Avrò cura di te

cuore

Seduta in un angolo della sala, una donna fruga nervosamente nella sua borsetta. Un uomo, accanto a lei, rigira tra le mani le ultime analisi: chissà cosa gli dirà il medico, ci sono tanti asterischi, sarà un brutto segno? Un giovane entra di corsa: chi ha il numero 23? e si mette in coda.  Due signore si sono riconosciute ed iniziano una conversazione di riempimento, distraente quanto basta per distogliere il pensiero da quel sintomo preoccupante.

Il medico compare sulla soglia del suo studio e chiama il numero 19: asserviti alla legge sulla privacy, siamo costretti ad  espropriarci anche del nome. Il medico e il 19 scompaiono dietro la porta, mentre nella sala d’attesa rimangono gomitoli di emozioni aggrovigliate, giustapposti, ciascuno sulla propria sedia, storie separate di vite frammentate che chiedono aiuto ad una medicina affaticata che guarda, tra lo smarrito e il borioso, un panorama umano allontanato e fatto a pezzetti.

 

Anch’io sono in quella sala, dentro l’attesa.

Attendo di essere vista: un occhio, qualche ossa, un’escrescenza sulla pelle. Nient’altro? Molto altro! Ma qualcuno è disposto ad accorgersene? Io sono disposta ad accorgermene? Mi metto al lavoro e chiamo a raccolta i frammenti che riesco a contattare nel profondo di me stessa, cerco un’integrazione che mi interpreti.

 

Sono una persona! – urlo da dentro. Sono un intero mondo in relazione con le altre persone-mondo. E ho tanto bisogno che questo sia riconosciuto.

Inizio a fare un po’ di luce. Sono piena di paure e di rabbie: la malattia mi espone all’insicurezza di un futuro tentennante e al rancore verso una medicina che promette soluzioni che non arrivano e combina guai.

Provo a limare qualche spigolo per disattivare la voglia di rivendicazione contro il sanitario di turno che facilmente trasformo in capro espiatorio di un intero sistema difettoso. Cerco di scendere con i piedi per terra, con attese più realistiche sulle effettive possibilità terapeutiche disponibili nel tempo storico in cui vivo. Cerco il coraggio di dire ciò che sento, in modo assertivo, mirato e ragionevole.

 

Così mi metto alla ricerca di un interlocutore sanitario che abbia anche lui/lei il coraggio di fare la sua parte, di percorrere il suo pezzo di strada, intanto allargando lo sguardo al punto da comprendere che la sua azione di cura ha ripercussioni ben oltre il confine biologico del mio corpo e si addentra nelle pieghe più profonde della mia vita emotiva.

 

Ho bisogno che abbatta il mascheramento delle sue strategie difensive e ammaestri la sua ombra per disinnescare le reazioni automatiche di aggressività contro di me, facile bersaglio a portata di mano delle sue rabbie, per incontrare invece, con balsamica sapienza, la mia sofferenza. In questo modo mi aiuterebbe a far emergere il mio reale dolore, a lenire le mie rabbie, a smussare qualche paura, a prendere contatto più consapevole con la mia vita nel suo intero.

 

Sono alla ricerca di un medico che abbia la forza di prendersi cura di me, che si sappia accostare a chiunque soffra con la delicatezza che avrebbe, avendo la consapevolezza di tenere in mano un intero mondo.

Inizierebbe così a circolare vita fluente, dove per ora è solo emissione a scatti di spruzzi insufficienti.

 

Ci è chiesto di camminare insieme, gli uni accanto agli altri.

Non è detto che io guarisca, anzi tutto lascia pensare che ciò non accadrà sul piano biologico, ma ci sarà sempre spazio per un gesto di tenerezza, oltre ogni logica di efficientismo prestazionale, in nome di una più fondamentale solidarietà tra esseri umani.

Allora quel medico, rimasto sulla soglia del suo studio, potrà decisamente entrare nella sala d’attesa.

 

Commenti

  1. Giuliana dice:

    Anche in me spesso si scatena lo stesso urlo
    “sono una persona” “ siamo delle persone”
    ed è una lotta ammaestrare la mia ombra!

    L’incontro di ieri pomeriggio con la psicologa, che segue un alunno da cinque anni, presente anche la mamma affidataria è stato un momento in cui ho sentito le persone dentro la sala d’attesa.
    Accogliere la sofferenza che un piccolo si è trovato sulle spalle, aiutarlo a prendere fiducia in se stesso e negli altri, ha richiesto a noi adulti, in ruoli diversi, di giocare senza maschera, di ri-educarci, di credere che l’umanità può diventare un po’ più relazionale.

    Nel laboratorio dP impariamo ad accogliere la nostra sofferenza, ci ascoltiamo in profondità per aprirci fiduciosi alla vita e abbandonarci al suo fluire.
    Strada facendo, scopriamo che la cura di sé diventa azione benefica anche per gli altri e cominciamo a intuire ciò a cui siamo chiamati.

    Carissima Iside, io credo che il tuo urlo, come il mio, lavori dentro di noi e ci stia trasformando.
    In certi momenti ne ho persino paura, ma poi mi riprendo, ora non mi sento sola e posso tornare in un luogo profondo di pace.

    In attesa che gli educatori trovino il coraggio di ri-educare se stessi, in attesa che il medico varchi deciso la soglia del suo studio, noi continuiamo nel cammino lasciandoci sorprendere ogni giorno dall’ inatteso e dall’ Invisibile.

    Un forte abbraccio.
    Giuliana

  2. Grazie Iside per il tuo intervento. In fin dei conti non cerchiamo altro che qualcuno (Qualcuno?) che abbia sempre e comunque cura di noi…

    Mi vengono in mente due versi…

    “Everybody’s looking for somebody arms to fall into
    It’s what it is. That’s what it is man”

    Così canta Mark Knopfler in una bellissima canzone, con una sintesi capace solo all’arte, che va al di là di tanto dotti discorsi e di tante strategie (spesso tristemente egoiche). “Ognuno cerca delle braccia in cui cader dentro. E’ così che va.”

    Cura di noi, dunque. Non sono in una sala d’attesa. Oppure sì, perché forse la vita intera è una sala d’attesa, nell’attesa appunto di varcare quella porta che dovremo comunque varcare, e che ci fa una paura folle. E ho notato che più siamo scissi, più fa paura… E viceversa: più mi sento contento, più riesco a godere il presente, meno ho paura di morire (in astratto, penserei il contrario, ma “that’s what it is man”).

    Credo così che la prima guarigione (che aiuta a sperare in ogni guarigione, anche e sopratutto fisica) sia quella del cuore, un cuore che si ammorbidisce nel fatto che si sente amato, che sperimenta la tenerezza, la gusta, o almeno inizia a gustarla, in qualche momento. In fondo io sto in Darsi Pace perché ho intravisto una possibilità di percepire tenerezza, tenerezza per la mia sofferenza e la mia particolare “malattia”.

    “Sono alla ricerca di un medico che abbia la forza di prendersi cura di me”, tu scrivi. E così individui il lavoro della mia vita, getti luce sulla mia ricerca. E’ tutto qui.

    It’s what it is. Appunto.

    Grazie, e buon cammino.

  3. Paolo Galli dice:

    Iside, che bello riuscire a parlare delle cose senza affrontarle di petto, violentemente, ma accompagnando l’interlocutore con immagini e situazioni in una discesa dolce nel profondo, senza traumi. La materia dura della nostra anima va ammorbidita lentamente, altrimenti solo si frantuma. Grazie, Paolo.

  4. Antonietta dice:

    Cara Iside, propongo di stampare il tuo post e di appenderlo nelle sale d’attesa sanitarie che dovremo frequentare in futuro.
    Hai descritto con grande delicatezza il disagio che si vive in questi luoghi, e la mercificazione, più o meno voluta, del corpo del malato.
    Sarebbe bello sapere come vive tutto questo chi si trova chiuso dentro lo studio, cioè il medico.
    Credo che molti abbiano la consapevolezza del loro ruolo così delicato, ma siano anche schiacciati (oppure comodamente trincerati) dentro un sistema che non favorisce quel tipo di cura che noi vorremmo.
    Forse condividendo le rispettive aspettative e difficoltà si potrebbe fare qualche passo in avanti.
    Antonietta

  5. antonella dice:

    ciao Iside. parlami sempre così e cercami per le strade. io ci sarò sempre.

  6. Anonimo dice:

    Concordo con Antonietta, anche se il primo “medico” di noi stessi dovremmo diventare proprio noi stessi (non è forse questo il senso del nostro percorso in DP?).
    Di sicuro una risposta davvero “responsabile” del contesto socio-culturale (quindi anche ‘medico’) dovrebbe tener conto dell’ “urlo” dei bisogni relazionali delle persone in quanto tali, non solo in quanto pazienti portatori delle più svariate patologie!
    Responsabile è colui che è ‘abile’ nel dare la risposta (responso) ‘giusta’ nella situazione in cui si trova ad agire…dunque che Sistema Sanitario è quello che sembra produrre più malattia di quanto sia in grado di curarne?
    Semplicemente (e amaramente) perchè è un sistema dis-abile (scusate il gioco di parole!) che non va alla radice del malessere delle persone, ma in molti casi ci specula soltanto!
    Davvero è arrivato il momento di ‘riprenderci in mano’ (la strage aerea di questi giorni, causata volontariamente-pare- dal tragico gesto di un giovane pilota “depresso” di 28 anni, fa veramente venire i brividi…).
    mcarla

  7. Mariapia dice:

    Antonietta ha ragione, medici e pazienti dovrebbero leggere il post di Iside! Quando sono in attesa in uno studio medico , osservo sempre con interesse le persone che mi precedono e che aspettano come me. Cerco di indovinare le loro emozioni che penso affini alle mie: di imbarazzo, di timore, talora di stizza per essere lì. Molto spesso cerco di parlare con loro , perché penso che la condivisione faccia bene a tutti, lo scambio di qualche informazione faccia diminuire la tensione. Ho notato che quasi tutti rispondono, parlano volentieri, si informano, cercano conferme e approvazione dagli altri. Tutti sperano in una visita accurata, in un incontro liberatorio con lo specialista, in una comprensione globale della loro situazione. Sarà così? L’attesa è spesso carica di incertezza, ma anche di fiducia. Il medico non è persona umana come noi? La speranza sostiene sempre ed è legittima.. ma poi?… Auguri a tutti i pazienti! Mariapia

  8. In questo nostro tempo sgretolato, le vecchie etichette si stanno staccando e ci servono nuovi riferimenti che definiscano i ruoli professionali. Per tentare una ricostruzione non ci resta che ricominciare dall’umano che ci accomuna, fondato su una relazionalità aperta all’ascolto e perciò all’incontro. Per fare questo, però, dobbiamo trovare il coraggio di mettere mano al nostro magma emotivo, non temere di sporcarci con le nostre paure più profonde, non temere la nostra umanità ferita e smettere di trincerarci dietro ipocrite immagini di noi. Tutti ne abbiamo vitale bisogno, ma in particolare chi lavora con la sofferenza dell’altro è chiamato ad un lavoro ancora più intenso perché pieno di responsabilità. Se non mi spavento delle mie schifezze, potrò avere misericordia di quelle degli altri. Come pazienti, abbiamo tanto bisogno di medici che scendano dal piedistallo ingannevolmente rassicurante su cui si appollaiano per guardarci negli occhi, onestamente, operatori sanitari che ci vengano incontro a mani piene dei limiti delle tecniche diagnostico-terapeutiche, ma ricche di voglia di incontrarci. Non ci sono magiche soluzioni, ma si può prendere cura di noi soltanto chi sa uscire dalle strettoie delle tabelle delle linee-guida per aprirsi alla varietà multiforme dell’umano.
    Perciò Gruppi Darsi Pace ECM obbligatori!!!
    I’m also looking for somebody’s arms to fall into ;-)! E ogni volta che una voce umana mi chiama e una persona amica mi è accanto, mi sento al calduccio…
    iside

  9. Antonietta dice:

    Io credo che la riflessione di Iside meriti davvero di essere letta anche al di fuori di questo blog. Quindi vado avanti con la mia idea di farne un messaggio da lasciare in qualche sala di attesa di tipo medico, magari in quelle ci troviamo a frequentare come pazienti o come operatori sanitari.
    L’ho salvato come pdf, in formato A4 da stampare fronte retro, e se volete potete scaricarlo a questo link:
    https://www.dropbox.com/s/gt0qtvfkxnnn1ip/Avro_cura_di_te.pdf?dl=0
    È un gesto piccolissimo, ma chissà….
    Antonietta

  10. Grazie Antonietta per questa idea “pratica”!
    A noi è chiesta la responsabilità del gesto del gettare il seme, poi la pianticella dovrà trovare da sé la sua strada nel mondo.
    Un abbraccio
    iside

  11. luciana dice:

    Carissima Iside, quanto è reale quello che ci racconti!
    Anch’io, per diverse occasioni mi sono trovata a sperimentare sulla mia pelle e su quella dei miei cari lo stesso problema, medici “stressati”, “impauriti” o medici “DIRIGENTI DI AZIENDA”! Li sentivo URLARE negli uffici tra di loro per “farsi le scarpe e primeggiare uno sull’altro!” Sono uomini anche loro, e purtroppo sbagliano sulle nostre vite, ma cara Iside, non smettere di sperare ci sono anche medici bravi e soprattutto “umani” che sanno prendersi cura di noi. Stavo pensando ad una lista con i nomi da “scartare e quelli da salvare” ma anche a Sodoma e Gomorra il Signore ebbe pietà di tutti e allora? perché sto a leggerti e a scriverti alle 4 di mattina? Per un ennesimo “loro” errore, sto pensando ad un ragazzo che conosco da quando era bambino, amico di mio figlio, che sta soffrendo perché i medici nonostante tutte le “ricerche avanzate” per l’ennesima volta non hanno capito cosa fare tempestivamente. Poi mi è venuto in mente un altro amico di mio figlio che invece alle elementari andava in carrozzina e piano piano è guarito aveva un grosso problema all’anca. Oggi studia medicina e si specializzerà in ortopedia. Forse sta proprio qui la differenza, sperimentare il dolore, quando lo provi, capisci meglio quello degli altri.In questi momenti cerca di pensare alla poes ia “le Orme” proprio quando ci sentiamo perduti e che nessuno ci ascolta lì c’é il Signore che ci aspetta e a lui rivolgiamo le nostre preghiere. Un abbraccio forte, Luciana.

  12. Cara Luciana, anch’io posso senz’altro fare una lista di bravi medici che hanno fatto del loro meglio per gestire situazioni difficili. A me pare, però, come impariamo in dP, che qui tuttavia sia in gioco molto di più. Intendo dire che non è questione dell’impegno del singolo di buona volontà. Si tratta di capovolgere un intero sistema, in cui la medicina è uno degli ambiti. Si tratta di ripensarci da capo come esseri umani per trovare una nostra nuova identità. Allora anche i medici e gli operatori sanitari in genere potranno lavorare in un contesto che accolga e favorisca l’espressione altamente relazionale della loro professione, proprio perché è l’espressione della loro identità umana. Ma il cambiamento delle istituzioni e delle coscienze va di pari passo. Abbiamo bisogno di deciderci a livello personale per una trasformazione profonda di noi per portare mutamenti strutturali nelle istituzioni, in questo caso sanitarie, e così dare sempre maggiore libertà alle singole coscienze. La strada è lunga ma rimango fiduciosa che sapremo imboccare il giusto viale.
    Un abbraccio
    iside

Lascia un commento