Le teorie della critica letteraria al collasso dei saperi: è possibile un rinnovamento?

De Chirico - enigma

Il pensiero nelle sue varie forme è da sempre il motore delle più grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, la cui base generatrice non può che essere un’idea innovativa, una visione della realtà che nasce innanzi tutto sotto forma di linguaggio.

Oggi ho terminato un corso universitario di critica letteraria e ho avuto l’occasione di dialogare con il mio professore (un professore di teorie della letteratura specializzato nel campo della letteratura contemporanea) e porgli alcune domande in merito alla posizione della critica letteraria e del pensiero accademico sull’importanza della letteratura, della poesia e del linguaggio. Questa è l’analisi sintetica che ho elaborato, in seguito al dialogo:

Una delle teorie che avvalorano il potere del linguaggio poggia sul concetto di linguaggio performativo, ovvero l’atto linguistico che crea ciò che dice. Questo è vero per frasi del tipo “prometto di…” (che crea la promessa) o “lo prendo…” (nell’atto di prendere) in cui si può verificare la “performatività” dell’enunciato in un atto o fatto che l’enunciazione crea in una realtà oggettiva ed esterna all’individuo. Ma è chiaro che come spiegazione del potere creativo della parola non basta. Numerose teorie della linguistica e della letteratura invece insistono sull’incredibile e singolare possibilità del linguaggio di creare il mondo organizzandolo in concetti, idee, cultura. L’attenzione di questo secondo approccio si sposta sul pensiero, cioè in un orizzonte in cui la capacità di pensare e dire il nuovo modifica il mondo. Ma ancora una volta la struttura stessa della teoria richiede una verifica oggettiva di tale asserzione (in una realtà materiale immediatamente misurabile) e le argomentazioni formulate non soddisfano le pretese di partenza, cioè non arrivano a giustificare pienamente ciò che supponevano: il potere linguistico.

Questo che ho brevemente tentato di spiegare è uno dei casi particolari in cui però appare evidente uno stato generale e problematico della critica letteraria, cioè la sua insufficienza nello spiegare la natura stessa del suo oggetto di studio: il novecento è attraversato da un’esplosione di teorie ed ipotesi speculative sulla letteratura, la poesia e la natura del linguaggio; in questo ambito, ogni diverso orientamento dà anche vita a un tentativo di spiegare l’importanza della letteratura – insita nella capacità creatrice del linguaggio – ma questa caratteristica paradossalmente appare evidente e imponderabile. La teoria allora arriva ad uno scacco, ad un punto di rottura: con l’arrivo del decostruzionismo tutti i tentativi teorici si polarizzano attorno a una proposta di pragmatismo scientifico-oggettivistico (un progetto di scienza letteraria portato avanti dallo strutturalismo in poi) o al nichilismo della decostruzione. Il tentativo di spiegazione razionale (senza ragioni sufficienti) e la negazione delle strutture del pensiero e di un senso comune si annullano vicendevolmente e decadono precipitando nel nulla di fatto.

Di fronte a tale collasso mi chiedo: è possibile che questo incredibile fallimento, proprio al culmine di uno sviluppo teorico tanto avanzato, non sia forse dovuto proprio all’uso di categorie di pensiero inadeguate? cioè alle pretese di oggettività razionalistica che non arriva in definitiva a dimostrare ciò che è evidente ma che esorbita dalle sue strutture e capacità conoscitive? È possibile pensare un’ipotesi interpretativa del fenomeno linguistico e poetico che ne mostri la vera natura rinunciando proprio a queste pretese di formalità razionale evidentemente insoddisfacenti?

È chiaro che un tale tentativo non sarebbe più “dimostrabile” (come desiderava un progetto di scienza letteraria…) ma il punto è che la critica nella sua forma attuale non riesce a darsi ragione dell’immensa potenza creativa che la poesia ha avuto nei secoli perché la cerca dove effettivamente non è (nella realtà materiale) e non la cerca dove invece è: nella creazione linguistica del pensiero, cioè in quel luogo interiore-esteriore (soggettivo-oggettivo) in cui si plasmano insieme l’uomo e il mondo proprio nell’atto poetico. La critica d’altronde non accede a quest’area perché non può per sua natura, finché assume categorie scientifiche di separazione cartesiana (fra soggetto e oggetto, anima e corpo, materiale e immateriale…) e metodi di ricerca newtoniani (conoscenza fenomenologica e oggettiva). È interessante notare che proprio nel pensiero scientifico queste stesse categorie siano già crollate definitivamente nelle rivoluzioni della fisica quantistica e relativistica, che hanno dimostrato la loro incapacità di comprendere il mondo e la complessità di alcuni suoi fenomeni.

Tentativi di rinnovamento in questa direzione non sembrano esserci: la situazione praticamente stagna da decenni. Tra l’altro, come conferma il mio professore (ma la cosa è evidente anche a un bambino), questo fallimento teorico è accompagnato da una quasi estinzione del poetico e da un deserto generale: dagli anni ’80 in poi crolla anche qualsiasi categoria interpretativa del poetico e cessa il dibattito sulle tendenze. Perciò costruire una qualsiasi opinione critica o pubblicare una qualsiasi antologia diviene possibile solo fondandosi su criteri del tutto arbitrari, dal momento che non sussistono più neanche i punti cardinali del giudizio.

Come le teorie sul linguaggio si annientano proprio nel definire sostanzialmente che cosa è il linguaggio, così molte altre forme del sapere lungo il Novecento conoscono un’incredibile fase di sviluppo e poi, proprio al culmine della loro ricerca, collassano su se stesse, alle fondamenta. Lo si può riscontrare nella politica (che esplode nelle guerre mondiali, i totalitarismi, le ideologie, ma oggi crolla proprio nei suoi valori fondamentali…) o nell’arte (che si accende nelle avanguardie e prosegue con movimenti riconoscibili e molto produttivi fino agli anni ’70-‘80); ambiti in cui oggi c’è, di fatto, un vuoto mai esistito prima.

Vorrei però andare oltre la semplice constatazione e dare una speranza tentando una lettura nuova di questo processo che appare oggi come un’evidenza storica: è possibile pensare che il fallimento drammatico degli sforzi intellettuali di un’epoca non sia invece una progressiva liberazione da categorie parziali che si sono dimostrate insufficienti per le sfide del tempo?

Anche nelle università si concorda fino a questo punto: si registra il fallimento storico delle principali forme del pensiero e della cultura verso la fine del Novecento ma non si riesce né ad affrontare in maniera critica questo stato delle cose (che viene visto come una catastrofe o una degenerazione) né a creare forme nuove che siano valide e condivise (e non sterili ritorni a ideologie superate).

Sta a noi creare. Il campo è ormai libero: c’è bisogno di innovatori che sappiano non incorrere negli stessi errori di ciò che ormai è tramontato. C’è bisogno di creatori – cioè di poeti – che sappiano innanzi tutto concepire il nuovo e dargli una voce, un corpo linguistico.

Il Gruppo di Creatività Culturale del movimento Darsi Pace nasce da questa esigenza e dall’interpretazione storica della modernità in Occidente come luogo di collasso dei saperi. Il Gruppo Poetico è perciò un tentativo di realizzare un pensiero poetico senza scissioni fra teoria e pratica, una critica che sia post-letteraria, un’ermeneutica dello spirito, non più oggettivistica, non più ideologica, non più novecentesca. Siamo alla svolta dei tempi.

Comments

  1. giancarlo salvoldi says:

    Caro Andrea che non conosco,
    ti ringrazio di trattare il tema della parola, del linguaggio, che mi/ci è tanto caro ed essenziale nel percorso “Darsipace”.
    Pensiero, parola, creazione, ascolto, accoglienza, azione poetica, e poi via di nuovo pensiero.
    Tu hai trattato il tema da filosofo, e probabilmente ti sei sforzato di proporlo in modo comprensibile a tutti noi.
    Ma vedi, io sono quello che, sfidando la paura di apparire l’ignorante che sono, nelle assemblee alza la mano e dice cosa non ha capito, e poi molti mi dicono ” ah, grazie Giancarlo, non lo sapevo neanche io”.
    Per questo ti chiedo in semplicità di avere comprensione e spiegare come ad uno di quarta ginnasio cosa significa:
    strutturalismo, decostruzionismo, pragmatismo scientifico-oggettivistico.
    Perchè non cerco su internet?
    Perchè non mi interessano le risposte di chi forse, in piena buonafede, è nella confusione e nell’implosione di linguaggio e comunicazione che denunci, mentre mi interessa molto la tua risposta sul tema specifico.
    La risposta di Andrea, che come me è nel percorso di Darsipace, e che sono certo che può dire cose nuove e vere: può fare nuove le cose con parole che sono azione poetica, perchè fanno crescere me e tanti altri, insieme.
    ti mando un caloroso saluto, giancarlo.

  2. Mi trovo perfettamente in consonanza con la riflessione che hai fatto Andrea e anche io sto “camminando” all’interno di questo problema da un po’ di tempo.

    Io penso che il problema principale della crisi del valore del linguaggio stia tutta nell’Io che lo utilizza, nell’identitá che appunto si rapporta alla parola.
    L’io cerca nel linguaggio e con il linguaggio un fondamento, una ragione sufficiente, che lo assicuri, che renda dimostrabile la proposizione avendo un fondo stabile, controllabile e continuamente riverificabile.
    In questo modo l’io si crede diviso da tutto, avendo un fondamento che lo assicura.

    Tuttavia questo è impossibile e l’io che cerca il suo fondamento finirá sempre nello scontrarsi con la sua nullitá di fondo come ci ricorda Heidegger “l’essere dell’Esserci-uomo- in quanto progetto gettato significa: il (nullo) esser-fondamento di una nullitá.” ( Essere e Tempo)

    Penso che Heidegger sia fondamentale e veramente illuminante riguardo questo argomrnto, specialmente in “in cammino verso il linguaggio” dove tenta di riflettere sul linguaggio rimanendo fedele al linguaggio stesso, non forzandolo in concetti nel tentativo di assicurarselo, ma lasciandolo “parlare”, risuonare direi, per cogliere gli echi silenziosi di quel Senso che colui che ascolta e segue la via del linguaggio stesso incontra.

    Heidegger presenta una nuova esperienza del linguaggio, non metafisica direbbe, cioè che non rinchiuda le parole in concetti universali, ma lasci traspirare, respirare la parola che porta il Senso.

    Questa esperienza parla di una relazione, di un’io che si accosta alla parola, non la forza, non la rinchiude, ma la ascolta; e di una parola che porta un qualcosa di indicibile, un qualcosa che va al di lá dei concetti, ma che ha Senso e salva (?) l’io che la ascolta.

    Questa nuovo approccio direi verso il linguaggio che Heidegger si propone penso sia tutto da sperimentare con un esercizio continuo che implica la fine dell’io che cerca di (auto)fondarsi e l’apertura di ascolto di un io che “accetta” la sua infondatezza e si dispone all’ascolto del Senso.

    Grazie per la interessante riflessione. 🙂
    Spero di poterti incontrare per poter fare due chiacchiere, magari all’intensivo di maggio.
    Fabio

  3. Renato Cirica says:

    Gesang ist Dasein, diceva Rilke. La parola è mondo nel suo più intimo, e non ha da raggiungerlo poiché ne è già da sempre raggiunta. Un’epoca linguistica ha prodotto separazioni astratte: Anima/mondo, mente/corpo, parola/cosa… Questa figura del linguaggio, della parola separata e separante (bellica, direbbe Marco), è in cammino da Aristotele, cioè dalla filosofia come “letteratura”. Ma questa è un’epoca, una configurazione della verità (o una contro figurazione!). La parola poetica ha sofferto in quest’epoca, sopravvivendo come letteratura, metafora, verosimiglianza. Sepolta sotto il dominio della parola definitoria, ha però saputo tenere accesa la sua brace.

    Rimbaud: “Questa lingua sarà anima per l’anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e tira. Il poeta definirebbe la quantità di ignoto che nel suo tempo si desta nell’anima universale: egli darebbe di più – della formula del suo pensiero, della notazione della sua marcia verso il Progresso! Enormità che si fa norma, assorbita da tutti, egli sarebbe veramente un moltiplicatore di progresso!”

    Avvenire “materialista” di una lingua poetica che è “anima per l’anima”: spirito e materia si ritrovano, si riflettono, scaturiscono l’uno dall’altro. Autentica Relazione dove il Tu chiama l’io e lo lascia emergere come Sé …

    Ma forse sono andato fuori tema. Vi ho ascoltato con piacere. Grazie.
    renato

  4. Renato Cirica says:

    Quello sfavillare sotto la brace è una “insurrezione”, un riemergere dalla cenere.
    Il Verbo si è fatto carne, mondo, riunendo ciò che ci ostinavamo a pensare separato. Ha abitato il mondo nuovamente. Alcuni poeti al terzo rintocco del gallo si sono come spauriti. Ma hanno vegliato nel sepolcro: hanno pianto, si sono stracciati il cuore, hanno sperato ancora ricordando le promesse ancora a metà cantandone la visione. Dentro c’era ancora luce mentre fuori si faceva sempre più buio. Lì invece il silenzio non smetteva di parlare. Ma quando il sepolcro fu vuoto non capirono, forse li spaventò il salto. Si fermarono a contemplare la fine senza credere al nuovo inizio. Molte poesie sono sepolcri vuoti. Crederci avrebbe aperto loro la Re-in-surrezione… Il Verbo Vivente…

    Non so più bene cosa sto dicendo, come al solito. Mi fermo e resto in ascolto. Grazie

  5. …..«Io sono colui che sono!».
    (Es 3,14)

    Hamlet: «To be, or not to be- that is the question……»

    (forse, tutto gira sempre attorno a questo solito dilemma, che perseguita la mente, l’anima, il vivere (e il creare) dell’uomo….

    Ad ognuno di noi, l’augurio di cuore per una buona e valida ricerca.

  6. Riflettevo su quello che hai scritto:
    “Il potere linguistico…. Il potere creativo della parola….Numerose teorie della linguistica e della letteratura… insistono sull’incredibile e singolare possibilità del linguaggio di creare il mondo organizzandolo in concetti, idee, cultura. L’attenzione di questo secondo approccio si sposta sul pensiero, cioè in un orizzonte in cui la capacità di pensare e dire… modifica il mondo.”

    Scusa se applico queste tue riflessioni a un altro ambito.
    Stavo pensando a una azienda chiusa e venduta perché manca il “denaro”
    Chiusa e venduta, non perché mancano strumenti, macchine, capacità, ma perché mancano “foglietti di carta colorata”
    Da un’altra parte del mondo arriva una persona con una valigia piena di “foglietti di carta colorata” e in cambio diamo, trasferendola a migliaia di chilometri, una industria intera con impianti, strumenti e la vita e le capacità di chi ci lavora.
    Vite umane, beni concreti, reali in cambio di un’illusione, di un pensiero. Stupefacente.

    Un caro saluto

  7. Ho letto una paio di volte lo scritto, per poter”entrare” meglio nel senso e nel significato dell’argomento in questione.
    Dal sentire al femminile, una cosa in particolare mi è risaltata.
    Dove scrivi: “Come le teorie sul linguaggio si annientano proprio nel definire sostanzialmente che cosa è il linguaggio, così molte altre forme del sapere lungo il Novecento conoscono un’incredibile fase di sviluppo e poi, proprio al culmine della loro ricerca, collassano su se stesse, alle fondamenta. Lo si può riscontrare nella politica … … o nell’arte (che si accende nelle avanguardie e prosegue con movimenti riconoscibili e molto produttivi fino agli anni ’70-‘80); ambiti in cui oggi c’è, di fatto, un vuoto mai esistito prima”
    Ecco … sarà che è da un po’ che parliamo di “onde” ma, come è vero che le parole creano anche potenti immagini … nel leggere questo passo, ho visto un senso nello svolgersi ed è chiaro sia così che stia accadendo. Se una cosa ha raggiunto il suo massimo sviluppo, seguirà una trasformazione ed affinchè accada è necessario un “momento” di vuoto, anzi, prima caos, confusione, destabilizzazione e poi vuoto.
    Dal momento che riusciamo ad accogliere in Pace, il santo vuoto … se lo facciamo bene e qui in Darsi pace, lo si sta facendo con grande impegno in questo senso. Allora … quando di vuoto, in Pace, ne avremo abbastanza, quello necessario per iniziare, confido nel fatto che, idee arriveranno naturali. Come è nel processo naturale delle cose, se posso dir così, “espansione e contrazione” a seguire nel loro alternarsi, come onde di marea.
    La “critica”, il “giudizio” sono, stanno rimanendo, indietro, inchiodati ad un suolo sterile, che non può generare! e non solo nella letteratura e nella parola … e rimangono così sempre più inerti, mummificati, senza vita, proprio perché al di fuori di ogni Poesia Umana e per tale motivo non possono durare e trasformarsi.
    La Poesia invece continua a trasformarsi, perchè è la Vita e l’Essere Umano stesso è Poesia quando inizia a lasciarsi accarezzare dalle “onde”, è per questo che quando guardo un bambino nella sua fresca purezza, m’incanto ed il tempo “si ferma”… allo stesso modo che m’incanto a guardare la poetica bellezza della natura, quando ancora incontaminata od un meraviglioso cielo stellato, da vertigine per la sua vastità o qualche bellissima cosa uscita dalla mano o dal pensiero e dall’idea di un artigiano del pianeta Terra.
    Finchè sulla Terra rimarrà anche un solo ultimo germoglio, la Poesia insieme a lui, sarà Viva.
    … “…senza scissioni fra teoria e pratica … “ Sì
    E’ necessario accogliere così com’è questo caos che abbiamo “tra le mani” ed incominciare a plasmarlo, come cucino un buon pasto per chi amo, come modello un pezzo di ferro o un bellissimo origami o cucio solo un bottone … per farlo è necessario “spegnere la mente”, iniziare ad usare meno parole fini a se stesse senza esser seguite da Azioni, … rinfrescare l’aria anche lì con un “po’ di vuoto” … e lasciarci guidare, coltivandolo, l’Intuito e nutrirci dei bagliori di Pace che stiamo iniziando anche solo provando ad immaginare se non ancora a vivere concretamente e che sono capaci di darci la Forza necessaria a proseguire questo difficile cammino d’inizio insieme.
    Grazie, con affetto, Barbara

  8. Anonimo says:

    Quante stronzate da “noi siamo gli eletti”

  9. Renato Cirica says:

    Mt. 5, 11-12

  10. Anonimo says:

    Mt.5,7

  11. Oso sfidare, in un’ora notturna, quando forse farei meglio ad andare a letto, questo discorso da adulti, tra critici letterari universitari, che parlano tra di loro in presenza del mio pensiero bambino, che si smarrisce ma che tuttavia non fugge …preferendo la curosità.
    Ok resisto. Solo il titolo vale la pensa di capire cosa vuol dire . Deve essere proprio un bello sforzo quello dei critici letterari, spero proprio che possano contribuire anche loro alla svolta antro-genetica in atto…da animali che eravamo, passando per Neanderthal e i Sapiens, ormai è certo che cambieremo ancora …sarà questa la volta buona ? Saremo finalmente divini ? Forse basterà anche solo un po’ più umani e meno bestie. Non credo di aver capito molto, ma non è quando non si capisce più niente che allora si capisce davvero ? Non ho la pretesa di veder chiaro dentro la costruzione razionale del discorso che prendo per buono, come opera di addetti ai lavori, e anche perché a seguirlo devo starci su con troppa sofferenza. Così mi affido a qualche intuizione grezza , a costo di fare una figuraccia … comunque sempre veicolo di bene, anche se non sembra a chi vuol vedere tutto in ordine.
    Il pensiero è il procreatore del mondo. Anche il nostro pensiero, non solo quello di Dio che lo ha usato per primo. Noi pensiamo mondi, a forza di pensarlo, se stiamo sul pezzo, modifichiamo la realtà in cui credevamo prima di aver scoperto questo pensiero ri-creatore.
    Il pensiero è una vista acuta, profonda, cosmica, una visione che trova nel suo viaggio, le sue parole per annunciare la visione. Allora si fa profezia, ma il linguaggio essendo comunicazione diventa relazione, e se siamo in relazione, si produce più energia e l’energia si trasforma in materia. A questo punto gli scienziati sono contenti, quel pensiero ha creato un mondo visibile, hanno la prova misurabile. Hanno usato un pensiero invisibile, ma loro insisteranno sempre a credere solo nelle cose visibili ! Senza prove dell’aria che respirano, piuttosto rinunciano a respirare…ostinati continueranno a misurare solo le cose visibili, altrimenti per loro non sono vere! Un poeta , per lo scienziato pazzo di ego, è un perditempo, inventa solo parole, ma poi, lo scienziato usa le parole per dire delle sue scoperte che modificano il mondo . A volte le parole ci mettono tanto tempo prima di diventare mondo , realtà visibile….ma solo perché devono passare attraverso le diffidenze degli umani che finchè non vedono i risultati visibili, non ci credono , bloccando così la catena sinergica delle energie che producono la materia come atto finale, che all’inizio appare come invisibile spirito , che qualcuno chiama Dio, altri solo e più amichevolmente pensiero. All’inizio è solo un fantasma, uno spirito, un pensiero, ma alla fine ..se non lo credi vero …..rimane un fantasma, non crea nessun mondo e tu resti uguale al tuo mondo che scompare. Altri uomini, si fidano invece di quello che non vedono ma sentono, percepiscono, che soffrono, che li fa parlare, gridare, cantare, urlare. Sono i poeti , coloro che vedono lampi dentro il cielo in tempesta, ma che altri non hanno visto, perché tenevano lo sguardo per terra. Io preferisco i poeti, anche quando raccontano storie, lo fanno sempre con poesia, non si dilungano in dimostrazioni di ciò che pensano, del perché lo pensano, lo sanno e lo vivono nell’attimo di un lampo che è la nostra vita. A voi pare lunga? Allora avrete il tempo per scrivere un grande romanzo, di un fallimento o di una scoperta, ma il poeta lo sapeva già !
    Buonanotte, anzi è già l’inizio di domani…. buongiorno !
    ivano

  12. A distanza di un giorno ho riletto il tuo scritto, so per esperienza che la mente lavora autonoma-mente su ciò che non capisce e dopo tutto appare un poco più chiaro.
    C’è una grande speranza.
    E’ un enigma, ma pieno di speranza.
    E’ quasi l’ora terza, come nell’immagine che hai messo.
    Qualcosa sta per accadere.
    Siamo alla svolta dei tempi?

  13. Renato Cirica says:

    Ivano, altro che intuizioni grezze e figuracce! Il tuo intervento è un acuto esempio di ironia socratica. Davvero affascinante.
    Certo, c’è qualche problema di metodo nella discussione avviata da Andrea (che non conosco, come non conosco gli altri). Scrivere, pensare, è qualcosa che necessariamente di rivolge a qualcuno, apre una relazione. Ora, la relazione va curata, il dialogo sostenuto, altrimenti facciamo conferenze. Quando si parla, a voce con qualcuno lì presente, è naturale ricevere obiezioni, domande, critiche, e visto che siamo lì rispondiamo. Quando si scrive un libro e lo si pubblica, il dialogo vivo è in buona parte sacrificato: uno legge, annota sulla pagina il suo disappunto e tutto finisce lì. Ora internet, un blog, non è un libro, poiché chi scrive non è del tutto assente o irraggiungibile da chi legge: chi scrive è lì, in presa diretta. Legge in tempo reale e se vuole può rispondere in tempo reale. Una fatica, è chiaro! Richiede tempo, disponibilità. Ma ci vuole responsabilità quando si pensa di mettere al mondo qualcosa, bisogna averne cura.
    Infine, credo sia una regola accettabile, quella di intervenire uscendo dall’anonimato, magari presentandosi col proprio nome o meglio anche con il cognome.
    Personalmente ho apprezzato tutti gli interventi, perché c’è della passione a muoverli. Alcuni li ho compresi meglio, altri meno, ma così procede il dialogo. Buona giornata e grazie.

  14. maria carla says:

    Ciao a tutti!
    Mi ricollego subito al primo intervento, quello di Giancarlo, per esprimere un mio disagio nel leggere sia il “post” di Andrea che i commenti relativi.
    Ragazzi…cercate e cerchiamo più semplicità nel nostro modo di esprimerci attraverso il linguaggio, puntando proprio a quella “semplicità di 2° livello” di cui spesso ci parla Marco!
    Mi rendo conto che è un arduo obiettivo da raggiungere e non è per niente “spontaneo” ma frutto di un ‘lavoro’ attento e quotidiano.
    Renato ci ricorda che per “mettere al mondo qualcosa, bisogna averne cura” .
    Io aggiungerei che questa cura si dovrebbe esprimere anche nel comunicare ad altri il percorso che stiamo facendo.
    D’altronde in DP la ‘via’ e la ‘meta’ dovrebbero essere tutt’ uno!
    Spero che le mie parole siano considerate di stimolo, non altro.
    Grazie, mcarla

  15. caro Ivano,
    leggerti questa mattina ha aperto il mio cuore al sorriso: sei un genio quando stai in, e sei un eroe quando stai aut.

    Devo dire che mi è passata la voglia d’intervenire nel blog, ma tu oggi mi hai messo un po’ in crisi (una crisi di crescita intendiamoci) forse possiamo ancora cercare di dialogare veramente col diverso.
    Grazie
    Un abbraccio e buona giornata a tutti
    Rosella

  16. Caro Andrea, grazie di questo testo che spiega molto bene il senso del nuovo Gruppo di creatività culturale.
    I saperi che apprendiamo nelle università sono oggi incastrati in un paradosso: sanno di essere esauriti, ma intensificano le loro specializzazioni, sempre più tecnicistiche e aride.
    I giovani, come te, che hai poco più di 20 anni, vivono perciò un forte smarrimento, patiscono una forte insoddisfazione.
    Perciò abbiamo creato questi Gruppi: per dare a questi giovani un luogo dove far crescere altre idee di poesia, di psicologia, di economia, di politica, o di scienza.
    Questi passaggi evolutivi avvengono però dentro i saperi specifici, altrimenti resterebbero petizioni di principio, discorsi retorici.
    Ecco perché a volte un linguaggio un po’ difficile diventa necessario, anche se facciamo tutti lo sforzo in questo luogo di essere comprensibili.
    Ma a tutti è richiesto anche un piccolo sforzo di comprensione ….
    Un abbraccio, e un grazie di cuore. Marco

  17. Andrea Bellaroto says:

    Ciao a tutti,
    mi fa piacere vedere che anche una riflessione su un contenuto prevalentemente teorico abbia suscitato tutto questo interesse e sia nato un piccolo dibattito. Per motivi di sintesi ho provato a proporre una breve riflessione, che lascia ancora molto da approfondire ma che è già un tentativo di aprire lo squarcio di una nuova visione, una prospettiva possibile.
    Io sento il bisogno di occuparmi anche di queste tematiche, proprio per vedere se è possibile leggerle in una chiave nuova, ma questo non può prescindere da una conoscenza “tecnica” come base di lavoro. In ogni caso io sto continuando lo studio e l’approfondimento.
    Per Giancarlo, Maria Carla, e tutti quelli che desiderano chiarificazioni, proverò a dare una spiegazione sintetica di alcuni termini.
    Il testo fa riferimento a due orientamenti critici che si sono sviluppati nel novecento: lo strutturalismo e il decostruzionismo (“pragmatismo scientifico-oggettivo” è riferito al primo):
    – Lo strutturalismo è un approccio critico nato negli anni ’30, che ha posto l’attenzione sull’analisi del linguaggio inteso come struttura, adottando un metodo pragmatico e squisitamente oggettivo, basato formule, distinzioni concettuali, schemi e griglie; tanto da consentire il paragone con una sorta di “scienza letteraria”.
    – Il decostruzionismo, posteriore, nasce in parte come reazione al primo (meritando anche il nome di post-strutturalismo): questa tendenza ha posto l’attenzione sulle incongruenze della lingua, sulla sua costante ambiguità; sull’impossibilità di oggettivizzare il linguaggio, adottare formule o regole, fino a rendere impossibile decifrarne il messaggio.
    Si tratta di due visioni opposte che però (come spesso accade) esprimono la stessa incapacità – da un verso e dall’altro – di dare un senso al fenomeno linguistico.
    Forse nel linguaggio che usiamo nei Gruppi Darsi Pace diremmo che l’atteggiamento strutturalista è simile al tentativo (egoico) di razionalizzare i fenomeni rendendoli un oggetto, e quindi separandosene, negando una possibile relazione e perciò fissandoli in formule e concetti.
    L’atteggiamento decostruzionista è piuttosto simile all’atteggiamento del nichilismo: distruggere qualsiasi struttura, valore, chiave interpretativa (perché viste essenzialmente come una gabbia); si arriva perciò alla negazione ad oltranza e al relativismo.
    Detto ciò, ci sono molti altri orientamenti che qui non ho trattato… penso che l’ambito della critica letteraria sia particolarmente fertile ma per rifondare un punto di vista critico (dopo il fallimento delle principali correnti contemporanee) bisogna ripartire proprio dal dibattito recente: senza questa consapevolezza si rischierebbe di riproporre cose già viste e già superate.
    Nello studio mi sembra di intuire che le più recenti proposte teorico-metodologiche abbiano ruotato spesso, nel dibattito, intorno a dicotomie molto semplici: bisogna privilegiare l’analisi del testo/linguaggio, oppure l’analisi dell’evoluzione storica della letteratura e della cultura? Bisogna adottare un metodo pseudo-scientifico (che consente oggettività, a costo però di semplificazioni e concettualizzazioni…) oppure una critica soggettiva (che però rischia di sfociare nell’arbitrario)? La valutazione critica si deve fondare sui contenuti etici-morali-ideologici oppure su un giudizio estetico-formale? E ancora: la poesia è un qualcosa di innato, che va oltre il campo della teoria e della critica, oppure il metodo e la conoscenza sono necessari alla pratica della letteratura?
    Come vedete sono dicotomie molto semplici… ma siamo sicuri che la specificità escluda la storia? L’oggetto escluda il soggetto? L’etica escluda l’estetica? La pratica escluda la teoria?
    Siamo in grado di superare queste separazioni – tutt’ora insolute – e di arrischiare una nuova sintesi?
    Queste secondo me sono le domande da porsi.
    Vi ringrazio delle vostre riflessioni che contengono molti spunti su cui riflettere ulteriormente, senza correre alle risposte.
    P.s. non posso non assegnare un “premio speciale” ad Aldo che ha colto esattamente il senso che volevo dare all’immagine!

    Un abbraccio, Andrea

  18. Mariapia says:

    Cari tutti: autore del blog e commentatori!
    Il tema è intrigante e spazia dalle teorie di critica letteraria, al senso creativo del nostro linguaggio e del nostro comunicare, al valore fondativo della letteratura e della poesia, come apertura di una nuova fase storica, di una nuova civiltà. .
    Mi trovo consonante soprattutto con Barbara, che suggerisce e spera un nuovo impegno, quasi artigianale nella creazione di nuove espressioni poetiche, degne di una nuova umanità. Io penso che dovremo cercare questo forse anche fuori dall’Europa , nel vasto mondo delle civiltà non ancora del tutto corrotte da uno smodato e sterile consumismo.
    A Giovanni che cita le parole con cui Dio presenta sé stesso , mi permetto di dire che le ultime traduzioni di quelle parole sono : Io sono Colui che sono stato e che sarò. Dio non è l’essere immobile statico nel suo essere , ma l’essere in movimento, in divenire, che possiamo ritrovare soprattutto nella storia del mondo e nostra. Per trovare Dio dobbiamo metterci in cammino, in ogni età della vita, nuovi e pronti ad attraversare deserti inaspettati e vitali, nuovi battesimi e rinascite!
    Complimenti e auguri a questo gruppo giovane di creazione culturale, ci voleva! Mariapia

  19. Vorrei premettere che sono molto contenta che si ricominci a parlare di tutto.
    Di argomenti che non conosco e che mi possono stimolare ad ampliare un poco la mente.
    Sono anche felicissima che vi siano giovani che desiderano essere/fare gli esploratori del linguaggio come dell’universo.
    Oggi desidero dire questo.
    Se il linguaggio non incarna una coniugazione, un dialogo: altro da sè; se non incarna un dialogo con il pensiero diverso dell’altro a che serve,se non a restare sterile?

    L’incarnazione del pensiero è “dialogo” o non è.

    Ho faticato alcuni anni in questo blog per testimoniare che si può dialogare di tutto e con tutti partendo dalla trasformazione di sè e producendo l’evoluzione di sè nel Sè.

    Noi sappiamo che ogni lavoro trasformativo nasce “lavorando su sè stessi” noi non possiamo cambiare gli altri ma possiamo lavorare su noi stessi: allora la semplicità/o rettitudine/ o l’esser senza piega: può essere solo una risonanza alla proposta di dialogo che l’altro fa: una risonanza che dona quella semplicità di secondo grado cui tutti aspiriamo.

    In un certo qual modo un dialogo nuovo è quello che si sviluppa tra persone che amano condividere i due pani e i cinque pesci che possiedono, lasciando alla Vita il compimento dell’Opera Sua.
    Quel fare come se tutto dipendesse da me, sapendo che tutto dipende da un Altro, dalla vita che vive.

    Io sono tu che mi fai.

    Un tempo meditavo ogni post come fosse un passo della Sacra scrittura, sì perchè IL PRESENTE è il tempo di Dio, il Suo dono.

    La sacra scrittura parla a ciascuno di noi a secondo della propria cultura e delle proprie competenze, ci parla anche se non abbiamo fatto corsi biblici o di esegesi: parla al cuore.

    Perchè non crediamo più che la nostra vita quotidiana è Sacra?

    Siamo in una società multiculturale, forse qualcuno potrà avere competenze adeguate di tutte le culture della terra … ma a noi necessita un cuore nuovo che consenta di parlare con lo sconosciuto che è OGNUNO DI NOI per l’altro.

    ciao
    Buona continuazione con affetto
    Rosella

  20. Renato Cirica says:

    Forse Rosella indica, nel suo ultimo post, alcuni interessanti elementi che potrebbero, insieme ad altri, divenire elementi per una critica letteraria del nascente. Non li sottovalutarei.
    Per questo la ringrazio e la saluto con affetto.

    Concordo con Marco Guzzi: non sempre la ricerca può svolgersi entro un linguaggio semplificato, perché si confronta con il linguaggio del vecchio e perché deve ancora afferrare il nuovo. Per questo, forse, la semplicità viene detta di secondo livello, perché richiede di acquisire una certa familiarità con ciò che ha trovato.

    Vi seguo con grande interesse e vi auguro una buona serata.

  21. rosella says:

    Grazie Renato e tanti cari auguri a te, alla tua famiglia e ai tuoi ragazzi di Buona Pasqua di Resurrezione.
    Con affetto
    Rosella

  22. Giuseppina says:

    Grazissime Andrea, gruppo cultura e tutti. Con grande interesse e gioia ho riletto l’intenso, appassionato dibattito-dialogo suscitato da questo post che comunica una grande speranza. Si, qualcosa sta per accadere. Anche questa partecipazione attesta il possibile passaggio da una terra desolata ad una terra innamorata, dove la Parola puo’ insorgere e rinascere dopo il suo svuotamento. Rimettere al centro la parola poetica, il primato della Parola, consente ad ognuno di noi di rileggere la propria storia, nella Storia, di recuperare la maternità, “vera faccia” di Dio e di ritrovare in Cristo Poeta e fratello universale, il poeta da risvegliare dentro di noi.
    Si, dentro questa Umanità dolente si insinua profumo di Umanità nascente. KYRIE.AMEN.ALLELUIA. BUONA RE-IN-SURREZIONE. Giuseppina

  23. Bravissimo Andrea, parole importantissime, potentissime e imprescindibili.
    Il problema pratico dunque, come tu stesso hai evidenziato, non è tanto il fatto che non sia ancora pensato il modo di rifondare la critica estetica così come tutta la cultura: il problema è che la cultura “ufficiale”, quella delle accademie, non ha ancora quasi per nulla interiorizzato il pensiero del futuro, ma appunto ristagna in forme pesagogiche, culturali e interpretative morte e sepolte, o al limite nichiliste.
    Bisogna agire direttamente nel cuore degli ambienti accademici. Tu mi sembri la persona giusta per penetrare in quell’ambiente, lavorarci, e quindi tentare – ovviamente non da solo e non in modo incauto – a rivoluzionarlo. Innanzitutto si devono riscrivere i manuali e le antologie, di modo che quei testi che sono considerati depositari del sapere ufficiale mutino loro stessi, diventino altro, incarnino questo pensiero. Io voglio vedere, tra qualche decennio, un professore che professa quello che noi diciamo nella sua lezione. Quando quello che diciamo diverrà cultura sentita e diffusa, allora la rivoluzione si starà davvero compiendo. Ma ora, come sa Marco, si tratta sostanzialmente di pratica, di applicazione, di diffusione. Dobbiamo puntare sulla massima attività divulgativa possibile: l’idea del blog è eccellente. Scrivere post, libri, fare incontri… Tutti ci dobbiamo venire incontro: io vi verrò incontro a partire dalla musica, e voi lo farete dalla letteratura. Sarebbe bello anche fare vere e proprie conferenze o cicli di conferenze insieme, per creare un meccanismo organico di diffusione.
    Tutto questo, oltre al mutamento radicale del mondo accademico, deve essere finalizzato – l’ho detto spesso anche a Marco – alla creazione di nuovi laboratori estetici di educazione alla fruizione dell’arte. Esattamente come a Darsi Pace ci iniziamo all’umanità nascente, occorrono laboratori concreti in cui gruppi di persone imparino da zero cosa significhi la contemplazione, magari proprio con pratiche spirituali come quelle meditative, e con un lavoro parallelo di scoperta di sé-scoperta dell’opera d’arte. Capite che dico? … Ne ho parlato anche con Diego.
    Io credo che la creazione di laboratori del genere, perché no, anche nelle stesse università, sia l’unico modo per salvare il pubblico della nostra arte, e quindi salvare l’uomo per l’arte e l’arte per l’uomo. Non ci sono altre vie se non quelle iniziatiche, e quindi di pratica collettiva e concreta. Questi gli obiettivi pratici dei prossimi decenni. Buon lavoro! –

  24. Bravissimo Andrea, parole importantissime, potentissime e imprescindibili.
    Il problema pratico dunque, come tu stesso hai evidenziato, non è tanto il fatto che non sia ancora pensato il modo di rifondare la critica estetica così come tutta la cultura: il problema è che la cultura “ufficiale”, quella delle accademie, non ha ancora quasi per nulla interiorizzato il pensiero del futuro, ma appunto ristagna in forme pedagogiche, culturali e interpretative morte e sepolte, o al limite nichiliste.
    Bisogna agire direttamente nel cuore degli ambienti accademici. Tu mi sembri la persona giusta per penetrare in quell’ambiente, lavorarci, e quindi tentare – ovviamente non da solo e non in modo incauto – a rivoluzionarlo. Innanzitutto si devono riscrivere i manuali e le antologie, di modo che quei testi che sono considerati depositari del sapere ufficiale mutino loro stessi, diventino altro, incarnino questo pensiero. Io voglio vedere, tra qualche decennio, un professore che professa quello che noi diciamo nella sua lezione. Quando quello che diciamo diverrà cultura sentita e diffusa, allora la rivoluzione si starà davvero compiendo. Ma ora, come sa Marco, si tratta sostanzialmente di pratica, di applicazione, di diffusione. Dobbiamo puntare sulla massima attività divulgativa possibile: l’idea del blog è eccellente. Scrivere post, libri, fare incontri… Tutti ci dobbiamo venire incontro: io vi verrò incontro a partire dalla musica, e voi lo farete dalla letteratura. Sarebbe bello anche fare vere e proprie conferenze o cicli di conferenze insieme, per creare un meccanismo organico di diffusione.
    Tutto questo, oltre al mutamento radicale del mondo accademico, deve essere finalizzato – l’ho detto spesso anche a Marco – alla creazione di nuovi laboratori estetici di educazione alla fruizione dell’arte. Esattamente come a Darsi Pace ci iniziamo all’umanità nascente, occorrono laboratori concreti in cui gruppi di persone imparino da zero cosa significhi la contemplazione, magari proprio con pratiche spirituali come quelle meditative, e con un lavoro parallelo di scoperta di sé-scoperta dell’opera d’arte. Capite che dico? … Ne ho parlato anche con Diego.
    Io credo che la creazione di laboratori del genere, perché no, anche nelle stesse università, sia l’unico modo per salvare il pubblico della nostra arte, e quindi salvare l’uomo per l’arte e l’arte per l’uomo. Non ci sono altre vie se non quelle iniziatiche, e quindi di pratica collettiva e concreta. Questi gli obiettivi pratici dei prossimi decenni. Buon lavoro! –

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