Auto conoscimento a scuola: fare i conti con la paura

Nella scuola in cui insegno è in atto un Progetto di Alfabetizzazione Motoria: un docente laureato in Scienze Motorie segue le classi per due ore settimanali.

Bellissima opportunità per gli alunni di essere formati da una persona preparata e competente e per gli insegnanti di osservarli in un contesto diverso da quello dell’aula scolastica.
Per tutti opportunità di conoscere, relazionare, crescere.

Sotto forma di gioco vengono proposte ai bambini molteplici situazioni in cui sono chiamati fare i conti con la paura, ad affidarsi, a riprovare se il primo tentativo non riesce.

Salire sulla spalliera, lasciarsi cadere sul materasso sottostante e stare in verticale sono giochi che richiedono ai bambini di misurarsi con il vuoto e con equilibri diversi da quelli abituali e creano un clima di esuberanza e di agitazione.

E’ bello essere accanto a loro, osservare le differenti reazioni davanti alla paura, individuare le modalità di ritrazione dalla novità che li spaventa e la curiosità che li spinge a muoversi verso ciò che non conoscono.

Mi dà gioia sostenerli, invitarli a non ritrarsi, incoraggiarli a riprovare ed esultare con loro quando ciò che pare impossibile accade e si ripete.

Tornati in aula, l’esuberanza è alle stelle, la paura è superata e la gioia colora le parole.

Che paura mollare il piolo della spalliera! Non volevo cadere fuori dal materasso.
Non mi piaceva stare a gambe in su, sentivo tutto il sangue arrivare alla testa.
Non credevo di farcela a stare a testa in giù.
Mollare la spalliera è stato come tuffarmi senza avere sotto l’acqua.

La loro paura contatta la mia, mi porta alla bambina ferita dentro di me, nelle zone ibernate del suo cuore sento la trama delle male-dizioni che l’hanno accompagnata.

Quando situazioni di stress e di caos nella quotidianità scolastica la colpiscono scattano automaticamente le strategie difensive con le quali è cresciuta ed ha imparato a vivere.

Anche la mia bambina ha bisogno di sentire qualcuno accanto che la sostenga, la consoli, la incoraggi.

Provo a tranquillizzarla mettendo a fuoco le mie strategie di attacco/difesa, individuo le modalità invasive e di ritrazione presenti nelle reazioni automatiche e nelle emozioni sottostanti.

La piccola pare quietarsi, ma c’è un tarlo, ancora più profondo che continua a rodere dentro, a imprigionarla.

Sotto la rabbia, il peso del mondo, la disperazione, la crudeltà, la delusione, la tristezza, il gelo, c’è una immensa, terribile paura.

Di che cosa hai paura, Giuliana?

Mi spaventa il male di questo mondo, quello di cui sono capace, che ho procurato e procuro agli altri, più o meno consapevolmente, ed il male che gli altri procurano a me.
Mi fanno paura l’ignoranza, l’indifferenza, la sofferenza non riconosciuta e tutte le forme di violenza che ne derivano, anche quelle più nascoste o mascherate dal desiderio di fare il bene.
Mi spaventa la crudeltà verso i più deboli, verso coloro che non possono difendersi.

Lascia la spalliera, stacca la mano dal piolo della paura, lasciati fluire in me, entra nel mio respiro.

Questa voce, che comincia a parlarmi, ha il potere di calmarla del tutto.

Nell’espiro, lascio andare le pretese, i perfezionismi, i giudizi, gli alibi con i quali mi autoescludo dal gioco creativo che da sempre mi chiama.

Entro in un profondo silenzio che liquida il male, la paura, il dolore della separazione.

Nel silenzio eloquente della fede lascio che la Parola mi ammorbidisca e mi plasmi e, forte del suo impasto, respiro nella quotidianità profumo di futuro.

Mi sento come Eleonora che non vuole salire sulla spalliera per non prendere aria all’occhio.

In aula mi si avvicina e trionfante mi dice
prima avevo paura, adesso ho voglia di ritornare sulla spalliera

La gioia delle sue parole si espande in me ed è la stessa gioia che assaporo quando anch’io mollo la presa e scopro che il vuoto non mi annienta, è passaggio necessario per entrare nella Relazione che dà vita.

Mi aggrappo alla croce, albero della vita, porta che apre alla profondità del mistero.

Gesù, tu dall’amore non ti sei difeso, dal cielo alla terra l’amore ti fece venire.
Per abbracciarci sei corso sulla croce.
La tua sapienza in quel momento si celava, solo l’amore si poteva vedere, amore smisurato che bruciava il tuo cuore.
( Jacopone da Todi )

Il gelo del cuore si scioglie in calde lacrime di liberazione e di gratitudine.

Comments

  1. Cara Giuliana,
    grazie di questa ventata di aria fresca che l’esperienza con i tuoi bambini sempre ci trasmette!
    Saper ricominciare sempre, finché il gioco non riesce: questo è l’insegnamento che stasera sento di portarmi a casa.
    Non chiudersi nel fallimento, anche relazionale, ma, entrando nel dinamismo della vita, purificare il getto e unificare il piccolo/grande mondo che ci è stato consegnato.
    Un abbraccio

  2. “Mi spaventa la crudeltà contro i più deboli,contro coloro che non possono difendersi”. Sento la risonanza di queste parole che mi fanno risentire la paura che ho provato quando nella classe che mi è affidata e arrivato un nuovo alunno disabile e con un forte disagio sociale .”Mi fanno paura l’ignoranza,l’indifferenza,….tutte le forme di violenza che ne derivano”sono le forme inconsapevoli delle persone che avrebbero dovuto garantire pari dignità a questo bambino .
    Riconoscere la paura, lasciare andare la rabbia per entrare in- Relazione è l’unico modo che ha messo anche me in contatto con la vita e non mi ha escluso da questo”gioco creativo” portandomi ad essere la voce di Yassin.
    Grazie Yassin per il tuo dono!
    Cara Giuliana, l’ esercizio che hai condiviso è un esempio,profondo e significativo,di formazione per insegnanti in una futura scuola dell’amore.Grazie di cuore.
    Un abbraccio.Rosanna

  3. Cara Giuliana,
    Sono contenta di questa bella esperienza didattica che stai vivendo; la scuola, constato, sta trasformandosi in meglio e questo è un grande segno di speranza: anche lì si sta formando l’essere umano nuovo!
    In questo post hai descritto magistralmente il cammino di liberazione dalla paure e dalla grande paura che, come esseri limitati , ci accompagna, perchè portiamo impresso dentro di noi il ricordo della drammatica separazione della nascita.
    Dalle paure ci si libera gradualmente vivendole, attraversandole con l’aiuto di persone che ci tendono le mani. E fortunati i bambini che iniziano questo percorso da subito! Per la grande paura, aiutano alcune esperienze di vita e di fede, ma io credo, soltanto a tratti, per parentesi fortunate, che però incoraggianano a un ricominciamento continuo. Altrimenti saremmo già morti e risorti definitivamente! Mariapia

  4. Cara Giuliana,

    la novità che emerge e mi colpisce maggiormente nel post è la testimonianza della risonanza che il tuo quotidiano lavoro opera in te.
    Una bellissima luce di senso; come fosse l’affermare: “dal laboratorio non si esce mai”.

    Bella e brava, grazie.

    rosella

  5. irene manzoni says:

    Cara Giuliana
    grazie per il dono della tua esperienza che ha risuonato in me e mi ha stimolata a ri-tornare su una situazione che avrei lasciato lì, non avrei approfondito, affrontato ma …rimandato volentieri…..

    Proprio stamattina nella palestra , nel prendere una postura ho incontrato difficoltà a prendere una postura corretta perché lasciarmi andar giù…. far toccare le spalle a terra…. mi faceva sentire nel vuoto….…… paura del vuoto…. attaccamento al supporto… chiusura delle spalle…….tensione…emozioni…..
    Ma di che cosa hai veramente paura Irene?

    Grazie Rosella per aver evidenziato come il lavoro quotidiano opera in chi ci lavora quotidianamente…..e come non si esce mai dal laboratorio come ci ha dimostrato Giuliana…

    quindi il quotidiano come laboratorio……,nella palestra della vita…..
    senza aspettare le condizioni migliori per entrare nel tuo laboratorio, nella tua stanza-studio……….

    del resto anche Gesù opera nella quotidianità insieme ai discepoli che erano dediti alle loro attività di pescatori, nella fatica del calare le reti….., nella fatica del loro quotidiano…

    un abbraccio Irene
    .

  6. Ciao Giuliana!
    Ammetto che di primo acchito, leggendo il tuo post, la connessione tra esercizio fisico e paure emotive mi ha fatto sussultare e mi ha suscitato un po’ di irritazione. Poi mi sono chiesta dove avesse le sue radici la mia irritazione. A scuola sono stata via via più in difficoltà nelle ore di ginnastica fino a doverne chiedere l’esonero. Ripensandoci ora, le mie attuali contrazioni muscolari, le mie resistenze a lasciarmi andare e le mie paure si rispecchiano le une nelle altre. L’irritazione mi ha fatto toccare un punto dolente: ho tanto su cui lavorare! Bel progetto per i tuoi alunni che possono sperimentare fisicamente il misurarsi con le paure avendo però accanto la maestra-salvagente che è pronta a soccorrerli e a sostenerli, facendo loro provare che è possibile cimentarsi con se stessi superando gli ostacoli.
    Grazie anche per le altre condivisioni che mi fanno sentire dentro un clima sperimentale, in cui non è richiesto di avere in tasca la risposta giusta, ma che è nel percorso in sé la possibilità di riscatto.
    Un abbraccio a tutti
    iside

  7. Patrizia says:

    Cara Giuliana, le tue paure sono le mie paure, la paura del male di cui sono capace e di quello che gli altri procurano a me e di tutte le forme di violenza che ne derivano, quando la paura affiora in me sento sorgere immediata la contrazione che mi separa dagli altri e il vuoto che ne consegue.
    Anch’io, come te, mi calmo solo spostandomi e lasciando fluire il respiro nuovo della vita nella fede e lentamente scivolo fuori dall’inganno della mia mente atterrita e mi lascio avvolgere dal silenzio che ” liquida il male, la paura, il dolore della separazione” e mi riconduce in una dimensione reale, dove il vuoto non mi annienta più, anzi è sospensione del vecchio, è inizio del nuovo e anch’io lo accolgo con calde lacrime di gratitudine e di liberazione.
    Un caldo abbraccio. Patrizia

  8. Giuliana says:

    Carissime Paola, Rosanna, Mariapia, Rosella, Irene, Iside e Patrizia, grazie per le vostre risonanze.

    La semplicità, la freschezza, la forza vitale sono doni che ogni giorno ricevo dai bambini che mi sono affidati.
    Prendermi cura di loro significa curare la bambina ferita dentro di me.

    Posso lasciare la spalliera e tuffarmi nel vuoto solo con la fede in Cristo e di Cristo.
    Entro così nel silenzio del Pensiero che si dà e si fa con parole benedicenti.

    In questa fase del cammino, il passo che sento di muovere è quello di approfondire l’abbandono fiducioso e l’umiltà per ammorbidire la mia materia dura e contratta e lasciarmi fare e rifare nella certezza che l’Artista saprà plasmarmi a sua immagine.

    Teniamoci per mano in questo affascinante percorso.
    Un abbraccio al femminile.

    Giuliana

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