Torto o torta?

Spesso nelle relazioni viviamo situazioni che ci feriscono: possiamo sentirci non rispettati, forzati, prevaricati, manipolati, ingannati, traditi, non compresi, non riconosciuti, svalutati, ostacolati, e ancora altro. E queste situazioni generano in noi emozioni e sentimenti diversi: paura, rabbia, risentimento, odio, rancore, delusione, amarezza, tristezza, colpa, vergogna, depressione, e altri ancora, sentimenti ed emozioni che si intrecciano tra loro e si attivano automatica-mente.

Nel lavoro di autoconoscimento che facciamo nei nostri gruppi impariamo ad osservare ed ascoltare tutti questi sentimenti ed emozioni; essi ci parlano, ci rivelano qualcosa della nostra ferita ed anche della nostra missione.

Trovo utile nell’osservare la situazione che mi crea sofferenza e la mia reazione ad essa distinguere se si tratta di un torto o di una torta: sto reagendo ad un torto? o ad una torta che non mi viene data?

Mi domando: i sentimenti e le emozioni che mi infiammano (es. rabbia, risentimento, collera, indignazione), mi spengono (es. delusione, amarezza, tristezza), mi paralizzano (es. paura, terrore) sono attivati da un torto o da una torta/gratificazione mancata?
Molte difficoltà nelle relazioni mi pare possano ricondursi a questi due casi, torto o torta, sempre mescolati insieme nelle situazioni che ci feriscono. Discernere quanto c’è dell’uno e quanto dell’altra nella nostra reazione richiede un lavoro minuzioso, lavoro che aiuta a liberare la giusta azione nel mondo.

Vivo un torto quando i miei diritti non sono rispettati, la mia libertà è violata, quando vengo in qualsiasi modo forzato e manipolato (anche attraverso sensi di colpa), quando viene lesa la mia dignità di essere umano.

Vivo la frustrazione della torta mancata quando non ricevo la gratificazione che attendo e che sento dovuta: quando non ricevo l’attenzione, l’ascolto, la comprensione, l’empatia, il sostegno, la solidarietà, l’apprezzamento, che la situazione richiederebbe.
Quando non arriva la torta si risveglia la mia ferita con tutte le emozioni e le reazioni automatiche che la caratterizzano; il bambino ferito che è in me reclama come diritto la torta: l’amore di cui è stato ingiustamente privato.
Ma la torta è un regalo, non la posso pretendere, ed anche se mi piacerebbe tanto riceverla devo sempre tenere presente che è un dono e non ho diritto di pretenderla.

Come affrontare le situazioni di torto o di mancata torta?
Cosa posso fare per facilitare la relazione e far sì che si sviluppi in modo sano?

Quando ricevo un torto devo prendermi la responsabilità di me stesso (senza attendere difensori d’ufficio, né che sia l’altro a rendersi conto che ha superato il limite e mi ha ferito) e dire con chiarezza: “No, così non va bene per me”, ponendo in maniera ferma il limite che non voglio l’altro superi.
E’ possibile che l’altro, attraverso il mio No, sia portato a riflettere (divenendo magari più consapevole di aspetti sottilmente aggressivi di cui non si rendeva conto) e risponda con un “mi dispiace”: in questo caso la relazione può riprendere e svilupparsi in modo sano.
Quando invece l’altro si ostina nella prevaricazione e il torto è consistente posso anche ricorrere agli strumenti di legge per far rispettare i miei diritti.

Porre un limite chiaro alla violazione denunciandola, anche quando non ci riguarda personalmente, implica un’assunzione di responsabilità riguardo al disordine che ogni violazione introduce nel mondo. Spesso si insinua un atteggiamento omertoso e di passiva rassegnazione (tanto non c’è niente da fare!) e così per paura, quieto vivere, accondiscendenza, o interesse, accettiamo di subire e/o lasciamo che altri subisca torti senza intervenire.
D’altronde a questa passiva rassegnazione ci alleniamo ogni giorno: ogni giorno subiamo qualche torto (a causa della lentezza della Giustizia, delle lungaggini della burocrazia, della prepotenza di qualche condomino, collega di lavoro, familiare, membro della Congregazione religiosa, etc.) e ci carichiamo di rabbia impotente che esplode (con altri che non c’entrano nulla) o implode (causando disturbi psicosomatici anche gravi), oppure ci raggela in una apatica indifferenza.
L’adulto consapevole non tace di fronte alla prevaricazione (“se ho parlato male dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene perché mi percuoti?” Gv 18,23), ed accetta l’amaro pane della solitudine che spesso accompagna l’atteggiamento di ferma denuncia.
A volte la situazione costringe al silenzio: in questo caso resta l’offerta della propria sofferenza sull’esempio del MAESTRO.

Quando non si riceve la torta/gratificazione attesa il bambino ferito si risveglia e reagisce con una protesta rabbiosa o una lamentela con un dolore/dispiacere di fondo, o una chiusura in cui rabbia e dispiacere si impastano con l’orgoglio e la paura, in un miscuglio depressivo.
Non esiste tutela giuridica per la torta mancata, non la posso pretendere. Insistere nella pretesa deteriora la relazione perché l’altro, anche se non riesce a dire di no, sente, più o meno consapevolmente, di essere prevaricato, prova un certo risentimento e finisce per allontanarsi emotivamente e/o fisicamente.

Come affrontare la situazione di mancata torta?
Per prima cosa posso diventare consapevole delle mie aspettative/pretese per verificare quanto siano compatibili con la situazione, con la disponibilità/potenzialità dell’altro che non da la torta, quindi posso accettare di arrendermi alla situazione, lasciando cadere attese e risentimenti, con la fiducia di poter cercare e trovare altrove le gratificazioni che desidero.
Quando la gratificazione la attendo da persone alle quali sono legato affettivamente, gestire in modo adulto la frustrazione diventa più difficile perchè va a toccare la ferita, e automaticamente scattano le attese/pretese del bambino ferito e le difese automatiche: attacco, fuga, negazione (non voler vedere, sentire, minimizzare le ragioni dell’altro), proiezione, inibizione, chiusura, rassegnazione, e altre ancora.

Ponendomi in ascolto del mio sentire (cosa sento, quali emozioni si agitano in me?) posso osservare in azione i miei automatismi difensivi e scegliere di non agire automatica-mente le mie emozioni ma di utilizzare quanto accade per portare luce sul dolore e la paura che sono dentro di me.

Da quale antica ferita scaturisce questo sentire?
La situazione diventa allora un’occasione per prendere contatto con la mia ferita e curarla; diventa la sfida che la Vita mi pone per diventare adulto consapevole: anziché accusare/responsabilizzare l’altro, lavoro su me stesso per estrarre dall’ombra la sua luce e sviluppare gratitudine per la situazione che mi fa progredire.

Distinguere se si tratta di un torto o di una mancata torta richiede, come ho detto, un sottile lavoro di discernimento perché nello stato di ferita in cui tutti ci troviamo alla reazione per il torto ricevuto si mescola quella per la torta mancata.
Possiamo dire che quando la sofferenza per il torto si fa acuta e ci fa reagire con violenza, quando nutriamo sentimenti di odio/rancore e meditiamo vendetta, è segnale che la ferita è aperta, brucia e chiede cura; quando invece reagiamo con fermezza denunciando la violazione ma senza risentimenti e ritorsioni stiamo liberando la giusta azione per trasformare il mondo.

Un’attenta osservazione delle intenzioni ci aiuta a comprendere se davanti a un torto stiamo re-agendo, reiterando automatismi dell’infanzia, o stiamo agendo libera- mente, guidati dallo Spirito.
Possiamo osservare i frutti delle nostre azioni, e chiederci: la mia azione crea ordine nel mondo o genera dis-ordine? è volta a tutelare unicamente un mio bene/interesse o anche il bene/interesse di tutti? i frutti che ne scaturiscono sono ben-essere, aumento di consapevolezza, libertà, responsabilità in me e negli altri, o crea collusioni di ferite, di strategie difensive, di interessi?

Siamo nel già e non ancora, in parte la nostra azione è una re-azione ad una ferita antica, in parte è un’azione libera guidata dallo Spirito.
Accettare di riconoscere in umiltà che le nostre azioni sono sempre in parte inquinate toglie l’unilateralità del torto e della ragione e ci rende disponibili ad accogliere l’altro così com’è in quel misto di libertà/necessità che caratterizza l’esperienza terrestre.

Comments

  1. Giuseppina says:

    Grazissime davvero ,cara Giovanna, per la tua condivisione del lavoro di autoconoscimento del vostro gruppo.
    Mi-ci aiuta a dipanare la matassa sempre molto intrecciata, a volte decisamente ingarbugliata di sentimenti ed emozioni. Chiarissime le immagini e profonde le riflessioni per discernere la differenza tra Torto e Torta.
    Chiarissimo, ancora una volta per me, che il cammino di responsabilita’ per diventare adulti e operatori di Pace necessita di una quotidiana umilta’ e vigilanza, da esercitare personalmente in una condivisione intima, aperta e circolare, a spirale, che caraterizza i gruppi DP.
    Davvero sono preziosi e ci aiutano ad accogliere l’altro cosi’ com’è nella speranza- certezza che questo processo lento e vitale sta trasformando in GIA’, il NON ancora…
    Un abbraccio Giuseppina

  2. Cara Giovanna,
    io sono molto grata a coloro che redigono un post e lo donano alla nostra riflessione.
    Mi accorgo che nella lettura, spesso sono colpita, più dai contrasti che dalle assonanze che colgo relativamente alla mia esperienza; e questo stimola il mio interesse ad approfondire il dialogo.
    Mi pare che sia impossibile che le persone possano ritrovarsi totalmente in quello che un altro scrive o dice, dato che a me non accade… (proiezione perfetta!).

    Il mio tentativo, in atto ormai da qualche anno, talvolta riconosciuto ma spesso frustrato, mi conduce in un luogo in cui, il torto e la torta coincidono.

    In fondo se ogni essere che viene al mondo è un logos che si fa carne, una parola d’amore personale, il primo torto che gli si fa, coincide esattamente con la prima torta che gli si nega: non lo riconosciamo l’artefice del nostro cambiamento, il dononecessario, proprio anoi.
    Nessuno di noi sa godersi, accogliendolo sorridendo, il dono della Vita, la nostra e l’altrui.

    Detto questo: grazie cara! la mia ferita, quella che si lascia deprivare del proprio sangue più o meno goccia a goccia è prevalentemente la mancanza di una torta, compatibile con il colesterolo, che nel mio grasso compensatorio tende alle stelle.

    Un abbraccio a tutti e buona giornata.

    Rosella

  3. Grazie Giovanna,
    ho un po’ tralasciato la pratica di auto conoscimento al termine del primo corso telematico, mille scuse mi hanno distolto: ci vuole tempo e concentrazione, devi scegliere l’esercizio giusto, devi scegliere la situazione giusta, ecc., ecc.
    Ora il tuo post ha ravvivato di nuovo il mio interesse e le mie energie.
    Te ne sono grato.
    Un abbraccio
    Loris

  4. Davvero una profonda riflessione la tua, cara Giovanna, su quanto attraversa l’animo ripercuotendosi nelle viscere…

    Sentimenti, emozioni, re-azioni davanti a un torto o a una torta mancata ci rivelano qualcosa della nostra ferita e della nostra missione. Bello! Importante questo binomio ferita – missione. Il frutto di guarigione maturato attraversando la nostra ferita, è davvero “maturo” quando possiamo offrirlo ad altri, aiutandoli un po’ ad attraversare il loro dolore per guarirlo.

    Si può sopportare (negativamente) un torto perché non c’è nulla da fare (la denuncia resta inascoltata; la vendetta non ci riesce; la giustizia non è di questo mondo…), oppure si può sopportarlo (positivamente questa volta) perché lo si accoglie come opportunità di cambiamento di sé, purificazione, sgrassamento, mortificazione… per una nuova vitalità personale. Ossia, come dici bene con immagini evocative, “lavoro su me stesso per estrarre dall’ombra la sua luce”.

    “L’amaro pane della solitudine” è più facile da accettare se sono consapevole che è la conseguenza di una decisone responsabile, presa in stato di integrità. Lo stesso è del silenzio, quando – libero dal mutismo – diventa offerta che imita il Maestro, l’Agnello che rinuncia anche a belare davanti ai suoi tosatori (come dice Isaia).

    Lavorare sulle emozioni e i sentimenti che si dibattono in noi, ascoltandoli, interpellandoli e ri-ascoltandone le vocine divenute un po’ più limpide, aiuta a svelenire le nostre rabbie e a sgrassare tassi di colesterolo che impediscono la libera circolazione di ossigeno nell’anima e nel corpo.

    Non lasciarti vincere dal male – ricorda san Paolo – ma impara a vincere il male con il bene.
    E’ un bel programma missionario, da “nuova” evangelizzazione. Da attuare adesso e qui, io per primo.

  5. Olivia Poli says:

    Grazie Giovanna !
    ho trovato bella , semplice e utile questa intelligente divisione tra torto e torta ! Anche se “filosoficamente” mi attrae l’identificazione di Rosella tra le due cose … mi è utile avere degli “utensili” per maneggiare le emozioni e i sentimenti dentro di me. Per quanto mi riguarda mi sono scontrata molto in questi ultimi anni con la torta mancata e ora ho semplicemente mollato la presa/pretesa di quella torta immaginaria , scoprendo che, caduto il sipario, una torta era pronta per me…diversa dal mio egoico capriccio, ma molto “reale” e (spero) duratura .
    Grazie ancora a tutti

  6. luciana p. says:

    Che belle riflessioni hai fatto Giovanna, purtroppo ci sono persone che si ritengono “tuttologhe” e per coprire i loro problemi ce li ributtano addosso.. Spesso noi, per paura di ferire,
    ci “zittiamo” ma come accettiamo le torte “buone” come dice Marco, bisogna imparare “gentilmente” ad accettare anche quelle cattive; magari tirandogliele in faccia! Ti abbraccio!

  7. luciana p. says:

    Quella era la mia parte “cattiva” il mio “torto” subito, quella “buona” medita, allontana la “robaccia” e la manda via con un gran respiro di sollievo e poi non ci pensa più!
    | Un bacio.

  8. Olivia Poli says:

    Ho letto i post di Luciana e ho fatto un salto sulla sedia : era forse diretto a me ? Sono forse io che esisto “purtroppo” ? Come mai mi sento presa di mira ? e colpita . Tempesta , il cuore si rovescia , emergono i tanti mostri (svalorizzazione , mancanza di stima in me stessa , aggressività , scelta del silenzo difensivo, isolamento …un sacco di materiale per curare le mie ferite ! grazie ! Ma vorrei tanto sapere , cara Luciana … erano rivolti a me ?
    Olivia

  9. Gabriella says:

    Giovanna, leggendo il tuo bel post, un perfetto esempio illustrativo del nostro faticoso quanto provvidenziale lavoro nei gruppi, di getto ho pensato che io subisco raramente torti (recentemente ho avuto difficoltà a scrivere “la lettera a chi ti ha ferito”).

    In realtà, io convinta nel mio superattivismo di dare molto, pretendo di ricevere continuamente torte, pasticcini e quant’altro, ma a volte ciò non arriva!
    Non arriva perchè forse do il dovuto o perche chi riceve non ci pensa, ed è così. Ma per me è una tragedia!!!
    O meglio lo era, con il tempo grazie al nostro percorso ho imparato a comprendere quanto sia bella e fondamentale la gratuità del dono e ad accorgermi in uno stato più pacificato di quante torte ricevo ogni giorno, donate con amore e gratitudine.

    Grazie di cuore per questa riflessione.

  10. luciana p. says:

    Cara Olivia, stai tranquilla, forse neanche so chi sei, ma quelle Torte c’é chi le riceve come dono e chi le riceve in faccia, e potrei essere io quella! Ma mi faccio una bella risata e vado avanti. Un caro saluto

  11. Cara Olivia
    non son certa di averti incontrata di persona ma ho comunque sia questa impressione e così son andata in giro un po’ per il web ed ho visionato in you tube ( senza peraltro risolvere la mia perplessità), un bellissimo video che desidero proporre ai frequentatori del nostro sito.
    Non so se ne sia proprio tu l’autrice, però mi piacerebbe.
    you tube – cliccando Olivia Poli – New York taxi driver
    un abbraccio e buona Domenica a tutti
    Rosella

  12. Antonietta says:

    Leggere questo post é stato per me illuminante, come se mi si accendesse una lampadina. Il gioco di parole torto – torta aiuta molto bene a memorizzare la differenza sostanziale tra due ferite apparentemente simili. Grazie!
    Antonietta

  13. Carissimi Giuseppina, Rosella, Loris, Corrado, Olivia, Luciana, Gabriella, Antonietta, grazie dei vostri contributi e delle vostre risonanze! Son felice che la griglia torto-torta sia risultata utile a molti di voi.

    Rosella, certamente il primo torto che si può fare ad un bambino è non dargli la torta che gli spetta: l’accoglienza, l’attenzione, la stima, la fiducia, insomma l’amore di cui ha bisogno per vivere e svilupparsi in modo sano. Quando questa torta non c’è il bambino subisce una ferita spirituale profonda che lo porta ad una ricerca insaziabile della torta necessaria per ritrovare la sua integrità e a vivere ogni torto con la rabbia della torta negata.
    Questa condizione riguarda, in misura maggiore o minore, ciascuno di noi: tutti siamo ugualmente feriti e reagiamo ai torti con la rabbia narcisistica del bambino deprivato di torta.
    Il lavoro che impariamo a fare nei nostri gruppi: accogliere, spegnere, ‘sgrassare’ (come efficacemente ha detto Corrado) favorisce l’esperienza della torta /integrità dalla quale può liberarsi l’azione trasformativa (non più rivendicativa) nel mondo.
    Ma è un stato precario, basta pochissimo perchè la torta sparisca ed emergano tutte le emozioni della deprivazione. Ringrazio Olivia per aver condiviso con noi il tumulto scatenato dopo l’intervento di Luciana (certamente non rivolto a lei!): ci ha dato un chiaro esempio di quello che viviamo quotidianamente dentro di noi, il passaggio repentino da uno stato all’altro.

    Ancora un grazie di cuore a tutti e un abbraccio affettuoso a ciascuno. giovanna

  14. grazie giovanna,
    l’immagine torta o torto è veramente molto efficace ,forte e didattica.. mi ha stimolato a rivedere alcune mie reazioni di fronte alla mancata torta e come qs reazioni abbiano influito emotivamente su alcune relazioni.
    Naturalmente nel mio dare , fare , essere sempre disponibile….. sotto sotto ho sempre desiderato aspettato il dovuto riconoscimento…..e se qs non c’era …non arrivava ….delusione ..e sempre pronta a vedere nell’altra l’ingrata!
    È ora di guardare dentro di me ,dentro il mio desiderio di plauso….di lavorare sulla gratuità che non cerca ricompense……Ho fatto qualche tentativo…, le aspettative diminuiscono,c’è più leggerezza nelle . relazioni ..
    Ho anche scoperto che se non sono così affamata e desiderosa di dolci ricompense….riesco a limitare alcune mie attività….insomma c’è molto da lavorare ma ne vale la pena! Grazie ancora Irene

  15. Carissima Irene, verissimo, spesso la nostra disponibilità è una maschera di accondiscendenza che ri-vela (manifesta e nasconde al tempo stesso) un disperato bisogno di lode, plauso, riconoscimento: così osservando con onestà le nostre intenzioni ci accorgiamo che la nostra generosità non è quasi mai gratuita ma attende la ‘meritata’ ricompensa, e quando non arriva emergono le spiacevoli emozioni/reazioni che conosciamo.
    S. Paolo nell’Inno alla carità mette bene in luce questo: “se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova” (1 Cor. 13,3); insegna a non confondere la generosità (relazione ricco-povero) con l’amore che è una libera, gratuita discesa (kenosis), un condividere la condizione dell’altro.

    Con il lavoro interiore impariamo a rinunciare al delirio di onnipotenza che ci fa assecondare tutte le richieste e ritenere indispensabili e acquistiamo giorno dopo giorno la libertà di dire di no: così la nostra vita si alleggerisce e le relazioni diventano meno compensatorie.

    Grazie Irene perché hai messo in luce un altro aspetto della torta mancata. Ti abbraccio. Giovanna

  16. Valentino says:

    Ti ringrazio Giovanna per aver stimolato tutti a riflettere sui due aspetti che, indipendentemente l’uno dall’altro, manipolano con precisa e immancabile puntualità quei sentimenti che, appunto: ci infiammano, ci spengono o ci paralizzano. Sono convinto che, come ha tenuto a precisare Enzo Bianchi sull’aspetto del bene e del male, in noi ci sono due cani e spesso emerge quello che nutriamo di più. Proprio da queste parole vorrei marcare anche la necessità di ricevere (mai pretesa) la torta solamente per tenere a bada la parte di noi che è portata alla ribellione, al disordine in noi e verso gli altri. Daltronde anche le Scritture ci parlano della consolazione ( 2 Cor. 1, 4 ) che si riceve, quindi perchè non ricercare come nutrimento alla nostra ferita la torta/gratificazione che ci apre le relazioni con l’altro in modo più quieto?
    Tranne nel caso in cui il nostro comportamento diventi accondiscendente o al contrario ossessivo pur di raggiungere lo scopo (gratifica), alienandoci totalmente, e così vivere sempre in seconda fila, senza pretese, penso di voler accogliere a braccia aperte le situazioni che possono accarezzarmi l’anima partendo dal presupposto che in questo momento ho bisogno più di una torta ( e viste le mie misure antropometriche notevoli di una torta gigante e ben guarnita) che di un torto.
    Infine, iniziando un percorso di autoconoscimento, mi auguro di imparare a colloquiare con il bambino ferito che vive in me ed educarlo, con me, ad una vita serena facendo discernimento verso quelle emozioni che per lungo tempo hanno inchiodato ad un punto fisso la mia vita.
    Ciao a tutti da Valentino ( primo anno telematico )

  17. Grazie Giovanna,
    grazie davvero.

    Michela

  18. Grazie a te Giovanna e a tutti i vostri interventi, sono giorni che lavoro su di me per riconoscere torti e torte nelle mie esperienze di relazione.
    Quante aspettative e quante energie nell’attendere una seppur minima gratificazione, un minimo segnale di ricompensa per avere creduto nell’amicizia, per aver creduto che donare tempo, ascolto, attenzione all’altro fosse bene per l’altro, gratuità e non scambio reciproco di dono… e scoprire che tutto volgeva a portare il mio sguardo più in profondità, dentro le mie caverne, dove le pietraie attendono di essere sgomberate, per liberare solamente “amore”. Convergendo lo sguardo ho scoperto che tutto è dono!
    Già tutto è dono!
    Accolgo, oggi, l’esperienza di relazione che mi offrirà l’opportunità di scavare nel mio intimo per far spazio a ciò che attende di essere liberato.
    Un abbraccio. Vanna

  19. Caro Valentino, grazie del tuo intervento. Si, certo, abbiamo bisogno di torte e di buone torte per vivere bene ed essere felici e dobbiamo anche operare il discernimento e scegliere le situazioni che ci fanno star bene. Spesso inconsciamente, come in una coazione a ripetere, continuiamo ad incontrare situazioni di mancata torta.
    La torta è sentirsi amati e tutti ne abbiamo un disperato bisogno, ma l’amore è libertà, può darsi solo nella libertà: posso desiderare di ricevere l’amore di cui ho bisogno, posso sensibilizzare l’altro al mio bisogno, ma se resta sordo devo accettare la realtà e cercare altrove la torta; posso però contemporaneamente iniziare un lavoro interiore che mi permetta in uno stato di integrità di incontrare il bambino ferito, deprivato di torta, che è in me ed esporlo all’Amore che risana ogni ferita. Nel post “La torta mancata” Giuliana ha descritto bene i passaggi che impariamo a realizzare nel lavoro dei gruppi.
    Auguri di buon lavoro! Un abbraccio. giovanna

  20. Carissima Vanna, grazie di questo approfondimento! hai descritto bene ciò che accade nel percorso spirituale: incontriamo spesso attese, aspettative di gratificazione che vengono frustrate.
    Aspettavamo una corrispondenza dalle persone che ci vivono accanto, dagli amici in cui confidavamo, e veniamo delusi. E’ il momento della solitudine, del deserto: l’esperienza fatta da Gesù nella sua passione; un’esperienza –come hai ben descritto-che ci scava dentro, ci raffina come l’oro al fuoco.
    Andando avanti nel lavoro interiore, scendendo nelle caverne, scopriamo che quella torta mancata è un dono, è legna per il fuoco che purifica l’oro, che brucia quanto è ancora legato al contraccambio, per liberare il puro amore.
    Grazie di cuore. un grande, grande, abbraccio. giovanna

  21. Salve, mi sento un pò marziano fra di voi, considero l’articolo di Giovanna importante e univoco, è quello che proviamo anche noi, quando i torti sono in aumento nella vita relazionale nel sociale e nel privato. Quello che ci sfugge tra le mani è il tempo della riflessione personale, di quello che possiamo dare al prossimo, anche per riparare le nostre saltuarie sonnolenze della ragione, avere il coraggio di dire che tutti possiamo sbagliare, avendo il diritto di recuperare, attraverso la parola Amore!

  22. Caro Michele, perché ti senti ‘marziano’ fra noi? Quello che hai scritto mi sembra in grande sintonia con il lavoro che cerchiamo di fare.
    Grazie del tuo intervento e comunque in questo luogo anche i ‘marziani’ sono bene accolti e possono sentirsi a casa.
    Un abbraccio e auguri! giovanna

  23. maria carla says:

    Vorrei anch’io dire la mia a proposito della ‘torta’ e di tutto ciò a cui rimanda: delusioni, aspettative mancate, frustrazioni, sensazione di non valere niente…un giorno una mia cugina, gravemente disabile, mi ha mandato un raccontino che finiva con questo messaggio: NEL TEMPO LA NOSTRA FERITA PUO’ DIVENTARE FERITOIA, PASSAGGIO DI LUCE! …sì, ma come (al di là delle suggestioni del testo)? queste parole non mi sono state subito chiare, anzi!… Però nel tempo (questo sì!) ho incominciato a capire che là, dove c’era una ferita e sentivo dolore, si nascondevano valori per me fondamentali che invece di essere nutriti venivano mortificati (cura, rispetto, attenzione…). Proprio il dolore gettava luce su ciò che sentivo vitale per me…e questo era già un passo avanti! Se l’amore vero è prima di tutto gratuità non possiamo pretenderlo, e allora? e allora incominciamo da noi stessi, anche se non è uno scherzo! sono grata a chi mi ha consigliato di iscrivermi ai gruppi DP (1° anno telematico) e mi faccio tanti auguri (e a tutti voi, naturalmente!), ciao, mcarla

  24. Carissima Maria Carla, è proprio così, il dolore della ferita diventa una feritoia, ci riporta dentro, ci fa intravedere cosa c’era prima della ferita, l’integrità violata che chiede cura amorevole, e siamo noi stessi chiamati a prendercene cura esponendola all’Amore che tutto risana.
    Grazie. Auguri! Un grande abbraccio. Giovanna

  25. It would also be a safe idea to read the company’s Service Agreement and terms and conditions in order to get a better perspective of the company’s policies.

    Host – Gator provides a completely transparent service.
    Dedicated Plans supply a Linux or a Windows Dedicated Server.

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