Condividere il dolore

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L’esperienza di questi anni in Darsi Pace rende evidente ai miei occhi, soprattutto durante la condivisione nel gruppo, il dono che siamo l’uno per l’altro.

Nel gruppo comprendo che, pur dentro storie e contesti diversi, funzioniamo tutti nella stessa maniera, maschi e femmine, giovani e meno giovani, praticanti iniziali e praticanti avanzati.

Nel gruppo comprendo che siamo tutti segnati dallo stesso dolore, quello della ferita di non essere amati.

Un dolore lacerante, inconfondibile che si esprime nella sensazione di essere abbandonati, perduti, profondamente soli.

Pensiamo  di stare meglio allontanandocene e spesso lo neghiamo nell’illusione che  scompaia.

Ciò che sperimentiamo nel nostro laboratorio è  il contrario.

Noi cerchiamo di riportare nel corpo l’antico dolore, di accoglierlo senza giudicarlo e di lasciarlo parlare  perché crediamo che riconoscendolo e attraversandolo possiamo alleviarlo, attutirlo  migliorando la relazione con noi stessi, con gli altri, con la vita.

Quando nel gruppo riusciamo a condividere il dolore accade qualcosa di meraviglioso, le nostre differenze si dissolvono e si manifesta la realtà che ci accomuna, si fa percepibile il mistero più incomprensibile di tutti, come scrive  Pascal, il mistero del peccato originale e della caduta:

“Certo, nulla ci urta più fortemente di questa dottrina, eppure, senza questo mistero, il più incomprensibile di tutti, noi siamo incomprensibili a noi stessi. Il nodo della nostra condizione si avvolge e attorce in questo abisso: sicchè l’uomo è più inconcepibile senza questo mistero di quanto questo mistero non sia inconcepibile per l’uomo”.    (B.Pascal, Pensieri, Le Monnier 1925, pag.34)

Quest’anno  la condivisione  all’interno del gruppo che ho coordinato durante l’intensivo di s. Marinella è stata un’esperienza molto forte sulla quale desidero tornare per comunicare le riflessioni che ne sono seguite insieme a Giancarlo, uno dei partecipanti.

Dodici persone  iscritte ad annualità diverse dei corsi fisico-telematici hanno lasciato parlare senza paura e senza  vergogna il proprio dolore rimanendo concentrate su se stesse e in ascolto empatico dell’altro.

La prima testimonianza con  “il cuore a nudo” e le lacrime che l’hanno accompagnata hanno evidenziato che chi parlava e piangeva stava vivendo un particolare stato.

Uno stato di grazia giunto come dono inaspettato.

Nella realtà di quello stato, un potente flusso spirituale ha cominciato a circolare attraversando tutti.

Ognuno ha potuto aprirsi spontaneamente e parlare con sincerità nella verità del proprio essere come in una confessione.

Ognuno ha ricevuto in dono le parole come sacramento dell’altro.

Parole traboccanti di dolore e al tempo stesso di liberazione,  portatrici di luce e consapevolezza sia di sé che della comune condizione umana.

Un impulso interiore ed autonomo, circolando tra noi, ha rivelato noi a noi stessi e agli altri rendendoci  semplici canali di trasmissione.

Il lavoro di gruppo a  santa Marinella ha reso evidente ai nostri occhi che proprio la condivisione del dolore  alleggerisce i pesi che ci opprimono e rende le nostre relazioni più umane e più vere.

La ferita che il non amore ci ha inferto  è il ventre dal quale veniamo rigenerati molte volte. (P. Schellenbaum, La ferita dei non amati, pag.223)

Il grembo che ci permette di ritornare bambini e di guardare con fiducia alla vita.

Comments

  1. maria carla says:

    Com’ è vero, Giuliana , quello che scrivi!
    Anche se non ho mai partecipato ‘fisicamente’ ai gruppi DP, ho però potuto sperimentare (anche se raramente, in veri e propri momenti di ‘grazia’) la condivisione del dolore con persone a me in quel momento vicine…il senso di liberazione che ho provato è stato davvero grande e mi ha aiutato a recuperare fiducia nella vita.
    Lo sto sperimentando anche nel rapporto con mia figlia a cui, molto più che in passato, manifesto il mio dolore senza infingimenti, non continuando a cadere nella trappola di farmi vedere ‘sempre forte’ per non crearle ulteriore disagio.
    Il cammino è comunque lungo per tutti…mcarla

  2. Hai ragione, il cammino è lungo per tutti e lungo il cammino imparo che il lavoro interiore va costantemente rilanciato per potere tornare, sostare sempre di più nel luogo profondissimo dentro di me in cui percepisco che un angolo di Cielo è possibile già qui sulla Terra e piano piano imparo ad abitarlo nella speranza di non uscirne più.
    Grazie della tua risonanza e arrivederci a presto.
    Giuliana

  3. Antonietta says:

    Cara Giuliana,
    Leggendo questo post risento l’eco di condivisioni ascoltate e fatte in questi anni, fatte di persona ma a volte anche al telefono o su Skype.
    E mi stavo chiedendo come le condivisioni che facciamo nei nostri gruppi cambiano poi la relazione tra le persone coinvolte. Chi si è raccontato e ascoltato in questo modo, magari più volte, con le stesse persone, come succede nei piccoli gruppi locali, non sente poi un legame profondo con gli altri?
    È come se insieme si fosse squarciato un velo, e ci si fosse accorti di quello che siamo veramente: fratelli, profondamente fratelli, una fratellanza che ci precede e che supera la nostra comprensione razionale. Questa scoperta può essere anche il terreno di nascita di forti amicizie, quando le circostanze della vita lo consentono. L’amicizia non è certo la finalità di queste condivisioni, ma può essere un piacevole effetto collaterale.
    Ripensando allo strumento della condivisione, per come la usiamo nel percorso DP, io riconosco queste finalità terapeutiche:
    Imparare a contattare, esprimere ed attraversare il proprio dolore
    Imparare ad ascoltare in modo empatico quello degli altri
    Scoprire che la ferita d’origine da cui scappiamo è in fondo la stessa per tutti, e che la pace viene dall’ attraversamento e dal lento scioglimento di questi luoghi dolorosi.
    Poter fare questo difficile lavoro nel clima accogliente di un piccolo gruppo, sentirsi come naufraghi, ma insieme, è una grande benedizione.
    Antonietta

  4. In “darsi pace” ho trovato il luogo dove imparare a riconoscere, a dare nome, ad accogliere benevolmente ogni emozione che mi abita.
    Riconoscere e dare nome alla mia sofferenza, entrare in contatto, farla parlare. Riconoscere l’effetto che produce in me, quali pensieri crea e come si manifesta poi nella relazione con gli altri.
    Un lavoro interiore che non ha altro scopo che quello di essere liberata, sanata, guarita dal dolore indicibile che mi stringe in una morsa di disperazione ogni volta che mi sento rifiutata, esclusa, non amata: separata dalla relazione con la Fonte della Vita.
    In “darsi pace” sto imparando a sentire profondamente che il dolore e la passione sono passaggi inscindibili del processo di liberazione interiore, sto imparando ad assumere la postura interiore per affrontare con coraggio, determinazione e responsabilità il lavoro da fare su di me.
    La forza che ricevo, nella Luce della fede, mi permette ogni giorno di mettere mano all’opera. Sto imparando che il vero lavoro quotidiano non è altro che quello di predisporre la mia mente e il mio cuore a ricevere la Luce della Verità.

    Nell’abbondanza di vita tutto ciò che ricevo, tutto ciò che ne consegue, lo posso donare in pienezza, nella libertà e senza più nessuna paura.
    “Uno stato di grazia giunto come dono inaspettato” e da lasciar andare..

    Grazie ad ogni compagno di viaggio che ho ricevuto come dono inaspettato per evolvere dalla mia umanità ferita.
    Un abbraccio. Vanna

  5. Mariapia Porta says:

    La consapevolezza che gli altri , tutti, anche chi era tanto diverso da me, avessero debolezze, problemi, incertezze, tendenze al male come me , si è costruita lentamente nella mia vita; prima tendevo a idealizzare gli altri e a disprezzare me stessa, sentendomi sempre più insicura ed impacciata.
    Solo alcuni “ maestri spirituali” hanno gradualmente smussato, ma non eliminato del tutto, queste mie false convinzioni.
    Forse sono approdata a “ Darsi pace” , circa dieci anno orsono, proprio perché è un ambiente protetto, dove le debolezze, le incertezze, le malattie psicologiche e spirituali vengono non giudicate, ma accolte, conosciute e curate. Nulla è più confortante che sentire un proprio compagno o compagna di strada che si mettono a nudo di fronte agli altri. In loro ,come in uno specchio , si ritrovano le nostre fragilità e paure. E un’altra volta toccherà a noi stessi finalmente aprirsi, non per mettersi inutilmente in mostra, ma per guardarci in modo più oggettivo e iniziare a guarire, ad imparare l’arte difficile di amarsi, per poter amare gli altri. Essere nella verità è una bella conquista!
    E’ un cammino lungo, ma costellato di momenti di crescita e di pienezza, per il quale ringrazio il Signore! Sono già carica di anni e di esperienze, ma mi sento ancora viva , curiosa, piena di desideri. Anche se lentamente, da timido pulcino, sono diventata donna libera..o quasi! Mariapia

  6. Dai precedenti interventi ricavo questa sintesi.
    DP è un ambiente protetto, come ricorda Mariapia, in cui imparare un nuovo modo di vivere la relazionalità che però chiede di essere vissuta in campo aperto, come racconta Mariacarla. Se DP non mi trasforma nella vita dove io sono, diventa come andare in palestra ma poi prendere l’auto per andare a comprare il giornale all’edicola all’angolo. Le considerazioni di Antonietta mi interpellano particolarmente. L’ambiente protetto di DP ci permette di lasciare andare le paure, saperci non giudicati, accolti, ascoltati. Ma abbiamo poi bisogno di amicizie vissute secondo gli incroci che la vita ci porge, filtrati dalle affinità elettive che sentiamo per delle persone in particolare. Certo, nella mia esperienza personale, vedo la grande differenza nel tipo di relazione con persone con cui condivido il percorso in DP e con persone che non sono in DP. Infatti, avere un linguaggio comune, delle chiavi culturali-interpretative simili, essere in un ordine di senso condiviso fa una bella differenza. Se sono fuori circuito, non so come fare per portare la conversazione ad un livello più profondo; se ci provo, spesso sento l’imbarazzo dell’altro, se non il disinteresse, e allora torno indietro, negli ordinari clichés di tematiche “neutre”, che francamente però sento sempre più imprigionanti. E così la mia capacità relazionale in realtà si complica ulteriormente……
    Imparerò…..
    iside

  7. Cara Antonietta,
    ciò che ho sperimentato a santa Marinella è quello che dici anche tu: la ferita d’origine dalla quale scappiamo è uguale per tutti e cioè tutti, continuando a scappare da quella ferita, cadiamo nelle illusioni dell’ego, nella costruzione di una identità folle perchè separata dalla propria Fonte, dalla Verità, e quindi molto sofferente.
    L’esperienza che viviamo nel laboratorio Darsi pace è davvero una grande opportunità per ritornare al nostro vero IO, è un cammino che ciascuno compie con le proprie gambe (per qualcuno anche nella fatica e nella sofferenza di stare seduto sulla carrozzella) i cui effetti collaterali sono però benefici, molto diversi da quelli dei farmaci.
    La cura che impariamo a darci insieme agli altri ci fa sentire molto vicini, anche senza vedere i volti, anche lontani centinaia di chilometri o addirittura al di là dell’oceano.

    Cara Vanna,
    mettere mano all’opera partendo dalla mia carne ferita è riconoscere che in gran parte ciò che mi fa soffrire nasce dalla mia distorsione, messa in atto per difendermi dall’insopportabile dolore della ferita, è accogliere e guardare con maggior precisione il codice che sottilmente agisce in me facendo scattare automaticamente vecchi schemi comportamentali che mi intrappolano, mi tolgono il respiro e la libertà, mi costringono a forzare per rivendicare il diritto di esistere e di essere amata.
    Scopro che imparare ad amare è un continuo vedere meglio la mia distorsione e quella degli altri.
    Solo rilanciando la postura interiore riesco a non cadere nella disperazione: tornando a credere e a credere in Cristo perché l’IO in Cristo non è principio di separazione come l’ego, ma è principio comunionale, relazionale.
    In questa fede, la Croce è il passaggio necessario per vedere nella vita di tutti i giorni l’ alba del Signore.
    Solo così, uguagliati al bene e fatti belli insieme ridiamo con l’Ospite eterno.
    (L’evidenza, M.Guzzi, Nella mia storia Dio, pag.81)

    Cara Mariapia,
    il lavoro spirituale è un’arte e come tutte le arti richiede impegno, apprendimento e disciplina regolari.
    Forse è l’arte più difficile di tutte perché va a toccare corde emotive e sottili.
    Ma è proprio la condivisione con l’altro, con gli altri che aiuta e incoraggia a perseverare.
    La tua carica di anni, di esperienza, di vitalità, di curiosità e di desiderio è il dono che arriva a me e a tutti i compagni di cordata, un dono da gustare, per il quale dire Grazie.

    Cara Iside,
    il disagio della comunicazione con persone che non condividono lo stesso cammino è anche mio, è la sfida di oggi.
    Non possiamo uscire dalla palestra di Darsi pace e ritornare a parlare una lingua vecchia, fatta di parole morte.
    La Nuova Umanità che pulsa dentro di noi credo nasca proprio dalla fatica di non chiudere il dialogo, restando fedeli a noi stessi e al contempo accogliendo la distanza con l’altro senza erigere barriere difensive.
    Non è facile, lo so, anch’io ho tanta voglia di incontrare persone con le quali mi sento in sintonia che sono distanti da me e mi trovo accanto ad altre persone che sento lontane mille miglia.
    Eppure è proprio la vicinanza che sperimento nel laboratorio dP a darmi la forza di non cedere e di continuare a chiedere con la sicurezza nel cuore di avere già ottenuto, allora ciò che chiedo mi sarà accordato.

    Mi unisco a voi in un grande abbraccio ringraziandovi per la vostra vicinanza.
    Giuliana

  8. SUOR TERESA PATRAS says:

    Grazie Giuliana, grazie a tutti per la condivisione della vostra esperienza e le bellissime riflessioni. Da ciò che leggo mi rendo conto che siete molto avanti nel cammino di Darsi Pace e devo dire che le vostre testimonianze sono importanti per noi principianti. Non ho iniziato ancora il corso e già vi sento cosi vicini e familiari. anche se devo seguire telematicamente per motivi di distanza, credo che ci troveremo presto in sintonia e sarà comunque una bella esperienza. E chi lo sa, magari a maggio ci incontreremo a Santa Marinella o magari nel futuro si cambierà il luogo dell’incontro, una volta in Sicilia, un’altra volta in Lombardia o Veneto e cosi via. Può sembrare strano, ma allo stesso tempo molto bello, e può essere anche un segno che il mondo sta cambiando, il fatto che io come suora posso trovare compagni e maestri spirituali laici, padri e madri di famiglia. Magari tutte le famiglie potessero generare figli e maestri di spiritualità. E’ meraviglioso poterci amalgamare ed essere tutti forza e ricchezza gli uni per gli altri.
    Un caro saluto a tutti. Suor Teresa

  9. Cara suor Teresa,
    ogni giorno rilanciamo il nostro lavoro coltivando l’attitudine del principiante, con umiltà e pazienza e con la fiducia di essere risanati dalle nostre distorsioni.
    Ce lo ricorda anche la poesia di Marco Guzzi, Parole guida:

    “Non si finisce mai di cominciare
    Inaugurale è il giorno
    Ogni mattina.”

    Ricominciamo allora insieme ogni mattina accogliendo la vita che ci è donata.
    E’ bello per me sentire la tua voce nel blog e la tua presenza in cordata, mi regali la bellezza e la freschezza dell’inizio.

    Ti abbraccio nella speranza di incontrarti, grazie.
    Giuliana

  10. giancarlo says:

    Condividere il dolore crea empatia.
    Condividere il dolore rende fratelli.
    Condividere il dolore fa fiorire amicizia.
    Condividere il dolore porta nel campo dell’amore.

    E all’opposto, molti di noi hanno sperimentato che:
    Non condividere il dolore ci pietrifica nelle nostre maschere.
    Non condividere il dolore ci inchioda alle nostre angosce e disperazioni.
    Non condividere il dolore distrugge l’amore.

    E’ difficile, ma sarebbe molto costruttivo se riuscissimo a raccontare in questa sede, se non le dolorose esperienze, almeno le riflessioni su di esse.
    Mi sembra poi che se questo è difficile per le donne, lo sia molto di più per noi maschi.

  11. Caro Giancarlo,
    l’esperienza vissuta a santa Marinella e le riflessioni che ne sono venute durante la vacanza estiva ci hanno mostrato da una parte quanto sia benefico condividere il dolore, dall’altra quanto sia difficile riconoscere la distruttività che ci abita e accoglierla abbandonandoci a Chi ci salva.

    Nel laboratorio Darsi pace stiamo imparando ad utilizzare strumenti efficaci per una conoscenza più approfondita di noi stessi e abbiamo l’opportunità di condividere in gruppo ciò che conosciamo, restiamo aperti al dialogo e al confronto anche quando le relazioni si fanno confuse e difficoltose perché crediamo che lo scavo interiore si faccia apertura, dilatazione e così ammorbidisca la materia contratta della nostra anima affinchè prenda la forma dell’Uomo Nuovo.

    Un cammino affascinante nonostante momenti di intenso dolore che riaprono la ferita, diventano opportunità per progredire nella nostra capacità di amare e tolgono all’amore ogni forma di retorica e di sentimentalismo.

    Grazie in un abbraccio.
    Giuliana

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