la perfetta letizia, secondo S.Francesco

Trascrivo dai Fioretti di San Francesco il capitolo della perfetta letizia, nella stesura più antica, che risuona nell’acerba, ma espressiva lingua italiana del Trecento. Vi prego di leggere con attenzione, in atteggiamento meditativo, credo che il brano non possa lasciare nessuno indifferenti e spero che mi aiuterete a capirlo meglio.

CAPITOLO VIII
Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.
Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: “Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia”.
E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: “O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l’udir alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
E andando un poco, santo Francesco grida forte: “O frate Lione, se ‘l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: “O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: “O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia”.

E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione, con grande ammirazione il domandò e disse: “Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia”.
E santo Francesco sì gli rispuose: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia.
E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia.
E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia.
E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te?”.
Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo””.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

Da parecchi anni il fioretto di san Francesco della perfetta letizia mi affascina e mi turba.
Mi piace molto l’espressione: perfetta letizia. Chi non vorrebbe essere perfettamente lieto?
Questa è la meta a cui tutti aspiriamo, sempre però con il dubbio, il timore che non sia per noi.
Mi sconvolge però la via qui indicata per raggiungerla.
Quale itinerario potrebbe essere più angosciante? Costituito com’è da ripetute e specifiche sofferenze fisiche e da pene psicologiche per il tradimento, il non riconoscimento ostinato e aggressivo da parte di persone che si credevano amici? La paura di essere respinti violentemente da tutti, specialmente quando si è nel bisogno, è una delle angosce più profonde dell’uomo!

Forse solo in una logica di imitazione di Cristo si possono capire e anche incominciare ad accogliere le riflessioni di Francesco sul dolore e sulla gioia. Se accetterai tutte le pene che incontrerai, ricordando le sofferenze di Cristo, se unirai per amore le tue sofferenze alle Sue, se rinuncerai alle soddisfazioni del tuo io per diventare come Lui, allora vivrai la vera gioia, questo ci dice Francesco.

E’ un discorso veramente paradossale e soprattutto arduo da tradurre in vita concreta.
Come l’interpretate voi? Vi piace questo fioretto o ne preferite altri più idillici e forse oleografici secondo certe rappresentazioni del francescanesimo?
Vi sembra quello di Francesco un dolorismo inutile? Un modo troppo arduo di valorizzare la sofferenza? Un compiacersi in essa? Un pretendere troppo dalle povere creature umane?
La tentazione non potrebbe essere quella di rinunciare a una gioia sfavillante per la paura di attraversare un dolore spaventoso?

Forse si potrebbe incominciare ad andare incontro agli inevitabili disagi della vita quotidiana, accettandoli con pazienza, con coraggio, non risolvendoli in facili lamentele. Quando poi verranno i guai più grandi, saremo già allenati e quindi più forti.
Ma non si tratta solo di questo: fondamentale è mettere Cristo al centro della propria vita, è diventare come Lui! E’ predisporci a condividere con Lui non solo la sofferenza, ma una gioia immensa!

E’ una proposta troppo dura, poco Natalizia? Ci piace intenerirci di fronte alla culla di un bimbo, intorno al quale cantano gli angeli, ma sullo sfondo della scena, si profila una croce che pure è salvezza per tutti coloro che vi si affidano, e la disponibilità di questa salvezza è perfettamente una buona notizia!

Commenti

  1. cara Maria Pia,
    Sono realmente contenta di questo tuo post, è tanto che non mi sento così vivacemente sollecitata ad intervenire; tocchi proprio uno dei miei “nervi scoperti”.
    Ora, in modo assolutamente provocatorio e consapevole, chiedo: ma perchè affannarsi tanto a dar da mangiare agli affamati, a vestire gli ignudi, a particare quelle ” opere di misericordia corporali” che concepiamo come giustizia? Forse che, con la carità, vogliamo arrogarci il diritto di privare il genere umano della sua PERFETTA LETIZIA”?
    Forse fra qualche giorno sarò più costruttiva, ma, per ora: “va bene così!”.
    Ti abbraccio con molto affetto
    Rosella
    p.s. Isacco di Ninive, scriveva queste parole: “Dio non può che donare il suo amore”. Chi coglie questa luminosa realtà comincia ad interrogarsi: COME TRASMETTERE UNA SPERANZA COSI’ SALDA? “

  2. Giancarlo Bartoli dice:

    Mi colpisce più che altro l’atteggiamento di Francesco.
    Estremizza al massimo la noncuranza della sofferenza fisica e psicologica.
    Percepisco il messaggio che la perfetta letizia si trovi nel non essere attaccati alle nostre sicurezze e nell’abbandonarsi totalmente al sostegno del Maestro, non con uno sforzo ideologico o di volontà ma
    con la sicurezza di essere amati.
    Con affetto Giancarlo

  3. Cara Maria Pia
    sono un po’ più savia di questa mattina e cerco di fare un po’ meno la monella.
    Non ho letto i fioretti di San Francesco, ma ritengo che questo che tu proponi sia per me accessibile in due punti:
    il primo quello dell’agire dell’uomo che si converte, purificando la propria libertà aderendo alla vita così come si presenta: come fosse l’incarnazione meditativa di quel sorrido e mi abbandono che fin dal primo incontro nei corsi cominciamo a praticare nella meditazione; e che ci conduce a spegnere ogni nostro automatismo compulsivo per addivenire ad una maggior libertà (… di ascolto…); e, la libertà, è un requisito essenziale all’amore.
    La seconda, diparte dall’ascolto della parola nuova e trasformativa al nostro interno.
    Nessuno che non abbia sperimentato IL SENSO DEL DESIDERIO DI CONDIVIDERE IL PATIRE di Dio, come fosse un’esperienza di pienezza, può affermare ciò che afferma Francesco.
    Solo Lo Spirito d’amore del Risorto, può farci sentire e sperimentare ” il senso della sofferenza” patita dal Figlio in comunione col Padre nello Spirito d’amore, durante la crocifissione e preceduta dal rifiuto e dal tradimento di uno dei suoi. Noi possiamo solo chiedere che tutto questo ci venga donato come iniziazione al mistero del PERDONO.
    Personalmente ritengo che da qui passi il mio credere nell’efficacia della preghiera; tu sai che sono un po’ paganella e non posso che migliorare.
    “Signore io credo: accresci la mia fede!”
    Ti abbraccio con affetto
    Rosella

  4. Rifiutandomi di leggere il fioretto come elogio della sofferenza, che mi sembrerebbe di un masochismo fuorviante e soprattutto del tutto non evangelico, mi sono data questa spiegazione.
    Le condizioni fortunate che Francesco descrive nei primi paragrafi sono già di per se stesse letizia. La conduzione di una vita santa ed edificante, il corrispondere alla scena originaria del Regno – attestata in Mt 11,2-6 –, la conoscenza e la profezia, l’arte di una persuasiva predicazione sono situazioni descritte in un’ottica di riuscita e perciò portatrici di letizia, intesa come soddisfazione esultante, quella stessa che ha fatto dire a Gesù: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25).
    La questione si apre quando, invece, le circostanze non sono fortunate, come nel caso descritto da Francesco nei paragrafi successivi del non riconoscimento e del conseguente attacco deliberato da parte del portinaio. A questo punto si apre la possibilità di trovare una letizia che sia perfetta, non nella situazione negativa in sé, ma nel modo in cui ne attraversiamo la negatività. Infatti Francesco dice: “se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui … sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore … pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore … vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo”.
    Mi pare che la nostra chiave interpretativa qui sia Gesù dal Getsemani alla morte in croce, cioè Gesù in un momento di grande tensione e sofferenza. Qui non c’è spazio per l’edulcorazione spiritualistica e il distacco dei sensi, qui c’è sudore di sangue, ci sono lacrime e pianto, c’è tristezza fino alla morte, c’è l’accorata preghiera che quell’ora passi da lui. Tuttavia, pur nella situazione estrema, non si esonera dal perseguire l’amore ancora una volta. Gesù continua a porre gesti di dedizione e di cura: riattacca l’orecchio del servo del sommo sacerdote ed esorta a rimettere la spada nel fodero; sulla croce, intercede presso il Padre chiedendo il perdono per i suoi crocifissori; al ladrone appeso accanto a lui che gli chiede un ricordo, Gesù dà il paradiso.
    La perfetta letizia perciò non mi pare sia uno stato serafico e rilassato da vacanza o da gioia che sprizza da tutti i pori. Piuttosto, la perfezione mi pare stia nel dare spazio alla propria identità più vera, quella di essere amante comunque dedito all’altro, nonostante tutto. La minaccia del male ci pone sotto pressione, ma quando riusciamo (anche soltanto per brevi momenti) a orientare la lotta profonda verso il modellamento di sé, dalla spoliazione dell’ego all’emersione di una nuova identità cristificata, allora la letizia diventa perfetta perché troviamo noi stessi, quelli veri.
    iside

  5. Giuliana dice:

    Carissima Maria Pia,
    grazie per questa meditazione a cui partecipo da viandante in compagnia di persone con le quali sento di approfondire un legame che va oltre la distanza fisica e il tempo che viviamo.

    Il cammino trasformativo insieme a voi mi aiuta ad accogliere nel quotidiano ciò che mi addolora, sto imparando a dire grazie anche di questo e ad affidarmi alla Forza che mi sostiene e mi rende più vera.

    Questo mi procura gioia profonda e mi riporta nel Respiro.

    Un forte abbraccio a tutti.
    Giuliana

  6. Penso che la perfetta letizia provata da Francesco sia dovuta al fatto che lui non sentiva di essere Francesco che subiva le angherie da parte del portinaio ma sentiva di essere Francesco, il portinaio, le angherie, l’ allegrezza ecc. . Come quando Gandhi diceva: ” Tu e io non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi.” Penso che questi uomini evoluti sentivano fisicamente, psicologicamente e spiritualmente di non essere più rinchiusi in loro stessi.
    Un saluto a tutti. Andrea

  7. Giancarlo Bartoli dice:

    Nella mia esperienza con il dolore mio ,dei miei figli,dei miei cari noto che il primo impulso fisico e mentale che percepisco sia quello di rifiuto totale e di immediata disposizione alla lotta per allontanare la sofferenza,del tipo “ci penso io,io vi proteggerò,ricorrerò al miglior medico,psicologo,antidolorifico,ecc.
    Tuttavia il più delle volte noto in me che il maggior dolore sia invece la paura di soffrire e di veder soffrire e che,una volta entrato direttamente nell’esperienza la sofferenza si attenui ed il dolore raramente sia così insopportabile.
    Quindi la sensazione di dolore opera più nella dimensione di preoccupazione futura che il quella del presente.
    Non credo sia necessario elogiare la sofferenza,fin quasi al masochismo, per sentirsi dei Cristiani.
    Mi sembra invece di capire che l’esempio di Nostro Signore e quello di Francesco sia di non preoccuparsi troppo del dolore che si potrebbe patire a causa del Regno di Dio,della Giustizia o della ricerca della propria integrità,tenendo sempre presente che la salvezza e quindi l’allontanamento dal dolore non è ottenibile da me in quanto ego ma dalla mia unione con il Se in quanto divino.
    Dunque : più mi pre-occupo di non soffrire e più soffro ora,meno sono preoccupato più spazio offro alla Presenza ed alla gioia.
    Quasi banale….!
    Con affetto fraterno Giancarlo

  8. … quasi esemplare… direi… ” grazie!”
    Rosella

  9. Carissimi, credo che dovremmo partire proprio da quanto scrive Iside: qui non c’è alcuna celebrazione del dolore, nessun masochismo, ma solo la definizione di una letizia che è perfetta in quanto nessuna situazione esterna, anche la più crudele, può cancellarla. Francesco vuole solo dire che la nostra gioia in Cristo non può esserci tolta. Certo quanto scrive è davvero estremo e forse paradossale, come un insegnamento zen, non credo perciò che dovrebbe essere letteralizzato, ma accolto solo come un’indicazione di rotta: in Cristo, nella dimensione spirituale dell’eterna vita, i fatti che ci accadono possono modificarsi di segno: una sventura può divenire un colpo di grazia…..
    Purtroppo invece abbiamo letto e spesso ancora leggiamo questi scritti come un’esaltazione paranoide del dolore, quasi dovessimo andare a cercarcelo, dimenticando che Gesù ha tolto ogni tipo di dolore ogni volta che lo ha incontrato, e ci ha inviato nel mondo per fare altrettanto.
    Un abbraccio. Marco

  10. alessandro dice:

    Se siamo felici quando ci maltrattano, vuol dire che la nostra felicita’ non dipende dalla situazione contingente visibile ma da cio’ che non si vede. Quando le cose ci vanno bene rimane un dubbio dentro di noi circa l’autenticita’ della nostra scelta che forse impedisce la completa letizia.

  11. Antonietta dice:

    Questo post di Maria Pia e i commenti successivi mi hanno aiutato a sciogliere il mio rifiuto automatico davanti a questo testo francescano.
    Ora capisco che quello che fa la differenza è il tipo di “sguardo”: non può essere letto superficialmente né in modo intellettuale. Occorre un approccio un po’ da praticanti, come diciamo qui a DarsiPace, e l’umiltà di accettare il paradosso che può essere risolto solo, in qualche modo, vivendolo.
    Anche San Francesco d’altronde non arrivò a questo fioretto comodamente seduto a casa sua a filosofeggiare, ma attraversò il suo travaglio per arrivare alla conversione e alla gioia folle di piccolo uomo innamorato di Cristo.
    San Francesco deve aver sperimentato fortemente la gioia di Cristo per descrivere in questi termini la perfetta letizia, e così anche noi dobbiamo averne gustato qualcosa nel nostro piccolo per cercare di capirla.
    Grazie, mi avete aiutato molto
    Antonietta

  12. Grazie Maria di aver rilanciato al nostro ascolto meditativo questo straordinario racconto esperienziale di san Francesco sulla perfetta letizia.
    Le cose che Francesco dice gliele suggerisce l’esperienza vissuta.
    Ho pensato che la letizia di cui parla è perfetta perché viene da perfetto amore, da puro amore, che ama cioè ciò che non è affatto meritevole di essere amato. Proprio come ha fatto Gesù, che ha amato sino alla fine …. compreso l’amico che lo tradiva, mentre lo tradiva, lasciandosi tradire… lasciandosi inchiodare alla croce manifestando così che egli è semplicemente puro amore e basta.
    Francesco ha così esplicitato a Leone – e ancora oggi a noi – il proprio stato interiore, ossia la sua conformazione al Cristo: “non ego, Christus”. Lasciando vivere Cristo dentro di sé, possibile nella misura della morte del proprio io egoico, Francesco ha toccato la perfezione dell’amore da cui soltanto può nascere perfezione di letizia.
    Soltanto quel fratello che mi è ripetutamente e inspiegabilmente ostile mi permette di purificare progressivamente il mio egoico modo di amare, gustando i frutti del puro amore cristico.
    Penso anche alla spoliazione pubblica di Francesco, al bacio al lebbroso… uno dopo l’altro sono momenti di sgretolamento dell’ego perché al fine potesse sentire con verità che “non ego, Christus”.

    E’ affascinante ma arduo (!!!), come ben dici tu Maria Pia.
    Provare per credere. E’ la logica del Vangelo. Non è anche la logica dei gruppi DP?

  13. Sono riconoscente con tutto il cuore a tutti coloro che mi hanno aiutato a capire meglio il fioretto della perfetta letizia, nelle sue molteplici sfaccettature. Il discorso di San Francesco è “ estremo e forse paradossale , come un insegnamento zen” e quindi non va preso alla lettera, scrive Marco. Del resto la nostra cara guida ci ricorda spesso che contraddittoria è la creatura umana, un misto di miseria e grandezza, che può diventare angelo o bestia. Anche durante la conferenza sul Siddharta, (vedi post precedente) il suo vitale entusiasmo è esploso in una confessione di profonda di gioia e speranza, pur dopo una riflessione molto seria sui mali e le tragedie del nostro tempo. Sì , perché la nostra gioia in Cristo non può esserci tolta, il problema siamo noi, su come noi riceviamo i fatti esterni, su come ci rapportiamo alle diverse esperienze della vita, su come e quanto sappiamo rinunciare alle pretese , alle illusioni alle storture dell’io.

    @ Grazie, Rosella, sia quando fai la monella scherzosa, sia per il richiamo, veramente serio “ a spegnere ogni “ automatismo compulsivo , per addivenire ad una maggiore libertà.. di ascolto.” “ Solo lo spirito d’amore del Risorto può far crescere in noi il “ senso del desiderio di condividere il patire di Dio.”

    @ Grazie , Giancarlo, per la riflessione sulle strategie di sopportazione del dolore, sempre in una logica di unione con Il Cristo, che solo può allargare le nostre limitate visioni egoiche.

    @ Grazie, Iside, per come comunichi il tuo rifiuto di leggere il fioretto come elogio della sofferenza. La vera possibilità che ci fa persone libere e amanti sta nel trovare una letizia perfetta,” non nella situazione negativa in sé, ma nel modo in cui ne attraversiamo la negatività.” E ancora: “ La perfetta letizia non mi pare uno stato serafico e rilassato da vacanza e da gioia che sprizza da tutti i pori. Piuttosto, la perfezione mi pare stia nel dare spazio alla propria identità più vera.”

    @ Grazie, Giuliana perché tu stai imparando ad accogliere le difficoltà di ogni giorno dicendo grazie, affidandoti “ alla Forza che mi sostiene e mi rende più vera”.

    @ Grazie, Andrea per la constatazione che è possibile uscire dai nostri confini individuali, entrando in empatia profonda con gli altri, siano anche fonte di molestie.

    @ Grazie, ad Alessandro che constata che “ la nostra felicità non dipende dalla situazione contingente esterna, ma da ciò che non si vede”.

    @ Grazie , Antonietta che ci richiami al tipo di sguardo per leggere e accogliere questo testo. “Occorre l’umiltà di accettare il paradosso solo in qualche modo vivendolo”. Come Francesco “ che attraversò il suo travaglio per arrivare alla conversione e alla gioia folle di piccolo uomo innamorato di Cristo.”

    @ Grazie , Corrado, che sottolinei che Francesco quando parlava di perfetta letizia si rifaceva alla sua esperienza concreta di uomo tutto impegnato a realizzare il “ non ego Christus”.

    Ho voluto trascrivere proprio alcune vostre parole per ricordarle meglio e sentirmi in comunione con voi nel nostro diuturno impegno a “ Darci Pace e “ Per donarci”.

    Un abbraccio a tutti, anche a coloro che forse hanno letto e meditato in silenzio! Va bene tutto!
    Mariapia

  14. scusate, mi inserisco nella vostra discussione, anche se non faccio parte del vostro gruppo.
    sono capitata per caso su queste pagine, cercando su google la frase “perfetta letizia” a cui ho tanto spesso pensato, memore della scena di uno dei tanti film su Francesco, che sono stati fatti.
    Ne serbavo un ricordo gioioso, ma il leggere il testo originale mi ha atterrito e atterrato. Avevo colto soltanto la dimensione della ricerca della sofferenza come via per la vera “felicità”, e non potevo non rifiutare questa esortazione, o, quanto meno, considerarla una via per iniziati. Ma, come diceva qualcuno, tutti facciamo esperienza di felicità: felicità nel sapere, nel raggiungere un obiettivo, nel sentirci bravi, capaci, nel riuscire a curare gli altri…insomma, tutti i campi dell’esperienza umana e del senso di soddisfazione che ognuno può riservarci, pure descritti da Francesco. Ma, appunto, si tratta di esperienza umana, quindi, limitata. Sarà per questo che, continuamente, ci sentiamo infelici e continuiamo a cercare la felicità. Ma cercarla nell’esperienza voluta del dolore e della sofferenza sarebbe altrettanto sbagliato, credo, come ci dice anche l’insegnamento del Buddha. Quindi, forse l’accento non è da mettere sulla parola letizia, ma sul suo aggettivo “perfetta”. Francesco ci vuole mostrare la via della perfezione, che va oltre la felicità, l’esperienza umana della felicità. Ho sentito molto mie le parole di Alessandro: “Se siamo felici quando ci maltrattano, vuol dire che la nostra felicita’ non dipende dalla situazione contingente visibile ma da cio’ che non si vede. Quando le cose ci vanno bene rimane un dubbio dentro di noi circa l’autenticita’ della nostra scelta che forse impedisce la completa letizia.” Quando stiamo male, è semplice desiderare di uscire presto da quel dolore, da quella situazione. E’ quando stiamo apparentemenete bene, e non ci manca niente, ma ci sentiamo come se ci mancasse tutto, che aneliamo alla “perfetta” felicità.

  15. Cara Paola, benvenuta nel nostro sito! E grazie per la tua risonanza a questo tread ‘francescano’.
    Paola

  16. Ciao, tutto è partito ascoltando la canzone di Branduardi sulla perfetta letizia.
    Quella notte mi è parso tutto più semplice di come me l’ero sempre immaginato e vorrei allora condividere questo mio nuovo pensiero.
    Stare bene, essere in salute, avere alle spalle una bella famiglia, avere doti e talenti, sono grazie ricevute, nulla ho fatto per ottenerle, non sono merito mio.
    Mentre vivere con gioia interiore sopportando situazioni difficili, ingiuste, dolorose, dipende solo da me e me ne posso prendere il merito! E’ qui che tiriamo fuori tutta la nostra forza, la nostra volontà per scegliamo di aderire liberamente a Dio, come figli. Ed è in questa libertà e in questo merito che siamo ad immagine e somiglianza di Dio. Perfetta letizia!

    Forse anche Gesu’ sulla croce allora ha vissuto il suo momento di perfetta letizia. Dio mio, perchè mi hai abbandonato…era solo, il momento supremo per diventare liberamente Figlio perfetto.

    Enrico

  17. Mariapia dice:

    Grazie, anche a te, Enrico ,per le tue considerazioni. Dire grazie a Dio anche nel dolore è segno di libertà e di sequela del Cristo. Ma non è frutto solo della nostra volontà, ma è dono dello Spirito. ! Mariapia

  18. Giovanni dice:

    Ciao,
    Penso che questo fioretto va letto in parallelo con la lettera ai Corinzi di Paulo (1 Corinzi 13) dove Paulo dice che tutto quello che si può avere o fare (anche di bello) è vano se non si ha la Carità (un inno alla Carità bellissimo che vi consiglio di leggere). San Francesco dice che tutte le gioie del mondo (della carne) sono vane se non si ha la Carità fonte della vera gioia cosi San Francesco ci indica il caso dove si può sperimentare al massimo la Carità (non quella ricevuta ma quella che si dà) come fonte della perfetta letizia. La Carità, prima di tutto, genera un attegiamento interiore che ci permette di perdonare, accetare sofferenze e difficoltà della vita per potere vivere ed essere felice in ogni caso per poi potere aiutare chi è più bisognoso di noi e farci conoscere la Carità.

  19. Mariapia dice:

    Grazie, Giovanni e grazie anche Paola, perché mi avete spinto a leggere ancora una volta il fioretto francescano della perfetta letizia, oggetto di un mio post abbastanza lontano nel tempo ,ma di argomento sempre attuale .
    Il testo di Francesco è intenso e centrale nel Cristianesimo come il bellissimo inno alla carità di San Paolo, che tu, Giovanni, hai richiamato..
    Me ne sono accorta qualche giorno orsono , quando dopo aver avuto da un medico un referto allarmistico e mal esposto, mi sono sentita crollare il mondo addosso. Altro che letizia altro che essere gioiosa, perché potevo pensare di ritornare presto alla casa del Signore. Altro che Carità! Mi sono sentita perduta: mi aggiravo in un grigio pomeriggio novembrino, tra la gente sconosciuta, compresa nei suoi affari e la sentivo ostile , indifferente, eppure invidiavo quelle persone, perché io, a differenza di loro, dovevo con buona probabilità lasciare presto il mondo.
    Per fortuna un altro specialista ha ridimensionato la prima diagnosi e mi ha rassicurato, dicendomi che io , come tutti, dovrò morire, ma non per quel sintomo insignificante. Allora, ho incominciato a star meglio, però mi sono chiesta: ma io sono o non sono veramente cristiana? Difficile rispondere a freddo, in astratto.
    Mi sono sentita debole, ma forte nella volontà di credere, un misto che oscilla tra diversi stati interiori, però anche così so che sono amata dal Signore. Non mi devo meritare il suo amore , lui mi ama gratuitamente da sempre! Signore, aumenta la mia fede, anche perchè io possa provare , almeno a sprazzi, la perfetta letizia. Mariapia

  20. Sono millenni che l’uomo combatte per non soffrire, ma ancora a tutt’oggi la vita ci appare un inferno, guerre, atroci sofferenze, delitti. Siamo noi la sofferenza, Dio in quanto tale e solo un immagine alla nostra sopportazione, e perciò lo invochiamo, lo supplichiamo a farci stare bene, siamo attaccati alle nostre ideologie, ai nostri dogmi, qualsiasi religione
    è un muro che sia buddhista, induista, cristiano, noi abbiamo creato tutto questo….Il mondo è meraviglioso in qualsiasi modo ci appare, San Francesco era questo che voleva dire, senza troppe introspezioni che ogni volta creiamo. Non siamo più abituati a pensare in modo semplice e genuino. Le parole di San Francesco, di Gesù di questi grandi uomini sono semplici senza dover pensarci troppo…se abbiamo i germogli dentro essi fioriranno spontaneamente…perchè tutti li abbiamo. Fermarci, ascoltare in silenzio il nostro silenzio li ce Dio.

  21. Mariapia dice:

    Grazie, Massimo, per questo tuo richiamo alla semplicità francescana di pensiero e di fede! Mariapia

  22. Sono giunta su questa pagina per caso e leggendo I fioretti di san Francesco sulla perfetta letizia ho sentito il desiderio di condividere con voi la storia di una mistica siracusana morta in odore di santità, che visse tutta la sua vita nel puro spirito francescano: Suor Chiara Di Mauro. Eppure il suo stile di vita, conforme a quello del poverello d’Assisi non fu compreso. Il digiuno, le privazioni, il rifiuto della mondanità, contribuirono a creare diffidenza e spesso fu anche definita pazza. Del resto I santi sono spesso considerati folli e il loro comportamento, scandaloso. Si tratta, in verità, dello scandalo che suscita il vangelo negli stolti che, come dice san Paolo, agli occhi del mondo sembra follia.

  23. un po’ malati di protagonismo, per essere visti, considerati, per sembrare di essere ‘qualcuno’.
    forse sarà del pericolo di questo recitare, quasi sempre inconsapevole, che francesco voleva parlarci? e che la vera felicità, la vera vita, passi attraverso il coraggio e la fatica di dare ascolto alla parte più sensibile e bella che è in noi, riconoscendo con umiltà di essere semplici poveretti tra tanti poveretti, tutti fratelli, vivi per pochi giorni su questo meraviglioso pianeta?
    grazie per le vostre riflessioni.
    beppe

  24. Mariapia dice:

    Grazie anche a te, Beppe, per aver messo in evidenza che la ricerca del successo e il conquistarlo non dà gioia. Più lieta è la persona umile che trova tanti fratelli accanto a sé. mariapia

  25. xxx

  26. Come Paola nel 2013 anch’io sono capitato per caso, e in ritardo, nella vostra discussione e ringrazio tutti di quanto avete scritto. Vorrei aggiungere altri commenti – non miei – scusandomi della lunghezza delle citazioni, ma per me sono molto belli e meritano di essere letti per intero.

    Il primo è di Franco Cardini, medievalista preparatissimo, con questa postfazione al libro fotografico di Fulvio Roiter, recentemente scomparso, sul Cantico delle creature:

    “Forse per Francesco è vero quel che alcuni teologi e filosofi hanno sostenuto di Dio: è più facile dir quel che non è che quel che è. Francesco non è un riformatore; non è un rivoluzionario; non è un teologo. Non è neppure – e anche ciò stupirà – un asceta.
    Al contrario. Francesco non ha nulla dell’odiatore del mondo. In molte occasioni egli si dimostra invece innamorato della vita, delle cose, dei colori, degli odori. Fin da giovane era stato un temperamento sensibile, forse sensuale: e questi suoi caratteri li ha certo superati, ha imparato perfettamente a dominarli, ma non si può dire che li abbia mai rinnegati. Ha forse continuato a incantarsi fanciullescamente di fronte ai begli spettacoli, alle albe radiose, alle feste cavalleresche rutilanti d’oro e di rosso, alle cerimonie liturgiche avvolte nella nube profumata dell’incenso. Gli piacevano le canzoni dei trovatori e il racconto delle gesta dei paladini di Carlomagno e dei cavalieri di Artù; e forse era d’accordo di tutto cuore con quel poeta, a lui di poco posteriore, il quale avrebbe sostenuto che non c’era al mondo niente di più bello d’una bella donna o d’un bel cavaliere. Francesco – non dimentichiamolo – è arrivato alla conversione già uomo maturo e carico d’esperienze: non era un debole che fuggisse il mondo che gli faceva paura, era il figlio di un ricco mercante che aveva maneggiato le belle stoffe e le buone monete d’argento, che era stato alla guerra e forse aveva ucciso, che quasi senza dubbio era stato innamorato e aveva goduto più volte dell’abbraccio di una donna. Solo da un’innocenza saggiata come l’oro al crogiolo delle passioni e quindi riconquistata può essere sgorgato un fiore di poesia come il Cantico delle Creature . Quest’uomo non ha mai masochisticamente goduto dei disagi e delle malattie: quel tipo di godimento non appartiene – se non per tragici malintesi – all’autentica esperienza cristiana. Egli ha semmai accettato le malattie e le altre prove con gioia come un momento difficile, un esame provvidenzialmente disposto e da superare con animo coraggioso, ma anche con piena fiducia nella bontà divina. La sua Perfetta Letizia non era il dolore, ma l’accettazione, il superamento, il dominio di esso.
    Per questo non volle abbandonar questa vita né tremando né piangendo. La sua preghiera più alta, il suo ringraziamento più profondo al Creatore, fu il gustar per l’ultima volta i suoi dolci preferiti, le buone cose che monna Jacopa de’ Settesoli sapeva preparargli. Fu così, la bocca insaporita di miele e di spezie – anch’esse “odore di santità” … – che egli chiuse gli occhi a questo mondo, nel tramonto di quel 3 ottobre 1226. Moriva con frate Sole e si dice che le gaie allodole, che amano la luce e sono gli uccelli dell’alba, si alzarono allora in volo e presero a volare a stormo a bassa quota sopra il tetto della Porziuncola: e, girando in cerchio, cantavano. ”

    Poi questa preghiera di Rabindranath Tagore, poeta indiano Nobel per la letteratura 1913:

    “Non voglio pregare di essere protetto dai pericoli, ma di sfidarli impavido.
    Non voglio implorare alleviamento di pena, ma cuore per vincerla.
    Non voglio cercare alleati nella battaglia della vita, ma il mio rinvigorimento.
    Non voglio gemere nell’ansioso timore di non salvarmi, ma spero d’aver pazienza per ottenere la mia redenzione.
    Concedimi di non essere codardo sentendo la tua misericordia soltanto nel mio successo, ma di riconoscere il soccorso della tua mano anche nella mia sconfitta.”

    E infine Pasolini e il suo “Educare le nuove generazioni al valore della sconfitta”:

    “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtú.”

  27. Vi risulta sia vero che Francesco in punto di morte abbia chiesto perdono a Dio per aver maltrattato in vita il suo corpo? Grazie in anticipo!

  28. Antonio augusto Cossu dice:

    nella mia ricerca del “nuovo” da cui apprendere, ho letto il Cantico delle creature, Il Cantico dei cantici. ho letto di buddismo anche zen, sono approdato a “la perfetta letzia” ed ho letto con attenzione una miriade di commenti, uno più bello ed ammaestrante dell’altro. L’argomento è tanto vasto quanto apparentemente semplice. letizia/dolore, gioia e tormento. Tra l’altro, non vorrei saltare da palo in frasca, non posso fare a meno di confrontare la vita di Francesco con quella di Budda: gioventù ricca e spensierata per entrambi, esperienze mondane da ricchi figli di papà, poi, un giorno.arriva la contemplazione dlla morte della sofferenza e della disperazione che portano entrambi a voler sperimentare quelle calamità, non per malato masochismo come già è stato detto, ma come esperienza che con l’accettazione e la comprensione portano alla possibilità di cercare rimedi che si sa inesistenti) c he potrebbero aiutare a vivere meglio (ironia), di qui la speranza di trovare una Fede che consenta di attribuire anche le tribolazioni ad un amore di Dio che nella Sua imperscrutabilità con una mano dà e con una toglie. Solo accettando questo è, o sarebbe, trovare quella perfetta letizia di cui al punto di partenza. Per quanto mi riguarda sono un agnostico, o pretendo di esserlo, non un ateo ma, a modo mio, credente in un quid che non saprei dire a parole ma di cui avverto la presenza ovunque guardi. Credo in una specie di “anima mundi” che poi non differisce sostanzialmento molto da quel Dio in cui non posso credere e che a tanti altri è così indispensabile. Forse alla base di questi discorsi sulla Fede, sul Bene e sul Male potrebbe vedersi la paura inconfessata, anche a noi stessi, della morte, con conseguente “freudiana” necessità di raccontarsi, di “confessarsi” e di scaricare in qualche maniera quello che ci molesta e tormenta. Di qui la ricerca di
    quella chimerica perfetta letizia che tanto ci ha appassionato. Mah! avrò poi detto quello che avrei voluto? Con gratitudine e simpatia a tutti. Antonio

  29. Mariapia dice:

    Caro Antonio,
    quello che emerge dal tuo commento, è la tua ricerca di senso . Ti consiglio di continuare con fiducia, umiltà e attenzione ai piccoli episodi della vita che sembrano insignificanti, ma non lo sono. Forse lì c’è la perla che cerchi. Auguri! Mariapia

  30. halawakbar dice:

    Mi colpisce molto l’ atteggiamento di S.Francesco

  31. trasmette molto le parole

    🙂

  32. mi è piaciuto moooooooooooooooolto

    🙂 🙂 🙂

  33. a me piace molto la perfetta letizia…

    mi ha colpito tantissimo

  34. saluto tanto simona!!!!!!!!!!!!
    CIAO

  35. CIAO

  36. lucrezia dice:

    la perfetta letizia, secondo S.Francesco mi ha colpito molto

  37. Aggiungo questa versione della perfetta letizia ( e ne approfitto per consigliare la lettura di un libro di un’altra storica di spessore, Chiara Mercuri, “Francesco d’Assisi, la storia negata”. Chiara Mercuri ha condotto una ricerca testarda, durata per anni e che, alla fine, ha avuto successo. Ha ricostruito così, sulla base di fonti non ufficiali, la vita e l’insegnamento di Francesco d’Assisi, un ritratto inedito dal quale emerge un uomo di profonda cultura, deciso fino alla durezza, ma amorevole verso i suoi compagni ).

    Ed ecco questa così come l’ho trovata in rete:

    “La versione che segue è attribuita allo stesso Francesco ed è quindi precedente a quella molto più conosciuta dei Fioretti che sono del 1300 ovvero dopo che erano state fatte sparire le prime leggende (parola che a quel tempo voleva dire biografie) e quando le sole Leggende che circolavano erano la Maggiore e la Minore di San Bonaventura, agiografie vere e proprie.
    In questa prima versione traspare tutto il dolore di Francesco messo fuori dai suoi, è meno colorita di quella dei Fioretti ma, a mio avviso, molto più vera…forse troppo vera per essere divulgata come è quella dei Fioretti…

    Della vera e Perfetta Letizia
    Lo stesso fra Leonardo riferì che un giorno il beato Francesco , presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi” questi rispose: “Eccomi, sono pronto”. “Scrivi- disse – quale è la vera letizia ”
    “Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’ordine; scrivi: Non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia”.
    “Ma quale è la vera letizia?”
    “Ecco, io torno da Perugia e, a notte fonda, giungo qui, ed è inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo del ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente, questa, di andare in giro, non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde:
    “Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”.
    E io sempre resto davanti la porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”.
    E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”.
    Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.

    Fonti francescane 278 Laudi e Preghiere

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