Meditazione – Il risveglio del cuore

 

Verticalità nella morbida consapevolezza che diventa sfondo infinito. Mi verticalizzo nell’inspiro e lascio scendere nel peso del corpo nell’espiro, cioè muovo delicatamente il mio corpo, percependo il movimento dall’interno. E lo percepisco attraverso una consapevolezza morbida. L’espiro scende e io ne seguo lo scendere abbandonandomi nella discesa, senza forzare nulla, senza pretendere nulla, seguo l’espiro che scende per sua natura.

E questa consapevolezza che si concentra gradualmente, è come se risvegliasse piano piano il nostro cuore. Sorrido nella verticalità della colonna, stiro delicatamente le vertebre cervicali, percepisco la forza, la saldezza della postura, mi abbandono nell’espiro, e piano piano si ridesta il cuore. Come se prima fosse addormentato, sovraccaricato. Ciò che entra nella coscienza può non diventare un qualcosa a cui la mia coscienza si attacca. L’espiro è un modo per distaccare le ventose. Ogni abbandono reale stacca ventose dagli oggetti della mia coscienza che diventa libera e percepisce nuove profondità, percepisce se stessa, con un senso di sollievo e leggerezza.Così il cuore, che è il mistero della coscienza profonda, si ridesta, si rende disponibile al pensiero originale, al pensiero creativo, alla vera preghiera.

Sorrido, verticale con tutto il corpo che è un tutt’uno omogeneo e vivente, e mi abbandono con tutto il mio essere, senza confini eppure integro, senza confini e proprio per questo integro. Il mistero spirituale della nostra persona è un luogo sperimentabile, infinita-mente sperimentabile.

(Trascrizione adattata di una meditazione guidata da Marco Guzzi –  Seconda annualità IV° incontro)

Commenti

  1. Dopo alcuni mesi di pratica meditativa comincio a percepire quello che descrivi.

    La pace interiore,
    il cuore che si ridesta e accoglie con semplicità quello che accade,
    il mondo che appare amico,
    il tutt’uno che diventano l’essenza e il quotidiano.

    La tua trascrizione rappresenta bene anche le difficoltà che incontro.
    Riesco ad osservare le sensazioni corporee e anche i rumori esterni, ma appena la mente produce un pensiero ci cado dentro, la mia coscienza ci si attacca e per un po’ mi perdo.
    Però la via è questa.

    Un grazie a te e a Marco per quello che mi avete insegnato
    Aldo

  2. Patrizia dice:

    E’ proprio come dici Andrea, anch’io ho sperimentato, tramite la meditazione, questa infinita possibilità di inoltrarmi nel mistero spirituale della mia persona e nel grande mistero comune di cui facciamo parte.
    Il primo sintomo che ho, quando si allentano le tensioni, è proprio quello che hai detto: “si ridesta il cuore”.
    Salda e abbandonata, sento il mio cuore battere, le pulsazioni mi conducono a uno spazio interno profondo, libero, leggero, dove regna solo la coscienza profonda e infinita del mio cuore.
    Un caro saluto.

  3. Domenico dice:

    .. e così mi svuoto

  4. il passaggio di cui sono contenta è l’essere riuscita ad individuare un tempo specifico che dedico alla meditazione. Non sono però ancora così affezionata da custodire questo spazio ad ogni costo, nel senso che se un impegno si sovrappone, se posso posticipo la meditazione ad un altro momento della giornata, altrimenti rimando al giorno successivo. Dato che la rigidità del perfezionismo è una delle questioni su cui mi sento di dover lavorare, ritengo che questa piccola elasticità che mi concedo sia in realtà una conquista per il mio spirito e non una penalità.
    Per quanto riguarda gli esiti della meditazioni, confesso (come ho già fatto altrove in questo blog e in quello riservato ai corsisti fisico-telematici) tutta la mia invidia per coloro che raccontano stati d’animo di leggerezza e di sollievo. Io permango nella mia autostrada mentale, sempre all’ora di punta, con la grande fatica di concentrarmi sul respiro. Tengo cara però la parola consolante di un’amica praticante che mi ha fatto notare un giorno che ognuno di noi ha un modo proprio di interpretare le tappe del percorso e che forse la mia intransigenza, innanzitutto con(tro) me stessa, non mi lascia apprezzare gli avanzamenti seppur minimi. Del resto, come ancora un amico teologo mi ha fatto notare, altrimenti perché avremmo bisogno di essere salvati?
    Un abbraccio a tutti
    iside

  5. Andrea Vitolo dice:

    Cari tutti, grazie per i vostri preziosi contributi.

    Oggi ho passato quasi due ore a cercare di realizzare almeno un pochino queste bellissime parole di Marco che ho cercato di trascrivere. Devo dire che le difficoltà, che così bene Aldo e Iside hanno descritto, mi hanno dominato per gran parte del tempo.

    Il problema è che spesso, per non dire quasi sempre, è il mio ego a voler fare la meditazione e poverino non ci riesce proprio.

    Questo è quello che passa per la mia testa a fasi alterne:
    – rabbia;
    – disperazione (vocina che dice: “lo vedi che non ce la fai, non vali una sega!”;
    – esaltazione: il mio egone spirituale si gasa per il minimo risultato e comincia a sparare una mitragliata di pensieri autoaffermanti, del tipo: “ho capito questo, quello, sono fico, sarò apprezzato dal capo Guzzi, ecc. ecc;
    – il tutto condito da una radicalissima e rigidissima mania di controllo su tutto : postura, respiro, abbandono, pensieri.
    – ostinazione disperata: il mio ego di fronte al baratro della mia impotenza reagisce con una disperata e sterile ostinazione nel fare la pratica.

    Bel quadretto!!! 😆 …e poi dicono che la meditazione fa bene… la mia da anni, a volte, è un bell’inferno. Ho proprio bisogno di essere salvato!

    Per fortuna non è sempre così e qualche volta ho sperimentato quello che Marco e voi dite 😀
    E sono convinto che con il tempo e il cammino a cui ognuno di noi, a vari livelli, è chiamato, un po’ di pace ci arriverà.

    Oggi mi sono po’ pacificato con questi pensieri paradossali: “non devo fare nulla”, “non devo fare la meditazione”, “non devo pensare al respiro”, “non devo pensare alla postura”, “devo solo pensare a godermi il non dover fare niente”…. il mio egone si è subito rilassato un po’ 😀

  6. rosella dice:

    Cara Iside,
    se ” mal comune fa mezzo gaudio”, teniamoci per mano e camminiamo insieme sorridendo.
    Anch’io non riesco a contattare RESTANDO VIGILE gli stati interiori descritti come: “… un tutt’uno omogeneo e vivente… … senza confini eppure integro, senza confini e proprio per questo integro. Il mistero spirituale della nostra persona è un luogo sperimentabile, infinita-mente sperimentabile”.
    La mia esperienza è questa:
    gli stati che vado riconoscendo nelle descrizioni altrui li ho sperimentati; ma solo nell’abbandono TOTALMENTE PASSIVO, senza una vigilanza volontaria.
    Continuando nel lavoro integrativo dei tre livelli proposti dal metodo ( e non solo in quello meditativo, che comunque pratico regolarmente anche se con differenti orari), ho constatato CON SORPRESA, che il mio totale abbandono in assenza di UN ATTO VOLONTARIO di vigilanza (godere della salda postura?) ha le sue radici nella mia conclusione errata infantile: “se non esisterò non potrò morire”.
    E’ più di un anno che lavoro, per liberarmi da questa ” male-dizione…”.
    Ancora non riesco a raggiungere gli stati meditativi di silenziamento proposti; però LO SPEGNIMENTO/ morte contenuti nella meditazione Pasquale, mi sta liberando.
    So inabissarmi/morire facilmente nella mia paura di vivere, ed ascolto le somatizzazioni che ripercorrono il mio corpo (come nelle pregresse crisi emicraniche) mentre si sciolgono nelle lacrime.
    Non sono ancora riuscita ad arrivare sino in fondo alla meditazione, ma piango così alla grande da esserne molto consolata nel ritrovarmi pacificata e felice.
    Grazie Andrea, per l’opportunità che ci hai offerto di FARE IL PUNTO e condividerlo, se vogliamo…
    Un caro saluto a tutti
    Rosella

  7. rosella dice:

    … forte Andrea, ho postato senza leggerti prima: siamo almeno in tre in questa barchetta in mezzo al mare!!!

  8. Grazie Rosella ed Andrea, condividere le difficoltà è quanto mai rilassante!
    Buon proseguimento…
    iside

  9. Carissimi, sono felice di tutto questo impegno che ci rende più forti e più determinati.

    Credo che ognuno di noi sia chiamato nella propria pratica ad ammorbidire i propri ostacoli personali all’abbandono: perfezionismo, autoesaltazione o autodenigrazione, attese e pretese, paragoni, confronti, etc.

    Morbidezza perciò, morbidezza, e ancora più morbidezza: lavoriamo dentro la consapevolezza morbida dello Spirito, che è dolcissimo, dolce dolcezza infinita.

    Si tratta comunque di spegnere ogni pensiero automatico e antipatico riconosciuto, con grande pazienza, uno dopo l’altro, senza aspettarsi nulla, ma imparando in fondo a morire con una certa precisione: a questo pensiero qui, proprio a questo, e ORA.

    Così poi la nostra preghiera porterà a compimento il nostro spostamento, e il nostro abbandono: sarà lo Spirito a darci la SUA pace.

    Ciò che poi vorrei sottolineare è che lo scopo fondamentale delle pratiche interiori non è tanto la realizzazione di stati mentali più o meno perfetti, ma la nostra trasformazione complessiva.

    Dobbiamo cioè chiederci, dopo 2 o 3 o 10 o 50 anni di meditazione e di preghiera: ma come procede la mia vita? sono un po’ più riflessivo e attento? un po’ più sensibile verso gli altri? almeno un pochettino meno permaloso, iroso, suscettibile, arrogante, presuntuoso, avaro, ingordo, e così via? sono un po’ più morbido e umile, capace di ascoltare e di donare, un po’ più paziente e coraggioso, un po’ più felice anche nelle difficoltà, e così via?

    Se sì, allora il lavoro, anche duro e all’apparenza poco gratificante, è buono, funziona. Se no, allora bisogna intervenire e correggere qualcosa nell’impostazione generale della pratica ( e della nostra vita…).

    Le pratiche interiori sono insomma esercizi funzionali alla corsa, lo scopo è la corsa, e non l’esercizio in sé. E’ nella corsa che possiamo verificare la loro efficacia. A volte le flessioni sono soltanto fatica e dolore, ma poi i nostri muscoli possono sollevare molti pesi…

    Infine fate bene a sottolineare i pur piccoli progressi. Questo ci fa molto bene, invece di commisuraci su improbabili stati di perfezione.

    Un abbraccio. Marco

  10. Daniela dice:

    Morbidezza e dolcezza, sono le parole nuove che mi accompagnano, da quando ho intrapreso l’avventura dei gruppi. Sono parole che mi erano lontane e che non ho assorbito a sufficienza da piccola essendo spesso trattata con molta durezza che invece ho imparato benissimo. Dura come la roccia come il marmo come la terra mai lavorata; in queste condizioni intraprendo il mio cammino, so che per lavorare alla mia durezza ci vuole pazienza e tempo, ma so anche che c’è un livello di apprendimento più profondo e a noi sconosciuto, o per lo meno non conscio che affiora dopo anni di lavoro inaspettatamente e ci lascia spesso sbalorditi rispetto a progressi inaspettati quanto improvvisi e apparentemente non coscientemente ricercati.
    Ho avuto spesso questa sensazione in anni dedicati allo studio della musica e del canto.
    Provo a fare un parallelo perché lo studio del canto ha tanto a che fare con il nostro stato interiore e spesso mi è capitato di fare dei paralleli con la pratica meditativa;
    1) Quando emetto un suono il mio corpo è uno strumento musicale e questa emissione ha molto a che fare con “il piacere di una posizione forte e decisa e il rilassamento e lo stato di quiete” che troviamo nella terza traccia delle meditazioni del sito. Quanto più sono quieta e rilassata e nello stesso tempo tonica nei muscoli che concorrono a produrre il suono, tanto più questo sarà bello ricco di armonici e gratificante e potrò gustare tutto il piacere nella sua emissione.
    2) Quando canto devo per forza essere nell’istante in cui emetto il presente suono, sono dentro ogni suono che emetto e questo è un momento meraviglioso.
    3) La disciplina nello studio del canto è fondamentale ripetizioni continue di esercizi sempre uguali, possono anche scoraggiare perché i risultati non sono immediati, ma poi improvvisamente un giorno ti svegli e quel passaggio che ti sembrava impossibile (forse perché voluto con troppa tensione o con troppa ansia e impazienza) “miracolosamente” ti riesce alla perfezione e questo ha a che fare con una certa liquidità del pensiero, tanto più mi abbandono, tanto più il suono scaturisce da me e si fa me; non sono io a fare il suono, ma è il suono stesso che mi plasma, questo avviene quando riesco ad abbandonare ogni rigidità emotiva, ogni paura del giudizio; questa è per me una strada veramente impervia perché sono piena di paure sono terrorizzata e rigida, ma ho potuto constatare che l’esercizio continuo umile, paziente prolungato senza aspettative dà molto frutto, così è anche per la meditazione ne sono certa, posso già percepire alcuni benefici piccoli segnali che la strada è giusta.
    Buon cammino a tutti
    Daniela

  11. Grazie, Daniela, mi pare che il raffronto con il canto sia davvero istruttivo.
    D’altronde la mia esperienza originaria è proprio poetica, e cioè di ricerca appunto di un Canto, di una Voce giusta…
    Un abbraccio. Marco

  12. Mariapia dice:

    Grazie, molte, carissimo Marco, dei tuoi chiarimenti! Mi interrogherò meno, in modo perfezionistico, sulla “riuscita” della mia meditazione quasi giornaliera, Ma mi esaminerò con più dolcezza ed equaminità sulla mia vita nella sua interezza. Allora troverò il dono di qualche frutto saporoso!
    Grazie anche a Daniela per il bel paragone musicale! Mariapia

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