Il brutto anatroccolo

anatroccolo

 

A chi non è mai capitato di sentirsi almeno una volta un brutto anatroccolo?
Sentirsi fuori posto, un po’ imbranati, incapaci di adattarci a quello che gli altri ci chiedono di essere.
La fiaba di Andersen racconta proprio questo. Un anatroccolo diverso dai suoi fratelli, bravo a nuotare ma bruttino e un po’ sgraziato, viene cacciato dal suo nucleo familiare per la sua diversità e vaga da uno stagno all’altro, da una casa all’altra, raccogliendo solo rifiuti e isolamento. Rischia anche di morire congelato finché un giorno, al colmo della disperazione, scopre che la sua diversità non è altro che una bellezza inaspettata: egli è in realtà un cigno, ed è proprio lì, in mezzo agli altri cigni, che finalmente trova accoglienza e affetto.

La psicologa statunitense Clarissa Pinkola Estés ha riletto questa fiaba come una parabola dell’esiliato, inteso come l’individuo la cui identità spirituale profonda (che l’autrice chiama “natura selvaggia”) non ha ancora trovato la famiglia di appartenenza.
La sua è un’impostazione al femminile, ma molte sue conclusioni possono adattarsi a tutti. Ecco alcune frasi tratte dalla sua analisi (1), in cui ho solo cambiato il genere, dal femminile al maschile:

“L’anatroccolo è simbolo della natura selvaggia che, se compressa in situazioni povere di nutrimento, istintivamente lotta per liberarsi, qualsiasi cosa succeda. […]
Quando la particolare sorta di spiritualità di un individuo, che è insieme un’identità istintuale e spirituale, è circondata dal riconoscimento psichico e dall’accettazione, la persona sente come mai prima la vita e il potere. L’accertamento della propria famiglia psichica apporta alla persona vitalità e senso di appartenenza.”

“Gli individui affrontano l’esilio in altri modi. Come l’anatroccolo che si congela nel ghiaccio dello stagno, si congelano, ed è la cosa peggiore che una persona possa fare. La freddezza è il bacio della morte per la creatività, i rapporti, la vita stessa. […]

Il ghiaccio dev’essere rotto e l’anima tolta dal gelo. […] Fate come l’anatroccolo. Andate avanti, datevi da fare. […] In linea di massima ciò che si muove non congela. Muovetevi dunque, non smettete di muovervi.”

 “Se avete tentato di adattarvi a uno stampo e non ci siete riusciti, probabilmente avete avuto fortuna. Potete essere in esilio, ma vi siete protetti l’anima. […] È peggio restare nel luogo cui non si appartiene che vagare sperduti, alla ricerca dell’affinità di cui si ha bisogno. Non è mai un errore cercarla.”

 “Non cedete. Troverete la vostra strada. […]  Questo è dunque il lavoro finale della persona in esilio che si ritrova: accettare la propria individualità, l’identità specifica, ma anche accettare la propria bellezza… la forma della propria anima e il fatto che il vivere accanto a quella creatura selvaggia trasforma noi e tutto quanto tocca.” ¹

(1) C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli 1993.

Vorrei ora aggiungere alcune mie riflessioni.
Un percorso di liberazione interiore, come quello di DarsiPace, assomiglia un po’ alla storia del brutto anatroccolo.
Cacciati o scappati da un luogo in cui non riusciamo più a stare, fisicamente o psicologicamente, iniziamo una ricerca di pienezza che troveremo solo quando capiremo chi siamo veramente. Nonostante gli ostacoli, le ferite, l’isolamento, noi continuiamo il nostro cammino perché la nostra essenza profonda, quello che siamo in realtà, ci aspetta e ci guida.
Ma noi chi siamo?  Cominciamo ad intravedere quello che stiamo diventando?
Il nostro Io Cristico, o Sè Superiore, ci spinge a non adattarci, a continuare il lavoro e a cercare persone che parlino la nostra lingua, per confrontarci e attingere forza, per tornare poi nel mondo coscienti della nostra vera identità.
Un’identità non da poco: splendidi e originali figli adottivi di Dio!

Il post volevo chiuderlo qui. Poi però un’amica mi ha fatto notare che una fiaba, per esprimere la sua forza, deve essere raccontata e ascoltata.
Ho cercato in rete, ma le versioni audio erano tutte per bambini.
Allora, se volete, possiamo fare questo esperimento: la fiaba (nella versione del libro già citato) provo a raccontarvela io. Nonostante le imperfezioni della mia lettura spero che questa storia riesca a parlarci, e a rassicurare il piccolo e tremante anatroccolo che portiamo dentro di noi.

Link al file audio:

https://www.dropbox.com/sh/jz87gfy1s5kp33l/y6WPFzlHhI

Commenti

  1. Grazie, Antonietta, di questa riflessione, che ho sentito molto. In fondo ogni essere umano è effettivamente un essere che ha dimenticato la propria identità, un re che crede di essere uno schiavo; un profeta che si ritiene un semplice passaparola di qualche potere del mondo; un sacerdote di Dio che spesso si sente una mera nullità. Tutta la nostra esistenza credo che sia la progressiva scoperta della propria carta di identità, del proprio volto, una ricerca che possiamo fare solo insieme, aiutati dall’affetto di altri volti, di altri anatroccoli intirizziti e bisognosi di calore.
    Un abbraccio. Marco

  2. Giuliana dice:

    Sono affezionata al libro di C.Pinkola Estes, le storie che racconta sono medicine perché
    “scritte come un leggero tatuaggio sulla pelle della persona che le ha vissute”

    La speranza con la quale chiude il libro mi pare sia ciò che noi sperimentiamo nel laboratorio di dP.

    “Spero che lascerete che le storie vi accadano, e che le elaborerete, le annaffierete con il vostro sangue e le vostre lacrime e le vostre risa finchè non fioriranno, finchè voi medesime non fiorirete. Allora vedrete che medicine sono e, dove e quando somministrarle. Questo è il lavoro. L’unico lavoro”. (Donne che corrono coi lupi, pagg 458-459)

    In dP trovo un luogo in cui essere e raccontarmi senza vergogna, mi sento in buona compagnia nella ricerca di un nuovo linguaggio che mi/ci aiuta a vivere la trasformazione con maggiore consapevolezza e a comprenderne il senso.

    Sempre di più mi rendo conto che la via del ritorno verso la vera identità non è solo lavoro personale, ma impegno politico necessario alla prosecuzione della storia umana sul Pianeta.

    E’ davvero bello guardare con occhi benevoli il brutto anatroccolo che riconosco in me perché adesso vedo anche il cigno, un glorioso cigno che, leggero, si alza in volo.

    Grazie e un abbraccio.
    Giuliana

  3. antonella dice:

    che strano, stamattina alle 6, rimuginavo: ho una collana a matasse- è la collana di un re- fatta di succhi ed umori- è la collana di un re- fatta di trame ad intreccio- è la collana di un re -che soffre se soffia il vento- è la collana di un re- che stringe a ogni battito di tempo- è la collana di un re. Poi apro il sito e vi vedo. ciao, Antonella

  4. Condivido anch’io quanto è stato scritto in questo thread.
    Personalmente oscillo tra il sentirmi brutto anatroccolo (molto spesso) e il sentirmi cigno o per lo meno in trasformazione verso la “cignitudine”. Questo passaggio mi accade soprattutto quando sono con persone con cui riesco a stabilire una relazione profonda, quando percepisco una sintonia nel sentire comune. Allora la speranza si rianima e si rinvigorisce la fiducia nella mia/nostra destinazione a diventare un vero cigno.
    Il percorso in dP mi sta aiutando proprio in questa direzione, cioè a togliere qualche penna dell’anatroccolo per scoprire quelle del cigno.
    Grazie Antonietta!
    iside

  5. Grazie , cara Antonietta, anche dell’espressiva lettura della fiaba.
    Da bambina , essendo la terza figlia femmina ,mi sentivo spesso un brutto anatroccolo, perché non all’altezza delle mie sorelle, di quello che sapevano fare loro, di quanto loro, sembrava a me , fossero amate. Poi naturalmente le cose sono cambiate, ma il complesso della persona non adeguata, diversa, in peggio dagli altri ,mi è rimasto a lungo. Oggi so di essere figlia di Dio come tutti, figlia teneramente amata, ma in tante occasioni manco di discernimento e di memoria.
    Come ho meditato oggi nella prima lettura della messa, “ In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo, infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.” ( Dalla lettera di San Paolo ai Romani).
    Mi appello allora alla misericordia di Dio e in me nascono le ali di cigno!… Ma mi consolo anche pensando che pure le anitre sanno volare e quando sono a terra sono più graziose dei cigni! Mariapia

  6. maria carla dice:

    Care Antonietta e Giuliana, grazie per aver citato DONNE CHE CORRONO COI LUPI, un libro a me particolarmente caro che ho scoperto in un momento davvero importante della mia vita, di profondo cambiamento accompagnato da altrettanta sofferenza psico-emotiva…mi ha sempre affascinato l’intensità della scrittura della sua autrice e quel ricorso al simbolico per segnare le tappe di un ritorno alla “natura selvaggia” che altro non è che la dimensione più autentica di noi stessi!
    Mi piace poterne parlare anche qui, ciao a tutti, mcarla

  7. Antonietta dice:

    Grazie dei vostri commenti! Sono contenta di aver condiviso con voi questa storia e la sua interpretazione simbolica.
    Spero che, anche continuando a leggere e a scrivere in questo blog, riusciamo a tenerci compagnia lungo il percorso verso una nostra più compiuta realizzazione.
    Antonietta

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