Fame di…..

pasta

Vorrei provare a scrivere qualcosa sul cibo e sulla cucina e sul disagio che provo quando vedo in tv programmi che parlano in modo ossessivo di ricette e di piatti sempre nuovi, improbabili, sorprendenti.

Mi piace mangiare cose buone, meglio se sane, ma ho un passato da bambina golosissima e oggi diffido di tutti gli eccessi, quantitativi e qualitativi, che riguardano il cibo.

Il rapporto con ciò che mangiamo è pieno di implicazioni simboliche e psicologiche, a livello individuale e collettivo.

Mentre il primo aspetto, quello individuale, è specifico per ognuno di noi, quello collettivo, osservato attraverso la divulgazione televisiva, mi sembra abbia assunto dei tratti comuni nella nostra società iper alimentata, tratti non proprio rassicuranti.

È ovvio che mangiare è molto più che nutrirsi. Noi esseri umani abbiamo inventato la cucina come attività esclusivamente umana di trasformazione di ciò che la natura ci offre, mettendoci dentro molto più che le nostre abilità pratiche. Il cibo per noi, infatti, non è solo una necessità biologica ma anche relazione, cura, piacere e gusto per la vita. Quindi cultura, nel senso più ampio del termine.

Anche la nostra spiritualità cristiana ha molto a che fare con il cibo. Penso al Gesù storico dei Vangeli, e osservo che andava alle feste di nozze, trasformava l’acqua in vino, moltiplicava i pani, si sedeva a tavola con i pubblicani, andava volentieri a cena dai suoi amici Lazzaro e sorelle. Fino a cenare per l’ultima volta con i suoi discepoli e farlo con una tale intensità da desiderare di essere lui stesso pane di Vita per loro, e anche per noi.

Cosa c’è allora che non mi torna con tutta questa ossessione mediatica per il cibo e per la cucina?

Leggendo un articolo del giornalista inglese Steven Poole ho trovato una risposta plausibile, anche se molto provocatoria: il mangiar bene è diventato la nostra nuova religione laica, con i suoi fanatici e i suoi guru. L’esperienza del cibo si è spostata verso ambiti che con il nutrimento e la relazione hanno poco a che fare, diventando arte, moda, stile di vita. Forse anche un nuovo tipo di droga da inserire nel pantheon dei piaceri oggi leciti. Nella cultura in cui viviamo, infatti, il cibo è l’unica sostanza ingeribile che possiamo concederci in modo ossessivo senza incontrare la disapprovazione della società. Una specie di rispettabilissimo sballo casalingo, ma per saziare quale fame, quale desiderio?

Il giornalista inglese indica la direzione in cui cercare analizzando le vendite di libri nel suo paese, il Regno Unito. Tutte le vendite sono in costante calo ad eccezione di due categorie, dove non c’è segno di crisi: cucina e spiritualità. Come se dietro questo moderno culto gastronomico ci fosse il desiderio di riempire con il cibo anche un vuoto di altra natura, un’altra fame, quasi sempre inespressa.

Ecco, forse la sensazione che ho davanti a tutto quel continuo sfornare di piatti è proprio questa: una fame nutrita con alimenti sbagliati.

Anche con gli occhi della bambina ingorda che ero, vedo la compensazione, la sostituzione che il cibo a volte rappresenta e vedo quanto i media siano complici, in questo gioco di specchi, nella facile illusione di barattare la nostra alienazione per un piatto di spaghetti.

Tra le tante ricette che la tv sforna ogni giorno, in tutte quelle ore di programmazione, io vorrei sentirne anche altre: come imparare a riconoscere di cosa abbiamo fame, come dosare gli ingredienti giusti per nutrire quelle parti di noi che cercano un cibo che non si mangia.

Commenti

  1. Aurelio Diano dice:

    Grazie, Antonietta!
    Leggo questo tuo articolo, poco dopo aver letto il brano del Vangelo che, oggi, in tutte le chiese cattoliche di rito romano, viene proclamato … “cercate un cibo che non perisce ma che dura per la vita eterna” …
    Il “caso” non esiste nel mio vocabolario … leggere e meditare, dunque, le tue parole, è un’ulteriore, necessaria, istanza che riempirà questa mia giornata.
    Un abbraccio,
    Aurelio

  2. Quante coincidenze…!
    E niente arriva per caso! Mentre, nauseata dall’immorale eccesso dell’offerta ( spesso senza selezione quali/quantitativa), rivedevo io stessa i canoni e il senso del cibo, padre Antonio Gentili scrive : ” 8 DIGIUNI per vivere meglio… e salvare il pianeta”!
    Dalla generale bulimia, sta cominciando forse a nascere una naturale riequilibrante risposta alle giuste richieste del corpo e una sana consapevolezza verso i veri motivi della nostra superalimentazione? ( La separazione dall’anima, appunto)
    Non posso tacere il mio disdegno per le persone, sazie di tutto, che continuano a presentare, senza alcuna ribellione/filtro, anzi con compiacimento, tutte le trasmissioni “di cucina”!
    Grazie Antonietta dei tuoi quanto mai opportuni pensieri! Maria Rosaria

  3. Walter Mutton dice:

    Ciao Antonietta,
    anch’io voglio manifestare il mio apprezzamento. Hai espresso chiaramente delle sensazioni-pensieri, riguardo al tema della moda dei programmi televisivi sul cibo, che da diverso tempo provo anch’io.
    E’ fortissimo il collegamento con la frase evangelica della lettura di oggi che Aurelio ha citato e non ha bisogno di particolari commenti.
    Un caro saluto a tutti
    Walter

  4. “Tra le tante ricette che la tv sforna ogni giorno, in tutte quelle ore di programmazione, io vorrei sentirne anche altre: come imparare a riconoscere di cosa abbiamo fame, come dosare gli ingredienti giusti per nutrire quelle parti di noi che cercano un cibo che non si mangia.”

    Hai ragione. Temo che la vera “eresia” moderna, la vera insurrezione, è ammettere la fame di qualcosa che è fuori dalla logica del mercato, qualcosa che non si vende e non si compra. Ammettere la fame di senso, di significato… questa fame che è essa stessa una indicazione potente che un significato esiste: perché ci è così corrispondente.

    Come il cibo esiste, perché c’è la fame.
    Come la donna (o l’uomo) esiste, perché c’è il desiderio sessuale.
    Così un senso, mi dico, esiste. Perché lo desidero con tutto me stesso.

    Grazie! un caro saluto,

  5. Riprendendo la considerazione della culinaria come nuova religione, mi pare che anche questa soffra dello stesso problema di religione rappresentata e non sperimentata di cui soffrono le religioni canoniche. Infatti, di fronte a tanta messinscena di ricette elaborate ci sono tanti spettatori, ma pochi sono coloro che cucinano con cura, che cioè mettono le mani negli ingredienti. L’industria colma il vuoto “spirituale” e produce piatti pronti di ogni tipo, da infilare nel microonde, pronti in 5 minuti. Acchiappati dagli additivi (corsi e conseguente business di ogni genere) più che dagli ingredienti reali – che rappresentano la minoranza del prodotto finito – siamo schiavi di sale e zucchero che fanno man bassa delle nostre papille gustative e non sappiamo più neanche riconoscere i gusti dei cibi di base (il senso delle Scritture, la relazione “graziosa” con lo Spirito in noi).
    La ritualità della nuova religione è genuflettersi davanti agli scaffali dei supermercati e poi infilare nel microonde.
    Solo le ricette veloci possono avere qualche possibilità di essere replicate: una messa veloce, due preghiere senza impegno e la coscienza è a posto.
    La relazione con il cibo, come con il religioso, diventa allora spesso patologica. Dal rifiuto anoressico di chi rinuncia nichilisticamente ad ogni relazione con il divino all’ingolfamento bulimico di chi si iscrive ad ogni iniziativa vagamente spiritualeggiante. Dall’ortoressia di chi è alla maniacale ricerca del monastero ancora più spirituale e angelico alla frigidità di chi butta giù ogni cosa senza assaporare nulla, basta che sia minimamente commestibile, preso nell’attivismo spasmodico parrocchiale.
    Allora, forse come per la fede, non ci resta che ripartire dal fondamento, dagli ingredienti nudi, senza condimenti, metterli in bocca con delicatezza, masticarli con cura, assaporarne il gusto e lasciare che il nutrimento si sprigioni da quelle molecole che ci andranno a costituire nelle fibre più remote.
    iside

  6. Molto interessante quello che è stato scritto, mi ero chiesto anch’io molte volte il perché di tante trasmissioni di cucina, senza riuscire a comprenderlo bene.
    La spiegazione deve essere proprio quella: una soluzione surrogata.
    Un cercare di placare l’ansia sempre maggiore delle persone col cibo, un cercare di placare la fame di senso con una pietanza ostentatamente cucinata.
    Poi, col tempo, siccome si diventa quello che si vede e quello che si ascolta, l’uomo viene persuaso a diventare sempre più terreno, fino a fargli a dimenticare che “Non di solo pane vive l’uomo”
    Grazie e un caro saluto.

  7. la domanda – ” come imparare a riconoscere di cosa abbiamo fame…”

    per riconoscere qualcosa bisogna prima conoscerla?

    E’ strano come l’assenza di qualcosa sia l’occasione buona per definirla: a cinque mesi il mio nipotino strilla come un pazzo dalla fame e pretende il seno e ancora non sa mettere in relazione concetti come: fame, latte seno e madre.

    ” l’io sono ‘autocoscienza dell’universo” Quel principio di unificazione nel tutto della consapevolezza di esistere: e sono solo un uomo.

    Questo è il momento meraviglioso: l’unificazione nel tutto.

    Il luogo all’interno del quale Gesù può asseriure, allo spezzare del pane: questo è il mio corpo offerto per voi… e percepisco la vertigine nella quale precipitiamo.

    contributo
    IL PANE NEL DESERTO ( piccola meditazione tratta da Zenit)
    “l richiamo della manna offre nuovamente a Gesù la possibilità di farsi esegeta dell’Antico Testamento interpretando l’episodio dell’Esodo.
    Siamo chiamati a seguire il parallelismo Manna-Eucaristia.
    È innanzitutto il pane insperato in terra straniera
    CIÒ CHE DIO FA FIORIRE NEL DESERTO DELLA SOLITUDINE E DELL’ABBANDONO DI OGNI SICUREZZA UMANA.
    È il pane dell’esilio che è mandato come segno di consolazione per non perdere la nostalgia della patria da conquistare:
    l’ingresso nella terra promessa coinciderà con la scomparsa della manna (.)
    È il pane del cammino, che dà forza a un popolo spesso stanco e demotivato, tentato di ammutinarsi tornando in Egitto.
    È il pane che viene dal cielo, che piove come rugiada dall’alto rendendo possibile la vita anche nel deserto della vita.
    È il pane quotidiano, che bisogna raccogliere in porzioni da un giorno;
    CIÒ CHE, PER INGORDIGIA, SI RACCOGLIE IN PIÙ, FINISCE COL MARCIRE. …”

    tutto questo per imparare a dosare gli ingredienti giusti per nutrire quelle parti di noi COMUNIONE che cercano un cibo che non si mangia.”

  8. Mariapia dice:

    Finalmente qualcuno che critica il numero eccessivo di rubriche televisive di gastronomia e l’eccesso di pubblicazioni nello stesso ambito.
    A me non piace cucinare e so che è un aspetto carente della mia personalità, di cui un poco mi vergogno, perché preparare un pranzetto in famiglia o con gli amici è sostanzialmente un atto d’amore. Non ho mai seguito trasmissioni culinarie , ma non osavo pronunciarmi , perché sono la persona meno adatta per farlo.
    Però il parlare tanto, troppo, di ricette sempre più ricercate e raffinate mi sembra la spia di un malessere diffuso, si parla di quello per non affrontare altri argomenti, per eludere i seri problemi della famiglia , della società e della crisi culturale che stiamo vivendo.
    Il mangiare semplice e in giusta misura è grande saggezza ,la fame spasmodica di ricercatezze indica smoderatezza, è fame di affetti, di soddisfacenti relazioni , di progetti e desideri autentici!

  9. Gustosi stimoli sia dal post che dai commenti. Gustosi e da assimilare. Grazie.
    Tempo,spazi e modi del mangiare cambiano nelle latitudini del pianeta e nel percorso storico-culturale dei popoli, dei gruppi umani…

    In ogni modo il mangiare – ed il cibo di riferimento – costituiscono un gesto epifanico: dicono della nostra storia affettiva, del tipo di relazioni che intratteniamo col mondo, di quali viaggi abbiamo intrapreso col dentro di noi, di cosa si nutrono i nostri occhi o di cosa ha a cuore il nostro cuore…
    Che tavolo apparecchio e chi invito, dove e presso chi vado a mangiare, se gli aromi dell’infanzia mi raggiungono ancora, se agli amici amo mangiare accanto quanto discorrere e camminare con loro… se sfioro il pane sapendo che non è mio ma nostro, se il masticare evoca altre “manducazioni”…. dicono di me molto di più di ciò che sta scritto sulla carta d’identità.

    Ebbene se attorno al cibo e al mangiare si costruiscono trasmissioni e incalcolabili operazioni economiche, se se ne parla fino alla nausea, se lo si ostenta ed esibisce è come se ci fosse il calcolato disegno di offrire le brioches proprio mentre sta venendo meno il pane.

    Intendo l’impoverimento sociale e di umanità mascherato: se mangi cibo spazzatura perché non arrivi alla fine del mese, hai sempre mamma TV che ti consola e ti consiglia; se non sai più trovare il tempo della semplice convivialità, ti tiene compagnia l’attore o il cantante che mangia un piatto preparato da un altro attore o cantante….

  10. Anonimo dice:

    D’ accordissimo con voi tutti!
    A dieta, dunque…mcarla

  11. Antonietta dice:

    Grazie per i vostri commenti, che aggiungono elementi interessanti su cui riflettere.
    Io credo che la cucina, come tante altre attività umane, sia una meraviglia, ma purtroppo noi a volte riusciamo a deformare anche le cose più belle.
    La vita ci offre infinite ricchezze, ma nessuna di queste ricchezze sembra reggersi in se stessa: è come se avesse sempre bisogno di altro, di essere in una relazione armoniosa con la vita, credo.
    Al di fuori di questa relazione anche il cibo e la cucina, secondo me, perdono un po’ del loro sapore.
    Ciao
    Antonietta

  12. maria cristina dice:

    grazie per l’articolo, chiaro, concreto ed intelligente. Condivido pienamente quello che dici, anche sull’assenza di trasmissioni che aiutino a cercare e trovare il cibo vero, l’esagerazione su tutti i canali e tutte le ore di trasmissioni culinarie. In aggiunta sono disgustose le pubblicità dei cibi per animali quando tante persone muoiono di fame e di stenti, nei paesi in guerra, nei campi profughi ma anche non lontano da noi…
    Come si può fare per modificare questa Tv che spesso è una scuola d’idiozia?
    Sono felice di aver incontrato Marco Guzzi e i corsi Darsi pace, ma anche lui su internet, e voi, perchè siete una fonte di intelligenza e verità, anche perchè non perdete il contatto con la Fonte vera. Mi sento incoraggiata e non sola nella costruzione, iniziando da me, di una nuova umanità.
    Buon lavoro a tutti, il Signore risorto ci ha regalato la vittoria sicura, basta aspettare qualche secolo o millennio di lavoro, direbbe Marco, vista la lentezza di noi umani nel progredire, la velocità nello scivolare in basso..!
    Buon appetito col cibo vero!
    M.Cristina

  13. Carissimi,
    purtroppo nessuno fa alcun cenno a quello che mettiamo davanti al nostro piatto che nella stra maggioranza dei casi è costituito da corpi massacrati di esseri senzienti che come noi condividono alcuni bisogni essenziali (che sono riconosciuti in tutte le costituzioni che hanno a che fare con un paese civile) che ricordo sono: il diritto alla vita, alla libertà e all’incolumità fisica. Non ho mai capito come mai non riconosciamo questi bisogni essenziali a chi ha la capacità di rivendicarli per se stessi ovvero gli animali non umani. Ricordo inoltre che la storia della violenza dell’uomo sull’uomo si è sempre basata sul principio (falso) che la diversità è motivo di discriminazione e gerarchia. Ad esempio la pelle bianca vale più di quella nera; l’uomo vale più della donna, oppure un adulto vale più di un bambino. Invece di esaltare e utilizzare le diversità come ricchezza di vita, nella storia dell’umanità queste diversità sono state sempre usate come motivo di dominio, violenza e prevaricazione. Venendo a noi quella che oggi consideriamo la diversità più grossa, quella di specie, viene utilizzata per istituzionalizzare uno dei più grandi massacri senza fine della nostra società ovvero circa 54 Miliardi di animali uccisi per l’alimentazione umana (escludendo da questi numeri: pesci, conigli e galline/polli che non hanno anche la dignità di avere un numero col quale essere contati). Animali che vengono “prodotti” senza fine in una catena di morte e di orrore in cui vivono una vita infernale senza alcuna possibilità di esperire un minimo della loro vita etologica che si conclude in maniera tragica al mattatoio. Ci dimentichiamo di questo aspetto di violenza perpetrato tutti i santi giorni che viene nascosto celato e secretato agli occhi di noi tutti. Concludo con una frase tratta dal libro di Milan Kundera “l’insostenibile leggerezza dell’essere” che cita testualmente:

    «La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà
    solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame
    morale dell’umanità, l’esame fondamentale […] è il suo rapporto con
    coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale
    fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli
    altri»

    Un caro saluto,

    Fabio

  14. Carissimi,
    speravo che qualcuno commentasse quello che ho “postato” con la speranza di aprire un vero e sincero dialogo fra di noi; ma forse è passato ancora poco tempo per leggere ed elaborare una risposta, spero che sia questa sia la ragione di mancate repliche. Questo mio pensiero è scaturito grazie alla conferenza di Marco sulle “passioni civili” dove Marco ha ribadito con forza il nostro distacco dalla Natura. L’atteggiamento miope che sottende a questo distacco ha generato le più grandi violenze e prevaricazioni, del forte sul più debole, dovute al fatto di non sentirsi parte del “tutto”; di non riconoscersi più nell'”altro”. Fortunatamente Marco, nella sua conclusione del suo intervento, ha suggerito un nuovo rapporto con la Natura, non di dominio ma di integrazione con essa per sentire la parte innegabile e veritiera che ci lega al tutto.
    Non posso pensare un percorso di “rinascita” mentre condanniamo a morte e a tortura miliardi di esseri senzienti che questo legame con la natura non l’hanno ancora perso. Cosa mettere nel piatto ogni giorno è una scelta personale non imposta da nessuno, e la consapevolezza che quello che si cela dietro al nostro piatto (ovvero un pezzo di corpo di un essere senziente, che poco prima di finire nelle nostre tavole era un essere vivente, pensante, con aspirazioni ed emozioni) deve risvegliarsi per intraprendere un cammino di solidarietà e di rinascita.
    Da un bel pò di tempo mi sto battendo per una società nuova che non dovrà essere (come oggi) gerarchizzante ma “orizzontale” dove ogni vivente avrà il rispetto e la considerazione che gli appartiene.
    Concludo con una brevissimo saggio di Max Horkeimer (filosofo della scuola di Francoforte) che nel 1933 ha “fotografato” in maniera illuminante e precisa la nostra società.
    Spero che questo testo sia per voi una lettura di profonda riflessione. Con affetto, Fabio

    IL GRATTACIELO
    Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così:
    Su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati.
    Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione.
    Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. […] Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.

    Max Horkheimer
    «Il grattacielo»,
    da Crepuscolo. Appunti presi in Germania 1926-1931, Einaudi 1977, pp. 68-70

  15. Antonietta dice:

    Ciao Fabio,
    ti dico subito che mi è difficile rispondere alle tue sollecitazioni, ma provo comunque ad esprimere il mio pensiero.
    La questione che tu poni non mi ha mai appassionato, perché ho sempre pensato, forse in modo troppo superficiale, che finché c’è un uomo che soffre sulla terra non è giusto che mi occupi più di tanto degli animali. In più sento di essere molto condizionata (negativamente) dall’eccesso di attenzione verso i nostri cani, gatti e altri animali domestici, che mi piacciono tanto, ma che mi sembra stiano assorbendo troppo delle nostre frustrazioni e carenze affettive.
    Credo che noi esseri umani condividiamo con la natura e con gli altri esseri viventi un destino di bellezza e di dolore, e come uomini, visto che ci troviamo al vertice della catena alimentare e (forse) evolutiva, abbiamo un dovere di rispetto e cura di tutto il creato, un dovere che è finalizzato anche alla nostra stessa sopravvivenza e felicità.
    Ti confesso però che il ruolo dell’essere umano mi sembra diverso rispetto a quello delle piante o degli animali. È evidente la nostra natura animale, quindi la nostra fratellanza con tutte le forme di vita, ma mi sembra anche evidente che noi siamo anche altro, e questo altro è misterioso e problematico. E lo è proprio perché noi ci poniamo queste domande di senso, e sono proprio queste domande che rendono la bellezza così bella e il dolore così tremendo.
    Questi sono i miei pensieri, diciamo così, automatici, nel leggere quello che scrivi.

    Poi però mi rendo conto che un cammino interiore porta ad una maggiore sensibilità verso tutti gli esseri viventi, e anche ad un diverso rapporto con il cibo e con quello che si mette nel piatto. Non è banalmente un problema di essere o meno vegetariani, dietro c’è molto di più.
    Ma per me il passaggio verso l’eliminazione di ogni traccia animale dal mio piatto è ancora lontano. Forse per abitudine, o poca sensibilità e conoscenza delle tematiche animaliste…
    I tuoi commenti mi hanno però posto una prospettiva che prima non vedevo, non riesco ad abbracciarla completamente, ma mi pone sicuramente molte domande. Credo che questo sia comunque un buon inizio.
    Ciao
    Antonietta

  16. Cara Antonietta,

    grazie per il tuo commento. Credimi che la questione animalista (non zoofila con cani e gatti e/o protezionista di salvaguardia delle specie in generale) apre delle riflessioni e degli spunti incredibili per la nostra evoluzione come esseri umani. La questione animale e quella umana sono strettamente legate da un laccio che, per mille motivi che non ti sto a spiegare, non riusciamo a vedere. Cercherò comunque brevemente di argomentare le tue perplessità. Quando dici: “finché c’è un uomo che soffre sulla terra non è giusto che mi occupi più di tanto degli animali”; se siamo sensibili alla sofferenza umana (che è in parte fisica ed in parte psicologica) dovremmo essere sensibili ad ogni tipo di sofferenza visto che gli animali non umani soffrono esattamente come noi (certamente con modalità diverse ma soffrono sia fisicamente che psicologicamente). Quando c’è un’ingiustizia non posso dire, se sono serio, che prima mi occupo dell’ingiustizia A e poi magari di quella B, vorrebbe dire non riconoscere la seconda; sarebbe come dire che visto che i diritti dell’uomo non sono ancora riconosciuti totalmente, ai diritti delle donne ci penseremo quando i diritti degli uomini saranno veramente affermati.
    “Ti confesso però che il ruolo dell’essere umano mi sembra diverso rispetto a quello delle piante o degli animali” su questo concordo perfettamente con te, ma questo non giustifica il diverso trattamento morale con cui ci riferiamo agli animali. Ricordati che le differenze nella storia dell’uomo sono sempre state utilizzate come elemento giustificativo per prevaricare altri esseri umani; ad esempio, la pelle bianca vale più di quella nera, l’uomo vale più della donna, l’adulto vale più del bambino, e così via. Questi soggetti hanno delle differenze tra loro? Certo! ma cosa hanno in comune? La voglia di vivere, la capacità di soffrire, il senso di libertà! Sono queste le cose che devo riconoscere ai soggetti umani di prima e anche ai quei soggetti che mostrano le stesse peculiarità, ovvero gli animali non umani.
    Una cosa importante da ricordare è che il rispetto del vivente e un percorso di ricerca spirituale non sono assolutamente in antitesi, anzi! Per fare un banale esempio mi posso occupare di esseri umani in difficoltà con opere di volontariato e parallelamente nel mio modo di alimentarmi non consumare corpi di animali; le due cose sono perfettamente compatibili tra di loro.
    “Ma per me il passaggio verso l’eliminazione di ogni traccia animale dal mio piatto è ancora lontano. Forse per abitudine, o poca sensibilità e conoscenza delle tematiche animaliste…” Anche qua hai in parte ragione Antonietta; l’abitudine millenaria di trattare come oggetti gli animali non umani ha radicato in noi, nel nostro cervello, che lo sfruttamento nei loro confronti è lecito e normale (ricorda che è stato normale per millenni che alcuni esseri umani dovevano essere trattati come schiavi). Invece penso che hai torto sulla tua sensibilità, sono convinto che se approfondirai la questione troverai in te, nel tuo animo più profondo, un senso di fratellanza che è stato soffocato da millenni di cultura dominante antropocentrica e da pratiche istituzionalizzate che rendono questa violenza e prevaricazione una cosa normale.
    Se hai voglia che ti segnali qualche testo, saggio, trasmissione radiofonica che possa aprire a maggior comprensione sull’argomento, non esitare a farmelo sapere.
    Con affetto,

    Fabio

  17. L’argomento lanciato da Fabio è certamente di grande interesse.
    A me pare però che occorra innanzitutto distinguere l’aspetto legato al cibo da quello legato al trattamento degli animali.
    Sono perfettamente d’accordo che le condizioni in cui spesso gli animali vengono allevati siano deplorevoli e lo sfruttamento raccapricciante che ne facciamo per ragioni scientifiche o ludiche dovrebbe cessare. Credo che l’empatia solidalmente positiva che proviamo di fronte alla sofferenza valga per qualunque creatura. Certo, mi pare che abbiamo una responsabilità primaria verso l’umano che soffre, ma appunto non ne farei una questione di scaletta: la sofferenza chiede di essere eliminata, in qualunque circostanza. La com-passione non è selettiva rispetto al destinatario, se patisco il tuo soffrire lo faccio chiunque tu sia.
    Altro però mi pare la questione del cibo. Come esseri che vivono sulla Terra siamo dentro la stessa catena alimentare alla base della vita e siamo sottoposti allo stesso principio di tutti gli organismi viventi: la vita si alimenta di vita. Quando poi proviamo sensibilità verso altri esseri viventi come cibo in genere lo facciamo in base alla prossimità che percepiamo rispetto a noi. Posso provare raccapriccio all’idea di mangiare un pezzo di mucca, forse un po’ di più per un cavallo, ma un po’ meno per un pesce, un po’ meno ancora per una lumaca o per un polpo. Quando poi andiamo nel regno vegetale la nostra sensibilità si attenua del tutto e non ci poniamo il problema di fronte ad una foglia di insalata o ad una bieta. Posso poi non voler mangiare nessun derivato animale come uova o latte anche se questo non danneggia direttamente l’animale fornitore (lasciando da parte il discorso delle condizioni di allevamento), ma sono ben disposto a mangiare susine e pesche (l’equivalente vegetale delle uova essendo i frutti che contengono il seme per lo sviluppo di un nuovo organismo) o magari prendere resine da una piante (come prenderei latte da un mammifero).
    Dato che noi tendiamo ad antropomorfizzare, il fatto che i vegetali abbiamo evoluto un’organizzazione molto diversa da quella animale ce li fa percepire distanti, poi stanno fermi e non emettono suoni a noi udibili, perciò ci fanno meno impressione. I vegetali però hanno la loro sensibilità anche se espressa attraverso strutture non organizzate in un sistema nervoso, con cui abbiamo maggiore familiarità dato che lo sperimentiamo dentro di noi. I vegetali però hanno messo a punto un sistema raffinatissimo di lotta agli erbivori, per preservare la loro esistenza di individui e di specie. Evidentemente vogliono difendersi per evitare di essere trattati come banchetto succulento per altri organismi e fanno di tutto per non finire nel piatto degli erbivori.
    Credo cioè che non possiamo uscire da questa, seppur disturbante, idea di cibarci di un altro essere vivente e che relegare la scelta di compassione ai soli animali sia un passo ancora troppo stretto, legato alla nostra sensazione di prossimità e pensando che soltanto il sistema nervoso sia la parte che fa “sentire” ed essere intelligenti. Dato che l’alternativa è morire di fame e non tutti siamo disposti a questa scelta radicale, credo che occorra lavorare intensamente sull’altro aspetto, su quello su cui noi possiamo incidere profondamente, che è regolare rigorosamente le condizioni di vita degli animali (e delle piante) che usiamo come cibo.
    iside

  18. Fabio F. dice:

    Grazie Iside per questo tuo commento, bello, intelligente e chiarificatore!
    Fabio F.

  19. giancarlo dice:

    La scorsa settimana ho portato in ospedale mio fratello Valentino che era andato alle frontiere estreme della terra, come docente formatore, per contribuire, in gratuità come sempre, allo sviluppo dei popoli africani.
    Ha contratto la forma di malaria più pericolosa, ma è stato curato ed ora è in terapia e in convalescenza, grazie a Dio.
    La malaria che ha contratto è di tipo letale ed è la seconda causa di morte al mondo.
    E da cosa deriva?
    Deriva dal fatto che una zanzara punge l’uomo per nutrirsi del suo sangue.
    La zanzara non è crudele, ma semplicemente trova il suo nutrimento: è la “catena alimentare” di cui ha detto Iside.
    L’altro termine, concordo che è fondamentale per poter capire, è ” antropomorfizzazione”: il gioco dell’uomo che raffigura tutto con la faccia dell’uomo, lo fa con gli animali e lo fa persino raffigurando Dio con la barba bianca.
    Ormai nei cartoni animati tutti gli animali parlano, ragionano, ridono, piangono: vengono presentati come gli umani, e questo non è un errore ma un inganno ( altra questione è l’inaccettabile maltrattamento degli animali, non necessario).
    con un saluto cordiale, GianCarlo.

  20. Ciao Giancarlo,
    un saluto da parte nostra a Valentino.
    Lo ricordiamo nella preghiera perchè il Signore gli doni ogni grazia necessaria e consolazione abbondante.
    Con affetto
    Rosella e Gianni

  21. Grazie per i vostri commenti e le vostre riflessioni.
    Non dobbiamo mai dimenticare una cosa, anche se pensarlo ci da fastidio, che noi apparteniamo al mondo animale e come tali per sopravvivere dobbiamo introdurre qualcosa di organico. Si potrebbe rispondere che riguardo alla catena alimentare se dovessimo paragonarci a qualche specie vicina a noi fisiologicamente, noi siamo vicinissimi alle scimmie antropomorfe con cui condividiamo il 98,5% del DNA; scimmie antropomorfe (scimpanzé, bonomo, gorilla) che ricordo sono praticamente vegetariane se non completamente vegane come il gorilla. La prima domanda che mi faccio è la seguente: posso stare al mondo senza recare sofferenza ad altri esseri senzienti? La risposta, oggi, nel 2015 è certamente si, basandomi su cibi completamente vegetali che tra l’altro sono perfettamente indicati per l’essere umano. Per mia esperienza posso dirvi che sono stato onnivoro fino ai 17 anni, poi vegetariano fino a 40anni e vegano fino ad oggi (54anni), e vi garantisco che il periodo in cui sono stato meglio fisicamente è proprio quando ho adottato un regime vegano. Per quanto riguarda i vegetali ad oggi non sono così sicuro che soffrano visto che non hanno un sistema nervoso ed non hanno le gambe per scappare da un eventuale predatore e comunque anche se soffrissero (cosa di cui dubito) come nella premessa iniziale qualcosa devo pur mangiare per sopravvivere e (per cercare di fare il minimo danno) mangiare cereali e legumi che invece vengono destinati agli animali da macello, riduce mediamente di 15 volte l’uso di questi vegetali (per fare un chilo di carne sono necessari 15kg di cerali/legumi); quindi cibandomi solo di vegetali ne consumo 15 volte meno che mangiare animali che sicuramente soffrono e non desiderano fare la vita che riserviamo loro. Infine, se sono veramente così’ interessato a non recare danno a nessun essere vivente (compreso i vegetali) posso nutrirmi del grano (e farmi il pane) che la spiga rilascia alla fine della sua vita, o ai frutti degli alberi che generano ciclicamente proprio per essere mangiati e disperdere i loro semi per riprodursi. Quello che voglio dire che ci sono mille modi non violenti di sostenersi a questo mondo. Per quanto cerchiamo di giustificare le nostre azioni, quello che facciamo agli animali è di una violenza e di una prevaricazione estrema. Ed anche le teorie delle mucche e dei maiali “felici” allevati nelle così dette fattorie biologiche, sono basate solo sul profitto per chi le gestisce e comunque produce una morte preventiva (chiaramente non voluta) dall’animale in questione. Queste fattorie biologiche hanno solo il compito di tacitare le nostre coscienze che in fondo in fondo si ribellano al trattamento che riserviamo agli animali. Se una pratica è ingiusta va abolita e basta, non riformata. Vedreste di buon occhio la teoria di una riforma della schiavitù? Dove lo schiavo invece di essere frustato e picchiato ha un bel capanno e un paio di pasti caldi al giorno per fargli fare ciò che hai dico io? Se consideriamo la schiavitù ingiusta va abolita e basta! Se consideriamo gli animali non umani degli esseri senzienti che come noi hanno la capacità di soffrire fisicamente e psicologicamente, essi devono essere liberati dalla “proprietà” umana e lasciati solo a se stessi. Oggi, a parte qualche randagio e qualche specie selvatica in aree protette, i miliardi di animali che nascono sono programmati a tavolino sotto il controllo dell’essere umano per essere replicati all’infinito in ciclo infernale di sofferenza e disperazione. Se solo qualcuno di voi approfondisse che cosa è veramente la questione animale, con tutti i suoi orrori, capirebbe l’errore che stiamo facendo noi esseri umani nei loro e nei nostri confronti, impedendo così all’essere umano di intraprendere una strada evolutiva volta alla pace, alla solidarietà e alla fratellanza. Un caro saluto, Fabio

  22. Questa bella riflessione che sta emergendo mi pare ci metta, ancora una volta, davanti al fatto che la finitezza umana impedisca ogni ambizione di assolutizzazione di ciò che riguarda la vita su questa Terra. Il rischio infatti è di sforare in un territorio troppo grande per noi, che non sappiamo gestire finendo nel fondamentalismo. Io credo che la responsabilità umana sia quella di prendersi cura della creazione tutta intera nel migliore dei modi possibili, ogni volta da riaggiustare, sapendo che non si può coprire l’intera casistica, come invece sentiremmo essere giusto, perché c’è una quota di vita irriducibile alla nostra volontà e che si potrà sciogliere soltanto in prospettiva escatologica (“I poveri li avete sempre con voi” Mt 26,11). Neanche il comando assoluto “non uccidere”, senza un oggetto e senza un contesto, non è sostenibile per gli esseri umani, per il tratto di strada che abbiamo compiuto finora. E mi torna alla mente il dilemma di Bohoeffer che in ultimo si è deciso per la partecipazione all’attentato a Hitler. Perciò, io posso non mangiare carne, non uccidendo animali a scopo alimentare, posso non schiavizzare animali nei circhi, ma ucciderò la tenia che si annida nel mio intestino, ucciderò le piante che decido di mangiare, ucciderò gli embrioni che mangio nella zuppa di legumi e cereali, ucciderò i batteri con gli antibiotici ecc. Anche nel caso della sofferenza, non ci è dato di non fare soffrire nessuno, in senso assoluto: è un obiettivo che ci appella ma che, di fatto, è al di sopra delle nostre possibilità perché non ci è dato (almeno per ora) di uscire dalla contraddizione in cui la vita ci pone. E credo che occorra vigilare per non cadere nella tentazione dell’ubris che ci illude di essere auto-nomi, dimenticando la nostra eteronomia. Perciò mi pare che l’unica cosa realistica, e perciò doverosa, che possiamo fare sia quella di evitare di essere agenti di sofferenza ogni volta che le circostanze ce lo consentano, scegliendo a chi non infliggere sofferenza, nella nostra umanissima prospettiva di decidere a chi attribuire una sensibilità tale da farci propendere a suo favore. Nell’umiltà e nella consapevolezza che comunque infliggeremo sempre un po’ di sofferenza a qualcuno, ma che comunque ciò che facciamo è il massimo di ciò che ci è consentito in quel momento.
    (E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Mc 12,41-44)
    iside

  23. giancarlo dice:

    Cara Iside, non perchè ti conosca, ma perchè mi giungono sempre care le tue parole:
    “prendersi cura del Creato” e ” non ci è dato uscire dalla contraddizione in cui la vita ci pone”.
    Siamo le uniche Creature che possono danneggiare il Creato o prendersene cura: perchè siamo i soli pensanti.
    Gli antichi greci definivano gli uomini come “i mortali”, cioè i soli che pensano alla morte: non così la greggia leopardiana.
    Sulla contraddizione: l’uomo ne ha paura e tende ad affrontarla con la menzogna, arma comune e letale dei mass-media.
    Oppure, davanti ai due corni della contraddizione, ne taglia uno e segue la comoda autostrada della sua ideologia.
    Tenere insieme i due corni della contraddizione è difficile, faticoso, non gratificante.
    Ma è solo il sentiero impervio della ricerca dolorosa quello che può portare a passi in avanti piccoli ma concreti.
    E’ vera l’affermazione di Fabio che per produrre un chilo di carne ne occorrono 15 di cereali.
    Ma è altrettanto vero che la multinazionale Monsanto non è nè disinteressata nè innocente nel promuovere il vegano.
    Cacciare per il piacere di abbattere un animale è crudele: ma allora negare un pollo alla tavola di miliardi di affamati?
    Credo che assolutizzare sia un errore, sia facile e sia comodo.
    L’esercito olandese ha assolutizzato la scelta pacifista in Bosnia, e il risultato sono state le fosse comuni di Srebrenica.
    Anch’io in Kosovo ho perso l’innocenza gratificante del pacifismo assoluto.
    In “darsi pace” impariamo a stare nelle nostre contraddizioni e in quelle del mondo, in parte.
    Il lavoro è tanto ma interessante. Ciao a te, a Fabio e a tutti.

  24. Alessandra dice:

    Ciao Fabio,
    la domanda che poni: “Vedreste di buon occhio la teoria di una riforma della schiavitù? Dove lo schiavo invece di essere frustato e picchiato ha un bel capanno e un paio di pasti caldi al giorno per fargli fare ciò che dico io? Se consideriamo la schiavitù ingiusta va abolita e basta!” mi porta ad esprimere una riflessione che spesso mi trovo a fare con i miei colleghi di lavoro. Sarò breve dal momento che questo non è il tema sollevato dal post.

    Ritengo che questa tua domanda sia molto più vicina alla realtà che vivono tante persone di quanto si possa pensare.
    Io vivo in un bel “capanno” per 8ore al giorno, ambiente adibito ad open space per guadagnare postazioni di lavoro. Per carità abbiamo il nostro spazio vitale, ci mancherebbe !!!!
    … davanti ad un monitor … E’ un ambiente di lavoro come ce ne sono molti altri.
    In inverno si aprono scommesse sul tempo che impiegheranno i virus influenzali a farci cadere tutti sotto “le grinfie dell’influenza”.
    Sosteniamo nel lavoro dei ritmi piuttosto notevoli, alcuni parlano di un tritacarne, io propendo per un frullatore. :o)
    Alle 8ore aggiungo 1ora per godere in mensa di uno dei 2pasti che citi .
    Aggiungo circa altre 2ore complessive a/r per il viaggio: treno, a volte, anche “stipata”, + macchina.
    Per altre 7/8ore dormo .
    Lo ammetto non sono nè frustata nè picchiata: faccio tutto ciò più o meno volontariamente, più o meno volontariamente ho accettato di essere trasferita in altra città qualora qualcuno lo decida; più o meno volontariamente farò questa vita fino ad oltre 70anni, sempre che qualcuno non decida che, ad una certa età, non riesco più a sostenere i ritmi del “frullatore” e non sarò neanche impiegata per fare del “buon brodo”, perchè il mio “brodo” sarà già stato colato… sob!!! :o))
    A volte, scherzando, ma non troppo, mi dichiaro una schiava del nuovo millennio … e non sono l’unica.
    Però sono certa e spero ..”Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. ” (Rm 8,22 e ss)
    Un saluto a tutti.
    Alessandra

  25. Grazie ancora per le vostre belle riflessioni.
    Probabilmente è così da tanto tempo che: studio, affronto, mi batto alacremente per la condizione animale, che ho una visione chiara di che inferno riserviamo agli animali non umani per il nostro interesse. Capisco anche che chi non ha mai avuto un interesse analogo al mio, faccia fatica a capire l’enorme portata di questo problema comporta, primo per gli stessi animali non umani, secondo per la nostra stessa speranza di un’umanità nuova.
    Come ha detto Marco Guzzi sulle passioni civili, l’inizio della violenza, delle prevaricazioni selettive, della guerra, ecc.. è nato quando gradualmente abbiamo deciso di non fare più parte della natura estraniandoci da essa. Costantemente in crescendo, fino ai nostri giorni, le cose sono sempre andate di male in peggio ed oggi questo “isolamento” dalla natura sta portando ad un crollo di civiltà. Rimando al bel saggio di un mio caro amico, Aldo Sottofattori (http://www.criticadelleteologieeconomiche.net) dove questo crollo della civiltà umana è esplicitato e spiegato in maniera veramente “illuminante”. Mi piacerebbe ancora approfondire con voi questi argomenti, ma penso che le varie posizioni siano abbastanza esplicite e non vorrei monopolizzare questo spazio con questa mia empatia nei confronti degli esseri tutti del creato.
    Per concludere ricordo, visto che sono stati tirati in ballo vegetali e piante, che in tutta la sua storia l’essere umano sì è sempre dichiarato come un animale avente qualcosa in più o in meno (a seconda la convenienza) rispetto a tutti gli altri animali non umani che, come noi, hanno il diritto di vivere una vita degna di essere vissuta.

    Con affetto,

    Fabio

  26. … sono stato interrotto durante lo scritto volevo dire che:
    …in tutta la sua storia l’essere umano sì è sempre dichiarato come un animale avente qualcosa in più o in meno (a seconda la convenienza) rispetto a tutti gli altri animali non umani che, come noi, hanno il diritto di vivere una vita degna di essere vissuta; l’essere umano non sì è mai identificato con un cavolfiore o una zucchina…..

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