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Cattura

Ormai è un sottofondo costante, praticamente uno stile di vita: vuoi essere aggiornato in tempo reale sulle condizioni climatiche? Scarica l’app sul sito www…… Vuoi monitorare il tuo battito cardiaco mentre fai jogging? Scarica l’app sul sito www…… Vuoi leggere velocemente quanto più materiale possibile? Scarica l’app sul sito www…… Vuoi incastrare un quarto d’ora di meditazione nella tua convulsa giornata? Scarica l’app su www…… che, sincronizzata alla tua agenda, ti ricorderà il momento in cui interrompere le tue frenesie per i programmati minuti di rilassamento.

Condizionati a dovere, come il cane di Pavlov, da pressanti politiche di marketing, reagiamo proprio come l’animale del fisiologo russo: rispondiamo automaticamente, obbedendo all’ingiunzione all’acquisto, nel miraggio che ogni nostro problema, non appena faccia capolino, troverà un’immediata e veloce soluzione.

Pare che le nostre vite si stiano riducendo a processi di problem solving in appalto, in cui lo spazio per il pensiero riflesso ed emozionato si sia ristretto a livelli allarmanti. Spezzettiamo la giornata in una serie di attività da assolvere con l’occhio costantemente rivolto al valore prestazionale raggiunto.

Paradigmatica al riguardo, ma anche piuttosto sconfortante, è l’agenda dei bambini: sì, perché anche i bambini hanno un’agenda, e alquanto tirannica, dovendo passare dalla scuola agli allenamenti di pallavolo, dal catechismo al corso di chitarra, transitando rapidamente per una festa di compleanno e un giro al supermercato con la mamma che fa compere. “Che voto hai preso della verifica di matematica? Hai vinto la partita? Quanta gente c’era al saggio di danza? Per il compleanno di Laura prendiamo un iphone ma verifica che sia l’ultima versione!”

Senza rendercene conto, viviamo rattrappiti sulla soglia di noi stessi, come espropriati mendicanti che si cibano delle briciole lasciate cadere dai Burattinai che tirano i fili delle logiche del mondo, mentre ci illudiamo di avere il controllo di noi stessi, credendoci onorati padroni di casa.

“Ti piace quello che stai facendo? Ti dà soddisfazione? Sostiene la tua crescita?” Sono domande (e risposte) che non ci possiamo più permettere, perché non sappiamo più attendere ciò che chiede il suo tempo per emergere.

L’attesa pare essersi disintegrata, la pazienza non è più una virtù. Non a caso aumentano (di là dalle migliorate capacità diagnostiche) le diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, ma siamo un po’ tutti degli irrequieti.

Attendere ha a che fare con la tolleranza alla frustrazione al differimento, elaborata nei termini di un depotenziamento dell’impulso, di uno smascheramento degli automatismi a soddisfarlo e perciò di uno svuotamento che si fa condizione indispensabile all’accoglienza dell’atto creativo che continuamente ci genera.

Attendere significa saper sostare in un tempo intermedio in cui riconoscere con precisione ciò che proviamo, discernere ciò che vale la pena salvaguardare da ciò che occorre lasciare andare. Senza fretta, con la dolcezza del gesto che si prende cura.

È ciò che accade nella meditazione che ci aiuta a prendere coscienza della congestione mentale dovuta all’affastellarsi di pensieri concitati e a fare esperienza di istanti di calma in cui decontrarre i muscoli e creare uno spazio ospitale per tentare di ricongiungere quelle parti frammentate di noi, esiliate nel rumore del mondo.

Allora, abbandonata l’agitazione della superficie, il surfista comprende che cavalcare l’onda del momento non gli basta più e ripone la tavola per indossare la tuta del palombaro. Ora vuole scendere nelle profondità, ben attrezzato, per ascoltare un altro modo di esprimere la vita, attraverso l’appassionato movimento del desiderio, propulsore di vita, che, guidato dallo Spirito che lo chiama verso il suo giusto senso, è attesa nella sua essenza, un’insaturabile attesa sempre aperta ad un compimento che è a venire.

 

Commenti

  1. maria carla dice:

    Che dire Iside? Hai messo il dito nella piaga oggi più drammaticamente diffusa in ogni fascia d’età: il nostro rapporto malato con il tempo, che ci rende incapaci di vivere in modo libero e creativo la nostra esistenza…grazie per le tue preziose riflessioni che condivido ampiamente, mcarla

  2. Grazie Iside di queste riflessioni! Condivido pienamente.
    Viviamo un tempo estremo in cui tutto sembra travolgerci e ingurgitaci senza tregua .,
    Anche i bambini riproducono il malessere degli adulti con ansie di prestazione,omissioni , inversioni,sostituzioni di lettere o parole nella lettura che li fa apparire tutti dislessici, o con una serie di errori che farebbe pensare alla disgrafia.
    Andare in profondità e “ascoltare la Vita” ci fa discernere,ma non basta .Incarnare ciò che siamo davvero vuol dire andare contro le logiche di questo mondo in ogni nostra azione quotidiana e questo non è facile,richiede una concreta trasformazione,una forza che solo la fede ci può dare accanto ad una scelta precisa ,libera e radicale.
    E’ cambiare la propria vita rinnovandola ogni giorno nello Spirito, con pazienza e perseveranza,senza porci dei traguardi,ma semplicemente accogliendola.

  3. Condivido l’analisi.mi sembra però che l’epilogo meditativo manchi di quel “punto di morte”di cui marco in continuazione ci parla(quarto punto della pratica).infatti più che surfare sulle mie parti frammentate ,sento sempre più il bisogno di affogarle.
    non vuole essere una polemica,assolutamente.tra l’altro amo particolarmente i tuoi post.ciao.davide

  4. Carissima Iside,
    è sempre bello per me leggerti e sentirti/mi vicina, anche se gli accadimenti non ci permettono di incontrarci fisicamente.

    Fino a trentacinque anni ho atteso ciò che non accadeva mai, poi mi sono svegliata dal lungo sonno ed ho cominciato ad attendere ciò che è nelle mie possibilità.

    In Darsi pace imparo l’attesa aperta al compimento, imparo a riconoscere e ad accogliere ciò che muore con la fiducia del nuovo che si prepara a venire alla luce.

    Abbiamo bisogno di rallentare, di silenziare, di ascoltare, di attendere, di attraversare il vuoto delle nostre relazioni per andare oltre, ma per farlo è necessario contattare dentro noi stessi il luogo di pace che ci apre alla Relazione.
    Lì comprendiamo che esiste una logica diversa da quella del mondo perché sentiamo di essere veramente noi stessi.
    Lì non c’è paura, non c’è separazione, solo comune-unione.

    Un abbraccio.
    Giuliana

  5. Antonietta dice:

    Cara Iside, le tue parole, sempre profonde ed efficaci, toccano corde importanti: il desiderio, la libertà, l’attesa come essenza profonda della vita.
    A me sembra che i nostri impulsi, quelli che si generano e prosperano nella superficie del surfista, siano sempre ben alimentati e gonfiati dal nostro ego e dal sistema sociale in cui viviamo. I desideri invece, quelli profondi, sono spesso inespressi, poco frequentati e quindi avvizziti. Penso al desiderio di una vita piena e compiuta, di relazioni vitali e feconde, di comunione con Dio e con gli altri. Frequentare questi desideri nella superficie veloce della vita è una cosa un po’ folle, mentre a livello di “palombaro” incredibilmente le cose cambiano, e qui l’attesa diventa quasi un briciolo di anticipato godimento.
    Io soffro ancora molto la sfasatura tra queste due dimensioni, e cioè tra quella parte profonda e dolce del desiderio e dell’attesa, di cui tu parli, e quella della vita quotidiana e delle sue frustrazioni. Probabilmente in mezzo c’è quella morte di cui parla Davide.
    Ciao
    Antonietta

  6. Cara Maria Carla anche a me pare che talvolta siamo come su un tapis roulant: corriamo corriamo ma in realtà siamo sempre allo stesso punto. Ma per uscire dalle logiche del mondo occorre che ci ricomprendiamo ogni volta di nuovo l’essenza della nostra libertà.
    Ciao Rosanna! Una mia amica, insegnante elementare, è solita dirmi che, lasciando da parte tutte le amarezze che la gestione insufficiente della scuola come istituzione le provoca, ha la fortuna di lavorare con bambini che sorridono. È un gran peccato che tante volte fagocitiamo i nostri bambini dentro i nostri asfissianti ritmi, invece di imparare da loro, ricordando quando noi eravamo così, la curiosità sana sulle cose, senza pregiudizi.
    Caro Davide in effetti hai messo il dito in una delle mie piaghe: abbandonarmi per me è davvero difficile. La mia parte difesa ti direbbe che nello spazio, gioco forza contenuto di un post, non si può scrivere tutto ciò che si vorrebbe. Il mio io che cerca invece di togliere qualche opacità ammette più onestamente di sentire molto potentemente quelle ventose di cui spesso Marco parla guidando le meditazioni. Io sono particolarmente aggrappata e stento a mollare la presa, ma continuo nell’esercizio della pratica persuasa che non sia l’esito prestazionale ciò che fa la differenza, ma l’affidamento ad un Dio che saprà senza dubbio andare oltre le mie meschinità.
    Ciao Giuliana! Mi viene da pensare che ciò che chiami “attendere ciò che è nelle mie possibilità”, se avviene nell’affidamento alla trascendenza, diventa la follia di dare credito all’invisibile che però ha la potenza di capovolgere le nostre vite per farci trovare veramente a noi stessi.
    Ciao Antonietta! Anch’io sono piuttosto “sfasata”. A me pare tuttavia che possiamo soltanto tentare di allineare, e in modo parziale, le sfasature che viviamo perché la condizione che sperimentiamo qui ha una sua frizione interna che soltanto l’atto sorprendente di un Dio può superare definitivamente.
    iside

  7. Mariapia dice:

    Tutto il nostro armamentario telematico, sempre a portata di mano, ci mette in comunicazione (?) , se va bene, con i lontani, ma i vicini restano fuori dal nostra raggio di attenzione. Rifletto su questo , quando sono in autobus o in treno. Mi sento ignorata insieme alla realtà, dagli altri passeggeri. Io invece mi guardo intorno e spero di incontrare qualcosa di interessante, o qualcuno che mi venga veramente incontro Mariapia!

  8. Ok, a quando la app con tutte le nuove meditazioni di Marco? 😉

  9. Carissima Mariapia, hai ragione, perciò l’apertura d’amore che ci è richiesta è verso il prossimo, cioè verso chi ci è vicino, cioè lungo quelle zone di sovrapposizione sfumata tra il sé e l’altro che sono fonte di vita ma anche di scompiglio.
    Ciao Simone! Un’app per Darsipace, un’idea da start-up in silicon valley :-)!
    iside

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