La sofferenza degli altri

Lo scrisse anche Simone Weil:

“Come mai accade che, dal momento in cui un essere umano dimostra di avere poco o punto bisogno di un altro, quest’ultimo si allontana?” (L’ombra e la grazia).

Perché questo è così vero?

Chi sta male, chi soffre, chi chiede aiuto in un certo senso intacca il nostro equilibrio emotivo, già così traballante. Ci disturba, ci trascina violentemente nell’abisso della sofferenza, o peggio ancora della depressione, realtà di tante persone, e la tentazione è scappare!

Una mia amica che sta combattendo con il cancro mi ha detto “Cerco di non pensarci, non mi lamento, sento poi che gli altri non sopportano più di tanto di ascoltare le mie pene”.

Noi per sopravvivere siamo alla ricerca della gioia o comunque della serenità in ogni momento della giornata e come si può gioire ascoltando le miserie altrui?

Forse è qui la contraddizione, mi chiedo…..come si può gioire allontanando chi soffre? Come ci si può chiudere nella propria bolla di sapone con la grande illusione che la vita non sia anche sofferenza e che questa non tocchi anche noi stessi?

E’ difficile acquisire la consapevolezza che la condizione umana, con tutta la sua totalità di esperienze (anche soffrire e morire), è tale per ognuno di noi e va accettata e vissuta fino in fondo.

Il percorso di Darsi Pace è stato fondamentale per me nel ritrovare la serenità di vivere dando un senso alla mia esistenza; questo senso consiste soprattutto nella “relazione” in ogni contesto, è ascoltare l’altro, percepire quale può essere il suo bisogno in quel momento ed aiutarlo per quanto è possibile.  Non è sempre facile!

Mi hanno colpito le parole dette da Marco Guzzi nel discorso tenuto alla fraternità di Romena, il senso è questo: “ Diventare presenti in ogni luogo con il corpo, con i sensi spirituali, il tatto, l’odorato, l’udito…….perchè se non impariamo a fare questo, sapremo  poi ascoltare una persona che vuole parlarci, sapremo percepire in un segno, in un volto una richiesta di aiuto?”.

Penso, inoltre che dovremmo riscoprire anche il sentimento della “compassione” , non tanto come pena per l’altro, quanto nel suo significato originale molto più nobile (dal latino: [cum] insieme [patior] soffro) di partecipazione alla sofferenza altrui.

Proprio alcuni giorni fa, nel suo commento quotidiano al vangelo, Frate Michael Davide parla di compassione citando le parole del filosofo Jean Venier: “La compassione consiste nel porre sull’altro uno sguardo che lo aiuti a rivelarsi. La compassione significa rivelare all’altro il suo valore davanti a Dio che abita in lui ed aiutarlo, così, ad andare fino in fondo nel suo cammino di vita”.

Non ci resta che pregare perché lo Spirito di Dio infonda in ognuno di noi tali sentimenti, confidando che il sorriso di riconoscenza dell’altro può portare ad una gioia infinita.

Comments

  1. Filomena Bernocco says:

    Grazie, cara Gabry, di queste tue parole così profonde e consistenti.

    Proprio ieri abbiamo fatto esperienza della concreta possibilità di stare accanto all’altro, di accompagnarlo nell’abisso delle sue mancanze e del suo dolore, con compassione, abbandonando ogni inutile e dannosa pretesa di giudizio del fratello che, come noi, cerca con tutto il cuore il perdono e la speranza, per “andare fino in fondo nel suo cammino di vita”.

    Tanti baci di Pace
    Filomena

  2. Antonietta says:

    Ascoltare le sofferenze degli altri… e se in quegli altri ci fossi io?
    Anche stare dalla parte dei “sofferenti” non é mica facile!
    Ci vuole rispetto per chi ti ascolta, ti aiuta o ti telefona o ti viene a trovare. Lo devi aiutare ad entrare delicatamente nel tuo mondo un po’ alterato perché lui si sta affacciando in un territorio che spesso non conosce così tanto bene e di cui ha tanta, tanta paura.
    E per fare questo bisogna che il “sofferente” abbia smaltito prima una bella dose di rabbia, invidia e altri sentimenti distruttivi, perché non é giusto riversarli così ancora grezzi sull’interlocutore di turno.
    Non sempre poi l’incontro riesce, a volte la distanza é incolmabile ma rimane sempre il valore di qualcuno che ci ha dedicato volutamente del tempo, merce oggi molto rara.
    Chi sta dalla parte del sofferente/malato dovrebbe poi accettare che la vita là fuori continua con i suoi ritmi vorticosi e non si può fermare perché sei costretto a fermarti tu.
    Il problema che io adesso sento di più (perché come avrete capito scrivo per esperienza diretta) é il riconoscimento di una pari dignità del tempo attivo dei sani e di quello più passivo dei malati.
    Questo concetto é molto lontano dall’immaginario corrente, specie da quello produttivo.
    Penso che a chi sta male bisognerebbe far sentire che sta facendo qualcosa di estremamente importante, inaccessibile e misterioso alla nostra comprensione, ma assolutamente degno.
    Forse questo é il primo, vero ascolto.
    Ciao
    Antonietta

  3. grazie con riconoscenza
    rosella

  4. Grazie!

  5. Bella riflessione, grazie Gabriella.
    Forse ci allontaniamo da chi mostri di non avere bisogno di noi, perché sentiamo che sta mentendo, che si sta difendendo, che ci sta rifiutando, isolandosi. Noi infatti abbiamo sempre un enorme bisogno gli uni degli altri.

    Forse per questo nella mia vita ho spesso preferito la compagnia delle persone ferite, malate, afflitte, di chi cioè non ha più voglia di “far finta di essere sano”. A volte i “sani” sono terribilmente noiosi, mentre il dolore scava, provoca al grido, e alla riflessione autentica, al canto, al pianto, e alla preghiera, quella vera…

    Il dolore ci colloca nella postura autentica dell’essere umano: la richiesta straziante di guarigione, di aiuto, di salvezza.

    Talvolta possiamo offrire un piccolo sollievo, talvolta riceverlo.
    Anche nei casi più estremi.
    Ricordo con commozione uno degli ultimi incontri con Giovanna, una mia amica. Stava per morire, con la maschera dell’ossigeno, in un’ospedale per malati in stato terminale. Le presi i piedi e le feci un piccolo massaggio, lei incominciò a ridere, e ci divertimmo come bambini, facendoci il solletico ai piedi. E’ stato uno dei momenti più belli della mia vita.

    Giovanna volle fare della sua malattia un luogo di incontro. Andavamo in tanti a trovarla e ci vedevamo da lei magari dopo tanti anni. Credo che ogni situazione possa diventare un evento sorgivo, si tratta di mollare ogni pregiudizio, di imparare a stare, ad aspettare, e, in fondo, ad amare.

    Anche ricevere, in questo senso, non è facile, come dice bene Antonietta, anche quando soffriamo dobbiamo imparare ad accogliere i piccoli doni, ad accorgerci di ciò che ci viene incontro, a gustare i piccoli sollievi, anche minimi, ma comunque preziosi.
    Un abbraccio. Marco

  6. Ti ringrazio Signore
    che mi hai fatta come fossi
    un prodigio necessario a stupire
    nel mistero dell’amore l’uomo
    qualche volta dona sè stesso
    magari in modo contratto
    confuso o distorto il suo

    amore fragile e dolente

    nell’ impotenza talvolta odia
    pur di mantenersi in vita
    mentre talaltra dona
    abbondanza con la sua stessa morte
    che rinnova l’eterno
    in cui siamo contemporaneamente
    Presente nell’Amen.

  7. Gabriella says:

    Si Marco, concordo soprattutto con le tue ultime parole; ieri sera infatti sono andata a dormire meditando sul prezioso intervento di Antonietta che mi ha davvero colpito.

    Comprendendo quanto sia giusto riconoscere la dignità del tempo “passivo” di chi soffre, al contempo trovo molto bello il pensiero di una rispettosa accoglienza da parte del sofferente verso chi lo ascolta e cerca di offrirgli conforto.

    Vi è quasi un sentimento di pietà al contrario! Forse per questo mi sono venute alla mente le parole di Etty Hillesum rivolte al Signore nel pieno della sua sofferenza: “Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me” ……… “… a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi..”

    Ti ringrazio Antonietta perché mi hai fatto capire che non devo sentirmi in colpa se continuo a vivere anche gioiosamente nonostante per qualcun altro ciò sia ormai impossibile, l’importante è cercare di far parte sempre più di quella “merce rara”, come tu definisci chi dedica del tempo ad aiutare il prossimo.

    Cara Filomena, l’incontro dell’altra sera penso rimanga nel cuore e nella mente di tutti noi partecipanti; sono sempre più certa di quanto sia essenziale il nostro cammino insieme!
    Grazie a tutti voi. Gabriella

  8. Il problema che io adesso sento di più … é il riconoscimento di una pari dignità del tempo attivo dei sani e di quello più passivo dei malati.

    cara Antonietta,

    tu tocchi a mio parere un nervo scoperto e molto attuale. La tua questione molto incarnata, mi pare possa anche essere generalizzata in questo modo:
    il problema che adesso sento di più è il riconoscimento di una pari dignità del principio femminile e maschile che mi abitano e che io e gli altri proiettiamo costruendo il mondo in cui viviamo.

    Vorrei fare con te un tentativo di approccio al quesito, partendo dalla frase di Simone Weil riportata da Gabriella all’inizio del post.

    A differenza di Marco, quando qualcuno non ha bisogno di me, se mi ascolto sino in fondo, in me si apre un grandissimo dolore, mi sento ferita ed umiliata. Sono ricacciata nel buco della mia umana impotenza a procreare il nuovo se non accolta come dono.

    Ciò che mi ferisce maggiormente è la consapevolezza di non potere nulla senza l’altro e questa ferita mi fa volgere le spalle da un’altra parte, magari per donare qualcosa a qualcuno che lo accetti e così compensare la mia ferita (almeno in parte), oltre che procreare il regno possibile.
    Il bene e il male in me coesistono sempre, così come il limite della mia onnipotenza.
    Se vado poi a girare l’altro lato della medaglia, la domanda che mi pongo è: come si condivide la gioia, il successo, la creatività? Come si fa festa senza essere invitati?
    E lì rimestare nella pentola che bolle è un lavoro molto proficuo anche se talvolta scotta un po’ le mani.

    Sto ponendomi da mesi la tua stessa domanda, anche se in altro modo: come si accoglie un dono?

    Penso che le nostre risposte, solo apparentemente differenti possano pervenirci attraversando la solitudine e calandoci sempre più a fondo nella nostra ferita originaria per ampliare la conoscenza del senso vero della preghiera.

    Credo che solo lì possiamo ricevere il necessario.
    Il necessario e non ritenere soddisfatto un bisogno.

    Il nostro dramma è che ci concepiamo bisognosi e così realmente lo siamo; mentre la nostra dignità ci è ridata nel condividere il necessario e non nel soddisfare i bisogni, nostri o degli altri.

    Ti abbraccio con affetto
    Buona giornata a tutti
    Rosella

  9. vorrei puntualizzare

    Questo mondo è un mondo fondato sulla necessità; ma non sul bisogno.
    Il bisogno umano lo abbiamo inseminato noi non accogliendo o rifiutando il dono della vita, nella sua realtà data.

    es.

    Per mantenere in vita il nostro corpo è necessario che ci nutriamo, ma per quanto noi ci nutriamo in modo adeguato, prima o poi, al nostro tempo opportuno, moriremo.

    Per morire non abbiamo alcuna necessità di nutrirci, la morte ci libera da ogni cosa, anche la più necessaria.

    il bisogno nasce da una deprivazione (la ferita originaria) che genera una distorsione, la fame (di qualunque tipo) da cui deriva l’impellenza di soddisfarla…PER NON MORIRE.

    Riconnettendoci con il principio di realtà: “che la nostra fine è il nostro nuovo inizio”, possiamo finalmente vivere più liberamente, accogliendo ciò che ci è donato.

    Ma, per fare questo IN PACE, è proprio necessario spegnere ogni attaccamento, attraversando la morte… in modo iniziatico. Che è poi il lavoro che stiamo già facendo, altrimenti non sarei neppure sfiorata da simili pensieri.
    ciao
    rosella

  10. … sai Antonietta,
    ringrazio molto Gabriella per avere redatto questo post e te per il tuo incarnato intervento.
    Mi avete permesso di andare più a fondo in quello che sembra essere un quesito che ci accomuna, nonostante la forma appaia differente.

    Per me trattasi di andare oltre la passività totale di spegnere ogni pretesa… per finire nel nulla della morte.
    Luogo che mi appare assurdo e senza senso, nel quale sperimenti sì la pace ma non quel piacere controverso che io sento “creativo” e che mi da molto gusto.

    Allora mi sembra che un piccolo passo d’incarnazione quotidiana di libertà integra e vera, possa essere quello di mettere a tema tutto il necessario senza pretenderlo. Mettendolo a tema però, il meglio possibile e anche con una certa decisione e forza; perchè quel che è necessario è anche giusto e il Signore chiama beati gli operatori di giustizia, come quelli di pace.

    Devo riconoscere peraltro che è proprio vero che un lavoro di trasformazione interiore che accompagni all’incontro con l’Amore nella comune/unione con i fratelli, richieda personalmente la disposizione ad andare sino in fondo correndo il rischio di una morte reale.

    E forse è solo lì “in questo rischio” che incontriamo realmente IL GUSTO DEL SENSO nella preghiera, così come nella Vita .

    La nostra dignità è rimessa nelle mani di Colui che solo può renderci umani e degni ri-donandoci a noi stessi alla nostra integrità o dignità.

    Quel che stiamo vivendo in-fermi o attiva-mente acquista dignità non da un riconoscimento esterno ma dal senso creativo dell’amore che ci abita.

    Noi stessi siamo tenuti responsabilmente a collaborare alla dignità del destino umano e se in qualche momento il nostro ci appare sopraffatto, perchè costretti o forzati dagli eventi, è solo il senso creativo dell’amore che sappiamo S’OFFRIRE incarnandolo nella relazione, che consente alla passività nella vita, così come alla sua attività di riacquistare il loro valore di dignità umana.

    A me questo sembra molto bello e risponde al quesito che da sempre mi opprime: come si fa a non buttarsi via per niente?
    Che ha molto a che vedere con il precedente: come si accoglie un dono? di cui ancora non conosco il responso GAUDIOSO.

    ciao cara

    adesso ho concluso.

    rosella

    p.s. per Gabriella

    … lo so lo so che son troppo … e sto pure nel tuo post … ma che ci posso fare se la faccenda m’intriga proprio?

    grazie per la tua paziente accoglienza

    Rosella

  11. Antonietta says:

    Ciao,
    vi ringrazio per l’accoglienza che avete riservato al mio intervento.
    Quando ho riletto le mie parole, subito dopo averle postate, mi sono accorta subito che qualcosa non tornava: chiedo un riconoscimento della dignità del tempo passivo della malattia, ma il primo riconoscimento che manca é… il mio.
    La passività genera sempre in me una grande resistenza, ben oltre la naturale paura della situazione. Noto che i vecchi automatismi della “ferita originaria” continuano su di me a fare egregiamente il loro lavoro.
    É vero che quando si sta male cadono molte menzogne e che si é un po’ più veri, ma poi a volte quello che si svela fa paura, e inconsciamente il meccanismo di difesa riparte … insomma, il lavoro su di sé, una volta iniziato, é sempre da fare, in qualunque situazione!

    Comunque, per tornare al tema di questo post, volevo dirvi che credo che la fatica non sia molto diversa, cioè quando le cose vanno bene fermarsi e trovare il tempo di condividere con umiltà con qualcuno che sta peggio, e quando si sta male accogliere senza rabbia il bello che ti trasmettono gli altri. Occorre un’apertura da entrambe le parti, un’apertura che non é mai scontata e che va reciprocamente riconosciuta e, direi quasi, onorata.
    Come scrive Marco, abbiamo un enorme bisogno gli uni degli altri.
    Riconoscerlo, in qualunque condizione ci troviamo, mi sembra già un mezzo miracolo, di questi tempi.
    Ciao
    Antonietta

  12. Gabriella says:

    Cara Rosella forse sei troppo….., ma tu sei così spontanea e sicuramente hai trovato in questo sito l’accoglienza che cercavi, e va bene così, perchè liberandoti doni anche a noi dei bei pensieri su cui riflettere. Un caro abbraccio

  13. Per la mia esperienza, mi pare che l’accoglienza dell’altro sia possibile nella misura in cui accolgo me stessa. Il percorso dP mi sta facendo toccare con mano quanto il pesante giudizio che ho su di me vada di pari passo con il pesante giudizio che applico agli altri. Così per sottrarmi al giudizio altrui, che comunque c’è anche indipendentemente dal mio, metto in atto meccanismi di difesa nella direzione dell’accondiscendenza e del nascondimento della mia reale condizione di persona che non ha esattamente nella salute il suo punto di forza. Sento tutto il peso della maschera che indosso e che dice che va bene, anche quando in realtà non va affatto bene e sto in piedi non so come. E questo, da un lato, per evitare di sopportare l’ansia che la mia salute precaria provoca nelle persone che sono più affettivamente coinvolte nella mia vita. Dall’altro, per evitare di percepire l’insofferenza di coloro che sono più “lontani”, insofferenza di cui ho imparato a mettermi in ascolto, sviluppando una sensibilità (permalosa) verso ogni segno di intolleranza. Così mento spudoratamente, facendo finta che vada tutto bene anche quando sento la fatica di un corpo refrattario che non risponde come il copione prevedrebbe.
    Quando poi tocca a me prestare orecchio e cuore per condividere una situazione di sofferenza, cado facilmente negli stessi tranelli che vedo fare agli altri nei miei confronti. Mi rendo conto di essere molto più empatica verso quel tipo di sofferenza che capisco per esperienza, piuttosto che verso ciò che non esperisco. E così il tarlo del giudizio mordicchia e a mia volta divento insofferente.
    Insomma, le dinamiche sono complesse e ho molto lavoro da fare!
    Un abbraccio a tutti i cercatori di pacificazione.
    iside

  14. Giuseppina says:

    Grazissime per tutti gli interventi che ho sentito cosi’ incarnati e …intriganti.
    Anch’io nella mia vita, come dice Marco, ho talvolta scelto la compagnia di persone ferite, malate, afflitte, di chi cioe’ non ha piu’ voglia di “far finta di essere sano”.
    Sono stata volontaria per 8 anni in una casa famiglia di portatori di Aids in fase terminale a Monte Porzio Catone. Il percorso durissimo e preziosissimo fatto insieme agli operatori, agli ospiti, ai volontari è indimenticabile . A volte è stato gioioso e mi ha fatto scoprire che necessito sempre di continuare ad imparare a stare insieme, ad aspettare, a prendermi cura specialmente quando, senza sceglierlo mi sono ritrovata dentro situazioni familiari di grande sofferenza che si sono rivelate piu’ faticose ed angoscianti.
    Concordo pienamente con te, cara Antonietta, che è sempre davvero difficile entrare in punta di piedi dentro la sofferenza dell’altro ( che poi sono io) per farsi compagno sapendoci stare dentro senza fuggire,”senza spegnere lo stoppino fumigante” , senza esserne spento.
    Veramente difficile, ma non impossibile come gli interventi a questo post,, a partire dal tuo, testimoniano sulla possibilita’ di un aiuto e un riconoscimento per camminare insieme in liberta’ con pari dignita’, come ci insegna il Divino Maestro che è venuto per i malati e non per i sani rivelandoci il nostro enorme bisogno gli uni degli altri.
    Con grande gratitudine per le esperienze fatte e per quanto i vostri interventi mi hanno rievocato e pro-vocato vorrei rileggere con voi alcuni miei versi scritti tanti anni fa durante i preziosi anni di volontariato che continuano a parlarmi…

    COMUNIONE FRATERNA

    Figlio, fratello caro,
    questa tua sofferenza mi appartiene,
    la respiro con te.

    E’ dentro la mia carne,
    fatica quotidiana,
    comunione fraterna.

    E’ sangue che circola,
    vero olocausto
    è sotterranea gioia:
    risana le ferite della nostra umanita’

    FRATERNITA’

    E tutti insieme
    sull’azzurro manto della terra
    toccare l’altra meta’ del cielo
    inginocchiarsi stupiti
    goffi bambini
    baciare l’ombelico della vita.
    Svegliare radici ferite,
    farsi compagno
    sentire nel silenzio
    onde profonde, mani leggere
    intrecciare nenie e danze.

    Un abbraccio sororale e fraterno
    Giuseppina Francesca

  15. Grazie per questa bella riflesione cara Gabriella. In effetti chi soffre, chi sta male, chi ci chiede aiuto intacca sicuramente il nostro eqyìuilibrio.
    Credo che sia anche una sfida difficile perchè perchè per aiutare bisogna ascoltare entrare in sintonia comprendere, empatizzare … Ma anche il vero ascolto attento e partecipe è già un aiuto, perchè a volte mancano le risorse e i mezzi per aiutare non si trovano …
    Ricordo mia madre sul suo letto di sofferenze, gli ultimi giorni, prima di andare … i suoi occhi, il suo respiro e la sua voglia di dirmi ancora tante cose, conscia ormai di non avere più molto tempo … il mio cuore andava naufragando in un oceano di infinita tristezza eppure l’ascolto della sua voce, del suo respiro affannoso lo sguardo dei suoi occhi stanchi, ma sempre meravigliosi mi davano conforto e serenità perchè sentivo che voleva parlarmi e io volevo ascoltarla e ascoltarla ancora …
    Penso che sia molto difficile aiutare chi soffre, ma disporsi al suo ascolto profondo può essere già una strada per alleviare la sua condizione di smarrimento, paura e isolamento e donare un po’ di calore e di fiducia nel bene.
    Una immagine su tutte : gli Angeli custodi accanto ai moribondi e ai disperati ne Il Cielo Sopra Berlino di Wim Wenders.
    Di questi tempi è ben raro poter gioire davvero e sentire felicità autentica in fondo al cuore, alle volte intorno si sente solo sofferenza che si mescola con la nostra e ci trascina giù.
    Restiamo aperti alla speranza e cerchiamo uno sguardo limpido e sereno, il Signore ascolta chi lo invoca, è sempre fedele nella sua infinita bontà e misericordia, perdona e ci rigenera, vuole solo il nostro bene.
    Grazie.
    Marco F.

  16. Antonietta says:

    Carissima Iside, non sai quanto ti capisco! Un abbraccio
    Antonietta

  17. Gabriella says:

    Volevo ancora ringraziare tutti per le belle e profonde riflessioni in risposta al mio post.

    Concordo con Iside che il lavoro su se stessi non va mai interrotto, perché, come ha detto Marco in un recente incontro,.. basta un “atomo” di disattenzione che ricadiamo nel baratro. Quello che mi dà speranza è che, comunque, già avere la consapevolezza di tutto questo è un grosso passo avanti.

    Grazie Giuseppina per i bellissimi versi quanto mai attinenti all’argomento…provo grande rispetto per le tue esperienze passate, non so se mai avrei tanto coraggio!

    Marco F. mi sono davvero commossa per il ricordo di tua madre (mia suocera) che tu sai quanto amavo anch’io, lei è stata davvero un esempio di “ascolto” per gli altri (per noi in particolare) ancora a distanza di tanto tempo mi manca.
    E poi l’immagine degli angeli custodi nel film di Wenders!

    E allora concludo proprio così con la speranza di poter essere angeli custodi per tante persone.

    Un abbraccio a tutti Gabriella

  18. “E’ necessario sentire la mano di Dio sulla propria spalla per poter essere la Sua mano su quella degli altri” Il cartello con questa frase sta all’ ingresso del centro aiuto alla famiglia del mio paese. Grazie a tutti per i vostri interventi.

  19. Benvenuta nel blog, carissima Rosaria.
    Credo che per sentire la mano di Dio sulla spalla sia necessario riconoscere ed imparare ad accettare ed accogliere le nostre parti più vulnerabili e più fragili perchè, anche se distorte e quindi da purificare, sono le nostre parti più profonde ed autentiche.
    Il lavoro di scavo che facciamo ci porta nella profondità dell’abisso in cui sperimentiamo la mano che ci sostiene ed è questa esperienza che ci permette di comprendere la sofferenza dell’altro.
    Ti abbraccio.
    Giuliana

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