Precisione

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” Il sapiente cura il suo sguardo: si sforza di vedere bene, di leggere bene, di descrivere bene e, infine, di dire bene ciò che gli capita, i suoi problemi, le sue potenzialità, i suoi desideri, lottando con tutte le forze contro l’onnipotente tentazione dell’approssimazione. “

(Armando Matteo)

Quando ho letto questa citazione ho subito pensato che mi piaceva, e che mi riconoscevo nel desiderio di fare le cose bene, con esattezza.

Quello della precisione per me è un retaggio familiare (stai attenta! non sbagliare!), ma poi ci ho messo anche del mio, negli studi, nel lavoro. Mi piace quando riesco a fare le cose per bene, e mi rendo conto che cercare la precisione mi ha aiutato nella vita a raggiungere buoni risultati e ad essere apprezzata dagli altri.

Fin qui tutto bene, ma dietro c’è ovviamente un fardello nascosto.

La precisione nel fare le cose, manuali o intellettuali, di solito genera consenso, e proprio questo rischia di caricare le nostre realizzazioni di significati impropri. Come il cercare affannosamente un’impossibile perfezione. Voler essere bravi, sempre più bravi, intestardirsi. Così carichiamo i nostri lati perfettini e precisini di pretese inconsce, come la brama di essere lodati e amati, e come conseguenza abbiamo anche un’eccessiva paura di sbagliare e di non riuscire a reggere quest’immagine dorata.

Lavorare su di me con gli esercizi psicologici mi ha mostrato i lati nascosti del mio desiderio di precisione/perfezione e la dannosità del sovraccarico emotivo di qualità pur positive.

Ma c’è anche altro. Quando ho iniziato a spostare lo sguardo da quello che faccio a quello che sento, la mia presunta maestria è crollata. Su quello che si agita dentro – problemi, potenzialità, desideri (come elenca la citazione) – regna spesso in me una grande confusione, idee grossolane, mistificazioni.

E allora ci sono domande semplicissime davanti alle quali la mia precisione diventa cecità, fatica e, nel migliore dei casi, approssimazione:

Cosa c’è che non va?

Che cosa vuoi esattamente?

Cosa desideri veramente in questa situazione?

Sto imparando che affinare lo sguardo interiore non è un lavoro facile. Bisogna allenarsi con pazienza. Parlo di sguardo, ma la metafora visiva è insufficiente: qui sono coinvolti tutti i sensi, l’intuito, il sentire emotivo, il silenzio, l’attesa. Il ragionamento deve lasciare il timone e cercare di dare voce ad un battito molto più profondo. E deve trovare il coraggio di non respingere o giudicare il messaggio che arriva.

Mi consolo pensando che nessuno mi aveva insegnato ad essere precisa in questo modo.

E ora è il momento di iniziare a farlo.

 

 

Comments

  1. Carissima Antonietta come ti capisco!!! Sono anch’io una di quelle persone strozzate dal perfezionismo, ma appunto la graduale presa di consapevolezza su questo versante mi permette ora qualche spazio più leggero in cui “scherzare” con me stessa esercitandomi ad essere un po’ più approssimativa: qualche volta ho proprio voglia di lasciare indietro qualche errore, qualche imperfezione perché non sono importanti rispetto al risultato che voglio raggiungere. Certo qui si tratta di perfezionismo, di distorsione di qualcosa di buono, perché la ricerca paziente di scoprire la propria identità in una prospettiva più ampia di ricerca del senso in cui siamo immersi richiede quella precisione di cui parli. Anche qui si tratta, mi pare, di lavorare con strumenti di indagine molto raffinati per imparare il riconoscimento delle emozioni per saperle vivere senza esserne vittime.
    Un abbraccio sororale
    iside

  2. Anch’io sono stata educata a fare bene le cose.
    Mia madre mi diceva “Il tempo che impieghi a fare bene le cose non lo vede nessuno, ma le cose fatte bene le vedono tutti”.
    Io avevo molto da ridire.

    Ora guardo mia madre con altri occhi, imparo ad affinare lo sguardo dentro di me, gusto la compagnia di poterlo fare in compagnia di altri e ringrazio la Vita per questa opportunità.

    Un abbraccio riconoscente.
    Giuliana

  3. Significativo quel disegno che hai messo: non solo il piano orizzontale è organizzato come un giardino, ma anche gli altri tre.
    Per mitigare l’angoscia si ha il bisogno di organizzare e di controllare tutto il nostro mondo a 360 gradi, ma è, come dici tu, “il cercare affannosamente un’impossibile perfezione”.
    Un caro saluto

  4. Carissima Antonietta, già queste tue parole mettono respiro al mio respiro affannoso nel voler fare tutto subito e bene.
    Calma e determinazione, perseveranza e abbandono, precisione nel guardare dentro la nostra interiorità con coraggio, fiducia e benevolenza perché il risultato sia un piccolo passo verso la nostra trasformazione.
    Ti sono grata. Un abbraccio. Vanna

  5. DParlavecchio says:

    Mi è piaciuto molto leggere le tue parole. Mi sono arrivate fluide, arrotondate perchè lavorate e non per questo meno incisive. Mi immagino che questo sia uno dei frutti di un lavoro fatto bene, con la giusta cura del dettaglio e quindi .. preciso.
    Un abbraccio
    Domenico

  6. Antonietta says:

    Grazie per i vostri commenti!
    Carissime Iside, Giuliana e Vanna, una certa esasperazione della precisione mi sembra sia soprattutto un problema femminile. Dovuto all’educazione, certo, ma poi anche alla paura di conquistarsi qualche spazio di libertà in più, e qualche consenso in meno. Io ci sto ancora lavorando….
    Riguardo all’immagine, mi piaceva e mi inquietava allo stesso tempo, ma l’ho scelta senza ragionarci troppo sopra. Il commento di Aldo ci chiarisce come le immagini spesso parlino più delle parole.
    Infine rispondo a Domenico: inutile dire che mi ha fatto un gran piacere leggere il tuo commento! La scrittura è sempre un piccolo lavoro, artigianale e creativo. La precisione qui mi aiuta ad essere più onesta con me stessa, a fare chiarezza su quello che voglio veramente dire. Che è poi quella stessa chiarezza che il nostro lavoro in Darsi Pace ci invita continuamente a fare.
    Un caro saluto a tutti
    Antonietta

  7. vorrei unirmi ai ringraziamenti per le parole lette in questo post. il mio ego si combina con i limiti del(i) contesto(i), da una parte ci si logora per presentarsi ineccepibili e anzi con “qualcosa in più”… dall’altra mi sembra che quando si tratta di aprire lo sguardo su ciò che davvero abita nelle nostre profondità, non si trovi mai la capacità, il coraggio, il tempo e l’apertura all’ascolto per osservare con onestà e semplicità ciò che effettivamente c’è, nel bene e nel male. Per questo forse mi trovo spesso con la sensazione di muovermi come pattinando, maldestramente, sul ghiaccio, che sarebbe quello strato freddo e sterile di confusioni che impediscono di appoggiare i piedi sulla terra solida, su cui sarebbe invece possibile e bello muoversi con calma e sicurezza. un caro saluto, Alfredo

  8. Bellissima l’immagine! Per me la perfezione come armonia, come composizione dove tutto quadra, come nelle cornicette che disegnavo sui miei quaderni di bambina è ancora una meta lontana! Nel paesaggio riportato nel tuo post, il mio posto è un angolino nascosto, da dove spio il tutto, con appagamento estetico però e con desiderio di entrare , di farne parte! Mariapia

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