Spiritualità alternativa

spiritualita

A fine Novembre 2013 è uscito un documento della Conferenza Episcopale Emilia Romagna dal titolo “Religiosità alternativa, sette, spiritualismo. Sfida culturale, educativa, religiosa”. 
Questo titolo mi ha incuriosito perché ho conosciuto da vicino alcune realtà di tipo spiritualistico, sia per averle frequentate in passato, sia attraverso persone care che tuttora vi prendono parte.
La mia esperienza riguarda gruppi di autoconsapevolezza ed espansione della coscienza, attraverso l’uso di tecniche ed esercizi a cavallo tra psicoterapia, meditazione ed esercizi corporei.

Le realtà che io ho conosciuto inseriscono il loro lavoro esperienziale all’interno di un pensiero di tipo spirituale o spiritualistico, mutuato in parte dalle religioni orientali. Ma questo sottofondo teorico è spesso implicito e non necessita di nessuna adesione formale. Nel loro documento i Vescovi analizzano le principali articolazioni di questa galassia di gruppi e movimenti, e ne riassumono così le caratteristiche principali:

” La sacralizzazione delle sensazioni personali, l’individualismo religioso, il rapporto personale diretto con il divino o tra il singolo e Dio senza mediazione istituzionale, sono aspetti fondamentali di ogni spiritualismo e tra l’altro generano confusione tra lo psichico e lo spirituale. Infatti l’anima viene a comprendere in maniera forzatamente indifferenziata l’emozionalità, la ragione, la volontà, le esperienze extracorporee, l’esperienza mistica e l’intuizione personale. In altre parole: una spiritualizzazione della psiche umana, delle sue sensazioni e dei suoi strumenti d’indagine con conseguente manipolazione del reale. ”    (pag. 12-13 )

Dei vari fenomeni analizzati nel documento quello che più mi interessa è quello che va sotto il nome di New Age. Questa definizione, molto di moda negli anni ’90, ora è andata un po’ in disuso, ma le sue peculiarità sono state assorbite, più o meno esplicitamente, in molti contesti culturali e spirituali. I Vescovi ne sintetizzano così le caratteristiche:

  • Visione olistica del mondo introdotta dal connubio tra una certa scienza (es. fisica quantistica) e alcune idee di tipo spiritualistico;
  • Superamento di una visione materialistica per aprirsi ad un mondo spiritualistico con il quale è possibile entrare in contatto diretto attraverso particolari tecniche ed esperienze meditative;
  • Attenzione per il salutismo e il benessere psicofisico;
  • Religiosità a forte connotazione sincretistica e relativistica, unita ad un’aspra critica della religione tradizionale e dogmatica;
  • Salvezza come scoperta del proprio potenziale divino che permette alla persona umana di arrivare all’illuminazione facendo l’esperienza di essere come Dio. Quindi nessuna concezione di peccato e nessun bisogno di redenzione. Si parla a volte di Cristo ma solo come di una particolare energia divina che si sarebbe incarnata in vari maestri.

Già scorrendo questi punti si capisce come la fede cristiana sia ben altro e il documento poi si conclude con una serie di indicazioni pastorali per rispondere alla sfida posta da questi movimenti. Prima di tutto si sottolinea la necessità di una solida formazione teologica per sacerdoti e laici, anche in tema di pluralismo religioso. Poi si parla di un rilancio della parrocchia come casa comune e punto di partenza per l’annuncio evangelico. Tutto questo partendo dal presupposto che “il dialogo è tanto più effettivo e in qualche modo efficace, quanto è espressione di una identità forte” (pag. 85). Cioè, possiamo dialogare solo ricordando a noi stessi l’irrinunciabile originalità dell’evento cristiano, la sua non comparabilità all’interno dell’attuale “supermarket delle religioni”, perché solo Cristo rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso.

La lettura di questo testo mi ha aiutato a mettere a fuoco meglio i limiti della spiritualità di tipo New Age, e a capire ancora di più la differenza e la novità del messaggio cristiano che nei gruppi Darsi Pace, in particolare a metà del secondo anno, riusciamo a sperimentare con chiarezza.

Però, prima di arrivare a questo, mi sono venute tante domande.
Ma noi cristiani non abbiano proprio niente da imparare da questi movimenti di spiritualità alternativa?
Dobbiamo solo difenderci o ci sono anche errori che abbiamo fatto nel nostro modo di trasmettere la fede?
Qual è la sfida positiva da raccogliere?

Partendo dalla mia esperienza, in un prossimo post vorrei proporvi una mia personale risposta a queste domande.

 

Comments

  1. Molto interessante l’argomento di questo post e indispensabile cercare di rispondere alle domande che lo concludono.
    Da questa presentazione del documento dei vescovi dell’Emilia Romagna esso sembra veramente molto e soltanto critico nei confronti dei vari spiritualismi. Lo stesso atteggiamento critico dovrebbe però essere rivolto alla catechesi cattolica che ha formato fino ad ora molte generazioni di infelici e incompleti cristiani. Non è stata essa spesso ridotta semplicemente a un indottrinamento teologico ,neppure bene assimilato ( l’ignoranza religiosa dei sedicenti cristiani è macroscopica), a una serie di precetti morali, accompagnati da più o meno velati spauracchi intimidatori, a una quasi totale assenza di una seria educazione affettiva ? Ridurre il problema soltanto a una messa in guardia dagli errori degli altri non è un metodo costruttivamente educativo. Quanto dobbiamo invece costruire per una nuova gioiosa evangelizzazione! Io mi sento decisamente in sintonia con il nuovo documento di Papa Francesco piuttosto che con queste disanima degli errori in cui spesso non possono non cadere molte persone assettate di spiritualità che non trovano in molti ambienti ecclesiali, anche in molte parrocchie, altro che acqua stantia e pratiche stereotipate. Allora i surrogati attraggono di più! Mariapia

  2. Sono d’accordo con il commento di Mariapia e con la richiesta appassionata che spesso Marco Guzzi fa durante gli incontri e cioè quella di un esame critico della storia del cristianesimo avendo il coraggio di riconoscere gli errori e ammettere i nostri peccati storici. Per essere credibile, però, la richiesta di perdono deve essere accompagnata da gesti significativi nel presente: non basta chiedere perdono per le crociate effettuate 800 anni fa. È facile chiedere scusa per il comportamento degli altri, molto meno convertire adesso il proprio agire. Ancora troppo spesso le istituzioni hanno un atteggiamento di difesa, invece che di accoglienza e di cura delle istanze profonde che stanno dietro a qualunque ricerca spirituale.
    A me in particolare ha colpito la frase: “il dialogo è tanto più effettivo e in qualche modo efficace, quanto è espressione di una identità forte”. Mi sembra che lasci trasparire l’idea di presumere di avere un’identità forte e ben strutturata da contrapporre ad un’altra identità (magari nel tentativo di fagocitarla per imposta superiorità?).
    Sappiamo bene invece che la nostra identità si costituisce nell’intero procedere della vita, crescendo insieme agli altri non per contrapposizione ma per solidarietà
    Fortunatamente la Chiesa è molto diversificata al suo interno e credo che abbiamo un compito e una responsabilità nel ricercare quelle avanguardie che si fanno laboratori di umanità, senza paura di censure istituzionali. Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti…
    iside

  3. Mi unisco ai commenti a questo stimolante post di Antonietta, in attesa della seconda puntata (che credo sarà pubblicata giovedì prossimo). Di fronte alla straziante fame di senso, al bisogno urgente di molte persone di fare esperienza di Dio, la Chiesa si preoccupa sempre troppo di mostrare i pericoli di chi si avventura fuori dai recinti del proprio angusto campo. Angusto perché sempre in difensiva, e mai aperto ad una ricerca della verità ‘a tutto campo’.
    Una proposta che sia adeguata alla sfida dei tempi non può che partire dal riconoscimento non retorico dei deficit, delle mancanze, dei ritardi. Da un confronto con la storia che dia sostanza al processo di conversione personale ed ecclesiale. E da una centralità contemplativa che liberi da ogni gelosia nei confronti delle esperienze spirituali altrui.
    Sapendo che, certamente, “dai frutti” li riconosceremo, ci riconosceremo.
    Credo che se è giusto delineare i rischi e i pericoli di un’avventura spirituale che non si confronti con le tradizioni, è importante anche ricordarsi sempre che uno dei peccati più gravi è tenersi le chiavi del regno, non entrarci, e non far entrare gli altri. Preghiamo per essere sempre illuminati sul cammino!
    Grazie e buona giornata. Paola

  4. Cara Antonietta
    il tuo post mi torna decisamente interessante e anche difficile da corrispondere.
    In effetti io condivido questa parte del documento ““il dialogo è tanto più effettivo e in qualche modo efficace, quanto è espressione di una identità forte” (pag. 85).” Cioè, possiamo dialogare solo ricordando a noi stessi l’irrinunciabile originalità dell’evento cristiano, la sua non comparabilità all’interno dell’attuale “supermarket delle religioni”, perché solo Cristo rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso.”
    Trovo che sia proprio così, però bisogna intendersi: Cristo ha dato la sua stessa vita per la nostra e del mondo intero. Non ha obbligato nessuno a seguirlo né ad imitarlo, è andato per la Sua strada e, in comunione con il Padre ha realizzato sé stesso compiendo “il proprio sacrificio” nell’amore.
    Secondo me, proprio partendo dalla mia esperienza trasformativa interiore, attraverso il lavoro proposto in dp, penso che sia ancora insufficiente la consapevolezza che noi possiamo lavorare solo su noi stessi, e che è perfettamente inutile, presumere di fare il bene dicendo agli altri quel che è giusto e quel che è sbagliato, nell’estremo tentativo di tenere separato il peccato dal peccatore.
    Il Signore trae figli di Dio anche dalle pietre anche oggi, in questo momento storico nel quale la globalizzazione umana pare proprio incarnare lo Spirito che raduna tutto in unità.
    Inoltre sono anche perplessa circa la necessità reale di riconoscere i propri errori pubblicamente, così come mi pare discutibile al fine di un dialogo meno egoico, la necessità di condividere con altri il primo punto dei nostri esercizi (l’evento personale attraverso il quale entriamo nel cuore del nostro laboratorio interiore onde iniziare il lavoro vero e proprio).
    La consapevolezza del proprio limite ed errore è indispensabile per richiedere la salvezza a Cristo, ma il resto lo sento ancora molto in odor di pretesa più che di misericordia.
    Nel sacramento la confessione dei nostri peccati personali è segreta ed alcuni sacerdoti son morti pur di non venire meno a ciò, perchè mai la Chiesa dovrebbe confessare pubblicamente i propri errori per essere perdonata dagli uomini? forse in alcune circostanze questo è opportuno ed in altre no.
    E’ certamente unico e ammirevole cià che ha fatto Giovanni Paolo II ma non è detto che tutti i Pontefici per guidare la Chiesa debbano fare altrettanto.
    Si può correggere il proprio comportamento, anche cercando di “risarcire” se così si può dire gli errori commessi solo imparando ad amare, e questo è lavoro personale di ogni cristiano cattolico che desidero informare con la sua santità la chiesa.
    Sull’identità forte dell’io penso di aver già esposto la mia esperienza trasformativa nel telemnatico e lo ritengo sufficientemente esaustivo.
    Ciao e buona domenica a te e a tutti.
    Rosella

  5. Antonietta says:

    La mia prima sensazione dopo aver letto il documento dei Vescovi è stata quella di un’occasione mancata. Ho dovuto leggerlo una seconda volta per iniziare a capire la ricchezza dei contenuti, ma ho trovato poco o niente di quell’autocritica di cui avete scritto anche voi nei vostri commenti. Io invece speravo che la Chiesa mi dicesse che non era tutto sbagliato, che in fondo avevo avuto buone ragioni per cercare anche altrove.
    È interessante però quello che scrive Rosella. È proprio indispensabile questo mea culpa pubblico della Chiesa per iniziare un cambio di direzione o siamo soprattutto noi che vogliamo un po’ di soddisfazione alla rabbia accumulata per le tante frustrazioni?
    Io non so rispondere. So solo che io ho sentito il bisogno di guardare indietro, alle mie esperienze “alternative”, per capire cosa cercavo e cosa ho o non ho trovato. Tenterò di dire qualcosa su questo nel prossimo post.
    Ciao
    Antonietta

  6. Io non credo di essere la persona adatta a valorizzare l’esperienza meditativa, di tipo orientale, che precede la preghiera cristiana vera e propria, nei nostri corsi; ma, visto che c’è spazio ho deciso di testimoniare “quel che produce in me tale pratica” poiché mi sembra proprio una bella contaminazione.
    Dopo tre anni di pratica meditativa, abbastanza regolare, ancora non arrivo in luoghi di delizie, son troppo attaccata a tutte le mie chiacchere interiori e spegni qui e spegni lì, non spengo mai abbastanza da poter affermare “questo è un momento meraviglioso”; però ho riconosciuto che perseverando in tale pratica, un effetto meraviglioso lo ottengo nel campo dei rapporti quotidiani.
    Se in una relazione (a caso, con marito e figli?), entro in uno stato emotivo turbato, ora ho imparato a riconoscerlo e a fermarmi, adesso posso farlo e posso anche rivolgendomi interiormente per passare dal turbamento alla gioia, con molta facilità.
    Io non so spegnere il mio dialogo interiore, però posso mettere gli occhiali rosa al mio stato emotivo quotidiano, e questo aiuta.
    Ultimamente nella mia diocesi, come nella chiesa in generale si parla molto della gioia del cristiano. Questa gioia, che mi pare sia un elemento di connotazione del famoso “io forte”, non è che ce la possiamo inventare; io la sperimento proprio, come frutto del “connubio di contaminazioni” delle tre pratiche proposte: spirituale, culturale e psicologica.
    Il laboratorio di Darsi Pace mi pare ci educhi alla cultura della globalizzazione, con metodo preciso, ma liberi di accogliere ciò che la grazia di Dio dona a ciascuono: Lui solo sa qual che ci serve.
    Ciao
    Rosella

  7. Personalmente mi chiedo come mai i credenti “rigorosamente” facenti parte e credenti nella chiesa, dimentichino proprio una cosa che è stata più volte menzionata nel Vangelo e dalla Chiesa stessa. NON sta a noi giudicare, le VIE DEL SIGNORE SONO INFINITE e quindi, perchè mettere limiti alla Sua Provvidenza? O sappiamo noi quali siano le Sue Vie ? A me questo sembra un atteggiamento assai “rigido” e incoerente. L’importante è la Mèta, le Vie sono tante …. attenzione a non volere ,con un atteggiamento assai presuntuoso, arrogarsi il diritto di limitare la libertà di altri uomini, quando lo stesso Dio ci lascia liberi di scegliere.

  8. Salve!
    Vorrei dire qualcosa in difesa della spiritualità alternativa.
    La diversità dei concetti mistici (quindi l’alternatività) non è una caratteristica propria,
    ma è una caratteristica data da altri.
    Un profeta non è mai accetto dal proprio popolo.
    Ciò che viene “respinto” diventa “alternativo”.
    Si parla di “Religiosità a forte connotazione sincretistica e relativistica,
    unita ad un’aspra critica della religione tradizionale e dogmatica;”
    La critica nasce dal senso di disagio che ognuno di noi può provare quando viene respinto.
    Non dimentichiamo che anche Gesù fu preso dal disagio e dall’ira quando scaccio i mercanti dal tempio.
    Anche il mistico si fa prendere dall’ira come tutti, ma non per ego, ma per porre il messaggio sempre e comunque.
    L’alternatività viene presa dall’uomo non data dai mistici.

  9. Cara amica, condivido molto ciò che dici, noi, nei nostri Gruppi, non abbiamo alcuna preclusione aprioristica, valutiamo ogni proposta, con libertà, e prendiamo ciò che ci sembra buono e fondato. Comprendo anche il disagio che si può provare dinanzi ad una pastorale ordinaria molto carente, e a volte ben poco spirituale. La nostra ricerca in fondo consiste proprio in una fedeltà poetica e creativa nei confronti della tradizione cristiana, aperta ad ogni altra sapienza. Ciao, e grazie. Marco Guzzi

Speak Your Mind