso avviene, la crisi economica acutissima possa spingere l’Europa a ripensarsi con più serietà.

Il continente in realtà è in crisi da decenni: crisi spirituale, innanzitutto, e poi crisi culturale, e infine crisi psichica. Ma sembra che queste crisi, così evidenti e dolorose, non riescano a scuotere le nostre comunità più di tanto. Sembra che questa società europea, così cieca e materialistica, comprenda soltanto il linguaggio dell’economia, e allora è evidente che è proprio su quel piano che le cose stiano precipitando.

E’ un po’ come nelle vite personali. Le crisi iniziano sempre con piccoli segni, qualche malumore ingiustificato, qualche fallimento relazionale, qualche piccolo acciacco fisico. Ma se non vogliamo capire, se non prendiamo in considerazione questi primi allarmi, se continuiamo nelle direzioni errate, con caparbietà e presunzione, allora la crisi va a toccare con crescente intensità dimensioni sempre più materiali, il lavoro o il matrimonio, per esempio, e alla fine direttamente il corpo.

L’economia è un po’ il corpo, la base materiale, dei popoli. Quando questi non comprendono le loro crisi a livello interiore e culturale, quando non si rendono conto di vivere in un’atmosfera spiritualmente asfittica e irrespirabile, e continuano a far finta di niente, senza correggersi, allora purtroppo la sveglia deve arrivare sull’unico livello che questi popoli si sono ridotti a prendere sul serio.

Mi permetto a tal proposito di riproporvi questa breve intervista che Massimo Cerofolini mi fece su Radio Uno proprio due anni fa sulla crisi dell’identità europea, e che mi pare  ancora del tutto attuale:

http://www.darsipace.it/2009/12/19/europa-dove-stai-andando/

 

D’altronde, carissimi, non c’è neppure da avere troppa paura, né tantomeno da disperarsi. Tutt’altro. C’è invece da lavorare con impegno su due livelli.

Da una parte ognuno non può che cercare le modalità concrete di sopravvivenza economica dentro una fase critica che durerà certamente diversi anni.

Ma dall’altra questa crisi può diventare un’occasione preziosa per rivedere radicalmente la propria vita, rivalutare le proprie priorità, i propri progetti e valori, e cioè per iniziare o per rilanciare un serio lavoro interiore. Come ci insegnano tutte le tradizioni, nei tempi critici, in cui diventa difficile operare sul piano pubblico, l’uomo nobile, come dicono I Ching, e cioè la persona integra, si concentra sull’autocorrezione, sulla liberazione dai propri errori, si cura, e si prepara così per la prossima stagione storica, per le sue prossime missioni.

Qualcosa di veramente nuovo infatti sta emergendo in noi, dentro questa durissima notte occidentale, un grande risveglio è alle porte, bisogna solo aprire le strette inferriate dei nostri cuori, rinserrati nella sfiducia e nella paura.

Il vento del rinnovamento, infatti, o del disgelo, come lo chiamava il folle Zarathustra di Nietzsche, è forte, ma se teniamo le finestre sempre chiuse, non potremo mai godere del profumo che ci porta, né rinnovare l’aria nelle nostre stanze.

Lavorare su noi stessi con mezzi sicuri ed efficaci, studiare con assiduità e con gioia, conoscerci sempre meglio, rimuovere o almeno attenuare le nostre infinite distorsioni, presunzioni, paure, malintesi, asti, e amarezze; imparare a concentrarci e a meditare, a lodare e a gioire nel respiro dello Spirito, tutto questo ci aiuta ad aprire le nostre finestre, e a fare entrare il Nuovo, le nuove opportunità, anche concretissime, perfino lavorative, se vogliamo, che la vita sta già offrendo a ciascuno di noi.

Il Nuovo d’altronde è sempre molto piccolo all’inizio, addirittura insignificante rispetto alle categorie del vecchio mondo, e ai parametri dei suoi signori.

Questa è poi essenzialmente l’icona del Natale: il Nuovo nasce povero ed emarginato, lontano dai centri del potere e dalle telecamere della CNN, e quando nasce non viene riconosciuto se non da quattro pastori e astrologi un po’ matti.

Però è suo il destino del mondo, tutto il futuro della terra: egli è l’unico legittimo Erede di tutto ciò che rimarrà di noi e della tormentata storia del pianeta.

Si tratta in fondo di ricontattare una grande speranza.

Carissimi, speriamo che questa grande crisi ci aiuti a tornare all’essenziale, ad interrogarci con nuova serietà sul destino stesso dell’uomo su questa terra, e sulle vie per comprenderlo e per assecondarlo, affinché le nostre vite possano sbocciare in pieno Sole, all’improvviso e tutte insieme, come le mimose di gennaio.

 

Commenti

  1. Filomena Bernocco dice:

    Grazie per la tua visione chiara, ampia, convincente, intus-ligente
    Grazie per la forza della tua inesausta speranza nelle capacità dell’uomo di ri-nascere nuovo, integro, creativo, in rapporto vero e nutriente con Cristo e tramite Lui con il Padre Nostro

    grazie
    Filomena

  2. caro Marco,
    la questione sociale e politica, nazionale ancor prima che europea per me è talmente al di sopra delle mie possibilità, che la tentazione è quella di rimuoverla.
    Non mi riesce di SPERARE circa il futuro della nostra società, ritengo che siamo alla caduta dell’impero; quindi, quasi automaticamente piombo in una disperazione di tipo egoico e per non soccombere, lavoro su più fronti..

    Interiormente rielaborando tramite l’integrazione dei tre livelli, secondo il metodo dei gruppi, giungendo sino alla gioia, ed esteriormente, rivivendo la memoria storica, delle traversie della mia famiglia e di come siamo sopravvissuti giungendo sino ad ora e all’ultimo nato.

    Questo mi consente di mantenere relazioni serene con i miei cari, e con le persone che mi sono prossime, per poter loro infondere fiducia; ma E’ UN PO’ COME VIVERE NELLE CATACOMBE.

    Di fatto sono una persona più positiva, ed una madre migliore ora di quanto non lo fossi anni fa, da depressa.
    Devo riconoscere che anche l’aver interiorizzato il concetto che l’uomo è quella parte di universo cosciente di sè, mi ha aiutato a ricomporre la mia dignità: materiale e spirituale, in quel famoso percorso di: CHE C’ENTRO IO COL TUTTO?.
    Questo insieme “strategico” mi dona un più ampio respiro e mi consente di spegnere quotidianamente l’angoscia che m’invade senza lasciarmi sopraffare, ma: come è difficile amare la vita REALMENTE …

    Grazie per questa opportunità che ci offri (offrite) di seguire i corsi telematii consentendoci di vivere più sereni, nonostante tutto quel che accade.

    Un abbraccio
    Rosella..

  3. Carissima, mica male questo tuo sistema “integrato”, mi sembra un’ottima via per attraversare il guado storico.

    Anche se siamo alla fine dell’Impero, come dici, possiamo lavorare già per i prossimi scenari.
    Pensa, ad esempio, a san Benedetto, che proprio nel bel mezzo del crollo di un’intero sistema di mondo, si raccolse in se stesso, elaborò una forma nuova di vita, e dalla sua caverna irradiò, con alcuni compagni, per tutta l’Europa una fede che seppe farsi nuova cultura.

    Noi ci troviamo in una falda storica ancora più profonda, ma la speranza può essere paradossalmente ancora più forte, se la radichiamo nel mistero di Cristo, che è l’Uomo Nuovo già vivente, già vincente, già sovrano: IO ho vinto il mondo!
    E che ci sta mostrando, nella catastrofe del vecchio sistema, che l’unica alternativa evolutiva è la forma di umanità che lui ha inaugurato.
    Un abbraccio. Marco

  4. rosella dice:

    caro Marco,

    grazie per le tue parole a cui desidero corrispondere in modo LUDICO, giocare mi soddisfa REALMENTE.

    – San Benedetto e quel che segue: “Noi ci troviamo in una falda storica ancora più profonda, ma LA SPERANZA PUO’ ESSERE paradoossalmente ANCORA PIU’ FORTE, se la radichiamo nel mistero di Cristo, che è l’Uomo Nuovo già vivente, già vincente, già sovrano: IO ho vinto il mondo!”

    possiamo affermare esplicitamente: incarnato nato morto e già RISORTO!

    ” che c’entro io col tutto?” – “Maschio e femmina li creo'”

    CHE CENTRO !!! io col tutto TECNICAMENTE procreando…

  5. michele dice:

    Interrogarsi sulle possibilità della fede,fantasticare su come le cose potrebbero essere appartiene alle civiltà museali come la nostra,che non creano più nulla perchè non hanno più alcuna certezza.E nessuna certezza si consegue a partire dal dubbio.Credo in Dio,credo tutto quello che la Rivelazione bibblica sua parola dice di lui,e lo credo nelle forme in cui tale rivelazione mi è stata proposta dalla tradizione alla quale appartengo.Credo,ma proprio questo mi obbliga a constatare la disperata incompatibilità fra ciò che Dio annuncia e promette e i fatti che da millenni continuano a smentirlo.

  6. rosella dice:

    “Credo,ma proprio questo mi obbliga a constatare la DISPERATA INCOMPATIBILITA’ fra ciò che Dio annuncia e promette e i fatti che da millenni continuano a smentirlo.”

    caro Michele,
    anche la mia prima lettura è analoga alla tua; poi però mi domando: “ma, allora IO in checosa posso credere? in checosa credo realmente?”.
    E’ a questo punto che in me inizia la conversione dello sguardo, e lo compio ogni volta che mi sento trascinata nel baratro e sempre nuovamente.Per accostarmi alla risposta mi necessita osservare ed ascoltare il mio LIBRO incarnato, quello della mia storia umana, quello della mia vita.
    Come la parola scritta nella Bibbia è incisa nel mio cuore; come fosse scisso in due, DUE TAVOLE di pietra, e la tentazione è analoga a quella di Mosè davanti al vitello d’oro: ma, nella Sua misericordia Lui continua a donarci personalmente IL SUO CODICE “vitale”.
    Non solo, ascoltando quel che accade in me, senza giudicarmi troppo severamente, mentre imploro il Suo perdono, per la mia incredulità: “Signore io credo! accresci la mia fede”; riscopro anche quale sia il mio compito in questo transito terrestre, ciò che DIO DESIDERA IO SIA; e come corrispondervi nel quotidiano con la forza della tenerezza… che è un duro lavoro su di sè.
    Stante la crisi, auguriamoci di saper lavorare alacremente, nella GIOIOSA SERENITA’ della pace.
    Buon anno a tutti
    Rosella

  7. Non so se in questo momento della mia vita più che in altri, ma sento di particolare sollecitazione ciò che Michele scrive: “Credo,ma proprio questo mi obbliga a constatare la disperata incompatibilità fra ciò che Dio annuncia e promette e i fatti che da millenni continuano a smentirlo.”
    La discrepanza tra la promessa di una vita buona e la sua non realizzazione nella storia mi pare sia un punto nodale su cui la nostra fede, da cristiani, è messa a dura prova. E così oscillo tra momenti in cui protesto l’ingiustizia di un bene che mi pare sottratto e momenti in cui riesco a guardare a Gesù di Nazaret che dice a me ciò che ha detto a Giairo: “Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata” (Lc 8,50). Per me queste parole di Gesù sono credibili, e cioè hanno valore di vita, proprio perché egli le vive fino in fondo, fino sulla croce dove, nella definitività storica della morte, continua a dire Abbà e a porre gesti di cura. Perché sono proprio i gesti di tenera cura verso gli uomini e le donne che incontra che tengono desta la mia speranza. Attraverso la vicenda storica di Gesù di Nazaret, dove l’umano e il divino si intrecciano in modo inedito, Dio mostra il suo volto univocamente di Padre e se questo divino cerca una relazione con la libertà di ciascuno, il volto di Dio nella storia potrà essere visto soltanto attraverso la testimonianza di chi, consapevole o no, si lasci diventare opera di dedizione.
    E allora sento la responsabilità che abbiamo, proprio come cristiani, di porre gesti di cura verso coloro che ci stanno accanto per tenere accesa (anche) la loro speranza. Ogni volta che disattendo la corrispondenza con la promessa, e divento deludente, so di farmi ostacolo a quella sua parte realizzabile fin da ora. E allora ricomincio da capo, perché, con il salmista, confido nella misericordia del Signore.
    iside

  8. La discrepanza, tra la promessa e i fatti, mi sembra proprio che dipenda dal nostro sguardo, troppo spesso oscurato.
    La mia piccola e fragile fede oscilla e si nutre di dubbio.
    So che, se procedo sul cammino, magari tra 1000 anni o 10.000 incarnazioni, anche io contemplerò “i cieli aperti….”.
    Nel frattempo, de profundis, “mentre imploro il Suo perdono per la mia incredulità, riscopro anche quale sia il mio compito in questo transito terrestre,… e come corrispondervi nel quotidiano con la forza della tenerezza… che è un duro lavoro su di sè”. “E allora sento la responsabilità che abbiamo….di porre gesti di cura verso coloro che ci stanno accanto per tenere accesa (anche) la loro speranza”. Grazie Rosella e grazie Iside!

Lascia un commento