Tradire con le parole

Giovanna Di Vita, in un commento su questo blog, ha scritto: “Bisogna, a mio avviso, stanare questa cultura [di separazione] nel linguaggio che adoperiamo, perché il lavoro di integrazione che cerchiamo di realizzare deve portare all’abbandono di termini che riproducono e perpetuano la cultura di separazione. [ …]
… continuiamo a ripetere espressioni che tradiscono e trasmettono false teologie. Ad esempio l’espressione: ‘Non ci indurre in tentazione’ nel Padre Nostro, o ‘perché peccando ho meritato i tuoi castighi’ nell’atto di dolore.
Sappiamo che sono false ma continuiamo a ripeterle e noi sappiamo (Marco ci insegna) che le parole creano mondi.
Forse nel lavoro che facciamo nei nostri gruppi dovremmo cominciare a prendere consapevolezza delle tante espressioni del nostro lessico quotidiano che contraddicono quanto affermiamo di credere, per dar luogo al linguaggio nuovo che esprime la nostra reale integrazione.”

Ho pensato allora di cogliere la provocazione di Giovanna e di provare anch’io a scovare qualche falso teologico. Mi sono accorta che non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Cominciamo dalle preghiere. Intanto mi soffermo sui due esempi citati da Giovanna.
● “Non ci indurre in tentazione” del Padre Nostro: ho trovato una bella ritraduzione del teologo Duilio Albarello nel suo libro “L’umanità della fede” (Effatà 2011) in aiutaci a “non entriamo in potere della tentazione” che mi pare dica decisamente meglio la relazione con lo Spirito che ci sostiene e che certamente non gioca a mettere trappole sul nostro cammino.
● “… perché peccando ho meritato i tuoi castighi …” dell’Atto di Dolore: ecco in scena il dio faraone che fustiga a ritmo battente i malcapitati (penitenti peraltro!). Peccando non meritiamo i castighi divini, ma ci allontaniamo dalla verità di noi.
● Per la Salve Regina invece noi siamo “esuli figli di Eva gementi e piangenti in questa valle di lacrime”: il mondo dunque è visto esclusivamente come negativo e fonte di dolore, colonia penale in cui siamo spediti a causa della solita Eva, mentre Gesù è ridotto a statica icona da mostrare e la speranza umana dovrebbe depositarsi in Maria. Non c’è traccia della promessa inscritta nella vita, nella bellezza di una creazione che, seppur deturpata dal male, ha il suo orientamento nel riscatto del compimento radicato nella risurrezione di Cristo.
● Con la preghiera per i defunti non va molto meglio perché invochiamo per loro (e quindi per noi) “l’eterno riposo … riposino in pace”, ma la speranza che Cristo ci porta è quella di un’eternità che si esprima nella pienezza sfavillante di una vita finalmente ritrovata nel suo senso più profondo.
● Rimanendo ancora in tema, spesso la preghiera di domanda esordisce con “Fa’ Signore …”. Mi aveva molto colpita la formulazione usata da Enzo Bianchi per la preghiera dei fedeli durante la messa al monastero di Bose: “Davanti a te Signore noi ci ricordiamo …”. In questo modo possiamo passare da una visione magica di Dio che dall’esterno fa a prescindere dalla libertà umana, a una lettura co-creatrice in cui Dio non fa nulla senza la libertà umana che gli corrisponda. La preghiera di domanda si apre allora alla responsabilità.
● Altro fraintendimento emerge da una frase talvolta usata ad introduzione della preghiera comunitaria del tipo “mettiamoci alla presenza del Signore”: ma fino ad allora dove siamo stati? Non siamo forse sempre alla presenza di Dio?
● La cosiddetta saggezza popolare è un altro interessante serbatoio. Per il proverbio “Non tutto il male viene per nuocere” proporrei la versione “Non tutto il male riesce a nuocere”. Il male infatti viene sempre per nuocere, è l’assurdo che nuoce sempre; si tratta di vedere la nostra capacità di resistere sotto la sua pressione (la pazienza di Paolo in Rm 5,3) per smentirlo con la fiducia nel Dio che sostiene la nostra vita e con la testimonianza della dedizione all’altro, nonostante tutto.
● “Che Dio ce la mandi buona!” è un’altra versione dell’idea di un dio ambiguo, che premia e bastona a suo insindacabile e capriccioso giudizio. Ma da un dio così non c’è scampo, tanto meno si può sperare salvezza.
● Nel linguaggio comune, poi, si sente spesso dire “era destino”, come se fossimo attori che leggono il copione scritto da uno sceneggiatore dispettoso e talvolta malvagio. La libertà dell’uomo naturalmente è inghiottita e Dio qui fa la parte di Mangiafuoco. Di nuovo, ci perdiamo tutta la grandezza e la responsabilità della nostra condizione di co-creatori nell’adesso, nella libertà di diventare ciascuno la propria identità. Forse allora sarebbe meglio parlare di destinazione, a partire da una promessa buona che si schiude con la vita e che siamo chiamati ad onorare nella speranza del compimento che soltanto un Dio univocamente affidabile può regalarci.

Sarebbe bello se voleste allungare la lista per renderci, vicendevolmente, consapevoli di questi inganni.

Comments

  1. Antonietta says:

    Proprio bello questo esercizio di smascheramento, è vero che le parole creano mondi, spesso non quelli che desideriamo.
    A proposito dell’atto di dolore, io ho sempre trovato insopportabile la formulazione fredda e antiquata di questa preghiera. L’ho sempre recitata in uno stato di separazione incredibile, e sentendomi in colpa per questo.
    L’ultima volta che mi sono confessata, ho spiegato al mio parroco il lavoro che stavo facendo, gli ho dato il libretto divulgativo di DP, e poi ho aperto il mio quaderno e ho iniziato.
    Al termine gli ho spiegato le mie resistenze verso l’atto di dolore, e gli ho chiesto di usare le parole con cui avevo provato a riscrivere io questa preghiera. Tra il perplesso e l’incuriosito, mi ha lasciato fare. Sono andata a recuperare quel testo e lo ricopio qui. Non so se sia tutto teologicamente giusto, però era quello che sentivo, e alla fine eravamo commossi entrambi.
    Antonietta

    Mio Dio,
    Signore e custode premuroso
    della mia Vita,

    Io riconosco davanti a Te
    da quella parte del mio cuore
    che lentamente si sta scongelando,
    questi miei nodi
    che vengono da lontano
    e che io non so
    e non posso sciogliere.

    Con il tuo aiuto posso iniziare a riconoscerli,
    metterli nelle tue mani e allentarli
    con le capacità e l’intelligenza che mi hai dato.

    Questi nodi strozzano me,
    strozzano le persone che mi hai messo accanto,
    e mi separano dal flusso perenne ed eterno
    del tuo amore.

    Aiutami ad essere vigilante e attenta verso questi pericoli,
    aiutami ad affidarmi ogni giorno alle tue mani di Padre,
    come una figlia che sa di essere al sicuro
    se si tiene vicina a Te.

    Signore,
    accoglimi nella tua misericordia
    e donami il tuo perdono,
    con la tua mano benedicente
    sul mio capo di Figlia.

  2. “Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”!? …ma se ci sentiremo sempre così colpevoli e orribili, quando e come potremo sperimentare la bellezza fondamentale della nostra anima e l’amore di Dio nella nostra vita? Quando ascolto queste parole all’inizio di alcune messe, provo un senso di ribellione (e anche di repulsione), qualcosa dentro mi dice che non è giusto, che non va bene. Perché, prima di tutto, ci dobbiamo sentire così brutti e cattivi? Non abbiamo forse più bisogno di riconoscere, accogliere ed amare le nostre parti ferite e malate che di sentirci indegni e separati dalla Fonte della Vita? Mi sento chiamata a far emergere, dare forza e vivificare le mie parti sane, che così potranno prendersi cura delle parti ferite e bisognose di amore e accoglienza, non alla mortificazione della Vita.
    Irene

  3. Grazie carissima Iside!
    L’opportunità che ci offri di porre attenzione alle parole ci induce ad ascoltare nel profondo la loro risonanza, a renderle vive, a comprendere responsabilmente l’uso che ne facciamo, quale benedizione o maledizione offriamo a noi stessi e a chi ci vive accanto? Farò memoria di questa tua sollecitazione!

    Grazie Carissima Antonietta è veramente bella la tua nuova e vitale formulazione dell’atto di dolore, preghiera in dialogo con Dio Padre, un’esperienza che ci trasmette il calore, la commozione di un’intima, vera e feconda relazione.
    Una voce che da voce alla ricerca costante dell’incontro sponsale con l’origine e con il fine del nostro “essere” figli.
    Vi abbraccio. Vanna

  4. Mariapia says:

    Anch’io nelle pratica religiosa ho inciampato spesso in parole ed espressioni che mi infastidiscono:
    Durante la Messa ricorre il riferimento all’onnipotenza di Dio, che sa tanto di uno Zeus che lancia saette; ho gradito l’iniziativa di alcuni preti che hanno detto: “ Dio onnipotente nell’amore o nella tenerezza.”
    Così il “non indurci in tentazione,” può essere sostituito da “ non abbandonarci alla tentazione, proprio così si legge nella nuova traduzione della Bibbia, fatta dalla CEI.
    Recitare l’atto di dolore nel confessionale mi ha sempre tormentato, anche perché al di là del contenuto inquietante, temevo di impappinarmi e non riuscire ad andare avanti. Ma, meno audace e creativa della nostra Antonella, da alcuni anni recito con più convincimento e serenità la formula : “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di me peccatrice!”
    Il Dio degli eserciti del Santo della messa mi è sempre sembrato dissonante, senza il chiarimento che quelli sono gli eserciti celesti degli angeli.
    Non mi piacciano le preghiere di alcuni santuari che si rivolgono alla Madonna o a un santo, con il voi e sono infarcite di : “Deh!!.” Di una preghiera siffatta, ma rivolta al Cristo crocifisso, ce n’è una nella cappella di un ospedale della mia città, ne ho parlato con il cappellano, ma lui mi ha rimproverata ,consigliandomi di imparare a pregare! E ha aggiunto che quella è una preghiera approvata così, e lui non può cambiarla.
    Prima della Comunione, nella formula “ O Signore, non sono degno..” Io ricorro al femminile: “non sono degna” e perciò concludo con” salvata.”
    Tra le espressioni di una mentalità cristiana molto spuria ricordo: di fronte a una disgrazia: “ E volontà di Dio” o ancora peggio: “Non muove foglia che Dio non voglia”. Quest’ultima la sentivo ripetere sempre in un gruppo di auto-aiuto da una signora moglie di uno psicologo, gravemente malato di Alzheimer. O malediceva Dio o citava quella convinzione, era difficilissimo farla uscire da quella alternativa!
    Molto irritante, imgiusta e altrettanto frequente è anche l’espressione: “Cosa ho fatto di male per meritare un male così grande?”
    In certe parrocchie si usa anche sopire le discussioni con parole come queste: “Piantiamola lì, fidiamoci di quelli che ne sanno più di noi!”
    Concludo con il convincimento che la fede e la preghiera non possono essere mai avulsa dalla ragione!
    Le parole possono imprigionarci nella falsità o liberarci e avviarci su strade nuove, per questo il lavoro sulle parole della nostra fede è molto importante. Grazie, Giovanna e Iside, per avercelo ricordato! Mariapia

  5. Anonimo says:

    Grazie ragazze per aver accolto la mia sollecitazione allo smascheramento di un linguaggio che, come avete mostrato, è pervasivo, dissonante e ci ferisce.
    La rilettura dell’atto di dolore di Antonietta mi pare molto bella e coraggiosa tenuto conto della condivisione esplicita con il confessore che evidentemente è persona intelligente e ha saputo apprezzare la lettura più vitale con il divino. Diversamente dal cappellano citato da Mariapia, ancora attaccato ad un già noto che ruba lo spazio al senso critico misurato sul Vangelo di Gesù di Nazareth.
    Temo anch’io, carissima Vanna, che nella maggior parte dei casi usiamo le parole senza la reale consapevolezza del peso che hanno, del bene e del male che possiamo fare semplicemente dicendo anche solo una parola ad una persona.
    Condivido la protesta di Irene: anch’io preferisco riallinearmi allo stile del metodo dei gruppi dP, per cercare di far emergere una relazione con il divino all’insegna dell’accoglienza liberante del mio limite da parte del Nostro Padre Buono, piuttosto che pensarmi il penitente che si autoflagella nella speranza di scampare alle ire di un dio incontentabile.
    Un abbraccio
    iside

  6. maria carla says:

    Grazie a tutti per i vostri interessantissimi contributi…finalmente mi trovo in sintonia con persone che come me sentono il bisogno di trovare parole e formule nuove di preghiera che davvero diano voce all’esigenza di creare un legame più vitale con il divino.
    Ancora mi sento un po’ in colpa quando non partecipo a incontri che prevedono rituali tradizionali di preghiera ma è più forte di me… non riesco a starmene lì a snocciolare serie interminabili di parole per me vuote di senso. E’ una sensazione quasi fisica, di resistenza, che mi porta a separarmi, anche se un po’ mi dispiace!
    Confido nel nostro comune percorso di integrazione personale per trovare finalmente una strada…ciao a tutti, mcarla

  7. In un libro che sto leggendo trovo la preghiera che Gesù ci ha insegnato nella sua voce antica
    (l’aramaico non conosce il congiuntivo, il suo tempo è il presente):

    “Padre nostro che sei nei cieli, santo è il tuo nome, il tuo regno viene, la tua volontà si compie nella terra come nel cielo. Tu doni a noi il pane di oggi e di domani. Tu perdoni i nostri debiti nell’istante in cui li perdoniamo ai nostri debitori. Tu non ci induci in tentazione ma, nella tentazione, tu ci liberi dal male”.
    (M.Orlandi, Giovanni Vannucci custode della luce, pag.91)

    Le parole suonano come affermazione di fede e per me nuova è la musica che le accompagna.

    Questa scoperta, prima dell’intensivo di Albino che ha come titolo “Così in cielo come in terra” è una sollecitazione a rafforzare la mia fede, a muovermi con tutto il mio essere verso una realtà di vita che non sarà mai definita e precisata, ma che esiste e dilata la mia coscienza perché la chiama ad andare sempre oltre, verso una dimensione che si espande e diventa immensa.
    Giuliana

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