Disegnare e colorare

Disegnare, colorare, provare anche a dipingere. Cominciare a farlo da grandi, senza nessun talento, rubando il tempo a cose più importanti. Farlo quasi di nascosto, sentendosi un po’ in colpa.
Ma il desiderio è forte, è quasi un bisogno: creare qualcosa di nuovo, colorato, qualcosa di bello.
A me è successo, da un anno a questo parte, e l’occasione è stata una situazione dolorosa davanti a cui mi sentivo impotente.
Ho iniziato con fogli bianchi e pastelli colorati, osservando la mia resistenza a fare una cosa che nella mia mente solo i bambini avevano il permesso di fare.
Ho ascoltato i miei continui giudizi: “Non sei brava, questo disegno è fatto male, stai perdendo tempo…” ma intanto le mie mani seguivano quell’altra parte, quella che è tornata a stupirsi della bellezza e della forza dei colori e a gioire man mano che il disegno riempiva il foglio. I disegni imperfetti ma coloratissimi che ne sono venuti fuori mi hanno tenuto compagnia in momenti non facili.

Poi la mia parte adulta ha scoperto che tutto questo ha anche un nome: arteterapia e cromoterapia, per esempio.
Il linguaggio delle immagini e l’attività artistica libera permettono di utilizzare le qualità creative e intuitive dell’emisfero destro del nostro cervello. Con colori, tele, pennelli è possibile esprimere e rielaborare pensieri ed emozioni bypassando un po’ la coscienza razionale. La psicologia si è accorta da tempo del grande potenziale liberatorio delle tecniche artistiche e molti approcci terapeutici le utilizzano con successo.
I colori, poi, sono stati usati dalle civiltà più antiche a scopi curativi e oggi se ne riscoprono gli effetti benefici a livello psicologico e, sembra, anche fisiologico.

Senza entrare nel merito di questi studi, io ho sperimentato come le forme e i colori riescano a contattare in maniera diversa quella massa emotiva che da adulti responsabili non troviamo più il modo, e il luogo, per esprimere.
Ogni tanto continuo a concedermi questi piccoli modi di darmi pace e li sento molto vicini al nostro lavoro nei gruppi. Li vivo come un accesso semplice e concreto a parti di me che chiedono spazio, e intanto scopro piccoli ritagli di libertà e, perché no, anche di divertimento.

Commenti

  1. Mariapia dice:

    Questo post racconta un’esperienza davvero bella! Vien proprio voglia di provare: costa poco e richiede un po’ di libertà verso sé stessi.
    Anch’io sto scoprendo il mondo dei colori ,attraverso una serie di lezioni di uno storico dell’arte, dedicata ciascuno a un colore. E’ un modo per conoscere tecniche artistiche , ma anche simbolismi ed emozioni dell’artista e dei fruitori. Ma non solo: si è spinti di osservare meglio un paesaggio naturale o cittadino per godere meglio dei colori che offre, ai fini della distensione e dell’attenzione mentali, nonché del piacere . Tante sono le vie che portano alla pace interiore! Mariapia

  2. Mi e’ piaciuto molto leggere questo post. Mi viene in mente una riflessione che ho letto tempo fa in un piccolo e dolce libretto di pensieri e fotografie (l’autore e’ Ettore Sottsass), dove si osserva – piu’ o meno, cito a memoria…- che mentre oggi nella nostra societa’ l’arte appare dotata di ragion d’essere solo quando si presta alla commercializzazione, c’e’ stato un tempo (e ancora vi sono luoghi in cui e’ cosi’) in cui essa era semplicemente una pratica per abbellire il tempo della vita…

    In questa prospettiva, ognuno ha quindi pieno titolo di cimentarsi…
    Mi stupisce il rilevare come nella mentalita’ di molti il cimentarsi in una pratica artistica ( sia essa pittorica, o musicale, o letteraria o altro) sia qualcosa da lasciare unicamente all’ infanzia e che magari abbia senso continuare a coltivare solo se si accede a sfere d’eccellenza che permettano sbocchi “pubblici” e remunerati… Al contrario credo che per molti sarebbe di gran giovamento il riconoscere con umilta’ – come hai saputo fare tu Antonietta- che nel tempo della prorpria vita possono aprirsi in vari modi e per diverse ragioni e a diverse eta’ stagioni propizie per un coinvolgimento personale, senza particolari pretese, ma appunto per scoprire qualcosa di nuovo, che dialoga con dimensioni del se’ che le altre esperienze del quotidiano pratico e razionale non nutrono, per lasciar un po’ di spazio a piccole ma reali e positive ‘gioie bambine’ …. Oppure, a volte, questo puo’ rivelarsi prezioso per curare situazioni o condizioni di dolore, solitudine, di inquietudine…. Penso che Con un po’ di sana umilta’ e un poco dimcoraggio si possa accedere a dimensioni dolci e forse anche rinnovatrici, che molte piu’ persone potrebbero provar a sperimentare, indipendentemente dall’eta’ …grazie, Alfredo

  3. Cara Antonietta, grazie per la tua testimonianza. Devo dire che la mia esperienza è molto simile alla tua, nel senso che fin da giovane anch’ io ho sentito il bisogno, alcune volte molto forte, di esprimere le emozioni attraverso le linee o i colori oppure attraverso le note del mio violino… e come risulta essere importante la meditazione come preparazione alla preghiera cristiana, così l’esperienza del disegno o della musica produce in me maggiore attenzione, calma, dolcezza, armonia, desiderio di pregare, gratitudine e pace…tuttavia sono solo momenti perchè spesso, per varie ragioni anche pratiche, mi trovo a vivere lontano da questa dimensione, anzi mi sembra un ‘lusso’ potermi ritagliare dei momenti così intensi, tanto i mille impegni della vita familiare, lavorativa e pastorale mi trascinano da un’altra parte, non è facile conciliare tutto, ma neanche posso disconoscermi,…grazie ancora per la testimonianza.
    Sandro

  4. Giuliana dice:

    Non è facile contattare e dare voce alle emozioni, ce ne accorgiamo nel nostro lavoro, soprattutto all’inizio.
    L’ego è molto abile a costruire pensieri mortiferi ed illusori che colorano di grigio scuro le sbarre della prigione in cui ci rinchiudono e rendono l’aria irrespirabile.

    Procedendo con pazienza e perseveranza, quando riesco a nominare l’emozione, a riconoscere la paura che sottosta ad essa e ad attraversarla, la meditazione mi porta dentro uno spazio colorato dal verde dell’erba tenera e dall’azzurro del cielo.

    La fede in Cristo e di Cristo illumina ciò che lì dentro prende vita.

    Allora le emozioni diventano nitide, brillanti, le sento intensamente in uno stato di calma e di quiete.

    Grazie, Antonietta, e un abbraccio.
    Giuliana

  5. Antonietta dice:

    Grazie MariaPia, Alfredo, Sandro e Giuliana, che belle cose che avete scritto!
    Nel mio piccolo spero di aver invogliato qualcuno a riprendere in mano matite, colori o altro, e provare…
    Secondo me in questi momenti l’anima sorride e si alleggerisce, nonostante tutto.
    Antonietta

  6. Ciao Antonietta!
    Personalmente sono sempre stata una frana nel disegno e nell’arte in generale. Forse si tratta, per ognuno di noi, di trovare il proprio spazio di espressione, nell’arte o in qualunque altro luogo sentiamo di poter respirare.
    Buon disegno! E al prossimo post metti una tua opera per illustrare lo scritto!
    Un abbraccio
    iside

  7. Secondo me è andata più o meno così. L’innata necessità di comunicare si è realizzata anche attraverso modelli creativi, quali figurativo (di vario genere), sonoro, verbale ecc.. Questa è stata una attività spontanea nata da lontano e impossibile da capire fino in fondo. Poi, con il sempre più attivarsi della società organizzata, i più bravi, i più produttivi, sono stati considerati, appunto per le loro più spiccate capacità, degli specialisti, ai quali magari veniva delegato il compito di realizzare lavori sempre più belli. Quindi nascita dei canoni estetici, quindi nascita dell’artista per vocazione. Il problema poi è stato quello dell’accademizzazione di questo processo nato spontaneo, che ha fatto si che si creasse la figura dell’artista e del pubblico considerato quasi del tutto ignorante e incapace di comprendere proprio quello che dovrebbe essere un linguaggio universale, e che si concretizza in un momento di totale libertà, dove mille emozioni e moti interiori non tutti precisabili si muovono all’interno di ognuno, in un rapporto del tutto intimo tra la materia da manipolare e il proprio vissuto. Per citare il buon Krishnamurti, le questioni legate alla tecnica passano in secondo piano. Il problema vero è proprio questo, che con la nascita della figura dell’artista si è creato un vuoto, innaturale per certi versi, perchè nega quel senso di libertà che “l’arte” stessa pone come fondamento, o almeno dovrebbe. Il mondo accademico ha questa colpa da farsi perdonare, ancora e soprattutto oggi, ed è questa una constatazione che chiunque abbia la possibilità di frequantarlo può provare sulla propria pelle. Io mi sforzo ogni giorno, da “musicista non professionista” di dare un senso alto alla parola “dilettante”, perchè in fondo chi si può dilettare con l’arte deve considerarsi un privilegiato e non un minorato della categoria. Per cui, per dare ulteriore valore alle parole e all’esperienza di Antonietta mi sento di sottoscrivere tutto il mio incoraggiamento a perseverare, o quanto meno e cimentarsi con libertà massima possibile, senza inibizioni. La cosa più importante nella produzione creativa deve rimanere una sana onestà intellettuale che ci aiuti a migliorare, perchè la ricerca, in chi crea, è il sale imprescindibile.

  8. Antonietta dice:

    Ti ringrazio, cara Iside, per il tuo commento e grazie anche a Domenico per la riflessione sul concetto di arte e di artista.
    Io credo che quello sto facendo abbia più a che fare con il terapeutico che con l’artistico, anche se poi le due cose potrebbero in parte sovrapporsi.
    Il mio passaggio decisivo infatti è stato quello di rompere un tabù interno: non ti è permesso esprimerti liberamente e creativamente in qualcosa di assolutamente inutile, e per di più infantile.
    Nel mio caso era il disegnare, ma l’attività creativa non produttiva poteva essere anche un’altra.
    Una volta rotto il ghiaccio però ho cercato di prendere la cosa con serietà e ho visto che usando i colori si crea in me un equilibrio positivo: la parte creativa prende il comando, la perfezionista dà consigli ma si rassegna all’incompiutezza e quella frettolosa impara a rallentare e a godersi il momento.
    Alla fine le sento tutte abbastanza concordi circa il risultato e la sua dignità di esistere così com’è.
    Grazie a tutti!
    Antonietta

  9. Domenico P dice:

    Cara Antonietta, il disegno l’ho scoperto da bambino e l’ho portato con me per molto tempo fino ad approdare alla musica e al diario. Strumenti come dici tu terapeutici, mi viene da dire liberatori. Fissare le emozioni, dargli un nome, colorarle, metterle in musica fino a raccontarle.
    Oggi ripercorro di nuovo questo fasi con i miei figli. Aver perso la sana abitudine di esprimermi per un periodo anche lungo della mia vita adulta è stata una desertificazione, un perdersi. Da qualche anno mi sono ri-preso il tempo dell’esser-ci hic et nunc (qui e ora).
    Un abbraccio

  10. Francesca dice:

    Cari tutti,
    a me la pittura a cambiato la vita, e adesso la insegno ed è così bello trasmettere tutto ciò agli altri.
    Anche se ho una vita difficile i colori e la relazione con gli altri tramite questi mi aiuta tanto!
    Un abbraccio a tutti

  11. Anonimo dice:

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