HI AND BYE

Premetterei un asserto non dogmatico: il nostro carattere non è il nostro peccato.
Molte volte facciamo confusione fra carattere e peccato. Una reazione caratteriale automatica, frutto di stratificazioni e di abitudini spesso apprese passivamente, non designa un peccato in senso religioso, ma una mancanza di consapevolezza e di coscienza di sé.

Finanche un atto di violenza compiuto senza consapevolezza non è peccato, per cui potrei affermare che vi è peccato se vi è consapevolezza, che vi è più senso del peccato quanto più siamo capaci di percepirci, di sentirci, di ascoltarci, di porre in essere comportamenti non automatici. Il Cristo sulla croce, prima di spirare (non di morire), dice (il verbo è al presente perché lo dice anche adesso, in questo preciso istante): “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).
Colui che non sa quello che fa non può essere condannato, ma compatito e perdonato.

Quanto sia corta la corda della libertà dell’uomo è cosa ben nota. Vorremmo ma non possiamo. Potremmo ma non ce la sentiamo.
C’è qualcosa che si frappone fra il pensato, il voluto e l’agito. Perché non vogliamo vera-mente, non pensiamo profonda-mente. A livelli profondi, lì dove si situa la faglia di scissione, le ferite sanguinano, l’inconscio detta i suoi ritmi, deborda e ha ragione di noi.

Non facciamo ciò che vorremmo. Scrive san Paolo ai Romani: “Ma io sono un essere debole, schiavo del peccato. Difatti non riesco nemmeno a capire quel che faccio: non faccio quel che voglio, ma quel che odio. 
Però se faccio quel che non voglio, riconosco che la Legge è buona. Allora non sono più io che agisco, è invece il peccato che abita in me. 
So infatti che in me, in quanto uomo peccatore, non abita il bene. In me c’è il desiderio del bene, ma non c’è la capacità di compierlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Ora, se faccio quel che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che è in me.
 Io scopro allora questa contraddizione: ogni volta che voglio fare il bene, trovo in me soltanto la capacità di fare il male. Nel mio intimo io sono d’accordo con la legge di Dio, ma vedo in me un’altra Legge: quella che contrasta fortemente la Legge che la mia mente approva, e che mi rende schiavo della legge del peccato che abita in me. 
Eccomi dunque, con la mente, pronto a servire la legge di Dio, mentre, di fatto, servo la legge del peccato. Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte (…)”.

Paolo è tuttavia consapevole di questa scissione che lo trascinerebbe verso il baratro della morte se non intervenisse la potenza del Signore, il Simbolo, Colui che unisce ciò che è diviso. Di quale morte parla Paolo? Di quella biologica? Certo che no. Qui si parla della seconda morte, di quella dell’anima, della definitiva presa di distanza dal Logos, per volontà soggettiva, quindi per atto libero e consapevole.

Affinché un peccato sia mortale si richiede che concorrano alcune condizioni: «È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso», si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica.

Piena consapevolezza e deliberato consenso implicano che possano esserci ignoranza ed inconsapevolezza. Di qui la necessità di acquisire sensibilità quanto al peccato grave attraverso la conoscenza di sé e dei propri meccanismi alienati.
È inevitabile che se non si possiede un principio unificante, ogni azione è un aborto di bene, è costruzione peritura, è de-finalizzata, consegue risultati incerti, inconsistenti, volatili.
Questa incertezza si riverbera sempre sul mondo relazionale, così che ogni relazione non si espande ma divampa in un falò di paglia. Tutte le relazioni sono a rischio di strumentalizzazione, di rottura e di consumazione.

È l’epoca dell’hi and bye. Ti incontro per consumarti, per vampirizzarti, per portarti a letto, dopo di che “whatever we had, we had” (ciò che è stato è stato). Le morti per ecstasy, alcol e droghe di tantissimi giovani rivengono dal non aver accolto l’etica del Volto, dall’appassimento della speranza, che sempre concerne il futuro, per aderire ad uno squallido presente senza orizzonti. Generazioni senza futuro. Generazioni per le quali il tempo non ha senso, non ha niente a che fare con l’anima. Generazioni di precari in ogni senso.

La relazione desertificante intercorre fra individui, non fra persone, laddove l’individuo si differenzia dalla persona perché l’accento è posto sull’ego e non sull’io sano e sul noi comunitario. L’individuo è isolato nello spazio dei suoi interessi materiali. Non vi è alterità se non per il tempo strettamente necessario a raggiungere i propri obiettivi. Alterità immiserita e violentata. La persona invece parte da sé per andare oltre se stesso, per superarsi nell’atto di amore verso di sé e verso l’altro. I suoi spazi sono abitati dallo spirito che vivifica la materia. Senza questa potenza vivificante, l’uomo è destinato a restare individuo e a non conoscere la bellezza di sé e del mondo. Gli altri non assurgeranno mai al rango di prossimo ma di altro da sé, di avversario, di nemico, di marionetta.
L’individualismo è guerra continua, dentro di sé, nelle famiglie, nei condomini, nei luoghi di lavoro, nelle parrocchie, nei partiti.

Il principio unificante ha sempre natura divina o escatologica. Nessun sistema filosofico, nessuno sforzo di sola ragione, nessuna concezione politica ha elaborato un principio unificante universalmente valido. Dio è il Logos. Dio è la Parola che salva, non la parola che turlupina, imbroglia, mistifica. Egli è il principio unificante, per cui il peccato che non sarà perdonato, quello contro lo Spirito, ritengo sia l’atto o l’azione derivante dalla piena consapevolezza che Dio è il Logos, ma senza che a questa consapevolezza ci si conformi con umiltà e sapienza.

So ma non faccio. Sono consapevole che Dio è mio Padre, ma Egli va ucciso, altrimenti la mia libertà sarà sempre condizionata, la mia parola sarà sempre influenzata, io dovrò fare i conti con me stesso fino in fondo, fino al punto di scendere nel mio personale inferno per battermi con l’Anticristo, il cui campo di battaglia è il cuore dell’uomo, inteso come coscienza, mente, conscio.
Elogio della libertà assoluta che si converte tragicamente in follia e, liberamente, in lontananza da Dio.

Comments

  1. Caro Salvatore,
    grazie per questa lucida e drammatica analisi della nostra condizione, umana troppo umana…
    Non entro nel merito del tuo complesso e sottile ragionamento.
    Mi sembra di poter solo riassumerne e ricapitolarne il senso, per me, ora. Che è questo: solo un Dio, solo Dio mi salva. Solo l’accettare la fragilità della mia condizione mi apre alla fedeltà all’alleanza, mi fa uscire dal ripiegamento su di me, dalla chiusura che uccide.
    Buona giornata!

  2. Salvatore says:

    Ciao, Paola…In sintesi è come tu dici. Solo la fede nel Cristo Risorto e Vivo salva…gli altri sono “surrogati”…vie di fuga…tuttavia, il Dio dei cristiani è il Dio di tutte le persone che amano e che si battono per la giustizia e la verità…E’ il loro Salvatore, anche se non lo conoscono…

  3. Mariapia says:

    Già Socrate aveva riflettuto sul perché compiamo il male , sul perché scegliamo l’ingiustizia piuttosto che il suo contrario, che ci farebbe vivere meglio . Nel Protagora di Platone Socrate dà questa risposta: l’uomo sceglie il male perché non conosce abbastanza il bene; non si impegna abbastanza nella libera ricerca su sé stesso, su ciò che gli giova e su ciò che lo danneggia.
    Questa posizione socratica, pur essendo prima della rivelazione cristiana, può aiutarci a capire alcuni aspetti della cultura di oggi. La superficialità nella conoscenza e la leggerezza nella riflessione, fa sì che molta gente si perda nell’effimero, non avendo mai assaporato il duraturo, . Forse siamo responsabili un po’ tutti se non ci educhiamo vicendevolmente a scrutare la vera natura dell’uomo, che aspira a cose grandi e che solo così può incamminarsi verso la vera conoscenza e pienezza di vita . La salvezza è dono, ma occorre saperla riconoscere.
    Mariapia

  4. Non ho capito il passaggio dove scrivi che “la piena consapevolezza implica l’ignoranza e la inconsapevolezza”.
    Forse sarebbe meglio dire che la consapevolezza(e di conseguenza il deliberato consenso)non è mai piena?
    E quindi che non si può parlare in realtà fino in fondo di peccato mortale nel senso che provoca la morte eterna?
    E allora l’inferno è vuoto,semivuoto o popolato?

  5. Don Lorenzo Milani che era uno che se ne intendeva perchè si è sacrificato per il prossimo,ed era uno che non poteva vedere gli accademici e gli intellettuali,diceva che per essere cattolico basta seguire i dieci comandamenti,e confessarsi subito appena si trasgrediscono,tutte le altre considerazioni,sono labirintiche astrazioni fatte con linguaggio specialistico da intellettualodi,che servono a creare confusione nel già confuso mondo cattolico,e così difficile essere vicini al cuore della gente?O forse pensiamo che più sono astruse le teorie e più dietro a esse si celano i dotti.

  6. Mi hai fatto pensare alla differenza tra avere fuori o dentro di noi la Legge che guida la nostra vita.
    Se è dentro, si può dire che siamo consapevoli del male che facciamo.
    Se è fuori, andiamo avanti inconsapevolmente a cercare di ottenere ciò che ci piace e a perseguire i nostri interessi materiali, fino a quando non ci scontriamo con una struttura o una persona più forti di noi.
    Un caro saluto

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