Stare sul pezzo (age quod agis)

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L’ho letto (ironia della sorte) proprio sul telefonino, mentre ero al supermercato, in fila al banco per gli affettati. Mi sono ritrovato molto nel messaggio inviato da Marco Guzzi alla pagina Facebook di Darsi Pace. L’ho sentito come un messaggio per me, esattamente.

 

STARE SUL PEZZO si diceva in fabbrica, stare su ciò che si deve fare

Age quod agis, dicevano i gesuiti: fa’ ciò che stai facendo.

Non divagare, non ti distrarre, non fare due cose insieme, non perdere tempo.

Se preghi, preghi; se fai l’amore, fai l’amore; se respiri, respiri; se mangi, mangia, e basta.

Così godrai, così starai sul pezzo, e lo completerai.

Non c’è gioia né piacere senza concentrazione, perciò si gode spesso a occhi chiusi, si gode e si contempla con tutto il cuore concentrato.

Questo mondo insegna l’opposto di questa semplice verità.

Ci vuole distratti, vuole che mangiamo col cellulare acceso e mille conversazioni su WhatsApp in corso; ci vuole last minute, angosciati, frenetici, con la lingua di fuori e la bava alla bocca, ci vuole cioè innocui, e impotenti.

 

Lo rileggo adesso e mi viene immediatamente da collegarlo ad una situazione appena vissuta. Una piccola, minuscola situazione, se vogliamo. Una cosa normale, frequente.

 

Banalità, se volete. Un cambio di scheda telefonica, per passaggio ad altro operatore.

 

“Si guardi allora verso mercoledì sera dovrebbe poter inserire la nuova sim..”

“Ottimo e…”

“Mi raccomando non lo faccia prima perché il piano da lei scelto non sarebbe ancora attivo e arriverebbe a pagare anche parecchio…”

“Ah. Beh, sì certo…”

 

Così sono uscito dal negozio contento di aver avviato il necessario cambio, ma anche con una strana sensazione. Guardando il mio iPhone in modo diverso. Ho realizzato improvvisamente di avere per le mani qualcosa che poteva solo telefonare…  Lo tenevo in mano, e mi sembrava un pezzo di materia quasi inerte.

 

Esatto. Ora ci posso soltanto telefonare.

 

Niente messaggi Whatsapp, niente messaggi Facebook, niente email, niente social network.

 

Il terminale, sbalzato fuori dal flusso di notifiche ormai quasi ininterrotto, sembra lui stesso spaesato, spento, depresso. Almeno è l’idea che mi faccio, a guardarlo.

 

Mi metto in macchina per andare al lavoro, e mi sento quasi menomato a non poter disporre di un prospetto del traffico davanti a me. Già, niente Waze (il programma di “navigazione stradale”).

 

E per giunta non posso nemmeno telefonare, o inviare SMS. Credito particolarmente vicino allo zero, e ormai non vale certo la pena ricaricare.

 

Però insieme a tutto ho scoperto una sensazione anche piacevole.

 

Diciamolo, mi sono sentito un po’ più libero. Senza questa doppia vita per cui accanto a quello che uno fa e sperimenta ed incontra, nel suo spazio fisico (quello dove accadono davvero le cose) c’è da porre attenzione a questo flusso di informazioni proveniente da una spettacolare molteplicità di canali, che alla fine invade ed occupa prepotentemente il corso della giornata. E sopratutto non permette più di viaggiare con la coscienza in maniera larga, rilassata. Certo, perché la scansione temporale è implacabile. Ogni minuto arriva qualche notifica, c’è qualcosa da guardare.

 

Ed è sempre molto urgente, tra l’altro. O almeno, così mi pare.

 

Qualsiasi pensiero, lettura, contemplazione, riflessione che ardisce prolungarsi su un arco di tempo di diversi minuti deve fare i conti con questa aperiodica ma frequente rimessa a zero, con questo ritorno costante al fiume di avvertimenti e di notifiche provenienti da questa piccola scatina metallica, ormai ineludibile prolungamenteo corporeo.

 

Non mi piace indulgere al pessimismo, ma non riesco a non farmi investire dalla lucida evidenza di quella antica canzone di Franco Battiato (scritta in era pre-Internet, a segnalare che la questione è squisitamente più profonda di un mero fatto tecnico),  Il re del mondo…

 

“… più diventa tutto inutile e più credi che sia vero / e il giorno della fine non ti servirà l’inglese.”

 

Così mi rendo più conto che spesso acconsento a tutta questa ubriacatura multimediale non per vero interesse, ma come per riempire un vuoto. E qui ci sarebbe un discorso, o meglio, una esperienza di vita, per arrivare a farsi, come Mario Luzi, la domanda Di che mancanza è questa mancanza, cuore, che ad un tratto ne sei pieno?

 

Una domanda, mi pare, a cui non si può proprio (più) rispondere con un ennesimo discorso (orrore!), ma con esperienze, tentativi di vita, incontri.

 

Non è (più) questione di testa, ma di cuore.

 

Lascio dunque la questione aperta, istintivamente restìo a soluzioni concettuali e ad ingenui propositi (chiaro, non basta mollare il telefonino per accedere ipso facto a nuove profondità interiori). Comunque vado al lavoro in un nuovo silenzio mediatico che all’inizio mi sconcerta un po’, poi mi diventa anche piacevole.  Non aggancio nemmeno il telefono al suo alloggiamento sul cruscotto, tanto non devo guardarlo.

 

E indubbiamente capisco che non è necessario abbracciare alcun antimodernismo particolare per ammettere che, davvero, oggi un po’ tutto congiura contro la possibilità di avere quel cuore concentrato di cui parla Marco Guzzi.

 

In fondo gli ultimi decenni hanno visto una violentissima accelerazione tecnologica, che ci ha portato da “niente” a “tutto” in modo così rapido che non abbiamo potuto assimilare realmente nulla.

 

Quando andavo a scuola io i cellulari non esistevano. Internet non c’era. Facebook (addirittura) nemmeno.

 

Che fare? Scagliarsi contro la decadenza dei tempi non mi appassiona. E soprattutto non risolve nulla. Capisco che qui l’unica cosa è un lavoro. 

 

Conclude infatti Marco:

 

Noi però resistiamo, e restiamo sul pezzo: inamovibili e perciò mobilissimi, istantanei, pronti all’attacco, come cobra, come angeli.

 

Concordo. Non si tratta di rifiutare la tecnica, è impossibile e ultimamente anche stupido. C’è da imparare ad usarla per noi, in modalità inedite e nuovamente umane (diceva Marco, noi usiamo la tecnica, senza esserne schiavi). Anche qui, ultimamente, non è un discorso declinabile in comode liste di prescrizioni, norme, limitazioni. Niente di fermo, di ingessato, infatti: inamovibili e perciò mobilissimi. E’ piuttosto, un orizzonte nuovo da scoprire.

 

Age quo agis. Stare in quello che si fa.

 

E’ difficile, certo. Per dire, tra un po’ si attiva la nuova scheda e il telefono dovrebbe tornare ad offrire il suo ricco, stimolante e distraente corredo di assortita multimedialità. E se non succedesse, lo ammetto, potrei andare nel panico. Ma siamo sinceri: anche senza telefono, non si risolverebbe d’incanto il problema. E’ cosa ben più profonda di un cellulare (anche perché ormai sono così sottili….).

 

Perché, arrivando al nocciolo della quesitone, il problema è nell’accogliere un lavoro e nel dedicarvisi con serena pazienza. Un lavoro dove si ricomprende che l’approccio sano con la tecnica può derivare soltanto da un approccio nuovo e risanante con tutto il mondo esterno, non certo addossandoci un ennesimo ed improbabile decalogo comportamentale tecnologico (spegni il telefono la sera, non leggere la posta la mattina, etc…).

 

Soltanto così, al di là ed oltre lo strepitare egoico di tanta comunicazione mediatica, potremo darci pace. Elevando le nostre frequenze, e con esse anche quelle della comunicazione stessa. Veicolando cioè più significato e più senso anche nei nostri messaggi.

 

“La rete digitale” – ha detto Papa Francesco – “può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone”.

 

Persone. Se noi siamo presenti a noi stessi, se siamo appunto persone, anche i messaggi che inviamo saranno più densi, potranno diventare il richiamo ad un lavoro comune, un richiamo che ci rilanciamo con gioia – non più un fattore di mera distrazione.

 

L’uomo nascente avrà un approccio con la tecnica ancora tutto da scoprire. Possiamo arrivarci insieme: non lavorando sulla tecnica, ma su noi stessi.

 

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Comments

  1. Carissimo Marco, grazie per aver posto un tema così scottante come quello della distrazione di massa che i nuovi strumenti di comunicazione inducono. Credo che comunque una igene, una disciplina, nell’utilizzo dei cellulari possa essere molto benefica. E’ raro trovare qualche indicazione seria in tal senso: di recente ho trovato preziose indicazioni, e un serio allarme, in alcuni scritti del monaco Thich Nhat Hanh. E’ solo la leggerezza e la libertà che sperimentiamo quando siamo concentrati nella gioia del momento presente che ci faranno spegnere i cellulari!
    Un saluto! Paola

  2. Mariapia Porta says:

    A me è capitata un’esperienza affine a quella di Marco, ma con un altro finale!
    Qualche mese prima di andare in vacanza in montagna ho sostituito il mio “ telefonino” con uno smartphone, volevo restare essere connessa al “ mondo”, alla abituale realtà sociale, anche fuori dalla mia città. Nei primi giorni qualche momento di panico:- non lo so usare, mi riesce difficile imparare a “scivolare” con il dito , a esplorare tutte le possibilità che lo strumento mi offre… a poco a poco imparerò, debbo essere calma e fiduciosa- . Ma quell’attrezzo mi risulta antipatico, è troppo complicato, rimpiango il mio semplice cellulare che squilla soltanto per necessità, non molto frequentemente.
    Sono in montagna, mi voglio riposare e passeggiare, ma c’è quel disturbatore: però già che ho tempo posso esercitarmi a usarlo!
    Una mattina vado al mercato, lo smartphone è nello zainetto, al sicuro? Mi distraggo, dopo un’ora mi accorgo che non ce l’ho più. Lo cerco , ma invano. Perso, caduto, rubato?
    Mi sento smarrita, ma poi, gradualmente, subentra un sentimento di liberazione, di gioia: tornerò a usare il mio caro e semplice cellulare. E godrò di più la bellezza che il luogo alpestre mi offre. Così ho fatto, anche ritornata in città, e finora mi trovo benissimo. Sull’autobus guardo quasi con commiserazione quelle tante persone affaccendate su quell’attrezzo multifunzione, molto concentrate, guardano solo quel piccolo schermo, non gli altri passeggeri , non la realtà urbana, anche interessante, che sfila dal finestrino.
    Capisco che per alcuni è indispensabile quell’attrezzo, ma anche guardarsi intorno non guasta….
    La vera concentrazione che ci fa crescere è un’altra, nasce dal far tacere i pensieri inutili e dal contemplare ciò che è degno di noi!

  3. Carissime Paola, Mariapia,

    grazie per i vostri commenti, entrambi interessanti e “fondati”. Mi viene un pensiero, riguardo al post, e lo dico qui che è più facile ragionare in modo informale nei commenti. Io spero di non aver dato l’idea, nel mio intervento, di me come persona che è riuscita a rendere ordinato e sobrio il suo rapporto con la tecnologia. Perché così non è, purtroppo!

    Io sono, ve lo dico, molto molto affascinato da questa rete globale di connessioni e scambi che è Internet. La rete l’ho vista nascere, e mi ha da subito fatto una grande impressione, mi ha trasmesso un enorme entusiasmo. Ricordo ancora all’inizio degli anni novanta, Internet era sconosciuto a tutti, non esisteva nelle case, ma il mio Istituto era stato appena cablato alla (ancora sconosciuta) grande rete. Un po’ meno grande di adesso: si pensi che esistevano dei libri (ora sarebbero totalmente impraticabili) che “listavano” i siti Internet esistenti. Ricordo ancora l’eccitazione di quando realizzai (su Geoticies, chissà se qualcuno si ricorda) una prima semplicissima pagina web. Rammento poi esattamente luoghi e sensazioni di quando iniziai a poter leggere la posta sul telefonino (un vecchio terminale in bianco e nero, oggi farebbe sbellicare dalle risate qualsiasi adolescente…). E potrei andare avanti… e ci sono andato con un blog, http://www.segnalerumore.it, dove mando avanti questa mia (insana?) passione.

    Quello che voglio dire, con questa ampia parentesi personale, è che ritengo che le cose siano molto complesse, e intrecciate. Perché io sono connesso, connessissimo. A volte capisco che è male (per questa frammentazione, veramente preoccupante), a volte però conto le interazioni significative che ho avuto su Facebook, per esempio. Interazioni che spesso si sono tradotte in incontri fisici, “reali”, con un indubbio guadagno di umanità.

    Essere connessi è bene, è male? Spero di aver espresso nel post ciò che penso. Cioè che non è un bene o un male, sarebbe troppo semplice. C’è invece un tema più complesso, su cui lavorare. Quello che è certo è che ci serve un aumento di consapevolezza, perché la rete permette la creatività (a me spaventa molto più la televisione che Internet, per esempio) ma bisogna avere un contenuto da trasmettere. Bisogna consistere in qualcosa, poggiare su “un pieno”.

    Il fatto stesso che la rete renda possibile questo scambio, ci fa capire che ogni facile demonizzazione o altrettanto facile esaltazione, è quello che è: una menzogna. Le cose sono complesse e in perenne evoluzione: in rete ogni giorno è diverso, ogni giorno cambia qualcosa.

    Quello che non cambia, è che un uomo che non poggia su niente, potrà solo propagare il suo vuoto.
    Questo mi spaventa. Questo, se possiamo, va evitato.

  4. Gabriella says:

    Caro Marco, sì riconosco quella “schiavitù” del mezzo di cui parli.
    E’ pur vero che senza questa scatoletta su cui ora sto scrivendo non avrei letto il tuo bellissimo post appena sveglia. Non farei parte di quel filo invisibile che ci accomuna, se pur lontani, sui siti di Darsi Pace e Fb nascenti. Non avrei letto il messaggio doloroso su Skype di un mio cugino preoccupato per il paese in cui vive, il Burkina Faso.
    È la rete ricca di umanità di cui parla Papa Francesco. Ne voglio far parte!
    Sta poi a noi che, grazie al nostro percorso, abbiamo aperto gli occhi e possediamo gli strumenti operare affinché nulla, tecnologia compresa possa tenerci in gabbia!
    Faticoso certo ma si può…..a proposito ora capisco perché non hai messo “mi piace” al mio ultimo intervento…sbrigati a riconnetterti!
    Ti abbraccio Gabriella

  5. A me pare che il tema sollevato da Marco non riguardi soltanto l’uso della tecnologia, ma sia lo sfondo di tutta la nostra vita: trovare una sintesi virtuosa tra le ambivalenze con cui la vita ci si offre.
    Anche la concentrazione di per sé può essere ambigua, può diventare isolamento, estraniazione, ritiro in se stessi.
    Ma allora la concentrazione dovrebbe avere a che fare anche con la flessibilità che, però, se lascio andare un po’ alla deriva si trasforma facilmente in distrazione, naufragio vagabondo. Dunque appunto si tratta di trovare una sintesi virtuosa, che ovviamente non troviamo già bella e pronta, ma che dobbiamo scoprire mettendoci del nostro, provando, rimanendo scottati dagli errori, arenandoci e ripartendo sempre di nuovo per limare ogni volta meglio, avendo come bussola di orientamento la centralità di una relazione con l’altro che rimanga liberante per entrambi.
    Ogni volta che mi metto, con buona intenzione, a meditare, mi spavento da quanta distrazione c’è dentro di me, ma mi incoraggio pensando che almeno sto iniziando a fare un po’ di pulizia…
    iside

  6. Concordo con Iside, ogni aspetto della vita è ambivalente.
    Internet aumenta le possibilità di imparare e questo è un desiderio fondamentale dell’uomo, ci permette di parlare con persone altrimenti non raggiungibili e questo è giusto e salutare.
    Però può sollecitare il nostro desiderio di controllare tutto e questo comincia ad essere nocivo.
    Oltre, quasi senza accorgerci, si può assorbire una tale massa di informazioni da rendere le nostre menti sempre più deboli e ottuse e qui siamo ormai nella patologia.
    Bisognerebbe come per i medicinali trovare o autocompilarsi un “Bugiardino” con le dosi consigliate, gli effetti secondari e cosa fare se si è presa una dose eccessiva.
    Un caro saluto

  7. Antonietta says:

    Io sono una curiosa delle nuove tecnologie, nei limiti delle mie capacità: mi affascina avere nuove possibilità operative, creative e di comunicazione.
    E anch’io spesso mi perdo o vado in overdose, e non riesco a stare sul pezzo.

    Usare la tecnologia per migliorare la propria vita è una cosa che l’uomo ha sempre fatto, e la tecnologia (dai primi utensili fino al computer e oltre) è proprio lo specifico dell’essere umano, il mezzo con cui “addomestichiamo” il mondo che ci circonda.
    Ma poi succede che le tecnologie, i media in particolare, ci addomesticano a loro volta: non solo influenzano i contenuti della nostra comunicazione, ma ci plasmano anche nella nostra attenzione, volontà e libertà (come ci insegnano le ricerche sociologiche, da McLuhan in poi).
    L’esempio dello smartphone è forse quello che ci tocca più da vicino: il mezzo potenzia (ed eccita) le nostre possibilità di comunicazione e accesso alle informazioni, ma la sua natura tecnico-sensoriale modella in noi nuovi attaccamenti e comportamenti compulsivi.
    Ogni mezzo tecnologico ha una sua forza, che agisce per noi, ma anche dentro di noi, plasmando la nostra mente.
    Ancora una volta, la nostra mente è il punto.
    Ce lo ha ricordato bene M. Guzzi all’inizio della prima videoconferenza del nostro corso, un anno fa. Eravamo tutti un po’ presi dalla novità, dal fatto di usare un software nuovo, dal fare in diretta un incontro di Darsi Pace ma in una strana situazione virtuale:
    “La tecnica tende ad impossessarsi del fine, del senso. Dobbiamo vigilare per tenerla al suo posto. La tecnica è uno strumento per altro, e questo altro va continuamente riscoperto e riaffermato. Occorre mantenere una mente non tecnicizzata, libera, che può decidere di usare la tecnica o non usarla, che con semplicità può utilizzare una videoconferenza oppure decidere di uscire dalla rete per un’ora, un giorno o per tutta la vita, se questo dovesse servire. Occorre sapere connettersi e disconnettersi.”

    Questo rapporto tra uomo nascente e nuove tecnologie ci coinvolge tutti direttamente, ogni giorno. Come dici tu Marco, abbiamo ancora molto da scoprire.
    Ciao
    Antonietta

  8. 1-il cellulare serve per telefonare e inviare qualche sms . stop –

    2-il computer va tenuto e usato solo a casa non per strada , o peggio in auto, come quell’intelligentone di smartphone , che parla anche in inglese, vorrebbe farti credere ! Poi invece di essere tu a chiamare, è lui che continua a chiamarti per farti la pubblicità e ti tiene sempre sotto stress. Se poi un giorno lo dimentichi sul comodino, capace di chiamarlo tu con il tuo vecchio telefonino per vedere dove l’hai lasciato ! E se non risponde ? Muori o resti vivo ?

    3-per cercare in giro un indirizzo, informati prima di uscire di casa, cosi saprai anche dove stai andando , ma se proprio lo cerchi, chiedi alla gente che non guardi mai in faccia, a una bella ragazza che passa, o a chi di competenza , basta aguzzare l’ingegno e lo trovi ( anche l’ingegno non solo l’indirizzo ! )

    4- Se invece cerchi una strada in auto, c’era una volta gli stradari su cui ragionare, ma anche i distributori di benzina che ti direzionano sempre dalla parte giusta , è una utile e precisa rete di informatori al tuo servizio, Vale sempre il consiglio di informarsi prima di uscire di casa, senza la solita fretta.

    In pratica, a me la tecnologia piace così : leggera, essenziale. Non illudiamoci, non è che con la tecnologia, possiamo tenere in mano il mondo , caso mai lo possono fare solo quei pochi che la producono e ce la vendono !
    ciao , Ivano

  9. Grazie per tutti questi interessanti commenti!

    Credo che la questione sia complessa, e purtroppo non risolvibile con una serie di prescrizioni (anche se certamente può servire a darci una misura del fatto che quello della tecnologia sia un uso consapevole e non una dipendenza); del punto (3) di Ivano però trattengo assolutamente l’idea di chiedere ad una bella ragazza! Molto più bello rimirare un volto grazioso che perdersi in uno schermo da 5 pollici 😉

    Seriamente, mi pare questo: il problema è ben più vasto del tentativo pur lodevole di delimitare un territorio, di pratiche “buone” o meno (pratiche che poi dobbiamo aggiornare nel giro di pochi mesi, secondo l’evolversi stesso della tecnologia). E’ appunto di investire di “senso” il nostro rapporto con il mezzo tecnico, senza il quale rischia di riflettere ed espandere solo il nostro vuoto interiore, contaminando spiacevolmente la parte di Universo attorno a noi.

    Il lavoro – a volte sono lacrime e sangue, contro le nostre tendenze alla fuga – è appena accettare che il Senso esista, QUI ed ORA , è (come ho sentito dire) “accogliere uno sguardo”… e questo è vero adesso come mille anni fa: gli strumenti attuali non pongono pertanto un problema nuovo, ma rilanciano con più enfasi ed urgenza, credo, un problema di sempre.

    Un saluto,

    Marco

  10. STARE SUL PEZZO … …. fa’ ciò che stai facendo

    TU “io sono tu che mi fai” e “tutto è relazione”.

    … sto al computer per condividere un pensiero.

    Di creativo c’è che sto evolvendomi e cambiando “contemporaneamente” all’utilizzo del mezzo tecnico ed al mio pensiero che si pone in relazione con altri, in questo “tutto”.

    La vita s’impara vivendo ed è un bel rischio vivere, nel transito terrestre si nasce per morire.

    Sto sul pezzo convogliando tutta la mia poca conoscenza tecnica ma: quale consapevolezza nuova ho della parola che s’incarna lasciandola? del nuovo che osservo e ascolto mentre lo riconosco dentro e fuori me ora in questo “fatto”?

    A me non interessano “solo” le infinite applicazioni e possibilità che il mezzo tecnico offre come rete e neppure i suoi tanti limiti e pericoli: quel che mi appassiona realmente è osservare, conoscere e vivere la trasformazione che tramite il suo utilizzo si compie “quasi da sè” su me stessa e che io posso ampliare lavorando sul materiale che emerge offrendolo alla trasformazione secondo il metodo appreso in dp.

    Molti atteggiamenti/attaccamenti negativi in questi anni li ho affrontati proprio così e con un certo successo: talvolta me la godo proprio.

    Stare sul pezzo per me è “un insieme” evolutivo.

    Ciao
    Rosella

  11. Luciana p. says:

    Caro Marco, a me a differenza di te, è successo l’esatto contrario, mi spiego, erano diversi anni che non usavo più il computer, a causa di un cambiamento di lavoro, oggi faccio un lavoro esclusivamente manuale e quindi ero tagliata fuori dalle nuove tecnologie, odiavo quei telefonini dove la gente faceva stupidi giochini sull’autobus, oppure vedevo quei giovani con le cuffiette che si isolavano… per me era assurdo… come erano assurdi i miei figli che DOPO cena correvano al computer, oppure mio marito che la sera si isolava con quello. Ho provato ad usarlo anch’io, TRAGEDIE familiari, i miei figli che mi incolpavano di non saper fare un copia-incolla! Ma loro la lavatrice, stirare, cucinare fare la spesa lo sapevano fare? Erano continui litigi, mio marito mi diceva, prova a leggere Darsi Pace, per carità, tutti discorsi utili, reali, ma quanta sofferenza abbiamo….. finché da poco mi sono regalata un cellulare, tutto per me! Dopo un aggiornamento iniziale da parte di mio figlio, ho imparato ad usarlo DA SOLA! Mi sembravo come quei bambini in Africa che lo vedono per la prima volta! Mi si è aperto un mondo! Posso anche cazz……..are ! Leggere cose diverse solo per titoli, perché per approfondire ci vogliono i libri, ma oggi non mi sento più isolata, posso fare le foto e mandarle agli amici, andare su whatsapp, ci sono anch’io! Ecco, forse usare le tecnologie a disposizione non è poi così male, è usarle TROPPO che FA male. Un caro saluto Luciana.

  12. luciana p. says:

    rileggendo quello che ho scritto, mi pare di una banalità incredibile, però una cosa l’ho capita, ero IO che mi sentivo isolata, e NON gli altri che si “isolavano” !

  13. Grazie Marco, davvero un ottimo consiglio…
    oggi disattiverò la linea dati del telefono cercando di esserci di più…in questa frazione di secondo infinitamente frazionata…

    un abbraccio

  14. Sento come molto importante questo argomento anche per me. Ho un fratello che si è sempre sottratto alla logica dell’essere costantemente connessi, che continua a sapersi concentrare sul lavoro, sul gioco o sulla persona che ha davanti, e vedo che ha conservato una freschezza speciale negli occhi e nei gesti.
    Chiedo a Paola se può darci i riferimenti delle sue letture di Thich Nhat Hanh in proposito.
    Grazie a tutti.

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