Messa domenicale: obbligo o scelta?

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L’andare a messa la domenica e le feste comandate è uno dei precetti della Chiesa Cattolica che tutti abbiamo imparato al catechismo. Forse da bambini abbiamo ubbidito senza chiederci il perché,  e poi abbiamo continuato,  forse perché era un rito rassicurante, un’abitudine degli adulti, forse perché senza messa la domenica ci sembrava meno festa, forse per poter  indossare un vestito più bello, forse per incontrare persone ed amici o per conoscere anche persone nuove. Forse per non commettere un peccato mortale che si doveva poi confessare.

Quindi in molti abbiamo perseverato soprattutto per abitudine, per inerzia.

Ma ci siamo mai chiesti se lo facevamo per noi stessi o per Dio, quasi che il Dio di Gesù Cristo si offendesse se noi lo dimenticavamo proprio nel giorno della sua resurrezione? Era per noi un atto di fede o una fedeltà a una tradizione,  non molto impegnativa,  che ci permetteva di sentirci cristiani?

Molti però, raggiunta l’autonomia, si sono ribellati a questo impegno che giudicavano un inutile perditempo, una tradizione infantile e borghese, un lasciapassare da rispettare soltanto per non affrontare la fatica di mettere in discussione tutto,  quando si ha troppa paura della propria  libertà.

Oggi  le cose sono molto cambiate, le statistiche ci dicono che attualmente solo in media  meno del 20% delle persone  vanno regolarmente a Messa.

Per obbedire al precetto o per scelta, per sentirsi arricchiti da quella funzione domenicale, per celebrare davvero la festa?

Nella chiesa che  frequento  io la domenica,  il prete ci ripete spesso che se siamo lì per ubbidire a un precetto, dovremmo uscire. La celebrazione dell’Eucarestia, sotto la guida di un presbitero e insieme a una comunità ha senso solo se è un atto d’amore. E spiega:  Dio si rallegra di vedere il suo popolo riunito, Dio ha bisogno che noi lo adoriamo e preghiamo insieme. Lui desidera  vedere il nostro volto come noi cerchiamo il Suo.  Lì facciamo dunque un’esperienza del dare e ricevere amore. E l’amore è gratuito, non  risponde a un obbligo.

Quando stiamo per uscire dalla chiesa edificio, ci ricorda che  la nostra messa continua fuori, tra gli uomini e le donne , nella società, nei luoghi di vita e di lavoro; dopo aver ascoltato la parola di Dio, che è come una spada a doppio taglio che penetra in noi, dopo aver mangiato la Sua carne e bevuto il Suo sangue, non possiamo più essere gli stessi anche nei giorni feriali.

Quanto afferma questo sacerdote mi convince, e  continuo a interrogarmi  su l’utilità di una norma che ha caratterizzato la nostra civiltà cristiana ed è tuttora scritta e quindi vigente nel Catechismo della Chiesa Cattolica.  Vi si legge infatti:

“L’Eucarestia domenicale fonda e conferma tutto l’agire cristiano. Per questo i fedeli sono tenuti a partecipare all’Eucarestia nei giorni di precetto, a meno che non siano giustificati da un serio motivo (…)Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave:” (C.C.C.,2180)

Perché continuare a obbligare?  Io credo perché la norma  ha  un valore pedagogico, come S. Paolo afferma della legge. In poche parole, noi continueremmo ad andare a messa con convinzione, se una norma, nei momenti di  tiepidezza, non ci avesse  sostenuto  nel continuare a fare qualcosa che comunque arricchisce?

Nel catechismo  si riportano anche alcune espressive parole  di San Giovanni Crisostomo, che forse ci convinceranno  “ Tu non puoi pregare in casa come in chiesa, dove c’è il popolo di Dio raccolto, dove il grido è elevato a Dio con un cuore solo (…) Là c’è qualcosa di più. L’unisono degli spiriti, l’accordo delle anime, il legame della carità, le preghiere dei sacerdoti. “ (C.C.C., 2179).

Però tante persone, me compresa, hanno dovuto sospendere per un certo tempo la frequenza alla messa domenicale, per riscoprirne il valore.

E  alcuni diranno: “C’è messa e messa: alcune sono vuote e noiose rappresentazioni, io ho scelto di rifiutarle,  perché oltre ad annoiarmi, mi sentivo ipocrita, mi sembrava qualcosa di inutile essere lì e mi creava molto disagio. “

Spesso se queste persone, dopo un cammino di conversione,  ritornano, frequentano una chiesa diversa dalla precedente.

Andare a messa la domenica non è facile, né scontato per coloro che si dicono cristiani e cattolici. Siete d’accordo? Come possiamo aiutarli? Quali sono le vostre esperienze?

Chi insegna catechismo cosa fa  per invogliare i bambini e soprattutto i giovani? Ripete semplicemente che è un dovere, un precetto? O ricorre ad altre argomentazioni?

Penso che oggi  l’arma del precetto non abbia più forza; oggi si cercano esperienze autentiche e vere. Se qualcuno  in chiesa si annoia  e non assapora qualcosa di nutriente,  si sente legittimato a non andarvi più.

Le chiese vuote anche la domenica non sono una tragedia, sono solo la domanda di qualcosa di più convincente e vitale! Vivere la fede non è un semplice rito, non si è buoni cristiani solo perché si soddisfa il precetto  della messa domenicale, la liturgia  va rinnovata e soprattutto l’impegno nella vita di tutti i giorni è indispensabile! Come continua a ripetere, soprattutto nelle omelie a Santa Marta, Papa Francesco.

Comments

  1. Per come sono io il desiderio di un incontro con l’Altro “insieme e tramite altri” non mi torna proprio facile e neppure spontaneamente nasce in me quell’esultanza che è il preludio alla festa.
    Decido semplicemente di partecipare alla Messa e mi preparo con una bella meditazione che approfondisca il momento del “confiteor” e penso: gustare la bellezza della liturgia non è per me (non saprei neppure da che parte cominciare a “parlare” di liturgia) ma, sperimentare la dolcezza di decidere di attraversare i miei limiti e di sentirmi veramente perdonata e risanata, almeno un poco, per potermi accostare al mistero che si celebra, quello posso farlo.

    Il ritorno è differente, il mio cuore è più lieto e faccio festa anche sul sagrato nell’incontro con gli altri.

    In fondo è la pratica che giustifica la pratica stessa, donandomi, ogni volta e ancora, la conferma che “ne vale la pena”; e non son più troppo in balia dei limiti altrui anche se certo non è tutto uguale…

    Ciao

    Rosella

  2. Chiaradedo says:

    Vorrei riportare la bellissima testimonianza di Padre Giulio Albanese, gesuita ,giornalista,missionario impegnato in Africa da tanti anni .
    A proposito di celebrazione eucaristiche….
    Ho letto questo articolo dal suo facebook e mi sono commossa .
    Mi permetto di postarlo
    Una confessione sul Martirio
    Anni fa, grazie all’aiuto di un organismo umanitario internazionale, riuscii ad entrare in un Paese islamico in guerra, dove imperversava la sharìa, la legge islamica. Per garantire l’incolumità della piccola comunità cristiana ivi residente, in questo breve resoconto, ho ritenuto opportuno omettere i nomi delle località geografiche e quelli di persona. La città dove mi trovavo era la capitale e l’insicurezza regnava suprema. La gente era disperata e i cecchini erano ovunque, nascosti tra ruderi e macerie. Avevo ottenuto il visto d’ingresso come giornalista perché se avessi dichiarato d’essere un religioso cattolico, probabilmente ora non sarei qui a raccontare questa storia. Mi era stato riferito da un collega spagnolo che, nonostante la presenza dei miliziani jihadisti, vi era in città una piccola comunità di suore, appartenente ad una congregazione missionaria. Vivevano in una casetta prefabbricata, coperta dall’ombra di un paio di palme. Inizialmente, queste donne, tutte e tre italiane, pensarono che fossi un cronista in cerca di scoop e dunque si mostrarono molto diffidenti. D’altronde, quando avevo preannunciato telefonicamente la mia visita, per prudenza, non avevo rivelato la mia vera identità. Quando, però, riuscii a spiegare chi fossi, si commossero così tanto che mi chiesero, con le lacrime agli occhi, di celebrare la Santa Messa. Erano mesi che non potevano prendervi parte, tanto era il tempo trascorso dall’ultima Eucaristia. Chiesi d’essere accompagnato nella loro cappella. “La nostra è la cattedrale più piccola che lei abbia mai visitato” disse la superiora, una donna sulla cinquantina. Con un cenno fugace, mi invitò a seguirla, accompagnandomi nella sua camera da letto, una stanzetta angusta, illuminata da una finestrella che correva lungo il soffitto. Dentro l’armadio a muro, nascosto tra i vestiti, c’era un piccolo tabernacolo. Sollevò il comodino, quello che sarebbe stato l’altare e lo mise di fianco al letto. Mi fece accomodare su uno sgabello, mentre preparava tutto l’occorrente per la celebrazione. Le due consorelle si sedettero, poi, assieme a lei, con grande devozione, sul letto, chiedendo d’iniziare la liturgia. Ero emozionato, avevo davvero la percezione di trovarmi nei bassifondi della Storia, laddove c’è tanta umanità dolente, dimenticata da tutto e da tutti. Indossai solo una stola in quanto l’umidità era al 99% e la temperatura al limite della sopportazione. Non nascondo la mia inadeguatezza a spezzare il pane della Parola con quelle donne così coraggiose. Tra l’altro, una di loro, poco tempo dopo, sarebbe stata uccisa. Avevo letto sui libri di teologia cosa fosse la Martyria, ma quel giorno mi resi conto davvero di cosa significasse quella parola. Consacrai due chili e mezzo di ostie, contenute in un recipiente di latta. Mi spiegarono, successivamente, che le particole sarebbero state poste a parcelle dentro piccoli flaconi di medicine, ricoperte con l’ovatta e distribuite ai fedeli, attraverso i catechisti di quattro piccole comunità. Proprio tutto quello che restava, numericamente parlando, di una Chiesa, piccolo gregge. Sono qui a testimoniare non solo la loro grande fede, ma l’atteggiamento misericordioso di fronte ai loro persecutori. “Perché – mi disse la superiora – essere cristiani significa non essere mai contro qualcuno”. Compresi solo allora quanto verace fosse l’insegnamento di Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.” (Mt 5,11-12).
    Padre Giulio Albanese .

  3. Io ho sentimenti un po’ controversi rispetto al precetto domenicale. Per parlare con onestà, mi sento molto dipendente da fattori particolari, come chi celebra la messa, se ci sono canti e se mi piacciono, cosa viene detto durante l’omelia e in che modo. Inoltre, dopo tutti questi anni, mi innervosisce ancora accostarmi al sacramento della confessione, sono tormentato dall’idea di non farla bene ed incappare così nell’aver disatteso ulteriori prescrizioni.

    Capita così alle volte che esca dalla funzione veramente ritemprato e confortato, come capita che esca angosciato e un po’ triste. Sono triste quando il mio giudice interiore (che confondo con Dio) mi parla in modo arcigno e mi induce in atteggiamenti sottilmente disperanti, che penso sia tutto il contrario della vera fede.

    Tutto questo, se a volte mi dà sincero sconforto (“non cambierò mai? non gusterò mai la vera fede liberante?”), altre volte lo interpreto come segno di qualcosa su cui devo lavorare, su cui il cammino Darsi Pace può darmi, ritengo, una congrua spinta in avanti. Per me, per come sono, “darmi pace” vuol dire arrivare fino alla radice ancora misteriosa di questo senso di colpa “originario”, pesante come un blocco di ghiaccio, iniziare ad accoglierlo, intravedere (come a volte intravedo) una via di ammorbidimento, di scioglimento…

  4. … andando un poco fuori tema.
    Poco prima di Pasqua per la prima volta mi sono confessata con molta semplicità e lo devo al lavoro fatto in questi anni, seguendo il metodo proposto nei gruppi “dp”.

    Mi sono persino stupita di quanto fosse evidente ed elementare la novità.

    Siamo stati educati a confessare i peccati commessi, ovvero “le azioni sbagliate” che consapevolmente compiamo, e non ad offrire all’azione della grazia i moti distorti che agitano il nostro cuore impedendoci di amare.

    Queste emozioni sulle cui genesi non esercitiamo un controllo diretto talvolta ci fanno sentire persino fieri del fatto di non averle agite (giusto!), come se questo le dissolvesse.

    Ma non è così.

    Forse è ora di cambiare registro offrendo all’opera della grazia, anche nel confessionale, con semplicità e chiarezza ciò che si agita nella nostra anima così come emerge durante la meditazione.
    Io non ho trovato alcun ostacolo nel farlo neppure da parte del Sacerdote che non conoscevo.

  5. Liturgia, sacramenti, messa domenicale…per me non è ancora facile farli entrare ‘sensatamente’ nei miei ritmi di vita!
    E’ già stato per me un lavoro importante riuscire a ‘entrare’ (cioè a capirci qualcosa) nei misteri che si celebrano in occasione delle grandi festività cristiane (Natale, Pasqua…); tutto ciò che è più quotidianamente ‘ordinario’-preghiere, funzioni, rituali- non riesco a trovarli significativi per me (o perlomeno ancora non mi parlano!).
    C’è bisogno di aria nuova, di autentica primavera dello spirito…dentro ognuno di noi (v. ultimo ‘post’ di Marco Guzzi su FB) ! cerchiamo di non disperare…mcarla

  6. Annapaola Boy says:

    Devo dire che una delle motivazioni per cui ho iniziato a frequentare DP è stato anche il mio malessere di prendere parte alla messa domenicale. Se ci andavo stavo male perché mi sembrava tutto imposto e in qualche maniera falso e superficiale se non ci andavo mi sentivo in colpa. Ho deciso quindi di sospendere momentaneamente per approfondire il mio problema. Mi capita però, ogni tanto, di partecipare a delle messe davvero speciali dove ci si sente un cuore solo e un’anima sola. Ieri un nostro amico sacerdote ha celebrato la messa a casa di Franca la figlia di mia sorella che da anni è a letto con la sla. Eravamo tutti nella sua stanza intorno al suo letto Franca era raggiante ma può dirlo solo con gli occhi perché non può parlare ne muoversi. C’era il marito i suoi ragazzi , la mamma le sorelle con i loro figli e i due nipoti lontani in collegamento telematico. Abbiamo ricordato il padre di Franca morto da 20 anni ma presente in maniera quasi tangibile, abbiamo pregato e riflettuto insieme, abbiamo fatto la comunione e nessuno aveva voglia di andarsene. Sono tornata a casa piena di gioia.

  7. Il tuo articolo mi ha fatto ricordare questo fatto.
    In una domenica estiva degli anni 80, davanti alla chiesa, un ragazzo con aria colpevole, diceva al prete dell’oratorio “Durante le vacanze ho perso Messa” e il sacerdote gli rispondeva “Non sai cosa ti sei perso!”
    Vi sembrerà strano, ma quelle semplici parole mi hanno fatto capire per la prima volta che la Chiesa non è solo doveri e sensi di colpa, ma anche dispensatrice di gioia e di pace.
    Un caro saluto

  8. Cara Maria Pia,
    io a Messa a volte ci vado e a volte no. A volte esco allegra e ” carica” altre volte delusa.
    A volte nella mia Parrocchia “Moderna” mi ricarico, a volte vedendo il Sacerdote nel Complesso della “Chiesa” mi scarico, a volte fuori della mia Parrocchia trovo delle messe che mi stupiscono in positivo ed altre in negativo, proprio a Pasqua ho incontrato un Sacerdote al quale ho confessato di sentire ” che forse sto perdendo la Fede, la certezza di Altro dopo questa vita.” Sai come mi ha risposto? raccontandomi un fatto sulla vita sessuale di una novantenne!
    Bè dopo questo non è c he non sono più andata a Messa, anzi ho ritenuto quel prete un “poveraccio” che sta peggio di me con il rapporto con Dio… Io penso però che la Messa il Sacerdote la celebra ed è la nostra partecipazione profonda, il nostro stare insieme dentro e poi fuori la Chiesa a fare la differenza! Per questo penso che non dovrebbe essere obbligatoria, se io vado a Messa e poi non mi comporto da cristiano a che serve?
    Comunque la Messa più bella alla quale ho partecipato è stata sulle Dolomiti! Non in Chiesa ma su un bellissimo prato di montagna, l’altare era un passeggino apparecchiato e noi famiglie presenti ci siamo divise i panini come Ostia insieme al Sacerdote che ci ha accompagnato. Un caro saluto Luciana.

  9. Leggendo questi commenti mi è venuto da riflettere sul fatto che le messe vissute in situazioni “estreme” sono quelle che lasciano un segno. Del resto, Gesù ha fatto un’unica “messa”, nel punto estremo della sua vita.
    Mi pare invece che noi, in casa cattolica, abbiamo l’ossessione della messa, come precetto e come moltiplicazione dell’identico. Il rischio perciò è che si dispensino ritualità simili più a procedure che ad annuncio del Dio con noi.
    Gesù inizia la sua predicazione con un annuncio che colpisce, affascina. Non fa discorsi teorici, dice semplicemente “Venite e vedrete”. C’è qualcosa che colpisce i sensi, che tocca la carne, che prende il cuore.
    La liturgia dovrebbe riportarci a questa esperienza fondamentale di un annuncio che piglia, di parole che toccano corde profonde (non mi riferisco ovviamente all’emotività ballerina del momento fuggente).
    Perciò mi pare che le condizioni in cui le nostre messe accadono siano determinanti. È importante il sacerdote, come agisce, cosa dice, come lo dice, la cura dei canti e delle letture. Se non c’è questo non c’è messa, cioè non c’è il ricordo accorato di quell’Amore dato fino alla morte, e si sente!
    Perciò, tra le tante cose, urge anche una profonda riforma liturgica per recuperare il senso della condivisione di quel gesto di ringraziamento e di gioia per essere amati da un Amore così grande.
    Personalmente non trovo questa dimensione nelle messe per come sono strutturate attualmente. Anch’io ho le mie esperienze di messe “estreme” e lì il coinvolgimento del cuore è a un altro livello, quello a cui dovrebbe essere sempre, invece rischiamo di accontentarci di volare basso.
    iside<

  10. Intanto, vorrei significare la mia gratitudine per questa bella discussione su una cosa che in tanti altri ambiti, anche spirituali, si dà allegramente (o meno) per scontata, bypassando una serie anche di riflessioni ed anche di disagi che qui grazie al cielo possono venire in luce; che è la prima cosa perché possano essere curati, a mio avviso.

    In questo senso mi pare che i vari commenti non sono certo di minor interesse del post, e ritengo che questo anzi sia un argomento che qui in DP può utilmente essere tenuto vivo.

    Nel merito del commento di Iside, mi colpisce quando dice “urge anche una profonda riforma liturgica per recuperare il senso della condivisione di quel gesto di ringraziamento e di gioia per essere amati da un Amore così grande.” Non so dire se sia esattamente così, se è questo ciò di cui si ha bisogno.

    Mi spiego con esempi autobiografici, per non essere astratto. Io “sento” la messa se e quando è parte di una storia, della storia che il Mistero intreccia con me. Così la sento se è una messa del movimento cui appartengo, o anche, la sento se il sacerdote che officia comunque mi “cattura”, in qualche modo ne avverto il carisma. Se sento che “vive” di quello che fa. Se ha incontrato Qualcuno lui, prima di tutto. Ci sono certi sacerdoti, che anche la prima volta che li incontri, mi fanno sentire la proposta di Dio, e la sua Misericordia, come affascinanti e intriganti per la mia vita. Mi fanno sentire felice dentro. Ricordo certe messe in cui sono uscito proprio contento, e magari conoscevo il sacerdote solo di vista (o nemmeno).

    Purtoppo, ci sono altri sacerdoti e altre celebrazioni dove avverto uno scollamento drammatico tra me e ciò che viene celebrato, avverto allora una dolorosa aridità e una pena nel cuore, insieme al dolore per non riuscire a partecipare col cuore a qualcosa che la mente – comunque – mi segnala come molto importante.

    Ammetto che, come accennavo nel mio precedente commento, questa mia “dipendenza” da fattori contingenti a volte (giusto o sbagliato che sia) un po’ mi dà scandalo.

    E’ la Chiesa che deve cambiare, o devo cambiare io?

    Sono qui in questo cammino per capire anche questo. Ed è molto bello che se ne stia parlando.

  11. Francesca says:

    Appunto la Chiesa non è solo doveri e sensi di colpa come ci hanno insegnato da bambini……
    Mi ricordo in casa mia, religione = sacrificio……
    Dio è gioia!!! Sembrava che essere felici fosse un peccato!
    Ho passato anni di ribellione, non potevo neanche entrare in una chiesa.
    Poi piano piano col lavoro interiore ho superato quello che mi era stato insegnato, anche se ancora ho alcune difficoltà…..
    Leggete “Il segreto della gioia” di Padre Andrea Gasparino che si è occupato di giovani per quarant’anni. (ed.Paoline)
    Un abbraccio a tutti voi
    Francesca
    Prima pensavo che tutti i sacerdoti e suore fossero come quelli che avevo conosciuto nella mia infanzia e adolescenza,
    non è così, lo spirito della Chiesa sta cambiando e velocemente…….

  12. Credo che al di la di ogni mia valutazione o vissuto, il momento più vitale sia semplicemente quello in cui, nell’aridità o nella consolazione, percepisco nel cuore la Sua Presenza. Non sono nella verità se penso e credo “non è facile”, è vero se credo e penso “il complicato sono io, Lui è qui”.

  13. ….ma certo è più giusto “sono qui, io, davanti a Lui”.

  14. Francesco says:

    Grazie a Maria Pia e a tutti gli intervenuti e un caro saluto. Il tema sollevato suscita particolarmente il mio interesse. Fino all’ anno scorso in cui esercitavo il mio ministero di prete in Italia, la crisi della partecipazione alla Messa mi toccava profondamente. Personalmente credo che la Messa sia uno dei luoghi chiave, se non forse il luogo chiave del cristianesimo del futuro. Se non altro, perché fin dalla nascita del cristianesimo lo spezzare insieme il pane la domenica, è stato considerato il luogo della memoria viva della Risurrezione di Gesù. Quindi detta in modo semplice , senza la Messa non possiamo considerarci cristiani. E quindi se la Messa è in crisi lo è pure il cristianesimo a cui è geneticamente legata. Ma di chi è la crisi di cui parliamo? Del prete che celebra, di chi partecipa ( o, purtroppo, assiste)? Della Messa in sè come rito…? Personalmente ritengo che la Messa vada riscoperta come luogo della grazia, luogo in cui cosi come sono e così come siamo in comunità, non ancora perfetti, feriti e inconsapevoli, veniamo accolti e avvolti dallo Spirito che ci immerge nella vita di Dio… Non vado a Messa solo perché ne sento il bisogno o perché c ‘è quel prete che mi piace o quella comunità simpatica. Può essere importante questo ma ciò che più conta a mio avviso è la consapevolezza che durante la Messa si riversa su di me una pioggia benefica e risanante di parole e gesti che sono tutte insieme l’abbraccio,la consolazione,l’ amore di Dio su di me e sul ‘noi’ comunità che celebriamo. Tutto ciò richiede per me, umiltà , conoscenza del linguaggio liturgico, desiderio di Dio, cammino personale, vissuto autentico di comunità, per giungere però a quel semplice ‘ eccomi’ di Maria. Sono, siamo presenti a Te, come scriveva Rosella. Non mi aspetto nulla, nemmeno di essere migliore dopo. Vivo l’ incontro con lo Spirito di Gesù che mi immerge nell’ amore personale di Gesù per me. Lascio che faccia Lui è gli do tempo…grazie e ancora un caro saluto

  15. Ringrazio tutti coloro che hanno commentato il mio post, soprattutto raccontando le loro esperienze in merito all’argomento. Bella, in particolare, la testimonianza , riportata da Chiaredo, della messa di Padre Albanese, celebrata in una difficile situazione e in una “ cappella” veramente insolita.
    Certo, come dice Iside, tutti hanno partecipato a messe in “situazioni estreme” che hanno lasciato in loro una traccia profonda, ma la maggior parte di noi lamenta anche condizioni di aridità, di noia, di delusione.
    Forse proprio per questo, come sottolinea Anna Paola, seguiamo DP per accettare gli alti e bassi della nostra vita spirituale, che dipendono, come stiamo imparando, dalle oscillazioni del nostro ego, e abbiamo l’aspirazione di imparare a essere più centrati in noi stessi, scendere nel profondo, dove la relazione con Dio e con gli altri si fa più stabile e prima o poi appagante e significativa.
    Il commento di Francesco sintetizza chiaramente tutto questo: per la fede la messa, comunque essa sia, è il luogo della Grazia!
    Ciò non toglie che tutti , laici e sacerdoti, dobbiamo sentirci impegnati in modo creativo, per la rivitalizzazione di una liturgia che è essenziale per la nostra fede. Marco si chiede: è la chiesa che deve cambiare o io? Ma ognuno di noi, in quanto battezzato fa parte della Chiesa, se non cambio anch’io, anche la più bella messa domenicale, prima o poi mi lascerà indifferente e mi sembrerà insulsa.
    Così, io penso, muterà anche il modo in cui vivremo altri momenti liturgici, prima fra tutti la Confessione sacramentale, come ci ha suggerito Rosella.
    Proviamoci a immaginare come sarà una celebrazione eucaristica tra un centinaio di anni: io ipotizzo atteggiamenti, parole, sguardi, gesti, comportamenti molto diversi da oggi, pur restando immutata la sostanza dell’essere mensa della Parola e del Pane. E io che posto avrò? Quale traccia di cambiamento potrò riconoscere anche come mia?
    Con il piacere di salutarvi e sentirvi vicini tutti, Mariapia

  16. Ogni tanto vi leggo… Il tema mi intriga più di molti altri, pertanto oso condividere…

    L’Eucarestia, per come la “vedo”, è l’esito di una sorta di genialità antropologica.

    Prendere un gesto quotidiano, intensificarne i sensi, tenderlo, estenderlo, farne esplodere la densità di significati è stato possibile al profeta di Nazareth perché così ha fatto del proprio vivere e morire.
    E in quel gesto quotidiano – prendere, spezzare, dire bene di Dio, condividere… mangiare…. bere – si restituisce al mondo, agli altri….

    Ri-prendendo quell’insieme di gesti veniamo a sapere di noi, della fede, della destinazione della terra e dei suoi beni.
    Veniamo a sapere di noi: non siamo davvero uomini e donne se non nella condivisione.
    Veniamo a sapere della fede: Dio ha fiducia delle nostre possibilità di dono.
    Veniamo a sapere che del mondo e dei suoi beni non siamo proprietari.

    Quel Rabbi ci dà appuntamento ad un pasto ed in noi fa breccia il Suo modo di “vedere” Dio, il mondo, gli altri….

    So bene che la dottrina ufficiale e la liturgia dicono molto altro e di più attorno alla messa….ma a me basta ed avanza questo!

    Grazie, eva

  17. Ogni tanto vi leggo… Il tema mi intriga più di molti altri, pertanto oso condividere…

    L’Eucarestia, per come la “vedo”, è l’esito di una sorta di genialità antropologica.

    Prendere un gesto quotidiano, intensificarne i sensi, tenderlo, estenderlo, farne esplodere la densità di significati è stato possibile al profeta di Nazareth perché così ha fatto del proprio vivere e morire.
    E in quel gesto quotidiano – prendere, spezzare, dire bene di Dio, condividere… mangiare…. bere – si restituisce al mondo, agli altri….

    Ri-prendendo quell’insieme di gesti veniamo a sapere di noi, della fede, della destinazione della terra e dei suoi beni.
    Veniamo a sapere di noi: non siamo davvero uomini e donne se non nella condivisione.
    Veniamo a sapere della fede: Dio ha fiducia delle nostre possibilità di dono.
    Veniamo a sapere che del mondo e dei suoi beni non siamo proprietari.

    Quel Rabbi ci dà appuntamento ad un pasto ed in noi fa breccia il Suo modo di “vedere” Dio, il mondo, gli altri….

    So bene che la dottrina ufficiale e la liturgia dicono molto altro e di più attorno alla messa….ma a me basta ed avanza questo!

    Grazie, eva

    P.S Un caro saluto a Mariapia.

  18. Scusate, non mi ero accorta di aver cliccato la prima volta.

  19. Mariapia says:

    Grazie, Eva, di aver “ osato” condividere con una riflessione veramente preziosa, sottolineando il valore antropologico della mensa eucaristica. Lì Gesù si fa dono e noi impariamo a vivere pienamente la nostra umanità: a ricevere il dono, a condividerlo, a non considerarci padroni dei beni del mondo, e tutto questo con la semplicità e la bellezza dei gesti quotidiani.
    Non una ritualità lontana e pomposa dunque , ma vicina ai nostri bisogni e alle nostre più vere possibilità .
    Auguri! Mariapia

  20. Marisa Cirenza says:

    Dopo quasi trentacinque anni di collaborazione intensa alla vita di una comunità parrocchiale, con catechesi per bambini prima ed adulti poi, dopo qualche incomprensione e offesa ricevuta dal parroco, ho una raggelante impressione che tutto sia stato falso, che tutto, compresa la celebrazione eucaristica, sia una rappresentazione teatrale a cui non mi va più di partecipare. Ma poi mi dico:” Signore , da chi andrò? Tu solo hai parole di vita eterna.” Vorrei continuare ad essere vicina a Lui, ma in modo più sentito e vero. Saprò farlo senza la mia comunità o devo lavorare su me stessa per perdonare e ritrovare l’antico fervore che mi ha dato nelle difficoltà della mia vita, e sono state tante, forza e gioia? Devo cambiare comunità?

  21. anonimys says:

    Io penso che più che di parole abbiamo bisogno di comportamenti migliori, certo alla teoria segue la pratica, o almeno dovrebbe essere così, pertanto io penso che tutti questi discorsi molto teorici del DP hanno una validità molto limitata. Bisogna comportarsi meglio e con più sincerità d’animo in ogni momento della nostra giornata, ……

  22. Mariapia says:

    Cara Marisa, è bella la decisione di mettere al centro della nostra vita Gesù, di non allontanarsi da Lui! Sta al nostro discernimento la scelta dei modi migliori per farlo!
    Caro Anonimo, siamo esseri pensanti! Le nostre azioni sono frutto anche del nostro modo di pensare! Mariapia

  23. Marisa Cirenza says:

    FESTA
    Uno spiazzo profumato/ di antico/ di buono/ verde / sul far di una sera d’estate./ Trilli di uccelli/ teste di bambini,/ tepore di mani d’amici/ strette in un sorriso./ E su una tavola bianca/fiorita di rosso/ Tu, Signore:/ Tu Signore/ ancora spezzato. // Riverberi di sole/ sui volti,/ echi di pace nei cuori. “26 – 6- 1984.
    Che nostalgia! Perché non mi è più possibile?

  24. cara Marisa
    anch’io vivo uno stato interiore simile al tuo e penso che nella vita ci sia “tempo per ogni cosa” poichè il fine nella vita è acquisire la sapienza.

    Sapienza come sapore, come conoscenza della vita che vive.

    Conosco e penso di comprendere il tuo dolore a me aiuta molto lo spegnimento che apprendiamo nel corso dp e che consente di attraversare questa ferita dolorosa dell’incomprensione e del rifiuto conoscendo meglio me stessa.
    Come funziono io, ma, soprattutto “gustando” qualcosa di nuovo, che, se vuoi non è più paragonabile all’esaltante gioia dell’innamoramento (che concepisce parole e versi novi), ma più simile all’accoglienza di un amore “doloroso”, pieno di senso, di pace e in fondo lo puoi anche chiamare gioia: una gioia tranquilla.
    Accogliere questo amore che mi è donato personalmente per poter apprendere faticosamente a metterlo in circolo.
    E’ più simile all’amore di una madre per i figli che crescendo se ne vanno, che non alla gioia del concepimento.
    Un luogo nel quale il dolore ti compie il cuore “d’amore”, e tu puoi dire che il dolore umano non ha nulla a che fare con l’angoscia, la paura, la disperazione, il rimpianto o altro.

    Ti abbraccio

    Rosella

  25. Mia cara a me capita spesso distrarmi durante la messa.
    Mi chiedo cosa sto facendo ? Sarà meglio che vado via? Dio non ha bisogno della presenza , co la mente e il cuore altrove.
    Resisto ma non mi sento in pace con me stessa.

  26. Mariapia says:

    Cara Antonia! Anche a me capita di distrarmi e credo a molti, forse a tutti. Ma Dio ci prende come siamo! Lui non si distrae mai dal Suo amore! Mariapia

  27. anonimys says:

    Cara Maria Pia

    l’importante è non perdersi troppo nei pensieri, perchè finchè tu pensi c’è qualcun altro che si accolla il fardello del fare….

    Anonymus

  28. Antonella says:

    io non voglio che ha casa mia non succede nessun terremoto e che Mamma,Papa’ ,Mia sorella,Mio fratello e il mio coniglio e pure io non muoriremo mai

  29. Ti voglio bene Gesu’

  30. Vorrei che alla scuola elementare si insegnasse di nuovo la grammatica

  31. Mariapia says:

    Cara Antonella e caro Anonimo!
    non vi conosco e comunque vi auguro ogni bene Mariapia

  32. NON SIA CORRETTO SOSPENDERE LA PARTECIPAZIONE PER RISCOPRIRNE ILVALORE, poi di questo è meglio parlare con un sacerdote…. Comunque leggete qua: http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=331

  33. Ludovico says:

    *TEMO

  34. Mariapia says:

    Grazie per l’articolo segnalato. L’ho letto con interesse! Mariapia

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