Sui fondamentali della democrazia: “Inciucio”: il compromesso è dovere o tradimento?

Ho vissuto l’ultima campagna elettorale in Calabria, da non candidato, come relatore in diversi incontri: indimenticabile quello in un monastero di clausura del crotonese, con le Carmelitane scalze, giovani suore dagli occhi pieni di luce, tanto da riempire i miei di lacrime di commozione.
Mi era stato chiesto di parlare del rapporto tra etica e politica, ed avevo accettato volentieri perché lo ritengo decisivo e, in ordine di importanza, secondo solo al rapporto tra spiritualità e politica. Dichiaravo ogni volta che non ero lì per fare propaganda elettorale, ma le assemblee alla fine mi chiedevano cosa votare.

Ho raggiunto un compromesso, e mi limitavo a dire per cosa non dovevano votare: il primo consiglio era di non votare chi parla di “inciucio” ( sento questo termine un filino volgare e per questo lo virgoletto).
Prima di procedere vi confesso che mi devo rivolgere al Signore con le parole del salmista:
“Peccata iuventutis meae ne memineris, Domine”, “Signore, dimentica i peccati della mia giovinezza”, anche se probabilmente il salmista non parlava di esuberanze sessantottine, ma di altro genere.  E questo perchè ci sono passato anch’io nell’indignazione incontenibile contro l’iniquità del potere, economico o politico o dell’informazione o delle nuove tecnologie.
Poniamoci la domanda fondamentale: quale è lo scopo della politica, quale il fine più nobile della politica? Non preoccupatevi che non partirò da Platone, ma ho l’obbligo di farmi interpellare dai miei principi morali e politici. 
Il politologo Miglio difende la teoria dominante, che la politica si fonda sulla teoria “amico-nemico”: la politica come conflitto. Il generale filosofo von Klausewitz sostiene che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
5000 anni di cultura bellica sono stati 5000 anni di rifiuto o di incapacità di cercare il compromesso.
Purtroppo il termine “compromesso” è normalmente considerato nel significato di corruzione.
E invece compromesso significa “cum-promitto”, promettere insieme, e cioè stabilire patti leali tra galantuomini.

Per me la politica è l’arte difficile e faticosa di comporre legittimi interessi confliggenti, tra i diversi soggetti sociali. La regola aurea della politica come è stata fino ad ora, la sua punta di diamante, è il compromesso, anche se troppo poco usato. D’altra parte l’alternativa al compromesso alla fine è la guerra. L’alternativa all’accordo è usare il coltello invece del cervello.
Dovremmo imparare dalla storia che quando si rinuncia alla politica del compromesso, si intraprende la strada della ghigliottina, fisica o politica o morale, il cui percorso non ha mai conclusione.
Puoi partire col tagliare le teste più indecenti, ma poi avrai sempre qualcun altro da eliminare, anche se con colpe decrescenti, ma sempre colpe che chiedono l’annientamento del colpevole.
Il “tutti a casa” è una forma di cancellazione del nemico considerato come il male. Parte da Berlusconi e Bossi, ma poi salviamo Casini? e Rutelli? salviamo Monti? alzi la mano chi lo vuole. Poi c’è D’Alema: salviamo Baffetto? E sono irripetibili gli epiteti che ho sentito io da “Comunisti italiani” contro Bertinotti. La stessa parabola dell’inventore della ghigliottina, alla fine ghigliottinato.
Dunque occorrono razionalità e rispetto e dovere della trattativa ad oltranza per evitare che in politica interna si cada nella guerra civile, e che in politica estera si arrivi prima alla guerra e poi, nella logica dell’escalation, alla distruzione della bomba atomica.
Notiamo bene che qui siamo ancora nella vecchia cultura bellica, sia per l’idea che abbiamo di politica che per l’idea di guerra.
In generale quasi tutti stanno nella logica di questa vecchia cultura, e per di più ne scelgono anche le strade sbagliate.
La voglia irrazionale di considerare ogni accordo come “inciucio” è proprio una delle strade più pericolose e distruttive.
“Inciucio” è termine dispregiativo, coniato per creare ribrezzo e suscitare irrazionale e violento rifiuto del diverso, dell’altro da te. E’ espressione di una concezione del rapporto interpersonale e del rapporto politico fondati sulla volontà di imporre con la forza e con aggressività le proprie ragioni. Non riconosce alla controparte la sua dignità e non ne ha nemmeno rispetto. Alla fine contiene disprezzo per il diverso. Di fatto disconosce la democrazia perché tende a delegittimare la parte politica con cui è in disaccordo, e che sta sulla scena politica per volontà popolare.

La democrazia rappresentativa occidentale è piena di limiti e contraddizioni, ma io sarò grato a chi mi proporrà qualcosa di superiore, che al momento nessuno ha trovato.
E’ per questo che il compromesso è il primo dovere per la politica, e dev’essere un mantra per “darsipace”.
Chi segue il percorso di “darsipace” respinge e ribalta la millenaria logica bellica, per cui non si mette in atteggiamento di guerra e, di conseguenza, non avrebbe nemmeno bisogno, al limite, del rimedio del compromesso. Perché si pone su un altro piano che ha altre logiche.

E’ un po’ un discorso da iniziati a “darsipace”, ma è quello che riguarda la ricerca della propria unità ed integrità interiore, e che poi porta ad affrontare il dualismo del rapporto con l’altra persona, per quanto riguarda le relazioni sociali, e con l’altra parte politica per quanto riguarda la politica: l’io egoico va dritto dritto alla contrapposizione e al conflitto, mentre l’io in relazione, per l’appunto, cerca la relazione e l’integrazione dell’altro, del “due” che si riconduce ad unità attraverso il legame della croce.

Ci rendiamo ben conto di quanta riflessione e quanto cammino ci aspetti, innanzitutto a me, ma anche a noi tutti insieme.
Sono evidenti le storture  della nostra società e le gravi ingiustizie sociali, ed è intollerabile l’avidità degli straricchi, tanto più davanti a chi non ce la fa a campare. Di conseguenza è legittimo e doveroso denunciare l’ingiustizia e lottare contro ciò che la provoca.
Ma le scorciatoie non esistono. Fa demagogia, e quindi aumenta la disperazione, chi lascia intendere che la politica abbia capacità di risolvere i problemi del Paese, e peggio fa chi lascia intendere che in poco tempo si possa far crescere l’occupazione, abbassare le tasse, attrarre investimenti, migliorare la produttività, ridurre la burocrazia, andare verso una scuola che ponga al centro la formazione e la ricerca correlate al mercato del lavoro: no, la politica può solo porre le condizioni necessarie allo sviluppo democratico, economico e sociale, ma per il resto i rimedi ai mali dell’Italia stanno nella società, nelle persone, in un percorso che deve essere al tempo stesso di conversione personale e di cambiamento delle distorte strutture politiche, economiche e sociali.

Commenti

  1. Stefano C. dice:

    Ciao Giancarlo,
    vorrei chiederti: debbono esserci delle pre-condizioni al compromesso oppure possiamo e dobbiamo cercarlo (ed ottenerlo) sempre e comunque con chiunque?
    mi chiedo: poteva esserci un alternativa non bellica al secondo conflitto mondiale, alla waterloo napoleonica o alla rivoluzione francese (solo per citare i conflitti più recenti)?
    secondo te possono essere concepiti ed ammessi dei momenti nella storia in cui il conflitto è l’unica via d’uscita?

    confido non sai quanto in una tua risposta.

  2. rosella dice:

    Grazie Gancarlo,

    Mi ha colpito un po’ che tu abbia iniziato proprio dall’inciucio, in sintonia con il mio primo intervento inerente la politica, nel post di Ale se non ricordo male.
    Mi va di corrisponderti, con il vangelo del giorno “all’ambrosiana”, non lo trascrivo tutto, ma per chi lo desideri il riferimento è: Lc 7, 24b-35.
     
    “In quel tempo. Il Signore Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora (…)
    A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? (…)
    “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, / abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
    È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. MA LA SAPIENZA E’ STATA RICONOSCIUTA GIUSTA DA TUTTI I SUOI FIGLI».

    Come distinguere il compromesso dall’inciucio?

    Se non cominciamo dalla “fiducia” nell’altro, rischiando noi per primi, una collaborazione onesta con l’altro, a costo di essere considerati ingenui, nulla mai cambierà.
    Il limite è intimamente connesso ad ogni azione umana, solo un cuore integro, cioè buono, forgia uno sguardo atto a cogliere lealmente un compromesso distinguendolo dall’inciucio; e un cuore nuovo, aperto e leale richiede un’ascesi costante, una vigilanza su sé stesso e tanta Grazia di Dio, che se richiesta, normalmente è data.
    Ciao Giancarlo e buon lavoro.
    Rosella.

  3. giancarlo salvoldi dice:

    Caro Stefano,
    devo deluderti e deludermi, e dobbiamo tenere a freno il nostro io egoico che vorrebbe tuffarsi a capofitto nella storia e gustarsi le alternative di “compromesso” alle risposte belliche che la politica ha dato alle situazioni che presentavano interessi confliggenti. Avevo abboccato all’amo che mi hai lanciato, e avevo già scritto osservazioni pertinenti per rispondere allo “aspetto non sai quanto una tua risposta”. Ma poi mi sono reso conto che l’intensa richiesta che mi fai si colloca al livello della razionalità e al livello della moralità, che sono passaggi obbligati, ma che ci spostano dalla direttrice nuova che vogliamo sperimentare. Forse corro il rischio dell’intimismo o dell’astrazione, ma noi abbiamo la ventura di aver vissuto la fine del XX secolo dopo Cristo. Siamo piccoli e limitati, ma non possiamo essere timidi e sottrarci alla ricerca delle strade nuove di cui l’umanità ha bisogno.
    Rispetto ai quesiti se si debba cercare sempre il compromesso e se in determinati momenti della storia il conflitto sia necessario, ti concedo soltanto:” Il sogno di un uomo resta un sogno, quello di tanti uomini diventa realtà” (H.Camara).
    Certo che voglio capire se le rivoluzioni francese ( della borghesia) e russa ( del proletariato) , eventi di liberazione che però hanno divorato milioni di vite innocenti, erano giuste e necessarie a qualunque prezzo. O se potevano essere condotte diversamente, da uomini redenti, e quindi dialoganti, invece che da uomini totalmente soggiacenti alle conseguenze del peccato originale, e quindi violenti.
    Forse ieri no, e forse oggi non ancora. Ma quante volte dovremo vedere chi è oppresso diventare carnefice?
    Come i Vietcong, i Senderisti luminosi, Pol Pot, Komeini, i Talebani?
    Oggi per capire se c’è un’alternativa alla distruzione dell’avversario dobbiamo partire dal nostro cuore.
    Devo cominciare io a rivisitare i miei limiti, gli errori, i fallimenti nella costruzione della mia persona, nei rapporti con i miei famigliari, nella professione, e tutte le paure conseguenti e tutta la rabbia che ho con me stesso e con il mondo.
    La mia conversione graduale diventerà parametro che mi insegnerà come mi devo comportare nella relazione sociale e nell’ impegno politico per la giustizia: guarire me stesso per riuscire ad integrare l’altro in dialogo vero.
    E, dopo Rugova, pensiamo all’eroina birmana San Suu Kyi e ai risultati ottenuti col dialogo, con il compromesso.

  4. Stefano C. dice:

    La mia provocazione intendeva calare un concetto astratto nella realtà. Perchè siamo tutti d’accordo sul fatto che il dialogo sia da preferirsi sempre e comunque, ma a patto di condividere gli scopi ultimi delle proprie azioni soggette a compromesso.
    Quale compromesso ci può essere tra un cristiano ed Hitler? NESSUNO.
    Quale compromesso ci può essere tra il Cristo e Ponzio Pilato? NESSUNO.
    nessuno perchè il fine ultimo è diametralmente opposto. In tal caso compromesso è inciucio.
    Perchè di inciucio si parla quando l’azione comune avviene A SCAPITO degli scopi dichiarati. Allora si che avviene il tradimento! e come lo vogliamo chiamare? tradimento degli scopi, tradimento delle identità, tradimento delle finalità.

  5. Partendo dall’esempio fatto da Stefano, tra Cristo e Pilato non c’è stato compromesso, però l’affermazione della Verità da parte di Gesù avviene al prezzo della vita, cioè Gesù muore e proprio morendo in quel modo pone un gesto che in sé diventa un’alternativa allo scontro egoico. Durante il processo, tenta un dialogo con i suoi interlocutori che, però, avendo già deciso a priori la sua sorte, non possono seguire quella via. Visto che tramite la parola non riesce a raggiungerli, tace e accetta mansuetamente il corso degli eventi che lo portano in croce. Fino all’ultimo però tiene fede alla Verità cui ha dedicato la sua vita, continuando ad annunciare con i suoi gesti il Dio affidabile che è andato dicendo per le strade, nelle sinagoghe, al tempio.
    Ma io sono disposta a morire così? Francamente faccio piuttosto fatica all’idea di dare una testimonianza radicale, nel senso che sento tutte le mie fragilità, le mie paure, le mie resistenze che mi conducono al compromesso-inciucio pur di portare a casa la pelle. Insomma, ho molto da lavorare per preparare il terreno per una nuova umanità in relazione.
    iside

  6. Stefano C. dice:

    Credo quindi, cara Iside, che il nostro compito sia prima di tutto quello di cercare la verità, e poi quello di testimoniarla. Darsipace è un processo che libera le nostre energie creative nella direzione della testimonianza radicale illuminata, giammai egoico-logica.
    Seguendo tale direttrice, siamo tutti noi chiamati a contaminarci con il mondo…. ma fino a che punto? questa è la domanda che, a mio avviso, dobbiamo porci PRIMA di fare apologie del compromesso (con relativa demonizzazione della radicalità).

    un abbraccio

  7. Grazie GianCarlo. Mi rendo conto della complessità del tema.
    Tu scrivi che il compromesso è il primo dovere per la politica, e dev’essere un mantra per “darsipace”. Stefano si chiede giustamente: fino a che punto è giusto compromettersi, tradendo i propri ideali e scopi?
    Credo che nella vostra contrapposizione dialettica, stiamo sperimentando i limiti di un certo linguaggio e di certe categorie. Compromesso sì, compromesso no: ma quando? dove? con chi?
    Mi viene da distinguere differenti dimensioni, sperando di non semplificare, banalizzare oppure complicare eccessivamente.
    Alle politiche ho votato il Movimento grillino allo scopo di dare uno scrollone al pachiderma immobile della politica italiana, ritenendo che non ci fossero rischi di derive plebiscitarie per la democrazia italiana e che sostituire i vecchi volponi della casta con volti nuovi di giovani volenterosi potesse essere un esperimento positivo. Non mi sono pentita, anche perché penso sia stato utile a tutti verificare i limiti di questa democrazia telematica. E non mi riterrò incoerente se la prossima volta non voterò il M5S.
    Considero il mio voto una mossa strategica in un certo momento preciso e non un apprezzamento dei toni violenti del comico genovese, anche se a qualcuno potrebbe sembrare una legittimazione della violenza verbale, uno sdoganamento di un’aggressività, anche se solo dialettica, che da un po’ di tempo non si vedeva in giro.
    Ma nei gruppi Darsi Pace non comprendiamo che l’ombra violenta è sempre l’ombra di una maschera altrettanto o ancora più violenta? Che Mister Hyde è solo l’altra faccia del benpensante, razionalissimo e, nella sua negazione della realtà delle cose, estremamente ideologico Doctor Jekill?
    Cosa avrei dovuto fare nell’ottica del compromesso? Continuare a dare la mia fiducia a gruppi di potere che da anni dimostrano di non volere cambiare realmente le cose?
    A livello generale e teorico forse possiamo dire che la ricerca del compromesso in un’ottica non-violenta non significhi subire passivamente l’ingiustizia degli oppressori: come dice Gandhi, se un pazzo entra in un villaggio e uccide donne e bambini, non ci sono compromessi possibili e sarebbe da vigliacchi non armarsi per combattere e neutralizzare il criminale. Questo vale anche nella politica ‘grande’: contro Hitler era giusto ordire complotti, come fece anche il pastore protestante Bonhoeffer. E l’ONU nasce sì per dirimere i conflitti internazionali pacificamente, ma non viene escluso l’uso della forza se il compromesso non viene raggiunto e il dittatore di turno stermina il suo popolo pur di non perdere il suo dominio.
    Diverso è il discorso sui movimenti di massa, che emergono sullo scenario della storia nell’epoca moderna animati da diverse ideologie: l’illuminismo nella Rivoluzione Francese, il comunismo, il nazismo, etc etc. E qui c’è da lavorare per purificare il cuore, come dice Rosella, affinché siano sempre vivi gli anticorpi contro la violenza cieca delle folle, che, da sempre, hanno bisogno del capro espiatorio e sono pronte a crocifiggere anche chi avevano acclamato poco prima…..
    E’ un lavoro da fare “one by one”, e ha a che fare con l’ampliamento della coscienza dei singoli, di ciascuno di noi cioè. E’ il lavoro che stiamo concretamente cercando di portare avanti in Darsi Pace.
    Maestri ne abbiamo avuti nel Novecento: persone che hanno pagato con la vita la loro fedeltà all’uomo nuovo in noi.
    Vi lascio come suggestione il finale del film Mission e le due diverse opzioni di fronte all’oppressore: De Niro che combatte fino all’ultimo, mentre Geremy Iron che affronta il sacrificio suo e del popolo dei Guarany nello stile dell’Agnello che si immola e che viene trafitto.
    Come Iside, sento che spesso mi manca il coraggio per entrambe le soluzioni: sia combattere, sia testimoniare pacificamente fino al martirio (e di piccoli sacrifici può essere costellata una giornata).
    Lavoriamo intanto sulla consapevolezza…..

  8. giancarlo salvoldi dice:

    Sono le letture di ieri che mi hanno offerto importanti argomenti per la riflessione ardua che abbiamo iniziato.
    La prima lettura racconta di Abramo e Lot che non hanno pascoli sufficienti per entrambi, per cui scoppiano liti tra i loro pastori, ed Abramo risolve proponendo a Lot di separarsi, e dice che lui andrà dalla parte opposta a quella di Lot.
    La seconda lettura, nel Vangelo di Matteo, riporta le parole di Gesù che dice:
    ” Fate agli altri quello che vorreste che gli altri facciano a voi”.
    In entrambe c’è il rifiuto della lite ed anzi c’è il capovolgimento della logica egoista, con l’accoglimento del bisogno dell’altro, con un compromesso fondato su una parziale rinuncia, unilaterale, al proprio interesse.
    Scenario totalmente diverso da “2001 Odissea nello spazio”, che inizia con due uomini presso una fonte contesa, dove non c’è nè trattativa nè compromesso, e finisce con uno dei due che rompe la testa dell’altro.
    Gesù dice che anche i pagani sono capaci di amare gli amici, e che il comandamento nuovo è quello di amare i nemici.
    L’indicazione per la politica sarebbe dunque che ho il diritto di battermi per affermare il mio progetto, anche radicale, ma che devo rispettare il diritto degli altri a fare lo stesso: e per questo basterebbe anche solo la democrazia.
    A noi è chiesto di accogliere l’altro, di confrontarci col suo progetto, e di affaticarci a trovare punti di accordo, per salvare la vita nostra e quella degli altri dalla guerra e dalla morte. Abbiamo l’obbligo almeno di provarci.
    Certo che non posso accettare compromessi con “il male”: ma forse bisogna non considerare mai una persona come male, non considerare “l’altro” come male, anche solo perchè poi il favore viene restituito, e non c’è più soluzione.
    Bisogna scendere dalla teologia alla filosofia, alla morale, e giù alla legge, alla politica, fino ai legittimi interessi.
    Penso che il compromesso assuma connotazione positiva o negativa a seconda della finalità che si propone: è negativo se ha fine egoistico che non si cura dell’ “altro”, è positivo se è volto al bene comune, il bene di tutte le parti in causa.
    Perdono di senso tanto il valore del compromesso quanto il valore della radicalità se vengono assunti come assoluti.
    Mi sembra che il compromesso abbia la caratteristica dell’apertura, mentre la radicalità tenda alla chiusura.
    La mia disponibilità al compromesso è compatibile con la tua, ma la mia radicalità è difficilmente compatibile con la tua.
    La radicalità è un valore se è espressione della forza delle mie convinzioni, se è coerenza anche costosa, se è volontà di testimonianza: è un bene del mio intelletto e del mio cuore.
    Ma se la radicalità è contro qualcuno o qualcosa, apre la strada alla mia aggressività e all’opposto di “darsi pace”.
    J.F.Kennedy diceva: “Dobbiamo essere intransigenti nell’affermazione dei valori, ma prudenti nella loro attuazione”.
    L’amica Iside, in un post su “Agape”, cita i discepoli di Emmaus che erano delusi perchè speravano che il Messia avrebbe polverizzato le legioni romane e rovesciato i potenti dai troni, e fatto giustizia di ricchi, oppressori e ladri.
    E invece aveva sciupato tutto lasciandosi mettere sulla croce.
    Noi siamo ancora là, ancora siamo tentati di credere che la storia si cambia con i grandi sconvolgimenti della società e dell’economia, e che si è incisivi sulla realtà solo attraverso la politica, sempre “più pura e più dura”.
    Continuiamo la fatica di questi contributi di cui ringrazio tutti: particolarmente apprezzabile è l’ottica femminile.

  9. Stefano C. dice:

    Il compromesso calato nella realtà politica italiana (soggetto sottointeso della nostra conversazione) dovrebbe già essere abbondantemente previsto dalla costituzione che definisce la nostra repubblica parlamentare.
    E cos’è (sarebbe) il parlamento se non il tempio della democrazia e del compromesso inteso come risultato finale di un iter legislativo parlamentare? Peccato che il nostro parlamento non conti più nulla e che dobbiamo inventarci dei governi inciucio che esercitano 2 dei tre poteri a disposizione (anche se B. si sta attrezzando per esercitare anche il terzo). Basterebbe far legiferare il parlamento per ripristinare la giusta miscela di voci ed idee che istanziano il concetto astratto di compromesso nella realtà. Il compromesso è dialogo, discussione democratica.. ed il luogo preposto per tale confronto è unicamente il parlamento, e non palazzo Chigi.

    Negare questo, vuol dire negare la costituzione e lo spirito, quello si, illuminato dei nostri padri costituenti.

  10. Stefano C. dice:

    Aggiungo una considerazione sulla radicalità: le istituzioni sono tarate sulla radicalità delle singole componenti e non viceversa: vi immaginate cosa potrebbe succedere in un processo se pubblico ministero e difesa non esercitassero radicalmente le proprie funzioni (deontologia) ? il dibattimento verrebbe inesorabilmente alterato e la verità offuscata.
    Il compromesso diventa il frutto generato dalle specifiche radicalità che poste a confronto, in una sereno rispetto delle istituzioni e del loro funzionamento, esprimono la pluralità di opinioni e punti di vista che sono propri dei cittadini che rappresentano.

  11. giancarlo salvoldi dice:

    L’esplosione di una raffica di epurazioni nel “Movimento 5 Stelle” è la conferma che la logica del rifiuto del compromesso, bollato sempre come inciucio, è sbagliata e fallimentare, e fa in modo che i ghigliottinatori vengono ghigliottinati, gli epuratori sono epurati, e il parossismo dei moralisti immorali li porta a ghigliottinarsi tra loro stessi.
    Nell’arco del loro primo anno di vita gli M5S hanno eliminato in media uno al mese dei loro parlamentari.
    I quali devono ringraziare il Cielo di non vivere nella Parigi della Rivoluzione francese, o nell’Urss di Stalin, sennò la loro vita sarebbe il giusto prezzo da pagare in nome della purezza e del “bene” stabilito come supremo.
    Stefano dice che il compromesso è “inciucio”quando i fini sono diametralmente opposti, e allora occorre la radicalità.
    Ma è proprio lì che si apre il problema, che certo non esiste quando i fini sono convergenti o non incompatibili.
    E quando i fini sono opposti, allora cosa si fa? Invece del cervello si usa il coltello?
    E se poi gli stupidi, o i violenti, o gli oppressori, hanno più coltelli e vincono, allora affidiamo alla supremazia della forza bruta di stabilire il torto e la ragione, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto?
    Ma lo stesso varrebbe se invece che alla forza del numero di coltelli affidassimo lo scontro alla forza del numero dei voti.
    Sono d’accordo con Paola che gandianamente sostiene la liceità del ricorso alla violenza nei casi estremi.
    Ma non possiamo ignorare che in Friuli Venezia Giulia i partigiani comunisti fucilavano tutti i partigiani cristiani, ed erano convinti che questa radicalità fosse necessaria e anzi fosse un bene perchè i fini ultimi erano divergenti.
    Oggi grazie a Dio non si spara, ma le persone vengono distrutte attraverso i mass media con una gogna pubblica che usa il metodo del sospetto generalizzato verso i nemici politici, con una radicalità che alla fine colpisce i suoi stessi autori, come nei fatti è accaduto a Di Pietro e Ingroia.
    La radicale coerenza nella difesa del bene e del vero non deve mai escludere il radicale rispetto della vita e della dignità.
    Sono follia umana tanto l’esercizio del potere di superbi e corrotti quanto una opposizione disperata e fallimentare.
    Non possiamo permetterci il lusso di usare solo le categorie di bianco e nero, 0 e 1, on e off: non è facile, ma possiamo usare meglio le doti di intelligenza e cuore che abbiamo in abbondanza.
    Vi ringrazio e saluto cordialmente, GianCarlo.

  12. rosella dice:

    Caro Giancarlo
    Quando ti leggo, lo faccio sempre con interesse per il rispetto che ho di te ed anche perchè questa nostra “povera patria” ha bisogno di gente laboriosa e onesta e, oso dire, senza troppe pretese di perfezione.
    Io non capisco nulla di partitica, ma certo comprendo che continuare (anche in famiglia e di questo qualcosa in più capisco) a puntare il dito su chi ha torto o ragione non porta che in un unico fosso.
    La politica dovrebbe a mio parere occuparsi della vita delle persone, una vita appunto che ha intrinsecamente una contraddizione insanabile sulla terra, poichè la gente tutta: cittadini e governanti, nasce per morire.
    Quindi, a mio parere per sostenere l’evoluzione della vita che vive è necessario acconsentire ad un umile lavoro di relazione con tutti gli altri.
    Certo in questo vi sono grandi difficoltà dall’inciucio al malaffare, e: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
    Forse la nostra attuale politica è una diretta conseguenza della nostra “presunta giustizia”.
    Senza giustizia non c’è pace; ma quale giustizia è socialmente praticabile oggi?

    Ciao ti abbraccio e buon lavoro.

    rosella

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