Amare se stessi

lovemyself

Gli scaffali delle librerie sono pieni di manuali di self-help e su internet i siti di pronto soccorso psicologico sono sempre più frequenti. Il disagio personale, relazionale, lavorativo ormai è così evidente che si cerca di tappare qua e là un po’ di buchi, provando consigli e strade di successo che ci facciano stare un po’ meglio con noi stessi e con gli altri.

Uno dei punti di partenza di molti di questi percorsi di self-help recita: impara ad amare te stesso. Ma cosa vuol dire amare se stessi?

Di solito la risposta è declinata in una serie di punti o di esercizi da praticare quotidianamente. Provo ad elencarne alcuni:

  • Fidarsi di ciò che si sente e del proprio intuito
  • Essere gentili con se stessi
  • Imparare ad apprezzarsi
  • Dire chiaramente agli altri ciò che si pensa
  • Non avere paura di dire no e neanche di dire sì
  • Non essere compiacenti
  • Non parlare mai male di sé
  • Lasciare andare ciò che non possiamo controllare
  • Non indugiare nel vittimismo e nella commiserazione.

Sembrano cose banali, ma in realtà quante volte non diciamo con chiarezza ciò che pensiamo, o ci svalutiamo davanti ad altri, o usiamo trucchetti di falsa modestia o compiacenza? O, ancora peggio, quante volte ci infliggiamo inconsapevoli sottili punizioni? Mi chiedo però se amare se stessi sia solo evitare questi tranelli.

Anzi, mi viene una domanda ancora più radicale: ma è proprio così importante amare se stessi? Così a bruciapelo è come se qualcuno mi puntasse il dito e mi dicesse: attenta, non puoi amare te stessa altrimenti diventi egoista! Devi invece amare tutti quelli che hai intorno, poi magari, se rimane tempo, puoi amarti un pochino, ma non troppo…

È vero che già dall’Antico Testamento il comandamento è “amerai il prossimo tuo come te stesso”, ma nel mio immaginario il “come te stesso” è sempre stato un po’ sacrificato rispetto al dovere di amare gli altri.

La prudenza con cui i discorsi cattolici tradizionali trattano il tema dell’amare se stessi mi suggerisce che questo tipo di amore non sia una cosa così semplice da spiegare e da praticare. Corre sul filo di così tanti fraintendimenti che è più facile evitare il problema.

Prima di tutto c’è la nostra corporeità che ha precisi bisogni e desideri, ma tutto quello che è amato dal corpo non può essere dato a dismisura. Una coperta mi riscalda se ho freddo, ma venti coperte una sull’altra mi soffocano! Quindi è necessario un discernimento così personale che è difficile dare ricette a priori.

E poi, entrando nel nostro essere psichico e spirituale, torna la solita domanda: ma io chi sono? Quanti io ci sono in me? L’io non è una cosa monolitica: siamo fatti di tante parti diverse, alcune attraenti, altre che proprio non ci piacciono, o che neppure conosciamo.

I desideri di questi me sono tanti e spesso contraddittori. Chi di loro devo ascoltare per amare veramente me?

Sperimentando gli stati dell’io, come ci insegna il lavoro di Darsi Pace, ho capito infatti che a seconda dello stato in cui mi trovo (egoico, in conversione, in relazione) cambia totalmente la mia prospettiva e il mio modo di dare un significato concreto alle parole “amare” e “me stessa”.

Quindi, a dispetto di tutti i manuali, non credo esistano facili ricette o scorciatoie per imparare a volersi bene. L’unica cosa che ho capito è che quell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” è come un’equazione in cui l’espandersi di una parte deve andare di pari passo con l’altra. Posso amare gli altri ma man che imparo a volermi bene, e non riesco a volermi bene se non imparo ad allargare all’esterno il mio amore.

Ma io, ho imparato come fare a volermi bene? Dove mi trovo in tutto questo percorso?

Mi trovo all’inizio e la strada in buona parte è ancora da inventare. Però mentre scrivevo questo post è venuto fuori qualcosa di quello che vorrei…

…vorrei riuscire ad amarmi non perché sono stata brava, non perché ho fatto questo o quello, ma semplicemente perché sono degna di questo amore. Vorrei riuscire ad amarmi quando sto male, quando non sono capace, quando sbaglio e quando proprio non mi sopporto. Io sono un luogo di carne in cui la Vita ha scelto di abitare e di gioire, quindi sono degna di ricevere tutto l’amore possibile, compreso il mio.

Ma non posso amare tutte le parti di me nello stesso modo. Il mio io egoico, così freddo e difensivo, posso amarlo perché ho iniziato a scoprire la sua genesi familiare, perché capisco quando si blocca o scappa, ma assecondare sempre il suo bisogno di isolamento e di fuga non è amarlo veramente.

Il mio io in conversione si scruta e si interroga, a volte si accartoccia su se stesso e si perde: vorrei amare anche lui, per il suo coraggio e dargli tregua, respiro, rassicurazione.

Poi c’é un altro io, ancora piccolo e tremante, che invoca relazione e cerca uno spazio vitale che spesso non so dargli. Per fortuna il suo cuore è grande e sa per natura in che direzione guardare. Ed è proprio lì, oltre quello sguardo, che vorrei imparare a conoscere quell’altro Io, quella parte di me che abita nel cuore dell’Eterno, da sempre e per sempre. Vorrei che fosse quella parte di me ad insegnarmi come amare tutte le altre, come ascoltarle, come prendermene cura, con dolcezza e infinita pazienza. 

 

Comments

  1. cara Antonietta Bello!!!
    così a pelle mi vien da dire: “E contro natura amarsi da soli” è un po’ come … appunto … proprio quella forma lì adolescenziale.

    A meno che ” amare l’altro come sè stesso” non sia quell’esperienza di tutt’unità che assaporiamo proprio in quel tipo di relazione cui tu accenni verso la fine:
    “Poi c’é un altro io, ancora piccolo e tremante, che invoca relazione e cerca uno spazio vitale che spesso non so dargli.” … ne riparliamo in seguito spero di trovare il tempo per un intervento più mirato.

    Un abbraccio e buona settimana.

    Rosella

  2. Salvatore says:

    Bella ed autentica riflessione. Sul punto “ama il prossimo tuo come te stesso” ho riflettuto abbondantemente in tutti questi anni, specie da quando sono diventato più profondo, diciamo così. Ora, io vi attribuisco questo significato: ama il prossimo tuo ma non dimenticare di amare anche te stesso. Difatti, se non ami te stesso non puoi amare nessun altro. O penserai che non lo ami abbastanza o che lo ami male. In realtà danneggi tanto te stesso quanto l’altro. Maltrattare sé stessi per amare gli altri non sta né in cielo né in terra. E’ un controsenso, un pensiero distorto e disfunzionale. Un abbraccio!

  3. Il tuo intervento mi ha fatto, un po’ confusamente, intuire che la frase “Ama il prossimo tuo come te stesso” va accostata alla frase “Non giudicate, per non essere giudicati, perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati”
    Un caro saluto

  4. Cara Antonietta,

    non entro strettamente nel merito, ne posto la risonanza.

    Direi che amare sè stessi implichi riconoscere che qualcosa ci manca e quel che manca può essere ricondotto o a bisogno o a desiderio.

    A mio parere molte nostre fragilità nascono e testimoniano il fatto che noi ci consideriamo bisognosi di tutto, l’uomo ridotto a bisogno: e, sempre a mio avviso, il primo passo per amare sè stessi è quello di lavorare per liberare il nostro bisogno dal limite del tempo, immergendolo NELL’INFINITO del desiderio, che è la sola vera libertà umana.

    Se ci si pensa bene l’uomo, in quanto autocoscienza dell’universo, può essere consapevole di sè attraverso IL FINITO solo procreando LA VITA e per fare questo è necessario riconosca ed alimenti il DESIDERIO DI RELAZIONE.

    Inizierei quindi dalla fine, cioè dal compimento, da quel che ricapitola il tutto: “vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (come io vi amo).

    Noi non possiamo amarci da soli ma, possiamo ri-conoscere e contattare in noi stessi “la forza della vita”: quell’emozione che si fa parola, quel pensiero che mi pensa e rigenera ricreandomi, ora adesso e qui NELL’ AMORE: “io sono tu che mi fai”.

    “ama il prossimo tuo come te stesso” è una relazione libera dal bisogno ma pregna di desiderio creativo, quell’altro da sè da cui procede IL FATTO NUOVO.

    Amare sè stessi è un punto d’arrivo, cioè la modalità DELL’ESSERE in/di quel mistico/tecnico che integra azione e contemplazione, proprio come tentiamo di apprendere nel lavoro che facciamo.

    Amare SE’ STESSI lo puoi anche scrivere così: IN COMUNIONE di preghiera.

    ciao
    Rosella

  5. Mariapia says:

    Proprio ieri Papa Francesco ci ha ricordato che ” un cristiano senza gioia o non è cristiano, o è ammalato.(…) E’ come il sugillo del cristiano, la gioia. Anche nei dolori, nelle tribolazioni, nelle persecuzioni pure.”
    Collego queste parole all’argomento del post: chi non ama se stesso non è libero, è pieno di remore, di paure, di incertezze, tutti pesi che contrastano con la gioia. Chi non ama se stesso non può amare gli altri e trasmettere gioia. Avete mei ricevuto tenerezza e affetto da una persona lugubre e amara? E quando siete di cattivo umore vi volete bene? Mariapia

  6. Anche a me pare che l’amore sia Uno: non importa chi/cosa sia il suo oggetto (sé, gli altri, il mondo), ha sempre la stessa direzione dell’avere a cuore, del prendersi cura. Nella declinazione però dell’amare nelle nostre realtà concrete, la questione si fa “calda” quando l’amore per sé confligge con l’amore per gli altri e quindi ciò che vorremmo per noi lo ritagliamo a scapito di una mano tesa a chi ci sta accanto. Se l’uomo dell’Antico Testamento aveva già intuito la portata della cosa stabilendo come legge “amerai il tuo prossimo come te stesso”, Gesù di Nazareth, che dichiara di voler portare a compimento la legge, propone uno scatto qualitativo che ci porti oltre noi stessi, oltre le nostre strettoie egocentrate. Al giovane ricco che rispetta il precetto, Gesù chiede di dare ciò che ha ai poveri e poi di seguirlo; a chi ti chiede il mantello, dai anche la tunica fino ad arrivare ad amare il tuo nemico perché ormai sei così puro di cuore da non poter più neanche riuscire a sentire qualcuno come nemico. Perché soltanto “chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo” cioè chi donerà la propria vita dedicandosi alla cura dell’altro potrà salvare la propria. Ci salveremo insieme nella circolazione vitale dell’Amore che ci sostiene.
    Nel mio stato egocentrato voglio trattenere per me, mi illudo di salvarmi da sola, rannicchiata nel mio cantuccio, ma per poco che lascio andare e respiro più profondamente mi accorgo che è soltanto dentro una relazionalità serena che posso provare a costruire chi sono e cioè ad amarmi davvero. Se su questo lato della vita percepisco ancora forte il conflitto tra amare me stessa e amare gli altri perché passo la maggior parte del mio tempo nello stato egocentrato, confido che nel lato compiuto della vita sarò sollevata dalla zavorra che mi trattiene e potrò liberamente affidarmi nella certezza che la dinamica dell’amare non tradirà nessuno.
    Grazie Antonietta per questa bella occasione di riflettere insieme!
    iside

  7. Anch’io come te, Antonietta, ho vissuto, per l’educazione familiare e religiosa ricevute, dando amore agli altri e non a me stessa, perchè questo era un atto egoistico! Se anche avessi voluto amare prioritariamente o ugualmente me, non ne sarei stata capace perchè nessuno mi ha indicato questa strada, anzi, per lo slancio di cui la vita mi ha dotata tutti mi hanno convinta che il percorso lavorativo scelto (assistente sociale), era quello a me più consono. Anch’io avevo di me questa convinzione e per un lungo periodo mi sono nutrita della gioia dei miei slanci vissuti nella famiglia e nella professione nelle diverse forme/sfaccettature dell’amore.
    Ad un certo punto mi sono sentita svuotata, depauperata. Ho terribilmente sofferto perchè l’amore (così io lo vivevo!) che davo non era contraccambiato e la gioia della mia generosità affettiva non mi nutriva più! Avevo amato gli altri non come me stessa, ma più di me stessa, e ora …. il vuoto, la desolazione interiore!
    A seguito della perdita di un affetto per me importantissimo, con il lavoro DP, ho vissuto che questo amore aveva coperto la mia ferita originaria, la separazione da Lui cioè, impedendomi di conoscere/vivere l’Amore Vero, quello ri-incontrato, in una meditazione in cui la ferita (con conseguenziale dolore) è stata trasformata in una fonte di energia: di amore,di gioia e di pace e io mi sono sentita profondamente amata da Lui.
    Ora mi sento un vaso colmo, pacificato. Sono stata amata e mi sono ricongiunta a Lui: frammento del Suo Amore! così ho appreso che cosa vuol dire essere amata, amarmi e amare! Credo che solo dopo aver conosciuto il Suo Amore possiamo amarci veramente e, Suo tramite, e solo dopo possiamo aprirci all’amore verso gli altri. Diversamente “l’amore terreno”, quello delle semplici relazioni tra noi uomini, non può non coprirsi di tutte le forme deviate delle quali l’io egoico lo riveste!
    Un abbraccio caro a tutti Maria Rosaria

  8. Penso che il punto focale sia che non c’è reale separazione tra me e glia altri; la percezione scissa che il mio abituale stato alienato mi suggerisce è il muro di giaccio da sciogliere al fuoco della concentrazione e attraverso l’azione costante, perseverante, nonché umile e reiterata dell’attraversamento di tutti gli stati dell’io.
    Imparare ad amare me o gli altri diventa quindi la stessa cosa, è una percezione di unità che va al di là di qualsiasi separazione e che sgorga dalla profondità del mio essere non prima di aver attraversato i miei inferi.
    Il percorso è duro, difficile, ma anche urgente, pressante, lo dicono le nostre vite!
    Dal tracollo delle mie piccole certezze matematiche; da una stalla piena di letame che concima la mia fioritura profumata, emerge la Nuova Umanità,
    l’idea di sapere chi sono si dissolve in un espiro in cui mi gioco tutta la vita,
    resto allieva perenne di questo scioglimento e me la godo!
    Daniela

  9. Giuliana says:

    Grazie Antonietta per la tua riflessione e grazie a Rosella, Salvatore, Aldo, Mariapia, Iside, Maria Rosaria e Daniela per i loro interventi.
    Le vostre parole mi hanno sostenuto in questa settimana di ripresa lavorativa dopo un mese di riposo forzato che mi ha obbligato a guardare nuovamente le mie forzature e a prendermi cura della bambina ferita dentro di me.
    Negli impegni della settimana mi sono concessa di mostrare la mia fragilità e la mia sofferenza senza vergognarmene, senza pretese nè vittimismi, sono riuscita ad esprimere con calma il mio pensiero senza cadere nella contrapposizione o nell’ esclusione di chi non lo ascolta o non pensa come me, ho preso parte al Gioco che niente e nessuno esclude.
    Pur con tanti tentennamenti, sto imparando a volermi bene e a volere bene.
    E questo mi dà pace.

    Vi abbraccio tutte/i.
    Giuliana

  10. Antonietta says:

    I vostri commenti mi hanno aiutato a capire che la questione dell’amare se stessi è mal posta fin dall’origine, perché l’Amore è Uno, e non accetta contrapposizioni.
    Però, mentre procediamo in questa direzione, prenderci cura di noi, essere più trasparenti e onesti verso noi stessi può essere una tappa importante, specialmente per chi ha compensato con lo slancio verso gli altri la propria ferita interiore.
    Io questa cosa l’ho sperimentata forse per la prima volta facendo gli esercizi psicologici del lavoro DP, ed è attraverso una conoscenza più profonda di come sono fatta che il voler bene (e il volermi bene) sta cambiando un po’ le sue forme.
    Ma questo non basta: anche così non andiamo poi tanto lontano, a meno che non facciamo l’esperienza di un altro Amore, cioè di essere cercati e curati da un Dio vicino, vicinissimo, che ci alimenta continuamente. Questo Amore è roba sua, non nostra, non appartiene ai nostri piccoli ego. È qualcosa di molto molto più grande.
    Spero con voi di continuare ad imparare qualcosa di questo Amore.
    Grazie a tutti!
    Antonietta

  11. cara Antonietta
    sono completamente d’accordo con te, anzi penso che reiteratamente noi abbiamo la necessità di prenderci cura di noi stesse e a differenti livelli a secondo dello stato in cui siamo; proprio come differenti sono le fasi della crescita, anche se la persona è una.
    Quante volte mi son detta (o ci siam dette): se non ci diciamo brave tra di noi, magari facendoci quattro risate, se non ci facciamo qualche complimento da sole, hai voglia ad aspettartelo dagli altri, marito e figli compresi… .
    Ciò nonostante, per me, riflettere anche se solo partendo da piccole esperienze di senso, poco più che intuizioni, sulla bellezza verso la quale ci siamo incamminate, fa bene.
    Mi sostiene, come fosse un “rinforzo di viva memoria” che mi riconferma che “la vita è un’avventura meravigliosa”, più ampia di ogni mia aspettativa e mi rincuora, rispetto alla vita che ho generato.
    Spesso, anch’io mi faccio coraggio da sola, dicendomi, su su Rosella vai oltre, prova ad immaginare l’altro orizzonte, quello più ampio, quello che ancora non conosci ma intuisci: approfondisci, indaga, contempla…

    Di fatto si può partire da qualsiasi argomento, da qualunque post per “riflettere” evolvendo sè stessi e chi altri lo voglia.
    E’ un modo di volersi bene e neppure da soli, se lo si condivide tra amici.

    Ciao e ancora grazie, hai toccato molte sfaccettature della faccenda e mi scuso per non aver corrisposto punto per punto, ma lo sai non è troppo nelle mie corde il farlo.

    Buona settimana
    Rosella

  12. Quando penso all’amore in tutte le sue forme balbetto e ho paura, sempre, anche quando mi pare di vivere nell’aperto. Amare mio figlio, amare le persone, amare me stesso, amare Dio che neanche vedo, appeso ad una fede che spesso vacilla. So che tutta la sostanza della mia vita consiste in quel progetto, eppure, a volte, neanche so da dove ricominciare; così mi ritrovo contratto e in difensiva, alla faccia di quello che appare all’esterno, segnato da ferite che non vogliono smettere di sanguinare. Sprofondo dentro questo dolore, non fuggo da me stesso, mi preparo a partorire la mia nuova umanità, sapendo che non ne sono il padrone. E’ solo qui che Dio può toccarmi il cuore.

  13. FABIO F. says:

    Anche per me caro Enrico, è una lotta custodire nonostante tutto la volontà di credere, di sperare, e di A M A R E a volte dura, difficile. Le parole del post di Antonella sono da scolpire e le poesie di Marco mi hanno insegnato tanto, e cosi adesso mi fa piacere ricordarne una che forse può essere d’aiuto.
    Un abbraccio forte a tutti.

    FUORI LEGGE
    Per amare la vita ho bisogno di tempo.

    Non mi viene affatto naturale. Debbo sturare

    Il lavandino, e l’abbaino

    Spalancare sopra le scale.

    E’ questione di cesso e di cielo.

    Di visione; ma anche d’intestino.

    Il mio amore è una sintesi carnale.

    Una sostanza più che un’intenzione.

    Una mistura più che un discorso.

    Una pianta più che una legge

    Da rispettare. Un frutto

    Da mangiare più che uno sforzo.

    Perciò

    Datemi tempo per amare. Il mio albicocco

    Dà frutti in estate. Fuori stagione

    L’amore è acidità.

  14. Bellissimo. Grazie

  15. maria carla says:

    Sempre molto ‘materico’ il pensiero di Marco, non ama le fumisterie e le sue parole provengono dalla sua esperienza di vita più corporea e fisica!
    E’ vero, verissimo, c’è bisogno di tempo per imparara ad amare (“il mio amore è una sintesi carnale”), per far sì che il suo frutto non produca “acidità”…verso noi stessi e verso gli altri!
    Grazie Fabio per averci riportato questi versi, ciao a tutti, mcarla

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