L’onnipotenza di Agape sulla Croce

Quando ero bambina avevo paura dei crocifissi. Avevo paura di tutte le immagini appese, ma i crocifissi erano i più inquietanti. Il più terrificante, poi, era nella camera dei miei genitori: temevo che si mettesse a parlare, come quello di don Camillo. Per dirmi che cosa? Naturalmente per rimproverarmi di tutti i miei peccati, quelli per cui Egli era morto e si trovava inchiodato lassù da duemila anni.

Poi le irrequietezze della giovinezza mi hanno messo in moto alla ricerca di risposte più convincenti e, sotto la guida di persone sapienti, ho provato a leggere le Scritture in un’altra prospettiva. Così il crocifisso ha iniziato a parlarmi davvero e a raccontarmi un’altra storia.

Innanzitutto la storia di un Uomo che, in quanto uomo, non può che abitare le strutture dell’umano. Se la sua relazione con il Padre è singolarissima, essa si dà comunque nella fede e non nella visione diretta. La coscienza (credente) di Gesù, dunque, ha interpretato in modo coerente il legame con la trascendenza nell’ordine della dedizione incondizionata per tutte le creature, perciò egli sceglie di assumere la forma esclusiva della cura come modalità della rivelazione del volto di Dio agli altri uomini.

Durante tutta la sua vita, quindi, Gesù di volta in volta decide come declinare, nelle varie situazioni, il volto affidabile del Padre, di cui si è liberamente assunto la rappresentanza, responsabilmente rivendicandone l’unica Verità.

Man mano che Gesù va avanti con la sua predicazione, cresce però l’ostilità nei suoi confronti perché il Dio che egli va annunciando non corrisponde alle attese: il suo Dio, avendo scelto da sempre, una volta per tutte, di muoversi soltanto dentro l’orizzonte della dedizione, non impugna nessun’arma, non lancia maledizioni, ma disarmato, soltanto ama.

Per il senso religioso (di ogni tempo) però questo è insopportabile e non si può neanche immaginare che possa esistere un Dio univocamente inchinato verso l’uomo. Gesù perciò deve trovare sempre nuove strade per smascherare il Dio che promette vendetta sull’uomo peccatore e indegno, per portare invece finalmente all’evidenza il volto luminoso dell’Abbà, fino a quando comprende che l’unico modo per sradicare il dubbio dal cuore dell’uomo è quello di compiere un gesto radicale, come quello di consegnarsi accettando la condanna a morte, come unica via che la sua testimonianza può ancora percorrere.

E anche nel momento più angoscioso, sotto la pressione del male che lo attacca, Gesù non recede e trova ancora spazi per affermare ciò che è andato dicendo da tutta la vita.
Chiama “amico” (Mt 26,50) Giuda che gli si avvicina per tradirlo con un bacio. Non scambia la sua vita con quella di coloro che il Padre gli ha dato: “Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8). Riattacca l’orecchio del servo del sommo sacerdote (Lc 22,50-51) ed esorta a rimettere “la spada nel fodero” (Mt 26,52).

A Gesù basterebbe dire una parola per dispiegare una potenza violenta, ma l’unica parola che egli continua a dire è quella della cura, la sola di cui l’uomo abbia realmente bisogno.
Sulla croce, intercede presso il Padre invocando il perdono per i suoi crocifissori (Lc 23,34). Al ladrone appeso accanto a lui che gli chiede un ricordo, Gesù dà il paradiso (Lc 23,43): non baratta la colpa con la pena, ma regala vita in abbondanza a chiunque gliela domandi.

Tutti questi gesti mostrano la sua incrollabile fiducia nel Dio che conta tutti i capelli del capo (Lc 12,7), per il quale nulla andrà perduto.
La croce è allora il luogo estremo in cui Gesù sceglie di salvare gli altri e non se stesso, perché la salvezza per gli uomini è credere in un Dio che ha il coraggio di non scendere dalla croce, pur potendolo fare, ha il coraggio cioè di rinunciare ad ogni forma di dominio.

La fede, come fiducioso abbandono nelle mani del Padre, può nascere soltanto quando sia tolta ogni traccia residuale di prevaricazione che incateni la libertà, quando non ci sia una forza seducente ma un affidamento libero, quando cioè l’uomo attivamente decida.
Perciò l’invito di Gesù “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.” ( Mc 8,34) ha il sapore della liquidazione delle strutture egoiche, del modellamento del nostro desiderio di vivere secondo le coordinate dell’agape per una relazionalità finalmente liberata, proprio nella direzione indicata dalla Sua croce.

Per chi abbia deciso di credervi, la vicenda di Gesù però non si chiude sulla croce perché “se Cristo non è risuscitato, allora è vana […] la vostra fede” (1Cor 15,14) … ma questo sarà un altro post …

Commenti

  1. E’ veramente risorto, amen. Così si salutano i Cristiani d’Oriente. Fin da piccolo l’avrei voluto gridare: Gesù Risorto ha mangiato il pesce! Bella è la Croce Francescana: vuota.

  2. E’ veramente risorto, amen. Così si salutano i Cristiani d’Oriente. Fin da piccolo l’avrei voluto gridare: Gesù Risorto ha mangiato il pesce! Bella è la Croce Francescana: vuota. Massimo

  3. Mariapia dice:

    Anch’io ho avuto brutte esperienze infantili. In una chiesa ,dove mi portavano spesso ,c’era e c’è tuttora una piccola scultura in legno rappresentante il monte del Purgatorio gremito di anime tormentate da fiamme, sulla cima la croce di Cristo e un angelo che addita alle anime la vetta. La mia attenzione era soprattutto attratta dal fuoco che lambiva quelle povere creature. Mi convincevo che era impossibile che non finissi anch’io lì e chissà per quanto tempo! Poi anch’io , ma, molto lentamente , sono stata accostata ad un’altra teologia, che mi ha convinto sul piano intellettuale, ma mi accorgo talvolta che quei turbamenti antichi invadono ancora la mia anima e che debbo lavorarci ancora su. Davvero Dio è un Dio d’amore e di tenerezza che “ asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi” , ma scomparirà subito ogni sofferenza? Il Purgatorio è una verità di fede e ci possiamo solo augurare che sia diverso dalle consuete rappresentazioni! Credere e abbandonarsi all’amore è decisamente più difficile che lasciarsi condizionare dalle paure. Per questo affrontiamo insieme un lungo lavoro su noi stessi! Mariapia

  4. Antonietta dice:

    ” Per il senso religioso (di ogni tempo) però questo è insopportabile e non si può neanche immaginare che possa esistere un Dio univocamente inchinato verso l’uomo.”

    Mi chiedo: come è fatto questo senso religioso di ogni tempo per non entrare in sintonia con il Dio di cui parla Gesù? Senso religioso e Dio non dovrebbero essere la stessa cosa?
    In realtà mi sono accorta che sono due cose diverse. Per me è una scoperta recentissima e spero di riuscire ad esprimerla con la stessa immediatezza con cui mi si è mostrata, grazie ad alcune letture.
    L’uomo da sempre si rapporta al Mistero e al Sacro: è una conseguenza dell’abitare un mondo che capiamo solo in piccola parte. Questo senso del sacro si modella sulla nostra esperienza concreta e quindi ha una natura ambivalente. La Vita/Natura/Dio premia e punisce, è gioia e dolore, fiducia e paura.
    Il senso religioso dell’uomo è quindi contraddistinto in modo naturale, quasi automatico, da queste aspettative tratte dall’esperienza: giustizia retributiva da una parte e fatalismo dall’altra.
    Anche il Dio dell’Antico Testamento sembra confermare, in parte, questo tipo di religiosità.
    Poi arriva Gesù e dice altro. Dio non è così come lo raccontate voi.
    Ma questo suo racconto di fatti e parole si va a mescolare al nostro senso implicito del sacro, un senso antico, radicato, in cui c’è tanta confusione: c’è la paura della punizione, il desiderio di compiacere chi ha potere sulla nostra vita, la necessità di fare sacrifici per avere poi un premio, un’aspettativa di giustizia commisurata ai nostri sforzi.
    Anche i contemporanei di Gesù cercarono di collocare le sue parole dentro questa schema religioso e non ci riuscirono.
    Il Dio che ci rivela Gesù NON è nella naturale percezione che l’uomo ha del divino.
    Bisogna proprio uscire da questo senso religioso, così antropologicamente fondato, per riuscire a sentire la novità, la buona notizia di Gesù.
    Il nostro senso del sacro è appunto nostro, non Suo. Mi viene quasi da dire: Dio non è religioso, non in questo modo.
    Dio è altro, è il Bene dell’uomo senza ambivalenza, e qui mi fermo, perché non so andare oltre, ma mi sembra un buon inizio, una buona notizia, che mi interessa ascoltare.
    Questa lettura della croce come gesto estremo di Gesù per raccontare un Dio diverso mi sembra molto più interessante di una croce come modello di muta sopportazione della sofferenza inflitta dagli uomini, dalla vita, e anche da Dio.
    Se ho scritto delle cose teologicamente sbagliate spero che qualcuno mi corregga.
    Ciao
    Antonietta

  5. Grazie, carissima Iside, anch’io credo fermamente che il rinnovamento del cristianesimo storico debba incentrarsi su una nuova interpretazione del mistero della Croce. Non a caso il terzo manuale dei nostri Gruppi, che uscirà in settembre, “Imparare ad amare”, e quindi l’intero percorso dei sette anni, finisce proprio con una rilettura contemplativa del mistero della Croce nella chiave che tu stessa proponi.
    Un abbraccio. Marco

  6. Ciao Massimo. La tua risposta mi ha spiazzata perché in effetti ho preferito lasciare la risurrezione come argomento di un altro post. Certamente la vicenda di Gesù non avrebbe senso senza la risurrezione, sarebbe soltanto un’altra storia edificante di un uomo morto per i suoi ideali e noi non avremmo speranza.
    Carissima Mariapia, hai ragione, siamo più propensi a dare credito alle nostre paure che alla Parola che Dio è venuto a dirci per liberarcene. Ed è per questo che abbiamo bisogno di tornare sempre e ancora a Gesù di Nazareth come l’evento canonico per la nostra fede, in un certo senso con lo stesso stile che adottiamo nel lavoro dei gruppi dP rispetto alla meditazione e all’autoconoscimento: occorre tornare sempre da capo per riposizionarsi ai blocchi di partenza, rettificando le distorsioni che accumuliamo man mano. Nel nostro immaginario il purgatorio è più opera dantesca che neotestamentaria. Nuovamente emerge un Dio punitivo, capriccioso, imprevedibile, che ha bisogno di sentire il profumino della carne arrosto per sentirsi soddisfatto. Io mi tengo l’Abbà affidabile che sa sovrabbondare in misericordia e sa interpretare la giustizia come amore e non come retribuzione punitiva. E poi ciò che appartiene al mistero forse è bene lasciarlo tale, nella sorpresa che Dio ci saprà offrire come compimento della nostra vita risorta.
    Carissima Antonietta, hai espresso benissimo il tuo pensiero che personalmente condivido. Gesù è venuto a desacralizzare il divino nel senso di togliere Dio dal recinto del sacro in cui era stato confinato dal senso religioso come tentativo di addomesticamento e propiziazione dell’ambiguo, per portare ogni uomo alla consapevolezza che il suo Spirito vive in noi non lasciandoci mai soli con l’unica intenzione buona per le sue creature.
    Carissimo Marco, bello il titolo “Imparare ad amare”. È proprio vero, anche per le cose belle, occorre un lungo training che dura tutta la vita. Riaccordare il nostro modo di sentire e di agire sulle armoniche dello Spirito, scoprendoci dedizione all’altro come essenza, è la sfida cui siamo chiamati. Ma come spesso ci ricorda e sperimentiamo su di noi, non ci viene naturale per niente. Certamente il lavoro in dP non ci manca!
    Un abbraccio
    iside

  7. Giuliana dice:

    Da quando seguo il telematico, guardo Gesù crocifisso con occhi nuovi.
    Non mi impressionano più i chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, né la ferita al costato che, in passato, automaticamente facevano affiorare in me un pensiero sbagliato: un buon cristiano deve soffrire.
    Ora sono le braccia spalancate sull’asse orizzontale della croce che mi attirano e mi commuovono.
    Sono braccia che affratellano, uniscono e portano nelle mani del Padre.
    Mi sento piccola, come la bambina dell’immagine, nelle mani che da sempre si prendono cura di me, mi rassicurano, mi consolano e mi dicono la fedeltà di una promessa.

    Grazie Iside, aspetto il seguito.
    Giuliana

  8. Filomena dice:

    Cara Iside,
    piena delle risonanze in me suscitate dalla tua lucida convincente scrittura, attendo anch’io di proseguire con il tuo prossimo post nell’approfondimento dell’abbraccio paterno
    ciao, a presto
    Filomena

  9. Ebbene sì, carissima Giuliana, condivido con te la lettura delle braccia spalancate del crocifisso come abbraccio paterno di un Dio che sa soltanto amare. Personalmente ho ancora tanto da convertire per veramente con-formarmi a questa donazione.
    Ciao Filomena, grazie per l’apprezzamento, spero che l’attesa del proseguimento non vada delusa.
    Un abbraccio
    iside

  10. rosella dice:

    Cara Iside, ci ho messo un po’ per decidermi.

    Tanto tempo fa, mi sono inventata una storia per i miei bambini, nella quale Gesù, il Figlio di Dio, non poteva proprio esimersi dall’incarnarsi, dal prendersi cura di noi e del nostro male: “in Lui noi siamo”.

    Nel Figlio Crocifisso, contemplo il dolore trinitario in Dio, quel dolore del rifiuto che noi non sopportiamo e sul quale costruiamo le nostre strategie difensive.

    Nel nostro lavoro io ho trovato che in me, il dolore più cocente, che mi piega in due, è quello che sento, quando viene rifiutato il dono che offro, ancorchè in modo imperfetto; questo impedisce l’espandersi della creatività, che sola dona pienezza e felicità, mi sento impotente… e lo sono.

    Il Dolore di Dio, secondo me, consiste proprio nel rifiuto del Suo Spirito Santo, nel rifiuto di entrare in relazione con lui, impedendo l’espansione del suo progetto; e, il Figlio Suo, non poteva non farsi carico di ristabilirne l’originaria “onnipotente” bellezza..

    Contemplo spesso il crocifisso ultimamente e mi pare d’intravedere il senso per il quale si possa accettare liberamente “il sacrificio”, questa “passione” per l’uomo, così che cessino, almeno un poco, le sofferenze umane, accelerando i tempi della parusia.

    Mi pare che il compito primario dell’uomo debba essere questo.

    Ciao
    Rosella

  11. maria carla dice:

    Finalmente leggo parole che, almeno un po’, squarciano la nebbia mentale ch sempre ho avvertito parlando del mistero della croce…sì, questa croce che non ho mai ben capito, anzi, che per tanto tempo ho rifiutato, allontanato fino a quando la vita mi ha posto di fronte a una croce straziante: la disabilità di mia figlia! come reggerla, potarne il peso senza farmi schiacciare? Nel corso degli anni ho sempre cercato qualche spiraglio di luce che potesse dare senso alla mia esperienza e mi conforta sapere che altri stanno andando nella mia direzione…grazie per questa ricerca comune che sta dando speranza a tutti noi, mcarla

  12. Ciao Rosella! Anche a me pare che lo Spirito di Dio sia in continua ricerca relazionale con la libertà umana ed è dentro quella relazione che possiamo scoprire la nostra identità. Così il peccato contro lo Spirito sarà l’unico a non poter essere perdonato, nel senso che il lucido rifiuto da parte della libertà umana di entrare in relazione con il divino coincide con il rifiuto stesso della vita venendone a mancare il fondamento. E Dio non forza nessuno, ma ci lascia liberi anche di scegliere la nostra distruzione tentando fino alla fine di persuaderci che è dalla nostra parte, fino alla morte di croce.
    Sono contenta, cara Maria Carla, che le nostre strade si intersechino proprio nei nodi cruciali della sofferenza, là dove il dolore ci mette sotto pressione perché insieme, scoprendo che stiamo percorrendo cammini che vanno nella stessa direzione, possiamo trovare consolazione sotto la croce di un Dio che non si sottrae al dolore, non lo spiega, non ne fa materia di studio, ma lo attraversa coraggiosamente con lo sguardo nel Padre Buono che saprà ricomporre ciò che questo lato misterioso della vita ci porta via.
    Un forte abbraccio
    iside

  13. maria carla dice:

    Sì, penso che “attraversare la croce” dandogli un senso sia il compito fondamentale a cui sono chiamata…e la ricerca di questo senso è ciò che mi fa andare avanti, anche se a volte la rabbia e l’impazienza prevalgono! grazie a tutti, mcarla

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